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thermos

Quando abbiamo aperto il thermos non c’era il multisala. E non c’era il bingo che, essendo fallito, non c’è nemmeno adesso. Davanti, c’era il cantiere dell’ex cinema Goldoni, con le pentegane: Gonzo la notte le puntava, ma da lontano. Se tiravano fuori il muso tornava dentro a rintanarsi.

Non c’era la galleria san martino e per andare ad aprire la sera attraversavo il corso, che non era pedonale. Le città sono come i bambini, che ti crescono in casa e nemmeno ti accorgi, poi certe volte li guardi e fai: Ma pensa te! Ma come ti sei fatto grande!

Davanti al thermos, tra le lamiere del cantiere, la polizia parcheggiava a volte i cellulari, che rimanevano a puntarci come Gonzo con le pentegane. Il thermos non se l’erano aspettato, gli era scappato fuori come un fungo e lo fissavano, per capire se fosse velenoso.

Per anni, hanno detto che piazza pertini era diventata un casino, con il thermos. Ma quando lo abbiamo aperto la strada era buia e popolata di siringhe, e dopo che lo abbiamo chiuso la piazza è nera e dicono pericolosa, con un bar che sembra una scialuppa di salvataggio lasciata alla deriva da chi vuole accumulare lì i guai umani del centro storico della città. Polvere su uno zerbino di cemento.

Sono successe tante cose che non sto qui a raccontare. Il natale a casa con i clienti. Ragazzi che portano i genitori a conoscerci. Il padre, ora scomparso, di un caro amico che lo viene a trovare al bancone. Un amico che telefona da un ospedale lontano per scusarsi della reiterata assenza.

Non c’era il management che si riscontra oggi in giro per locali, ma c’era parecchio gentlemen’s agreement (“te pago domà” “vabè” / “me guardi il bar per un’oretta?” “E come no!”).

La musica, questo lo posso dire, era indipendente per davvero: gli Yuppie Flu portavano i loro strumenti per far suonare i primi gruppi stranieri, i Giant Sand facevano la doccia uno in fila all’altro a casa mia. Gli Ulan Bator colazione con mia madre. Manuel Agnelli si metteva a spinare birre per evitare la calca al di là del bancone.

Nessuno contava i soldi a fine concerto.

Nessuno ha mai aiutato il thermos, fatte salve decine e decine di persone [grazie!]. Per le istituzioni, che finanziavano festival di coverbands qua e là e sagre altisonanti, il thermos è sempre stato un imbarazzo. Faceva cose buone, sì, ma quanto casino! Per l’arci (in altri casi però, va detto, più che presente) nei primi anni era escluso che il thermos approdasse alla gestione del lazzabaretto, nonostante le promesse. Ci volle tanto tempo, e la amorevole dedizione di un amico, per far sì che questa normalissima consequenzialità divenisse una realtà. Nel frattempo, d’estate non si lavorava, scavando una lunga crepa nelle fondamenta del locale.

Ma non importa.

Dopo di noi, alcuni amici (Michele, Lele, Bruno e Carlo e, dopo, la gestione Johnatan) hanno messo il cuore e le proprie risorse personali per portare avanti il thermos. Sono stati grandi, e ancora oggi sopportano quel loro appassionato sforzo. Non c’eravamo accorti che l’atmosfera era cambiata.

La musica indipendente smetteva di essere indipendente: ridde di tour managers, versamenti in banca pre-concerti, cachet gonfiati. Nessuno che ti prestasse un jack. Anche le feste erano cambiate. Avanzava aria di crisi, i baristi si piegavano per non sbagliare la misura del tuo rum. I buttafuori fissavano l’orologio. Tutto si divideva, di nuovo: da una parte i locali, dall’altra gli spazi sociali. Nel mezzo niente.

La scarsa lungimiranza dell’arci – o semplicemente i suoi bisogni – faceva chiudere uno dopo l’altro i circoli che funzionavano meglio. Ci si privava della base e si calavano gli assi dall’alto. Pessima scelta, a mio parere.

La scarsa lungimiranza delle istituzioni – o semplicemente i loro bisogni – concentrava ogni sforzo nell’imbuto della programmazione estiva.

In città, come lucciole che saltano nel buio, una serie di personaggi che tutti conosciamo (come Macca, come Pescia) continuavano e continuano a darsi da fare per sollevare dal torpore un capoluogo di provincia che in questi giorni, come a darmi ragione, è avvolto nella nebbia.

