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Leggo un articolo di ieri in cui l’assessore alla cultura di Ancona si pronuncia sulla scomparsa graduale di tutte le realtà giovanili e culturali che hanno riempito le serate non estive della città negli ultimi anni.
Quello che sostiene l’assessore è sacrosanto: la scomparsa di locali come Hangar e Thermos (e, prima, Ilye Aye) rappresenta una perdita culturale, dato che i locali garantivano attività artistiche, musicali e teatrali, oltre che di svago, alternative a quelle istituzionali. Per molti versi lo stesso può dirsi de Lascensore, se non altro perché il buon Maccarone ha cercato in tutti i modi di farne un polo concertistico di rilievo.

L’assessore continua ipotizzando un aiuto da parte della pubblica amministrazione nei confronti di quelle situazioni che propongano, oltre ad un’attività commerciale, una programmazione di rilievo culturale. Ottimo, direi.
Né si può incolpare l’attuale amministrazione (non del tutto, almeno) del fatto che tali prese di posizione sarebbe stato bello sentirle prima, quando i buoi non erano ancora scappati dalla stalla.


Dell’articolo non discuto nemmeno una parola. E però, perché le parole dell’assessore portino a vere strategie di cambiamento, ritengo si debbano fare alcune precisazioni.

1)    nella maggior parte dei casi, i locali che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato una valida alternativa musicale, culturale e di divertimento sono stati circoli Arci. Ne consegue che l’Arci di Ancona, sotto moltissimi punti di vista meritorio in città, ha una sua chiara responsabilità per non essere riuscito ad aiutare in prima battuta i suoi stessi circoli. Questo ha rappresentato una grave sconfitta per una associazione che in pochi anni immagino abbia visto ridursi drasticamente il numero dei propri soci. Di fatto, l’Arci ha scelto di concentrarsi su grandi (e belli) eventi rinunciando ad una diffusione capillare di cultura alternativa. Si è trattato di una scelta strategica legata ad una concezione verticale di distribuzione della cultura: manifestazioni roboanti calate dall’alto anziché creazione di un sostrato cittadino fertile e orizzontale. Scelte. Sarebbe bene imparare da questo.

2)    La scomparsa di realtà alternative è grave, ma non va negata la responsabilità dei gestori. Fatta eccezione per l’Hangar, che rappresenta una perdita enorme visto quel che stava combinando nell’ambito del teatro off e che non ho seguito abbastanza da potermi pronunciare, nessun promotore/gestore/organizzatore si è dimostrato allaltezza. Me compreso, anzi, me in primis. Una cultura dell’approssimazione ha impedito per molto tempo la crescita professionale di persone capaci sia di inventare e creare che di amministrare e far fruttare. Per non parlare delle situazioni extra-associative: basti citare gli avvenimenti che hanno coinvolto Lascensore e dei quali si è parlato a sufficienza nei mesi scorsi. Ciò significa una cosa: non sono le idee a mancare, ma una certa concretezza di base nel settore. Meglio un corso di gestione che una commissione di creativi, insomma, come d’altronde si ripete da decenni in ogni contesto economico italiano.
3)    La scomparsa di realtà alternative, però, è legata ad una città che ha dimostrato di fregarsene abbastanza degli eventi musicali e culturali. La maggior parte delle realtà “invernali” sono nate sulla scia dei successi di iniziative estive: successi che giustificavano aspettative poi regolarmente deluse. Per quel che mi riguarda, ho organizzato decine di concerti e spettacoli e, come tutti sanno, era più facile incontrare ragazzi di Bari durante un live che amici della porta accanto. Ho dovuto sempre combattere con chi non voleva pagare il biglietto, nonostante il massimo richiesto in 11 anni di gestione sia stato di 7 euro per i Giardinidimirò e per i Giant Sand (!). So che i medesimi problemi hanno avuto tutti, e sono convinto che sia possibile creare un terreno fertile, destare l’attenzione, coltivare l’audience. Ma parliamoci chiaro: i locali si riempivano e riempiono quando c’è casino, niente tessere e niente biglietto.

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Qui ho scritto di avere fiducia, di essere ottimista e di vedere molta gente in gamba. Gente che, oggi, sa organizzare, ha buone idee, sa creare. Molto meglio di noi. Sono convinto che, per una città di 100.000 abitanti, ci sia davvero una grande energia creativa ad Ancona. I ragazzi del Mac, 400 mq, La punta della Lingua, di Nie View, della Hot Viruz, della musica elettronica. Per non parlare della Cupa che, di fatto, sta riempiendo come può tutte le lacune che si sono aperte. Accidenti se ce n’è.

