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A ben vedere stiamo dormendo, e il web è il cuscino che ci permette di bofonchiare nel sonno soddisfatti. Un fucile che lisciamo e puliamo ogni giorno per dormirci accanto, e che non sparerà.

Ogni giorno in questo paese accade qualcosa di tremendo. Più cose tremende. In un giorno solo, ieri, una rappresentante del governo ha detto che, con la fazione opposta al potere, la nazione si sarebbe riempita di tossici. Un europarlamentare, mentre ancora si seppelliscono i morti, ha sostenuto che le idee di un terribile assassino, un Hitler in miniatura, sono condivisibili. I metodi magari no, ma le idee, perbacco! Che è come dire, appunto, che l’eliminazione degli ebrei sarebbe stata una sacrosanta dritta, peccato aver sbagliato qualcosina nel metodo di esecuzione. Nel frattempo, in Parlamento si votavano le pregiudiziali sulla legge che avrebbe protetto gli omosessuali dalle discriminazioni e dalle sempre più frequenti aggressioni. La legge ha perso. La spiegazione di chi l’ha affossata è la stessa che usavamo a 12 anni per farci grossi e non festeggiare l’8 marzo: se io ti difendo più di quanto difenda gli altri, significa che ti considero una minoranza e quindi ti discrimino. Una puttanata mondiale, della quale già a 13 anni ci si rendeva conto. Vanno a letto con le minorenni ma i froci gli stanno bene solo se stilisti di successo.

Ogni giorno, questo paese è più cattivo. E’ governato da un delinquente che di simili suoi s’è circondato. Noi tutti lo pungiamo come zanzare con i nostri insulti, sperando inutilmente si dissangui. In realtà, ormai, aspettiamo che muoia. Come Franco in Spagna. E poi cosa faremo? Scenderemo in piazza a festeggiare, noi che non siamo riusciti a mandarlo in galera nemmeno per uno dei reati che ha commesso? Cosa avremo da festeggiare? L’esistenza della vecchiaia, della morte cui tutti dobbiamo cedere prima o poi e che ci solleva un poco dalla nostra inettitudine?

Il paese è cattivo nelle strade, sul bus, in parlamento come nei consigli di amministrazione, al sindacato, sul luogo di lavoro. In quelli che stanno dalla nostra stessa parte. L’ingiustizia e la cattiveria, come diceva la Arendt del male, si diffondono come funghi sulla superficie della società. Non se ne resta immuni: solo il bene va in profondità in alcuni, il male inquina tutti.

A volte temo che esploda questo paese, se quella cosa che si chiama opposizione continuerà a comportarsi come si comporta. Non so se sia un timore o una speranza – non so, forse non capiterà proprio niente, come è da mesi, da anni ormai, che rimaniamo indifferenti a tutte le aberrazioni che ci vengono raccontate. Ci hanno dato da bere sorsi di egoismo uno dopo l’altro, aumentando la dose, consegnandoci anche un palco dal quale enunciare le nostre convinzioni, il nostro io, senza essere troppo disturbati. Nel frattempo, affamano la povera gente. Oggi che per sfamarla ci vorrebbe tanto poco.

Ogni cosa puzza di ingiustizia.

E il maggiore errore da parte di chi osteggia questo stato di cose è la strenua, disperata e grottesca ricerca di qualcuno che comandi, un re che affronti il re, un condottiero, anche che venisse dall’esterno, che sappia brandire la lancia meglio dello stanco sovrano che ci vessa. Da quando sono cadute le dannate ideologie, come osservava tempo fa su La7 Massimo Recalcati, tutto è andato ad appoggiarsi sull’esistenza (o meno) di un leader, di un punto di riferimento in carne ed ossa che le sostituisse. Bella roba.

Ma non servono persone cui delegare ancora di più le nostre facoltà, le decisioni, l’esistenza. Le persone nascono, crescono e muoiono, e dopo di loro potranno essercene di migliori, ma anche di peggiori, e se costruiamo un sistema che si basa sul potere delle persone, del singolo valoroso condottiero, allora aspettiamoci, prima o poi, un vero dittatore. E’ per questo, anche per questo, che esiste la Costituzione. Non servono persone da seguire, ma idee da perseguire. E prima ancora da creare. Servono laboratori in cui i giovani lavorino. Che non significa che i giovani devono governare: chi l’ha detto, che uno di 30 è meglio di uno di 70? Cazzate, anche queste. Zygmunt Bauman ha 86 anni, ma finché dura, accidenti se farei governare un Paese da lui!
No, significa che i giovani debbano studiare. Le cose si cambiano studiando, lavorando, esplorando fianco a fianco le possibilità.