Per conto nostro, oggi scegliere di fare una festa dedicata al thermos alla cupa significa scegliere un luogo dove il desiderio di stare assieme facendo qualcosa che non sia necessariamente commerciale continua ad essere una priorità.

Per conto mio, sono contento della mia vita, del mio libro e del prossimo che sto scrivendo, di ritmi nuovi rispetto a quei dieci anni di delirio. Inizio ad avere una certa età :-)

Ma è con grande cruccio che  mi guardo indietro e vedo una serie di occasioni sprecate non tanto da me, da noi, quanto da chi avrebbe avuto il dovere di dare acqua a un prato che stava fiorendo, in minima parte anche grazie al thermos.

Venite dunque, fiorellini tutti, a divertirvi una thermosera ancora! :-) Alla faccia di chi ci vuole mal!

Il primo thermos, nella gestione Simona & Paolo, è stato fondato da Franco, Giordano, Massimo, Simona, Paolo, Lorenza

Nel pieno della crisi, si sono assunti il compito oneroso di tenere in vita il thermos Michele, Gabriele, Bruno, Carlo.

Successivamente ha tentato l’avventura Johnatan, con l’arrivo poi, credo, di altri

Grazie a tutti

Pamarasca

Si avvicina gennaio e in effetti ho il mio da fare. Un eclettico da fare, ok, lo ammetto. Ecco il calendario:

Lunedì 3 gennaio alle 21, alla Sala Melpomene del Teatro delle Muse, presenterò il romanzo di Carlo D’Amicis La battuta perfetta (MinimumFax). Qui c’è una mia recensione a questo libro davvero bello, che racconta la storia del nostro Paese attraverso una famiglia, la televisione, Berlusconi, Pasolini, battone, veline e molto altro ancora. D’Amicis è uno dei redattori di Fahrenheit, il programma sui libri di Radiotre, e giustamente Marco Lodoli su La Repubblica ha scritto che il suo è un romanzo “da non perdere”.

Per quel che riguarda me, non presento libri di solito, anzi non l’ho mai fatto, ma questo qui valeva proprio la pena, me lo hanno chiesto e non potevo dir di no: è un grande onore. Mi piacerebbe riempire quella sala e soprattutto convincere i miei amici a legger questo libro.

Sabato 15 gennaio Thermos Party alla Cupa
Non di soli libri si vive. Anche di amici, musica e long drinks. Sabato 15 gennaio allora ecco la grande festa revival del Thermos alla Cupa: al bancone il sottoscritto & socia Simona + eventuali guest stars del miscelamento approssimativo che fece unico il nostro locale, mentre in consolle alcuni dei djs che animarono le più calde serate del vostro localino preferito. La musica sarà rigorosamente quella che ballavate allora. Per il programma della serata invierò aggiornamenti nel corso della settimana precedente. Yo! e grazie ai ragazzi della Cupa!


Venerdì 28 gennaio alla Libreria Il Mercante di Storie di Osimo alle 18 e 30
presentazione de La qualità della vita. A questo proposito, ho un’idea un pochino astrusa: visto che molti degli amici qui in zona hanno letto il romanzo, perché non evitare una presentazione vera e propria e invece sentire direttamente le loro opinioni? Ci sto lavorando, vi farò sapere. Ad ogni modo, la libreria è deliziosa, Osimo pure, si parla del libro che ho scritto: accorrete numerosi

Ecco, questi sono gli appuntamenti di gennaio che volevo ricordare a chi gravita in zona.

Grazie

Pamarasca

11 937

Leggo un articolo di ieri in cui l’assessore alla cultura di Ancona si pronuncia sulla scomparsa graduale di tutte le realtà giovanili e culturali che hanno riempito le serate non estive della città negli ultimi anni.
Quello che sostiene l’assessore è sacrosanto: la scomparsa di locali come Hangar e Thermos (e, prima, Ilye Aye) rappresenta una perdita culturale, dato che i locali garantivano attività artistiche, musicali e teatrali, oltre che di svago, alternative a quelle istituzionali. Per molti versi lo stesso può dirsi de Lascensore, se non altro perché il buon Maccarone ha cercato in tutti i modi di farne un polo concertistico di rilievo.