Ma bisogna pur ammettere che il bacino d’utenza ad Ancona è estremamente ridotto. Gli amici vanno a vedere gli amici (e non sempre)…

Eco allora, nel mio piccolo, cosa mi sento di dire in calce all’articolo che ho citato in precedenza.

a)    Evitiamo i grandi cappelli. Proprio l’eccessivo corporativismo ha creato approssimazione, e proprio una gestione burocratica e verticale ha messo i bastoni tra le ruote a ragazzi giovani, poco esperti, affidatisi erroneamente a strutture di cartapesta.
b)    Può, se non lo fa (a me non risulta, ma potrei sbagliare) l’amministrazione fornire un elenco dei locali che ha a disposizione, sì da facilitare la stesura di progetti da parte dei giovani che vogliano creare realtà di cultura alternativa e di socializzazione?
c)    E’ possibile studiare una strategia che permetta ad Ancona di attirare pubblico interessato da fuori, invece che contare su un pubblico indigeno di fatto pressoché inesistente? Non mi sembra così difficile, concertando i tempi e i modi della comunicazione.
d)    E’ possibile fornire una consulenza su eventuali finanziamenti pubblici per iniziative culturali a giovani magari intenzionati benissimo, ma che non hanno gli strumenti né il tempo per sapere che potrebbero ricevere soldi comunitari per organizzare concerti o spettacoli teatrali? Sono fermamente convinto che un lavoro del genere costituirebbe già una base solidia per nuove e proficue attività.
e)    E’ possibile superare alcuni contrasti ridicoli, consorterie e clientelismi, che non fanno che danneggiare se stessi e il pubblico? Non fornisco esempi, ma ne ho a bizzeffe.
f)    E’ possibile far sì che dai grandi eventi si sviluppino iniziative piccole e concrete tutto l’anno, che attingano ai finanziamenti destinati all’evento? Ad esempio laboratori legati alla musica popolare o ad altro collegati ad Adriatico Mediterraneo, spettacoli e situazioni che confluirebbero nel grande evento estivo.
g)    E’ possibile, infine, che sia concessa la libertà di movimento necessaria a chi si dà da fare, senza per questo pretendere di controllare o dire sempre la propria? Gli amministratori sono amministratori per questo, in fondo: a un certo punto della filiera devono delegare a chi crea e organizza la creazione e l’organizzazione.

Naturalmente, si fa per chiacchierare…

Pamarasca

Ora scriverò un post geo-localizzato. Anche crono-localizzato, in effetti.

La mia città a me non piace. Non è colpa sua: non è il mio tipo. A me piacciono i fiumi, e qui c’è il mare, per dirne una. Che mi si potrebbe dire: è una cosa stupida preferire un fiume al mare. Lo so. Anche la mortadella alla bresaola. Che ci posso fare? Ma andiamo avanti.

La mia città a me non piace sin da quando ero bambino, però le voglio bene. Penso a lei spesso.
Ci penso come si fa con il proprio appartamento: “certo che se spostassi il tavolo vicino alla finestra” o “però quel divano dell’ikea da 99 euro qui starebbe bene”. Non è la stessa cosa: una città ha un governo. Bene.

(per inciso, la mia città a me non piace anche perché è la prova tangibile che chiunque, di destra o di sinistra, nel momento in cui beve troppo alla sorgente del potere affoga. Ma non è di questo che voglio parlare)

Voglio parlare bene della mia città.
Perché credo che parlando delle cose belle e buone se ne fanno di migliori, mentre difficile è partire dalle brutte e impossibile dalle cattive.
Ecco quindi una mia breve

Apologia della città che non mi piace

Siamo 100.000 abitanti. Non sono tanti. Anzi, proprio pochini. Eppure, la caparbietà di alcuni ragazzi negli ultimi anni ha dato vita ad una vera rivoltura culturale della quale solo gli anconetani non si avvedono. Questa rivoltura è legata a persone con nomi e cognomi e ha indicato una strada percorribile per migliorare la vita della città e influenzarne persino l’economia.

Se in una grande città è più probabile, ma non scontato, avere a che fare con i bravi artisti e i movimenti culturali, lo è meno in una città italiana di 100.000 abitanti famosa per sua la riottosità. E se in questa cittadina l’hobby più diffuso è quello di lamentarsi di qualunque cosa, allora sembra impossibile che alcune persone siano capaci di portare avanti progetti positivi. Invece accade: perché, oltre alla riottosità, c’è anche, evidentemente, la caparbietà.