Non è affatto vero che Twitter è stato un deus ex machina per i giovani egiziani. Quei ragazzi, a leggerne le cronache, hanno studiato, si sono immersi per anni nell’approfondimento delle tecniche di rivolta, sono andati a fare veri e propri stage e master all’estero, in paesi dove la rivoluzione c’era stata, dove la dimestichezza con le nuove comunicazioni era diffusa. Hanno fatto insomma quel che faceva Che Guevara con i suoi rivoluzionari, solo imparando a comunicare, invece che a sparare. E dopo lo studio, dopo la consapevolezza, dopo la forza che solo la conoscenza, l’esperienza e il contatto con chi sa di più di te possono darti, sono tornati in Egitto e Twitter è stato lo strumento della loro rivoluzione, internet ha ospitato il cambiamento. Non lo ha creato. Figurarsi.

Delle idee è necessario, e se di uomini c’è bisogno è di uomini umili, che vogliano imparare prima che insegnare. Non di principi di chissà che contea che arrivino armati di tutto punto per sfidare il re, mentre noi assiepati lungo le staccionate gridiamo Vai! Vai! Uccidi! Uccidi!
Delle idee e di cuore, è necessario. Di quel po’ di sentimento e di buon senso che ci rimane, che ci permette di aiutare chi ha bisogno, di difendere chi è aggredito, di rifiutare chi mente e smascherare chi ruba. Delle idee politiche, c’è bisogno.

In Islanda, dopo la grande crisi, stavano decidendo di spalmare il debito con le banche estere sui cittadini. Il popolo ha detto no: perché far pagare a loro le speculazioni di pochi privati? Il popolo ha espresso la propria volontà in un referendum. Tutti si sono incazzati come bestie: il Fondo Monetario Internazionale, l’Inghilterra, l’Olanda. Hanno isolato l’Islanda, hanno tagliato i prestiti considerati necessari per risollevarsi dalla crisi. E loro?
Loro fermi sulle loro posizioni ora riscrivono la costituzione. Come fanno? Hanno eletto 25 cittadini su circa 300 che si sono candidati: questi cittadini si riuniscono in sessioni per la stesura della costituzione. Le sedute vengono trasmesse in streaming, e i cittadini possono commentare attraverso il web, suggerendo o criticando. Da tutto questo esce la nuova costituzione del paese. Ecco, mi direte, l’Islanda sono quattro gatti. Troppo facile per loro. Magari è vero. Ma il federalismo, accidenti, è un’idea di sinistra. Non è una bestemmia della lega.

Ogni giorno in questo paese si consuma un pezzo di libertà, individuale e collettiva. Ci abbiamo fatto l’abitudine, come le popolazioni africane che abbiamo spremuto hanno fatto l’abitudine alla fame. In 20 anni non siamo stati capaci di imprigionare il nostro presidente del consiglio. Non avevamo nessuno cui delegare questo incarico, non avevamo idee.

Ma le idee esistono, basta innaffiarle, come piante. E le idee vengono, basta parlarsi mentre si studia. Ascoltarsi, soprattutto.

pamarasca

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Ieri sera, durante la pausa del toccante concerto di Angus & Julia Stone (i due niente male che vedete nella foto), il superiore di un ragazzo che stava lavorando lo ha ripreso platealmente, mettendo in piedi una ramanzina di almeno dieci minuti, gridata e condita da sonore bestemmie, tanto da costringere l’intera platea a voltarsi per vedere cosa stesse succedendo.

Sabato l’ad della Thyssen Krupp, condannato a 16 anni per la morte dei 7 operai arsi nella sua fabbrica fatiscente, è stato applaudito dai membri della confindustria. La Marcegaglia ha detto che non esiste altro paese in Europa dove si condanni per omicidio colposo un industriale negligente. Non lo ha detto però con il tono di fierezza che, ad esempio, avrei adottato io.

Il concerto in questione era toccante, lieve e bello. Piccole luci come stelle sopra la band. Voce strepitosa e schizofrenica lei, di vetro quella di lui, svagato quanto necessario. Seguendo le loro strofe sussurrate, non potevo non ripensare alla volgarità di quel “capo”, alla bestemmia urlata davanti a 200 spettatori, alla bocca chiusa del giovane subalterno che, per non si sa quale diritto, doveva subire quella umiliazione.

D’un tratto, nella fila davanti alla mia, un tizio sui 50 anni ha lanciato un aeroplanino di carta.

C’è un collegamento tra ogni cosa.

Siamo sommersi ad ogni angolo di strada dalla protervia di chi sta un gradino sopra, di solito per puro caso. Siamo travolti dalla volgarità. Dall’arroganza. Dal potere divenuto sempre più requisito necessario alla sopravvivenza. Soprattutto, non si danno più opinioni: solo giudizi.
Ci opponiamo come si riesce.

Qualcuno dall’Australia arriva con canzoni d’amore, tenerezza, inchini dolci e palmi aperti delle mani.
Qualcuno (io stesso, anche) non si è alzato per dire al tizio sbraitante e bestemmiante qualche cosa. Anche solo “peace and love”. Ed è rimasto con questo groppo in gola.

Qualche coglione, infine, fa finta di niente e lancia aeroplanini.