L’assessore continua ipotizzando un aiuto da parte della pubblica amministrazione nei confronti di quelle situazioni che propongano, oltre ad un’attività commerciale, una programmazione di rilievo culturale. Ottimo, direi.
Né si può incolpare l’attuale amministrazione (non del tutto, almeno) del fatto che tali prese di posizione sarebbe stato bello sentirle prima, quando i buoi non erano ancora scappati dalla stalla.


Dell’articolo non discuto nemmeno una parola. E però, perché le parole dell’assessore portino a vere strategie di cambiamento, ritengo si debbano fare alcune precisazioni.

1)    nella maggior parte dei casi, i locali che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato una valida alternativa musicale, culturale e di divertimento sono stati circoli Arci. Ne consegue che l’Arci di Ancona, sotto moltissimi punti di vista meritorio in città, ha una sua chiara responsabilità per non essere riuscito ad aiutare in prima battuta i suoi stessi circoli. Questo ha rappresentato una grave sconfitta per una associazione che in pochi anni immagino abbia visto ridursi drasticamente il numero dei propri soci. Di fatto, l’Arci ha scelto di concentrarsi su grandi (e belli) eventi rinunciando ad una diffusione capillare di cultura alternativa. Si è trattato di una scelta strategica legata ad una concezione verticale di distribuzione della cultura: manifestazioni roboanti calate dall’alto anziché creazione di un sostrato cittadino fertile e orizzontale. Scelte. Sarebbe bene imparare da questo.

2)    La scomparsa di realtà alternative è grave, ma non va negata la responsabilità dei gestori. Fatta eccezione per l’Hangar, che rappresenta una perdita enorme visto quel che stava combinando nell’ambito del teatro off e che non ho seguito abbastanza da potermi pronunciare, nessun promotore/gestore/organizzatore si è dimostrato allaltezza. Me compreso, anzi, me in primis. Una cultura dell’approssimazione ha impedito per molto tempo la crescita professionale di persone capaci sia di inventare e creare che di amministrare e far fruttare. Per non parlare delle situazioni extra-associative: basti citare gli avvenimenti che hanno coinvolto Lascensore e dei quali si è parlato a sufficienza nei mesi scorsi. Ciò significa una cosa: non sono le idee a mancare, ma una certa concretezza di base nel settore. Meglio un corso di gestione che una commissione di creativi, insomma, come d’altronde si ripete da decenni in ogni contesto economico italiano.
3)    La scomparsa di realtà alternative, però, è legata ad una città che ha dimostrato di fregarsene abbastanza degli eventi musicali e culturali. La maggior parte delle realtà “invernali” sono nate sulla scia dei successi di iniziative estive: successi che giustificavano aspettative poi regolarmente deluse. Per quel che mi riguarda, ho organizzato decine di concerti e spettacoli e, come tutti sanno, era più facile incontrare ragazzi di Bari durante un live che amici della porta accanto. Ho dovuto sempre combattere con chi non voleva pagare il biglietto, nonostante il massimo richiesto in 11 anni di gestione sia stato di 7 euro per i Giardinidimirò e per i Giant Sand (!). So che i medesimi problemi hanno avuto tutti, e sono convinto che sia possibile creare un terreno fertile, destare l’attenzione, coltivare l’audience. Ma parliamoci chiaro: i locali si riempivano e riempiono quando c’è casino, niente tessere e niente biglietto.

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Qui ho scritto di avere fiducia, di essere ottimista e di vedere molta gente in gamba. Gente che, oggi, sa organizzare, ha buone idee, sa creare. Molto meglio di noi. Sono convinto che, per una città di 100.000 abitanti, ci sia davvero una grande energia creativa ad Ancona. I ragazzi del Mac, 400 mq, La punta della Lingua, di Nie View, della Hot Viruz, della musica elettronica. Per non parlare della Cupa che, di fatto, sta riempiendo come può tutte le lacune che si sono aperte. Accidenti se ce n’è.

