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A ben vedere stiamo dormendo, e il web è il cuscino che ci permette di bofonchiare nel sonno soddisfatti. Un fucile che lisciamo e puliamo ogni giorno per dormirci accanto, e che non sparerà.

Ogni giorno in questo paese accade qualcosa di tremendo. Più cose tremende. In un giorno solo, ieri, una rappresentante del governo ha detto che, con la fazione opposta al potere, la nazione si sarebbe riempita di tossici. Un europarlamentare, mentre ancora si seppelliscono i morti, ha sostenuto che le idee di un terribile assassino, un Hitler in miniatura, sono condivisibili. I metodi magari no, ma le idee, perbacco! Che è come dire, appunto, che l’eliminazione degli ebrei sarebbe stata una sacrosanta dritta, peccato aver sbagliato qualcosina nel metodo di esecuzione. Nel frattempo, in Parlamento si votavano le pregiudiziali sulla legge che avrebbe protetto gli omosessuali dalle discriminazioni e dalle sempre più frequenti aggressioni. La legge ha perso. La spiegazione di chi l’ha affossata è la stessa che usavamo a 12 anni per farci grossi e non festeggiare l’8 marzo: se io ti difendo più di quanto difenda gli altri, significa che ti considero una minoranza e quindi ti discrimino. Una puttanata mondiale, della quale già a 13 anni ci si rendeva conto. Vanno a letto con le minorenni ma i froci gli stanno bene solo se stilisti di successo.

Ogni giorno, questo paese è più cattivo. E’ governato da un delinquente che di simili suoi s’è circondato. Noi tutti lo pungiamo come zanzare con i nostri insulti, sperando inutilmente si dissangui. In realtà, ormai, aspettiamo che muoia. Come Franco in Spagna. E poi cosa faremo? Scenderemo in piazza a festeggiare, noi che non siamo riusciti a mandarlo in galera nemmeno per uno dei reati che ha commesso? Cosa avremo da festeggiare? L’esistenza della vecchiaia, della morte cui tutti dobbiamo cedere prima o poi e che ci solleva un poco dalla nostra inettitudine?

Il paese è cattivo nelle strade, sul bus, in parlamento come nei consigli di amministrazione, al sindacato, sul luogo di lavoro. In quelli che stanno dalla nostra stessa parte. L’ingiustizia e la cattiveria, come diceva la Arendt del male, si diffondono come funghi sulla superficie della società. Non se ne resta immuni: solo il bene va in profondità in alcuni, il male inquina tutti.

A volte temo che esploda questo paese, se quella cosa che si chiama opposizione continuerà a comportarsi come si comporta. Non so se sia un timore o una speranza – non so, forse non capiterà proprio niente, come è da mesi, da anni ormai, che rimaniamo indifferenti a tutte le aberrazioni che ci vengono raccontate. Ci hanno dato da bere sorsi di egoismo uno dopo l’altro, aumentando la dose, consegnandoci anche un palco dal quale enunciare le nostre convinzioni, il nostro io, senza essere troppo disturbati. Nel frattempo, affamano la povera gente. Oggi che per sfamarla ci vorrebbe tanto poco.

Ogni cosa puzza di ingiustizia.

E il maggiore errore da parte di chi osteggia questo stato di cose è la strenua, disperata e grottesca ricerca di qualcuno che comandi, un re che affronti il re, un condottiero, anche che venisse dall’esterno, che sappia brandire la lancia meglio dello stanco sovrano che ci vessa. Da quando sono cadute le dannate ideologie, come osservava tempo fa su La7 Massimo Recalcati, tutto è andato ad appoggiarsi sull’esistenza (o meno) di un leader, di un punto di riferimento in carne ed ossa che le sostituisse. Bella roba.

Ma non servono persone cui delegare ancora di più le nostre facoltà, le decisioni, l’esistenza. Le persone nascono, crescono e muoiono, e dopo di loro potranno essercene di migliori, ma anche di peggiori, e se costruiamo un sistema che si basa sul potere delle persone, del singolo valoroso condottiero, allora aspettiamoci, prima o poi, un vero dittatore. E’ per questo, anche per questo, che esiste la Costituzione. Non servono persone da seguire, ma idee da perseguire. E prima ancora da creare. Servono laboratori in cui i giovani lavorino. Che non significa che i giovani devono governare: chi l’ha detto, che uno di 30 è meglio di uno di 70? Cazzate, anche queste. Zygmunt Bauman ha 86 anni, ma finché dura, accidenti se farei governare un Paese da lui!
No, significa che i giovani debbano studiare. Le cose si cambiano studiando, lavorando, esplorando fianco a fianco le possibilità.