Se la gente brucia viva in fabbriche governate da delinquenti, è perché ovunque si diffonde la regola di urlare, comandare, umiliare, fregarsene del resto del mondo perché il centro del mondo siamo noi. Apprezzare la prepotenza. Ammirare la superbia.

Usciranno comunque presto manuali per fabbricare aeroplanini sempre più sofisticati. Quel che ci serve è solo ancora un po’ di distrazione. Ma poca, ormai.

Pamarasca

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In Italia, non ci si dimette facilmente. Pensiamo a Fazio, della Banca d’Italia. A ¾ dei partiti italiani. A Berlusconi stesso, che rimarrebbe lì anche se smascherato da Horatio Caine sulla scena di un delitto. Pensiamo a Ferrara, l’allenatore della Juventus, squadra che è un po’ un’Italia in miniatura, con le sue tangenti, gli scandali, i vecchi senatori e gran parte del popolo fascista.

In Italia, all’inizio del Novecento, alle grandi aziende era impedito fallire: per pagarne i lavoratori, lo Stato batteva moneta. Quanti stipendi bisogna pagare sto mese? Bene, fai le banconote…abbiamo una lunga, interessante storia che ci spiega perché siamo così.

In Italia non è nemmeno una questione di soldi. E’ una questione di potere. Sbaviamo letteralmente per il potere: potere territoriale; potere sulle persone; potere sulle donne; potere mafioso; potere razzista. Non ci accorgiamo che le sole persone capaci di sostenere il potere sono quelle che si disinteressano del potere in sé. Diventiamo goffi, ridicoli, circensi. Violenti, arroganti, felliniani.

Il signor Bertolaso, che con una spocchia mai vista aveva fatto incazzare tutta l’Onu per i suoi giudizi sugli aiuti ad Haiti, non si dimette. Mi pare giusto, perché dovrebbe? Se è stato al centro di corruzione ed ha palesemente usufruito di favori sessuali a pagamento (altrui), ha come precedente addirittura il presidente del consiglio. Io, pur nella impossibilità di essere sentito da lui, vorrei dirgli due cose lo stesso.

La prima, riguarda questa faccenda del sesso a pagamento. Il problema non è che sia fatto per alimentare la corruzione. Il problema è che sia fatto. Il problema è che, oggi, usufruendo delle prestazioni sessuali di una Escort (che, beninteso, solo perché ha un appellativo straniero non ha nulla a che fare con una geisha) non si fa torto a lei, ma a tutte le donne, ragazze e ragazzine che vendono per due spiccioli il proprio corpo sulle strade del nostro paese. Che vengono private, nell’ordine: dei documenti, dei diritti, della speranza, della resistenza. Se un assassino è un assassino, e un ladro è un ladro, un puttaniere è un puttaniere. La sua offesa va oltre la singola persona che ha davanti. E’ rivolta a tutte le donne. Almeno finché la situazione sarà quella odierna. Come ha ben spiegato qui la scrittrice albanese Elvira Dones.

La seconda, la faccio dire a Pino Arlacchi o, meglio, a uno dei pentiti di mafia che egli ha intervistato per scrivere La mafia imprenditrice. Per descrivere i nuovi mafiosi, quelli divenuti poi gli odierni, usa queste parole:

“Questa gente è dotata di una vitalità straordinaria. Non stanno mai fermi, in ozio. Adesso trattano un affare, più tardi sono a pranzo, poi trattano un altro affare, poi vanno da un amante. Poi passano a controllare la situazione […] Mangiano, bevono, si divertono, uccidono. Tutto fatto intensamente, disordinatamente, senza spazi vuoti e senza tempi morti” (1a ed., 1983, p. 154)

Ecco, il potere. Il potere che ti fa credere di essere un superuomo, ti rigira i globi oculari verso l’interno sì che ogni cosa si specchi in te. Eppure, signori potenti, questo non è un dono, ma una malattia, per sopportare la quale è necessaria una forza che voi non avete. Sono necessari anticorpi che, evidentemente, in Italia non esistono (e d’altronde sono rari in tutto il mondo). In voi è sviluppato il ceppo peggiore di questo virus: il potere ignorante. Voi non sapete perché siete potenti. Non ne avete idea. Nessuno ne ha idea. Non vi interessa conoscere, non vi interessa studiare le cose e il loro senso. Vi interessa solo stare lì, seduti, malati, fino alla fine dei vostri giorni.

E’ una scena penosa, che nemmeno Lars Von Trier riuscirebbe a girare, e forse Shakespeare si rifiuterebbe di scrivere, perché i suoi malati di potere, i suoi re e mercanti, avevano perlomeno uno spessore. Crudele, deforme, ributtante. Ma uno spessore.

Per inciso, anche i cattivi della Marvel ne hanno di più dei nostri, di spessore

Ciao

pamarasca

Le immagini:
Andrea Pazienza
Lo Sceicco Bianco di Fellini
Hyeronimus Bosch
Francis Bacon
Per i fallimenti italiani salvati, la storia è in: Amatori F., Colli A., Impresa e industria in Italia dall’Unità a oggi, Venezia, 1999.