Ma bisogna pur ammettere che il bacino d’utenza ad Ancona è estremamente ridotto. Gli amici vanno a vedere gli amici (e non sempre)…

Eco allora, nel mio piccolo, cosa mi sento di dire in calce all’articolo che ho citato in precedenza.

a)    Evitiamo i grandi cappelli. Proprio l’eccessivo corporativismo ha creato approssimazione, e proprio una gestione burocratica e verticale ha messo i bastoni tra le ruote a ragazzi giovani, poco esperti, affidatisi erroneamente a strutture di cartapesta.
b)    Può, se non lo fa (a me non risulta, ma potrei sbagliare) l’amministrazione fornire un elenco dei locali che ha a disposizione, sì da facilitare la stesura di progetti da parte dei giovani che vogliano creare realtà di cultura alternativa e di socializzazione?
c)    E’ possibile studiare una strategia che permetta ad Ancona di attirare pubblico interessato da fuori, invece che contare su un pubblico indigeno di fatto pressoché inesistente? Non mi sembra così difficile, concertando i tempi e i modi della comunicazione.
d)    E’ possibile fornire una consulenza su eventuali finanziamenti pubblici per iniziative culturali a giovani magari intenzionati benissimo, ma che non hanno gli strumenti né il tempo per sapere che potrebbero ricevere soldi comunitari per organizzare concerti o spettacoli teatrali? Sono fermamente convinto che un lavoro del genere costituirebbe già una base solidia per nuove e proficue attività.
e)    E’ possibile superare alcuni contrasti ridicoli, consorterie e clientelismi, che non fanno che danneggiare se stessi e il pubblico? Non fornisco esempi, ma ne ho a bizzeffe.
f)    E’ possibile far sì che dai grandi eventi si sviluppino iniziative piccole e concrete tutto l’anno, che attingano ai finanziamenti destinati all’evento? Ad esempio laboratori legati alla musica popolare o ad altro collegati ad Adriatico Mediterraneo, spettacoli e situazioni che confluirebbero nel grande evento estivo.
g)    E’ possibile, infine, che sia concessa la libertà di movimento necessaria a chi si dà da fare, senza per questo pretendere di controllare o dire sempre la propria? Gli amministratori sono amministratori per questo, in fondo: a un certo punto della filiera devono delegare a chi crea e organizza la creazione e l’organizzazione.

Naturalmente, si fa per chiacchierare…

Pamarasca

Era il 2002. Al Thermos, il mio ex locale di Ancona, facemmo una serata per Emergency. Per l’occasione, assieme all’amico autore e attore Michele Cantarini scrissi un breve testo di teatro comico. Si intitolava A Beautiful Mine e parlava di Berlusconi e di Emergency. Alla responsabile di Emergency, Giovanna, piacque e naturalmente dissi che potevano farne quel che volevano.

Ho chiesto loro di pubblicarlo qui. Non perché sia un capolavoro, ma perché da allora sono passati 8 anni e, beh, potrei averlo scritto ieri… non c’è niente di comico nel riproporlo, insomma.

A BEAUTIFUL MINE

SCENA: Il palco è tempestato da una serie di luci bianche a fascio (par) che simulano, come si vedrà, la presenza di mine. Il protagonista, nel corso del monologo, si muove con esasperata circospezione tra i fasci. Sull’ultima battuta, mette il piede su una luce e esplode.

Ero il capo di un governo. Di un governo occidentale ben nutrito, con una buona vista, dotato di comfort vari. Non un grand hotel del globo, ma un meuble dignitoso, egregiamente piazzato nella scala dei valori dell’occidente industrializzato. Sei mesi dopo le elezioni, ero sereno.

Il protagonista cambia atteggiamento (inizia a parlare al presente).

Sei mesi dalle elezioni: sono sereno. Sto bene. Godo dei vantaggi dei sondaggi pilotati. Delle coccole della stampa controllata. Ogni giorno al mattino mi alzo con questo bel sorriso, che piace tanto al 98% dei miei concittadini. L’altro 2 %, si sa, pilotato dai sindacati, boicotta tutti i dentifrici… ma non importa. Sono superiore. Il sorriso è superiore: un sorriso da ballerino di musica latina       segue parodia del ballerino

Nel MIO paese fila tutto a meraviglia.
Il lavoro – ce l’ho.
La Sicurezza – garantita (sullo sfondo immagine della manifestazione di Genova)
Le pensioni – meglio degli alberghi.
La sanità…
La sanità… ecco… quella non va. La sanità è un problema. Non funziona, la sanità… e non posso mica licenziare i dottori in blocco, demolire gli ospedali e lasciar su le cliniche private – no, quello può funzionare con la scuola, ma con la sanità è diverso.
Ho bisogno di un piano. Un piano che mi permetta di rivoltarla come un guanto: a me i miei fidi collaboratori, li riunisco tutti assieme: ordine del giorno: rinnovare la sanità del MIO paese.