Non è affatto vero che Twitter è stato un deus ex machina per i giovani egiziani. Quei ragazzi, a leggerne le cronache, hanno studiato, si sono immersi per anni nell’approfondimento delle tecniche di rivolta, sono andati a fare veri e propri stage e master all’estero, in paesi dove la rivoluzione c’era stata, dove la dimestichezza con le nuove comunicazioni era diffusa. Hanno fatto insomma quel che faceva Che Guevara con i suoi rivoluzionari, solo imparando a comunicare, invece che a sparare. E dopo lo studio, dopo la consapevolezza, dopo la forza che solo la conoscenza, l’esperienza e il contatto con chi sa di più di te possono darti, sono tornati in Egitto e Twitter è stato lo strumento della loro rivoluzione, internet ha ospitato il cambiamento. Non lo ha creato. Figurarsi.

Delle idee è necessario, e se di uomini c’è bisogno è di uomini umili, che vogliano imparare prima che insegnare. Non di principi di chissà che contea che arrivino armati di tutto punto per sfidare il re, mentre noi assiepati lungo le staccionate gridiamo Vai! Vai! Uccidi! Uccidi!
Delle idee e di cuore, è necessario. Di quel po’ di sentimento e di buon senso che ci rimane, che ci permette di aiutare chi ha bisogno, di difendere chi è aggredito, di rifiutare chi mente e smascherare chi ruba. Delle idee politiche, c’è bisogno.

In Islanda, dopo la grande crisi, stavano decidendo di spalmare il debito con le banche estere sui cittadini. Il popolo ha detto no: perché far pagare a loro le speculazioni di pochi privati? Il popolo ha espresso la propria volontà in un referendum. Tutti si sono incazzati come bestie: il Fondo Monetario Internazionale, l’Inghilterra, l’Olanda. Hanno isolato l’Islanda, hanno tagliato i prestiti considerati necessari per risollevarsi dalla crisi. E loro?
Loro fermi sulle loro posizioni ora riscrivono la costituzione. Come fanno? Hanno eletto 25 cittadini su circa 300 che si sono candidati: questi cittadini si riuniscono in sessioni per la stesura della costituzione. Le sedute vengono trasmesse in streaming, e i cittadini possono commentare attraverso il web, suggerendo o criticando. Da tutto questo esce la nuova costituzione del paese. Ecco, mi direte, l’Islanda sono quattro gatti. Troppo facile per loro. Magari è vero. Ma il federalismo, accidenti, è un’idea di sinistra. Non è una bestemmia della lega.

Ogni giorno in questo paese si consuma un pezzo di libertà, individuale e collettiva. Ci abbiamo fatto l’abitudine, come le popolazioni africane che abbiamo spremuto hanno fatto l’abitudine alla fame. In 20 anni non siamo stati capaci di imprigionare il nostro presidente del consiglio. Non avevamo nessuno cui delegare questo incarico, non avevamo idee.

Ma le idee esistono, basta innaffiarle, come piante. E le idee vengono, basta parlarsi mentre si studia. Ascoltarsi, soprattutto.

pamarasca

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La mia amica Giusi se ne va da facebook. Altre persone in gamba meditano di farlo.

Perché uno se ne va da uno spazio di socialità, all’interno del quale può, in teoria, comunque gestire la propria presenza?

Le risposte possono essere tante. Dalla più ovvia (non sono su facebook perché mi toglierebbe tempo per la scrittura, disse tempo fa in un’intervista Ammanniti) alle più articolate.

Ho pensato di affrontare sinteticamente alcune delle ragioni per cui me ne andrei. E alcune delle ragioni per cui resterei. I post che se ne occuperanno: 1) Il rumore [marketing] 2) Gli amici [amore] 3) Il corpo [sicurezza] 4) La poesia [parole] 5) La speranza [speranza]

chiunque volesse aggiungere argomenti e punti è benvenuto

1 – Il rumore (dei soldi)

Facebook ha concentrato su di sé la maggior parte delle nostre aspettative concernenti il web. Per molti è stato il web, il sinonimo di socializzazione e condivisione, l’incarnazione di una nuova maniera di comunicare. Abbiamo dato a un bisturi compiti da chirurgo: ci siamo stesi sul lettino volontariamente e abbiamo aspettato che ci aprisse, ci studiasse, ci riparasse, ci migliorasse e richiudesse.

Ma facebook è uno strumento e come tale ci ha risposto picche: come nei giochi da bambini (specchio riflesso) ci ha rimandato indietro la nostra immagine di sempre: venditori, consumisti, profittatori, narcisisti. Certo su facebook ci sono ampie nicchie di ben altra statura rispetto a quella media. Ma sono sempre più oppresse dal rumore della maggioranza.

