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Venti anni fa si ammazzava Rita Atria. La sua storia è tra quelle raccontate in questo bellissimo ed esemplare libro che scandaglia l’universo femminile della mafia.

Rita Atria era una giovane appartenente a una famiglia mafiosa. Quando il fratello (mafioso) viene ucciso e la cognata decide di collaborare con la giustizia anti-mafia, sceglie anche lei, a soli 17 anni, questa strada. Ne sapeva molte, il fratello si confidava con lui.  Viene accolta da Paolo Borsellino, e gli si lega come è normale faccia una adolescente che compie una simile scelta.

I suoi racconti permettono arresti importanti. Intanto lei cresce. Scrive un diario in cui parla di se stessa, della famiglia, di Borsellino, dell’adolescenza comune a tutte le ragazze. Poi Borsellino viene ucciso. Una settimana dopo Rita si uccide. Non c’è più nessuno che si occupi di lei. In un paese come il nostro, è già tanto che ne abbia trovato uno – e per poco.

Qualcuno ha detto che il diario di Rita dovrebbe essere letto nelle scuole, come quello di Anna Frank. Allora sì che avrebbe un senso la tragedia di questa ragazza. Fatelo, professori, presidi, ministri. Adottate questo testo!

Ai funerali di Rita non si presentarono rappresentanti dello stato.

Pamarasca

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In Italia, non ci si dimette facilmente. Pensiamo a Fazio, della Banca d’Italia. A ¾ dei partiti italiani. A Berlusconi stesso, che rimarrebbe lì anche se smascherato da Horatio Caine sulla scena di un delitto. Pensiamo a Ferrara, l’allenatore della Juventus, squadra che è un po’ un’Italia in miniatura, con le sue tangenti, gli scandali, i vecchi senatori e gran parte del popolo fascista.

In Italia, all’inizio del Novecento, alle grandi aziende era impedito fallire: per pagarne i lavoratori, lo Stato batteva moneta. Quanti stipendi bisogna pagare sto mese? Bene, fai le banconote…abbiamo una lunga, interessante storia che ci spiega perché siamo così.

In Italia non è nemmeno una questione di soldi. E’ una questione di potere. Sbaviamo letteralmente per il potere: potere territoriale; potere sulle persone; potere sulle donne; potere mafioso; potere razzista. Non ci accorgiamo che le sole persone capaci di sostenere il potere sono quelle che si disinteressano del potere in sé. Diventiamo goffi, ridicoli, circensi. Violenti, arroganti, felliniani.

Il signor Bertolaso, che con una spocchia mai vista aveva fatto incazzare tutta l’Onu per i suoi giudizi sugli aiuti ad Haiti, non si dimette. Mi pare giusto, perché dovrebbe? Se è stato al centro di corruzione ed ha palesemente usufruito di favori sessuali a pagamento (altrui), ha come precedente addirittura il presidente del consiglio. Io, pur nella impossibilità di essere sentito da lui, vorrei dirgli due cose lo stesso.

La prima, riguarda questa faccenda del sesso a pagamento. Il problema non è che sia fatto per alimentare la corruzione. Il problema è che sia fatto. Il problema è che, oggi, usufruendo delle prestazioni sessuali di una Escort (che, beninteso, solo perché ha un appellativo straniero non ha nulla a che fare con una geisha) non si fa torto a lei, ma a tutte le donne, ragazze e ragazzine che vendono per due spiccioli il proprio corpo sulle strade del nostro paese. Che vengono private, nell’ordine: dei documenti, dei diritti, della speranza, della resistenza. Se un assassino è un assassino, e un ladro è un ladro, un puttaniere è un puttaniere. La sua offesa va oltre la singola persona che ha davanti. E’ rivolta a tutte le donne. Almeno finché la situazione sarà quella odierna. Come ha ben spiegato qui la scrittrice albanese Elvira Dones.

La seconda, la faccio dire a Pino Arlacchi o, meglio, a uno dei pentiti di mafia che egli ha intervistato per scrivere La mafia imprenditrice. Per descrivere i nuovi mafiosi, quelli divenuti poi gli odierni, usa queste parole:

“Questa gente è dotata di una vitalità straordinaria. Non stanno mai fermi, in ozio. Adesso trattano un affare, più tardi sono a pranzo, poi trattano un altro affare, poi vanno da un amante. Poi passano a controllare la situazione […] Mangiano, bevono, si divertono, uccidono. Tutto fatto intensamente, disordinatamente, senza spazi vuoti e senza tempi morti” (1a ed., 1983, p. 154)

Ecco, il potere. Il potere che ti fa credere di essere un superuomo, ti rigira i globi oculari verso l’interno sì che ogni cosa si specchi in te. Eppure, signori potenti, questo non è un dono, ma una malattia, per sopportare la quale è necessaria una forza che voi non avete. Sono necessari anticorpi che, evidentemente, in Italia non esistono (e d’altronde sono rari in tutto il mondo). In voi è sviluppato il ceppo peggiore di questo virus: il potere ignorante. Voi non sapete perché siete potenti. Non ne avete idea. Nessuno ne ha idea. Non vi interessa conoscere, non vi interessa studiare le cose e il loro senso. Vi interessa solo stare lì, seduti, malati, fino alla fine dei vostri giorni.

E’ una scena penosa, che nemmeno Lars Von Trier riuscirebbe a girare, e forse Shakespeare si rifiuterebbe di scrivere, perché i suoi malati di potere, i suoi re e mercanti, avevano perlomeno uno spessore. Crudele, deforme, ributtante. Ma uno spessore.

Per inciso, anche i cattivi della Marvel ne hanno di più dei nostri, di spessore

Ciao

pamarasca

Le immagini:
Andrea Pazienza
Lo Sceicco Bianco di Fellini
Hyeronimus Bosch
Francis Bacon
Per i fallimenti italiani salvati, la storia è in: Amatori F., Colli A., Impresa e industria in Italia dall’Unità a oggi, Venezia, 1999.