Poiché sono in buonafede, il primo passo del mio piano consiste in un ordine severo impartito ai collaboratori: li sguinzaglio per il mondo alla ricerca dell’apparato sanitario che funzioni meglio. Poi… Poi lo compro e lo trapianto: in fondo si parla di dottori – e il 92% dei miei concittadini è favorevole ai trapianti – l’8% agli espianti… comunisti!

Era un buon piano. Qualcosa non è andato, visto che mi trovo in questa situazione ora, ma era un piano ottimo. Perfetto. E tutto sembrava proprio andare per il meglio.

Torna al presente.

I collaboratori tornano, coperti di scartoffie diapositive video grafici statistiche SONDAGGI e la cosa si fa semplice, perché concordano tutti sul risultato delle indagini – unanimi: l’apparato medico che funziona meglio d’ogni altro sulla terra è quello di Emergency. Emergency…
–    Emergency… Emergency, devo aver visto qualcosa… è per caso l’ospedale di Chicago, con quel pediatra belloccio e quel chirurgo nero?
–    No signore, è un’associazione di volontari.
–    Volontari?
–    Sono persone che fanno le cose perché vogliono farle, signore.
–    Come me. Dunque sono un volontario, io. Ah, ogni giorno se ne impara una nuova.
–    Il fatto è loro non prendono soldi, signore. Non per sé.
–    Ah
(la cosa, come si intuisce dalla mia espressione, mi sorprende)
Risulta che quest’affare, Emergency, è una specie di serpentello strisciante che s’insinua tra monti, grotte, dossi e valli e mette su in quattro e quattr’otto ospedali da campo, centri di emergenza, campi di primo intervento.

E i medici, pare, viaggiano persino in groppa ai muli, a cavallo, a piedi, in skateboard pur di raggiungere i malati, e restano lontani da casa, distanti dalla propria famiglia, per curare bambini con i quali spesso non spartiscono nemmeno il colore della pelle. No. Non li capisco. Ma mi piace.

Emergency mi piace perché:
a)    litiga spesso con l’Unione europea e con l’Onu, cosa che volentieri faccio anch’io.
b)    Preferisce i fatti alle parole, cosa che spesso dico anch’io.
c)    Non vuole i soldi, e non è male, essendo i soldi miei.

Ma se non vogliono soldi, come cazzo faccio a portarli qui nel MIO paese?
La riunione si fa agitata. Fioccano le proposte dei collaboratori. Potremmo offrire loro un forfait di bambini malati. Un contratto con i dottori, che so, promettergli 1.200.000 nuovi bambini malati per l’anno che verrà. Potremmo mutilarli noi: anche per riportare ad un attivo ragionevole l’industria dei machetes nel paese, che al momento è sotto del 9.000% rispetto a quella del Ruanda. Non possiamo mica farci superare dal Ruanda. Sono medici: non potranno rifiutare offerte del genere.
… Sono buone proposte, è vero. Ma non bastano. Non sono abituato a trattare con chi non vuole soldi (l’ultima, mi pare, fu mia madre).
Ma è un bel mattino. Il sole splende sul mio sorriso – sono di buon umore – i sondaggi mi danno al massimo della forma e dunque SONO al massimo della forma. Devo solo concentrarmi. Concentrarmi e pensare – come un uomo d’azione, trovare il nocciolo della questione:
Cos’è che muove questi uomini? Cosa li porta in certi luoghi? Perché vanno proprio lì?
Cosa c’è di tanto prezioso in quei paesi oscuri, dimenticati da dio e dal turismo organizzato?

LE MINE.

Le mine! Sbotto, erompo, i collaboratori trasaliscono – m’impongo: Le mine! Improvvisa come un’illuminazione biblica, la rivelazione sul monte, o nell’orto, una cosa insomma che scende dal cielo con la precisione d’un aiuto umanitario americano per finire dentro la mia testa: Diamogli le mine, e verranno da noi. Le mine è ciò che vogliono, e noi gliele daremo. Andate, ora, e portatemi le mine. Migliaia, milioni di mine. Che vengano a me, le mine!