Il rumore è anche l’effetto di un marketing selvaggio e importuno, grottesco, portato avanti da una ridda di sedicenti professionisti (ce ne sono di eccellenti, ovvio, non parlo di loro), i quali hanno trovato la maniera di convincere facile le aziende che hanno bisogno di una strategia su facebook. Strategia che di solito è articolata in punti tipo: “essere gentili con le persone”, “non rispondere male”, “dire cose interessanti”, “partecipare”… Con il risultato che partecipano tutte le aziende e i loro rappresentanti e se ne scivolano via i consumatori, abbattuti da tutti i post di Buongiorno, Benvenuti, Come state Oggi, Che bella giornata, Vogliamo sapere di più da voi etc. etc.

La deriva di questo facebook-vetrina è legata, anche, al periodo di crisi economica: le imprese sognano di investire relativamente poco e avere enorme visibilità; i privati si inventano ruoli di community manager, social gestori, social esperti o similari. Chi sa usare correttamente gli accenti ha ampie possibilità di svangarla. Chi sa usare i congiuntivi è un guru.

Tutto questo rumore sta annichilendo molti utenti che, pur ammettendo di trovare spunti, notizie, informazioni e contatti importanti sono costretti a rinchiudersi in “ghetti” condivisi per evitare il bombardamento di facezie ed inutilità. Tanto vale allora costruirsi un quartiere proprio altrove, forse. Anche perché, diciamocelo, sapere di chi fidarsi inizia ad essere un’impresa…

continua a presto con il punto 2: Amici

Pamarasca

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Ecco che come al solito mi intrometto dove non dovrei. Certe volte sono proprio un sorcio.
Ho seguito alcuni amici nei loro commenti all’arrivo di 4square e, più in generale, l’amplificarsi della connotazione social della rete. Loro sono molto più addentro di me. Professionali. Io, come ho detto più volte, faccio chiacchiere da bar. In particolare, non avendo mai provato 4square, posso solo esprimere una sostanziale antipatia per un marchingegno simile, antipatia che però non limita la mia curiosità.

Le sintetiche ed essenziali considerazioni di Michele mi hanno particolarmente colpito. So che fa del web il suo lavoro, ho la fortuna di collaborare con lui e conosco la sua capacità di lanciare occhiate a 360 gradi: niente entusiasmi facili, niente crocifissioni avventate. Allargando il discorso da 4square alla rete, Michele sottolinea la capacità di questa di eliminare i confini tra vita privata e vita professionale.

In particolare, 4square, permettendoti di sapere cosa fanno e dove la fanno clienti, amici, network, collaborerebbe alla costruzione della fiducia, attraverso la creazione dei rapporti personali. A questo proposito, vorrei portare il mio modesto contributo alla discussione.

1.    Sull’abbattimento del confine tra vita privata e vita professionale, c’è poco da dire. Alcuni la ritengono una gran cosa. Altri no. Io no. Non a questi livelli perlomeno: il vantaggio che ne deriva piega troppo dalla parte della vita professionale e corrobora l’idea che la crescita economica dovuta al maggior lavoro alimenti la qualità della vita privata. Cosa sulla quale non concordo.

2.    Quello che invece mi attrae di più è il singolare concetto di fiducia di cui si parla sul web. La fiducia è una strana pianta, che necessita di dosi equilibrate d’ombra e di luce. E’ fatta di istinto, complicità e raziocinio: ci sono ragioni sondabili ed altre inevitabili dietro la concessione della fiducia.

Essa nasce in determinate condizioni e richiede la condivisione di alcuni sentimenti più che di idee e pensiero. Da quando impazzano i social, se ne parla molto: la fiducia è la base dei rapporti professionali e personali, sempre più intrecciati tra loro. Ma non capisco: la fiducia esiste quando si sa, o quando non si sa?
La fiducia che si sviluppa grazie alla conoscenza delle attività, degli spostamenti, dei gusti, delle considerazioni di un’altra persona in effetti sembra scaturire dall’esercizio di un controllo – benevolo, ma pur sempre un controllo.

Eppure, in termini assoluti, controllo e fiducia sono chiaramente degli opposti: la fiducia esiste laddove io non ho bisogno di controllare le azioni dell’altro: mi fido.