Così, se io venissi da fuori rimarrei incantato dagli effetti che la manifestazione Popup ha avuto sulla città: vedrei pescherecci dipinti, edifici affrescati, silos orribili utilizzati come tele per splendidi dipinti. Un monumento come Porta Pia finalmente destinato a nuovo uso. Installazioni temporanee (purtroppo). Popup è, a mio modesto parere, il caso più significativo ed eclatante. Il più bello insomma. Il più da coltivare. Ma non il solo.

La caparbietà di pochissimi ha permesso alla città di svilupparsi in maniera sorprendente sul piano musicale: che si guardi all’attività post-rock (o come volete chiamarla) o a quella elettronica (o come volete chiamarla), gli eventi di qualità altissima si sono moltiplicati anno dopo anno, sono nate etichette coraggiose e artisti che si stanno guadagnando un loro meritato spazio. Questo senza citare il Festival Acusmatiq, che per raffinatezza e qualità metto al livello di popup.

C’è poi, ovviamente, il Festival Adriatico Mediterraneo che, per quanto bellissimo, a me sembra ancora un bocciolo: talmente alte sono le sue potenzialità e profondi i suoi contenuti e significati che spero si svilupperà sul piano della qualità artistica offerta.

E c’è un’attività teatrale istituzionale e off impressionante, per non parlare della danza.

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Senza voler elencare altre manifestazioni e iniziative degnissime di nota (come soprattutto questa), quello di cui parlo è una città in cui convivono spiriti “organizzativi” e spiriti “creativi”. I primi sono ragazzi che vogliono fare e hanno idee talvolta strabilianti: lo dico con cognizione di causa perché molti di loro me le illustrano. I secondi sono artisti, attori e attrici, registi, musicisti: un mucchio di gente in gamba.

A questo punto, cosa volete me ne freghi dell’anima bottegaia della città? Dirò di più: cosa volete che me ne freghi di tutti gli anconetani  (e sono tanti) che, sollecitati da anni, non hanno dato alcun segno di interessarsi a quel che di innovativo, creativo e artistico accade nella loro città?
Niente. Proprio niente.

La compresenza in città di persone in grado di organizzare a di altre in grado di agire artisticamente è sufficiente per saltare l’ostacolo della ricezione cittadina. Non solo, è anche in grado di liquidare le vecchie figure ultra-decisionali della politica tradizionale, quelle che, investite di potere amministrativo, decidevano e decidono sulla qualità di opere e manifestazioni senza capirci niente.

Un sogno, d’accordo: ma Ancona, per la vitalità di molti e le piccole dimensioni potrebbe persino diventare un esempio di autogestione culturale.

Naturalmente non ho i titoli per dire cosa si potrebbe fare, partendo da queste cose belle anziché dalle più brutte. Né vorrei finire a far l’allenatore da bar. E però, un paio di cose me le auguro:

1)    mi auguro che i ragazzi che si danno così tanto da fare decidano di realizzare meno locandine e manifesti per gli anconetani e di far di tutto, invece, per dare respiro alle loro iniziative, che se lo meritano. Si superino tutti i confini della comunicazione: la gente arriverà in numero sempre maggiore finché la qualità sarà questa. E la città dovrà adeguarsi.

2)    mi auguro che prima o poi ci sia un’amministrazione in grado di capire l’arte e la musica, non solo di assecondare le persone. Sul piano amministrativo e politico, inutile dirlo, questa città è uno scempio. Nonostante ciò, i ragazzi fanno, organizzano, riescono ad ottenere le briciole di cui hanno bisogno, si dannano l’anima aiutandosi a vicenda. Chissà se ci fosse una politica adeguata e competente nei vari settori.

3)    Mi auguro sinceramente, infine, e senza cattiveria di sorta, che qualche negozio vada in pensione e passi la mano ai giovani, magari aiutati dalla politica di cui sopra, capaci di proporre una mentalità diversa da quella di bottega che, oggi, non porta da nessuna parte.

Infine, mi si obietterà che il mio ottimismo è applicabile solo alla stagione estiva, e che quella invernale è molto meno intrigante. Verissimo. Ma, come ho detto, iniziamo dalle cose buone, non dalle cattive: un passo alla volta :-) .

Pamarasca

Le immagini:

Valeriano Trubbiani (uno dei maggiori scultori europei contemporanei, che vive ad Ancona, ndr.) per Ancona

Pescherecci Popup

Ericailcane a Portapia

Le prove dell’Amleto diretto da Valentina Rosati

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