Ora, il problema è: come minare il territorio del proprio paese senza destare sospetti?
Varie soluzioni:
a)    Lanciare le mine sul mercato. Un buon lancio pubblicitario fa miracoli: spot in tv, manifesti a grandezza naturale, uno slogan. Trovare uno slogan, una canzone, ce n’era una che parlava delle mine, quella… A beautiful MINE, mi pare, sì… uno slogan adatto: ESPLODIAMO DI SALUTE… si dice esplodiamo di salute, mica implodiamo di salute, ci sarà un motivo: prendi una mina ed esplodi di salute…
b)    Dichiarare una guerra civile. Ho certi amici a Campobasso che potrebbero occupare il municipio. Così, mi devono un favore, gli trovo un lavoro: occupano il municipio con i parenti e dichiarano uno stato indipendente. Così, sono costretto a dichiarare una guerra contro quella secessione e, si sa, una cosa tira l’altra.
c)    Legiferare. Mi piace legiferare. In fondo, perché sforzarsi troppo, mi basta fare una legge. Chi governa fa le leggi… ed io governo. Si tratta semplicemente di far capire al paese l’utilità sociale di mine piazzate da tecnici competenti. E non può certo essere messa in discussione: addio problemi di traffico: parcheggi minati anziché riservati, un po’ di tecnologia a basso costo e BUM, il non autorizzato si trova dritto in aria e sfracellato per aver maldestramente parcheggiato (notare la rima: poesia sublime delle mine). Addio alle manifestazioni sediziose: percorso minato e non ai margini blindato, niente più sprechi per la polizia di Stato, il manifestante distratto esce dal corteo per prendere un gelato e anziché venir manganellato finisce dalla mina stritolato. E al cinema, posto prenotato e subito minato. Allo stadio, nelle piazze…
Legiferare è l’idea migliore. Sì.

E io legifero. Come dubitare delle mine? In poco tempo i parcheggi minati vanno a ruba. Si mina la linea delle porte di calcio: se il pallone supera completamente la linea BUM, la porta esplode e è gol: eliminato il problema dei gol fantasma in campionato (l’unico fantasma, al limite, sarà il portiere).

Cambia atteggiamento e passa all’imperfetto.

E’ chiaro che si trattava di un ottimo piano. Ma se sono in questa situazione ora, qualcosa non era andato liscio. Non come doveva almeno. Ed io devo capire, devo ricordare e poi capire. Perché il piano, quello era perfetto.

Di nuovo al presente.

L’incremento delle mine è immediato. Forse mi sfugge un po’ di mano: l’idea delle mine nelle scuole no, quella è  buona: Emergency si preoccupa molto dei bambini, perciò via ai tornei di mina avvelenata nei cortili, al gioco del quarto cantone minato, a nascondimina

Anche la scelta delle mine sembra quella adatta: tutte le prendiamo, a pappagallo, a palla, a gioco, ufo, stroboscopiche, millimetriche, minimali, d’autore, d’alta moda: Emergency s’intende di mine, le conoscono, verranno ad apprezzare la nostra varietà.

E la politica estera. Un tocco degno del miglior Richelieu per cancellare ogni tipo di concorrenza. Il mio fiore all’occhiello: faccio così, smino tutti  quei paesi afflitti dalle mine inesplose, mando torme di artificieri e bonifico quelle zone di deserto piene di bombe che non si capisce poi che ci vanno a fare, nel deserto, a passeggiare? Faccio una bella figura a sminare tutti i territori, e intanto annichilisco la concorrenza: grazie a me, nessun paese ormai può vantare il nostro numero di mine.

Ma non sono venuti. Ecco cosa manca: Emergency non è venuta. Il mio ottimo programma di risanamento sanitario è saltato (letteralmente) perché quegli snob di dottorini non si sono fatti mai vedere. Da una settimana sono qui nel giardino minato della mia villa di campagna, ed ogni giorno ripercorro la storia per capire il motivo della loro assenza, senza trovare una risposta. Il piano era perfetto.

E loro? Loro mandano solo questa busta, con su la loro strana E, resta sulla mia scrivania minata finché la apro – un primo passo, un contatto, apro la busta e dentro trovo solamente questa scatola, la scatola d’un gioco di battaglia navale. Un codice, un messaggio cifrato. Vengo in giardino per aprirla e dentro non c’è il gioco, ma solo un bigliettino:
P2: Affondato.