In realtà, considerando il mondo in cui viviamo, trovo piuttosto affrettato parlare di fiducia. Rovescerei invece il concetto. In alcuni casi, i social :

a)    ci permettono di seguire l’altro in alcune condizioni (linguistiche, ambientali, lavorative): condizioni determinate sia dall’altro (come utilizza un social) sia da noi (possiamo seguirlo su fb e su twitter, o solo su uno, o solo sul blog). Questo, a sua volta, ci permette di inventare l’altro. Far sì che si avvicini il più possibile a come noi vorremmo che fosse. Ma questa è una storia lunga, se ne parlerà.
b)    Non ci permettono di alimentare la fiducia ma, al contrario, ci forniscono i mezzi per organizzare la nostra sfiducia. Siamo cresciuti in un mondo dominato dalla sfiducia. L’intera nostra vita si basa sul non fidarsi. I social ci permettono di gestire questa non-fiducia: di conoscere per prevenire, di sondare i punti in comune e quelli che ci allontanano, di verificare la coincidenza di pensiero. Tutto questo è giusto?

Non saprei. Di certo è inevitabile. Ed è possibile che si tratti di un buon inizio: da qui potrebbe partire l’effettiva costruzione di un mondo in cui ci si fida maggiormente. Una volta si diceva che bisogna passare attraverso una cosa brutta per arrivare ad una bella: secondo Engels, per abolire del tutto lo Stato bisogna prima impadronirsene e rafforzarlo; Dante, per poter avvicinarsi a Dio, viene guidato nei recessi oscuri dell’Inferno; l’Uomo Ragno riuscirà ad essere davvero se stesso solo dopo la cruciale battaglia con quel cazzo di costume nero digrignante.


E’ quindi possibile che, per arrivare ad un mondo di fiducia, sia necessario passare attraverso una fase di controllo che ci permetta di organizzare la sfiducia.

Ma strumenti come 4square, sono funzionali a questo?
Non lo so. A me non piace, ma d’altronde non mi convince nemmeno la necessità di avere un reale rapporto personale con un partner di lavoro cui chiedo, essenzialmente, lealtà e correttezza. In un mondo normale, lealtà e correttezza ci sarebbero anche tra sconosciuti che lavorino assieme. E magari in Svezia era così, fino all’avvento della rete :-).

Non è però importante quel che penso io. Importante, mi sembra, è la necessità di utilizzare toni meno enfatici di fronte allo sviluppo della rete social. Parole come sentimento, fiducia, amicizia sono palazzi a dieci piani, e noi ci troviamo nel seminterrato.
La fiducia è una strana pianta, alimentata in via verticale e orizzontale. Che ama il sole, ma anche l’ombra. E’ sufficiente una dose eccessiva di controllo, per annegarla. Una dose troppo striminzita di attenzione, per farla appassire.

La fiducia non è dire, ma tacere.

Pamarasca

Le immagini di questo post:

Para-sorcio, di Banksy

Insula Felix di Valeriano Trubbiani

Una ricostruzione del Panopticon benthamiano

Il cazzo di costume nero dell’Uomo ragno

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Qualche giorno fa parlavo della Fretta e della Furia sul web: nodi proposti dalla rete odierna che affronto, come sempre, con fare amatoriale. Oggi, tocca ai ricordi.

I ricordi sono una faccenda strana. Vengono scelti e selezionati a più livelli, consci e inconsci. Sono diversi per ognuno. Cambiano ad ogni momento e, via via che viviamo, continuano a cambiare. La rotta della memoria è una singolare miscela di bussola, stelle, casualità e desiderio del nocchiero.

Alcuni li teniamo dentro a lungo, finché è il momento giusto di sedersi a fissarli come fossero tv, o di darli in pasto a una cerchia più o meno ristretta di persone.

Nel frattempo, i loro contorni sono mutati: un amore può essere più amore, un abito da bancarella un tailleur di Armani; due ore dieci, o dieci due. Tutto è sottoposto alla lente deformante della memoria personale. Spesso, i sentimenti forti, troppo forti, vengono stemperati e dopo tempo si ripropongono allungati dalla nostalgia, che è un latte di singolare densità utilizzato per scongiurare le tachicardie.

I Ricordi, di fatto, sono materia di poesia. Sono sogni, e desideri. Influenzano il presente prima ancora di essere pensati, con la loro semplice esistenza sotto pelle. Ci compongono, più o meno segreti, come le cellule compongono il nostro organismo. Sono i pigmenti dei colori che utilizziamo per dipingerci.

Oggi, la loro gestione è profondamente mutata. I ricordi vengono gettati nel calderone di un ipotetico presente in rete: siano immagini, testi, racconti, diari, canzoni, sono a disposizione della collettività sin da subito e, di conseguenza, cessano di essere ricordi. Ammantati della presunta oggettività scientifica che, a torto, attribuiamo all’immagine fotografica, vengono staccati da noi stessi dopo nemmeno un minuto, come una cicatrice non ancora secca: li guardiamo da distanti, in una precoce autoscopia. In questo modo, tutti i ricordi diventano validi, omogenei, ugualmente importanti; e tutti i ricordi sono abortiti in quanto tali: si propongono come immagini esterne, non più come elaborazioni interne del nostro sé.

Sono non-ricordi.

Parlo di aborto perché i ricordi, in questa fase, non hanno ancora vita; sono immagini riflesse di qualcosa che vorremmo, un giorno, ricordare. Non sono cresciuti abbastanza dentro di noi; non si sono nutriti con noi, non hanno scalciato dall’interno la nostra pancia, trasformando così il nostro presente. Che, difatti, senza ricordi non esiste.

E cos’è spesso, questa nostra vita in rete, se non un disegno del passato che vorremmo avere? Immagine dopo immagine, filmato dopo filmato, commento dopo post, proponiamo agli altri una biografia in cui la narrazione postuma sostituisce il presente. Non definiamo il nostro passato, non facciamo il nostro presente. Piuttosto, ci impegniamo a colmare il vuoto del nostro futuro, di quando non saremo.

Pamarasca

Le Immagini in questo post:

Kurt Schwitters, Merz 163

Umberto Boccioni, Quelli che vanno

Gipi, da Animals, n. 5, 2009

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Come si sa, sono uno strenuo sostenitore del web. Ottimista impunito, scorgo nello squallore generale qualche esile speranza di miglioramento individuale e sociale grazie alla rete e alla condivisione dei saperi e delle sensazioni. Certo le trasformazioni saranno tante.

Ma visti i casini che abbiamo combinato tutti sino ad oggi, perché non accettarle volentieri?

Del passato, tuttavia, alcuni insegnamenti sono da prendere per buoni: si trovano nei libri, ma anche nei proverbi popolari (ché alla fine, con qualche sfumatura, da millenni diciamo le medesime giustezze).

Ciò che in fretta si fa, presto si rovina

La Fretta sta sostituendo troppo spesso la rapidità. Ci ritroviamo a pensare, camminando, a quel che nel frattempo potrebbe succedere nel nostro network e ci concentriamo sulle ipotetiche occasioni perse anziché su quello che stiamo facendo (e, distraendoci, effettivamente perdendo). Ugualmente, quando ci troviamo in rete, rispondiamo – commentiamo – scriviamo ma soprattutto leggiamo in maniera famelica, come dovessimo ingoiare ogni secondo di conversazione, ogni briciola di immagine, ogni brandello di canzone.

In alcuni casi, anche i nostri messaggi privati vengono contagiati dalla Fretta: come se l’altra persona stesse scappando, come se domani fosse troppo tardi, come se le idee che abbiamo ora potessero fuggirci dalla mente.

Con il tempo, in passato, le idee si consolidavano; si formavano; maturavano; si definivano. Ora, action-painting concettuale, le buttiamo fuori immantinente convinti sia la forma abbozzata la migliore. Timorosi che vadano perdute nel nostro labirinto neuronale. Per nulla certi di saperle lavorare.

Questa fretta, in certi casi che ho avuto la sorte di conoscere, ha conseguenze paradossali e indicative. Vi ricordate American Psycho? La trovata più geniale del romanzo di Ellis, a mio parere, è l’incapacità da parte del personaggio di riconoscere le persone: confonde continuamente visi e nomi, ma non sbaglia mai la marca di un abito, il drink, il colore di una giacca. Osservando certi comportamenti sul web, mi è tornata in mente quella trovata: perché sempre più chi frequenta i social network ricorda esattamente quel che ha detto, ma non ricorda a chi; ricorda cosa ha sentito, ma non ricorda chi l’ha detto. E non parlo solamente di facezie: ci frequentiamo tutti di più, ci conosciamo tutti di meno.

E non c’è tempo. Non c’è mai tempo.

Impariamo allora a riprendercelo il tempo: viviamo una rete consapevole, incantiamoci davanti a un tramonto senza bisogno di fotografarlo e di postarlo ad ogni costo e, soprattutto, immediatamente. La presenza di ognuno di noi non è indispensabile, e la fine sarà sempre la stessa, web 2.0. o no.

Occhio per occhio, dente per dente

Al contagio della Fretta s’affianca quello della Furia. Come alcuni di voi sanno, il concetto che più mi sta a cuore tra i tanti mutuabili da Rheingold riguarda il dolore: in rete, dice R., non vedi nell’altro il dolore che provochi: è necessario, per questo, un approccio educativo di grande spessore per evitare derive. Bene. Ma intanto che questo approccio non arriva?

Da bravo anarchico, ho sempre pensato che la rete possa autogestire questo genere di problemi. Ne sono ancora convinto, ma forse, prima, bisogna farsi passare la sbronza degli ultimi mesi/anni.

Come capita a molti ubriachi (e sono un esperto) la sbronza diventa aggressiva. Eccoci allora, in rete, ubriachi delle nostre connessioni, capaci di durezze inconsulte, di critiche (non “ragionate” perché, ovviamente, frettolose) feroci, di gesti d’affetto, anche, esagerati se rapportati alla persona cui li destiniamo. Non valutiamo noi stessi, prima di agire; non abbiamo alcun interesse nei confronti delle conseguenze di quello che diremo.

Naturalmente, generalizzo. Ma credo che diverse persone possano riconoscersi in quello che dico che, come sempre, non è particolarmente originale. Il rischio in questo caso? Il male. Quello che si può fare dicendo/scrivendo del male, ma quello che si può fare anche dicendo/scrivendo un bene maggiore di quel che si può dare.

Cautela. Ci vuole cautela, e sobrietà. Una doccia fredda, il mattino dopo la gran bevuta. Una considerazione del prossimo per quel che è, e non per come lo pensiamo noi

pamarasca

Le immagini in questo post:

Facebook Msn

Peter Bruegel, Giochi di fanciulli

Come diventare Pollock con un mouse (…)

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Scrivo spesso di dubbi: sono più interessanti delle certezze, e quando scrivo di web 2.0. divampano. Guardo dai bastioni e attorno solo marketing e vendita; lavoro 24h su 24h, con la solita scusa: mi piace il mio lavoro (e grazie, fai solo quello)

Ieri, però, ho scelto di vedere la cosa da una diversa prospettiva e di considerare la nuova rete come produttrice di qualcosa cui da tempo non pensavo. Le utopie. Non i progetti, i percorsi, le idee, le ideologie. Ma proprio le utopie. Quelle che non si realizzeranno, ma che ti senti realizzato tu, pensandole.

Mi spiego. Anzi, ci provo, ché il terreno è impervio. Ed io, come sempre, sono profano: chiacchiero nei bar.

Le grandi novità tecnologiche del nostro mondo ci hanno abituato al primato della scienza, tanto che, oggi, i film sui matematici fanno mangiare polvere a quelli sui poeti e i programmi cult della tv ti spiegano come è fatto il tubo di un lavello. Un percorso iniziato tempo fa e sul quale non è il caso qui di soffermarsi [basta leggere La scomparsa di Majorana di Sciascia e Il Visconte dimezzato di Calvino, per capirci]

Quel che conta è che nel corso degli anni sono esplosi i fatti. Fatti ovunque. Ce ne siamo circondati come il bimbo di giochi, il consumista  di acquisti, il maniaco di feticci.  Concreti o mediatici che fossero: non stiamo qui a sottilizzare. Inventati o reali, sempre di fatti si trattava.

Tutti questi fatti ci hanno spinto a porre una presunta Verità sopra ogni cosa: ma una verità verificabile, misurabile, effettiva. Una cosa esiste. Un’altra non esiste. Punto. Paradossalmente, una scienza sempre più proiettata verso l’infinito ha chiuso il recinto dei nostri pensieri, che hanno finito per prendersi carezze sul muso dai bambini senza ribellarsi.

Da un lato, il Web odierno corrobora questo stato di cose. Insomma, diciamocelo, è appena arrivato e lo abbiamo riempito di mercato, ingozzato di marketing e strategie, letteralmente abitato di spot che pubblicizzano marchi e persone, di vendite porta a porta e esperti di commercio che, dopo il fallimento della new economy, non possono credere alla possibilità di riciclaggio che si trovano davanti.

Però

Però ecco che dall’altro il Web si lancia in un terreno dimenticato. Un mare che si era ritirato, un deserto di navi arenate fotografato da McCurry. Il mare delle utopie. Che non sono fatti, e non sono sogni, né fedi, né speranze. Ma utopie, parola che non conosce eguali, o traduzioni.
E non è che alimenti le utopie, il web: le crea.

Lo fa attraverso la straordinaria positività di molti suoi frequentatori e la possibilità, innata, di inanellare risultati inaspettati grazie alla condivisione permanente. In questo modo, spinge le persone a immaginare: a confrontarsi non solo con i risultati ottenuti, ma con quel che non esiste. Con i pensieri e le parole, più che con i fatti.

Da bambino, amavo disegnare. Mia madre mi spingeva a fare un gioco: tracciava una linea, una curva o una forma sul foglio e mi metteva la matita in mano: continua tu, diceva.

Questi pensieri, lo ammetto, mi hanno fatto andare a letto più sereno.

ciao

Pamarasca

Le immagini in questo Post:

La Trota di Gustave Courbet

Composition VIII di Vassily Kandinsky

Un pensiero rinchiuso

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Strategia è una parola che non mi mette di buonumore. Sarà per le guerre, o per il fatto che, di solito, presuppone l’esistenza di un nemico. Ultimamente, gli esperti di social media e di marketing affrontano un dilemma che, in certi casi, riguarda la sopravvivenza dei loro posti di lavoro. Quindi è normale che vadano all’attacco.

Il dilemma è il seguente: è facile accedere e frequentare i social media, utilizzandoli come meglio si crede anche a fini commerciali. Tuttavia, questa facilità di accesso ha spinto molti individui, gruppi, aziende etc. a sottovalutare le modalità. A trascurare un approccio strategico.

Insomma, si tuffano sperando di saper nuotare.

Vero. Non c’è dubbio. Anzi, sacrosanto.

E però…

Però porre il dilemma in questi termini malcela una pretesa di controllo della situazione che mi sembra decisamente “vecchia maniera”, e non tiene in considerazione proprio l’essenza della socialità e dell’interazione tra individui e gruppi.

Quel che voglio dire è che la socialità comporta, fortunatamente, una serie di variabili imprevedibili e una massiccia dose di casualità: adottare una strategia significa in qualche modo voler incanalare lo scorrere di un fiume sperando che ogni singola roccia ed ogni sassolino e granello di sabbia rimangano al loro posto mentre quello scorre.

Non si fa. E anche se si potesse fare, non bisogna farlo.

E’ la parola strategia, a mio parere, che non va. In effetti, non va nemmeno l’idea di controllo che è sottesa a molte discussioni sull’argomento: con tutto il rispetto per Eric Schmidt, l’assunto “We know where you are, and we know everything about you, so we know where you’re going”, oltre che essere difficile da digerire è anche una colossale fandonia. Perché, per fortuna, il caso, l’istinto e la contraddizione sono parte integrante dell’essere umano, molto più che la ragione. E maggiore è il dialogo, maggiore è l’imprevedibilità.

Più persone incontriamo, anche senza conoscerle mai, meno saremo prevedibili.

Certo, il mercato è importante. Ma perché non ammettere che, lasciato senza briglie, il web premierà i prodotti migliori ed impedirà ai pubblicitari di vendere aria fritta come accade con gli spot tradizionali? Perché non riconoscere la grandezza di un dialogo sul web che potrebbe svolgersi più o meno così:

–    Hey Antonio, hai visto che bello il video virale di XXX? Ho scritto sulla loro pagina di FB e mi ha risposto un tizio simpaticissimo. Certo che loro sono un pezzo avanti.
–    Sì Marco, l’ho visto. E’ davvero notevole. Però ho comprato il loro XXX ed è una vera schifezza.
–    Davvero?
–    Sì. Dai un’occhiata anche qui …. Ne parlano gli utenti
–    Oh Cazzo!

Insomma, perché non occuparsi dell’orto, prima che del mercato delle erbe? Ma… c’è qualcuno che si sta occupando dell’orto?

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Se usiamo solo una percentuale ridotta del nostro cervello, sarà anche normale che usiamo una percentuale ridotta dei nostri strumenti. Un po’ come un tizio che, potendo correre o volare, si limita a camminare mentre pensa alla giusta alternativa.

Qualche tempo fa, le nuove frontiere del Web attirarono ipotesi, utopie, critiche e riflessioni di grande profondità: basti pensare a Rheingold, all’intelligenza connettiva di De Kerckhove, ai dubbi sollevati, non a torto, da Rifkin. A Murray Bookchin, che ebbi la fortuna di intervistare nel ’90 e gli brillavano gli occhi pensando a Internet come veicolo di democrazia diretta e libertà. Quell’epoca sembra finita: ha lasciato spazio ad una (presunta) maggiore consapevolezza dello strumento. Come ci fosse sempre meno bisogno di interrogarsi. Ma è così? O non è, forse, che abbiamo deciso di ridurne la percentuale di utilizzo?

I Social Media, ad esempio. Una faccenda strepitosa. Sotto ogni punto di vista. Eppure, qualcosa non torna… Voglio dire, non è che i social media siano stati invasi dal mercato; non è che il mercato abbia affilato i propri artigli, spalancato le fauci e stia cercando di divorarsi questa inimmaginabile, fino a poco tempo fa, oasi di comunicazione e libertà. No. I Social Media, più che altro, si sono tuffati in quelle fauci come mio nipote dodicenne farebbe nella piscina di una beauty-farm. Perché sono perfetti.

Poiché il mercato è sempre più scambio di persone, conoscenze e competenze anziché di merci e prodotti, i social media sono il grimaldello adatto; poiché una generazione intera scalpita per trovare il proprio segno distintivo, i social media sono l’abito perfetto. Non solo, sono anche un buon antidoto per le crisi di coscienza: i social media corroborano quel (a mio parere) tremendo ossimoro che passa sotto il nome di Marketing etico o, addirittura, libertario.

[Da profano, ammiro ogni tentativo di avvicinare l’etica e la sostenibilità al marketing, da Grant a blog di grande interesse. Ma resto dell’idea (sarà l’età) che se il mio scopo è vendere qualcosa di inutile a qualcun altro si tratta di un’azione antietica a priori. Niente di troppo criticabile: ma almeno ammettiamo che si tratta di rendere il re seminudo, non proprio di vestirlo]

Io adoro i social media. Per questo, mi colpisce (e ferisce) che si rifletta sempre meno sulle loro implicazioni e sempre più sulle loro applicazioni.

Se è vero che possono cambiare la nostra maniera di organizzare e persino creare il sapere, attraverso la condivisione, è anche vero che, pian piano, si stanno accontentando di cambiare la nostra maniera di vendere e trasmettere le qualità di un servizio o di un prodotto.

Questi media sono come la ragazzina che, avendo deciso di essere una punk, si va a comprare i jeans da Stussy con i soldi del papà. Con la differenza che il punk, prima di essere inglobato, codificato e remunerato, visse un momento parricida di grande intensità; i social media, come molti dei loro frequentatori, si fanno le canne con i propri genitori: Mercato ed Opulenza.

Resta, allora, l’insegnamento di Rheingold, e non solo suo, il quale invita a riflettere sul bisogno di un sistema educativo adatto a supportare (e sopportare) i nuovi, strabilianti, potenzialmente grandiosi, mezzi di socializzazione e conoscenza. Serve quella che, letteralmente, si direbbe ironia: la capacità critica di guardare se stessi e il proprio mondo dall’esterno. Da qualche parte dovrà pur esserci: guardiamo nei cassetti.

Pamarasca

(le sculture in questo post sono di Valeriano Trubbiani; il dipinto è lo Studio sul ritratto di Innocenzo X di Bacon)

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Mi piacciono le cose semplici. Da bambino, diedi due nomi alla maniglia della porta: aprile, quando dovevo aprirla; chiusile quando mi toccava chiuderla. Più facile di così. Vado avanti in questo modo da 40 anni: cerco la semplicità ovunque e, se non la trovo, me la costruisco.

Da quando lavoro sul web, tra social media e blog e marketing e SEO, si direbbe che questa abitudine debba ritenersi, come dire, sorpassata. C’è un limite alla semplificazione e applicare i soliti metodi al mondo odierno di internet sarebbe piuttosto una banalizzazione.

Però, la tentazione c’è.

Ad esempio, quando mi capita di avere a che fare con i semiologi. I semiologi, si sa, sono un po’ come  gli anarchici nei centri sociali, o Cambiasso nella nazionale argentina. Ignorati o snobbati, vanno spesso così a fondo da rimanere in ombra.  Finora.

Il nuovo web gli sta regalando momenti di assoluta gloria. E accidenti se se la meritano!

Per quel che mi riguarda, nella mia vita ho scritto due soli lavori di semiotica: alla fine, rileggendoli, non ci ho capito molto. Però ammiravo e ammiro questi chirurghi del linguaggio, sempre sospesi tra il giocare a lego e fare la rivoluzione. Sì. Tanto di cappello.

Ma il loro entusiasmo per il web, che li spinge improvvisamente in prima linea nel mercato, mi preoccupa: chi si occupa di semiotica, in generale non dovrebbe essere entusiasta; tanto meno perché finalmente ha un ruolo nel mercato. Chi si occupa di semiotica deve rendersi conto di essere, nel sistema economico, un’arma nucleare. Una tecnologia avanzata e non convenzionale.

Se scrivessi su uno dei siti di cui mi occupo al lavoro questa frase pari pari: “Hotel Croazia Mare Vacanze Isole Costa”, riuscirei forse ad ottenere la prima pagina su Google.

Per questo, mi preoccupa che i semiologi si mettano a lavorare per il maggior offerente.   Nel mondo della comunicazione, essi equivalgono ai fisici della prima metà del Novecento. Ma temo i Fermi, che per superbia della scienza accettarono di costruire l’atomica,  e sogno di incontrare un Majorana.

So di avere banalizzato, ovvio. Aprile/Chiusile/Aprile/Chiusile… era così bello :-)

PaMarasca