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Ho iniziato a scrivere tardi. Scrivere per la pubblicazione, almeno. Non è un rimpianto, ma una semplice constatazione. Una volta iniziato, vorrei farlo sempre. Di più. E’ come se tante storie vivessero compresse in un contenitore che mi portavo dietro.

Lavoro, anche, sui social network. Soprattutto facebook. Ho avvicinato questo social in un periodo particolare della mia vita e mi ha permesso di ritrovare trame di amicizie che si erano spezzate, sfilacciate o scolorite. Poi, nel tempo, di conoscere persone nuove anche, e condividere un mucchio di cose belle, importanti, divertenti, impegnate, sciocche.
Dovendo monitorare facebook per lavoro, finisce che ci passo diverso tempo anche con il mio profilo personale.

Considero facebook (e i social in genere) una gran cosa. Ne sono entusiasta. Per i vecchi e cari amici, per i nuovi, per le informazioni e qualche volta per le discussioni. Considero i social un’arma rivoluzionaria potentissima. Fb ha un mucchio di limiti che non è il caso di approfondire qui, certo, e sta diventando sempre più una sequela di inserzioni pubblicitarie, però mi piace ancora e nutro fiducia in questo mezzo.

Ma ho iniziato a scrivere tardi e mi accorgo ogni giorno di più delle mie debolezze.

Chi mi conosce, sa delle mie debolezze. Ad esempio, mi capita di passare al bar, incontrare qualche amico, dire “mi fermo due minuti, il tempo di un bicchiere” e dopo tre ore e non esattamente un bicchiere solo sono ancora lì. Non c’è niente di male.
Mi accade lo stesso su facebook. Sono troppo curioso, troppo interessato alla maggior parte dei link. Troppo polemico, anche, chiacchierone, e mi entusiasmo appena vedo una grafica ben fatta, un’idea particolare. Clic dopo clic – parola dopo parola – mi passano le ore che non devo dedicare al mio lavoro. Che sono esattamente quelle che devo dedicare alla scrittura. Che ho iniziato tardi.

I personaggi delle storie che mi abitano hanno iniziato a rimproverarmi.
Certo, lavoro sui social, quindi non posso (né voglio, in definitiva) evitare i social anche solo per un po’. Ma non sono in grado di evitare le distrazioni, non è nel mio carattere. Quindi d’ora in poi cercherò di frequentare il minimo indispensabile il mio account, che è sempre stato particolarmente attivo. Chi se ne frega, direte voi.

In effetti, non scrivo questo perché credo interessi a molti se il mio account sarà meno attivo. Lo scrivo per condividere una riflessione che, ne sono certo, non sono il solo a fare. La condivisione e la comunità non sono tutto, e a volte il tempo va utilizzato con misura. Specie se si nutre un desiderio.

Citando un vecchio articolo di Bartezzaghi: in rete “ci stiamo tutti allenando per una partita che non si giocherà”. Ma, prima che mi cedano le gambe, voglio provare a calpestare l’erba di quel match.

Pamarasca

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Il problema è anzitutto la parola. Il sostantivo. Amicizia.
Diciamoci la verità. Dopo un primo invaghimento, ci accorgiamo che facebook ha fatto come berlusconi: si è appropriato di una parola splendida, ricca di significati, che amiamo, e l’ha inflazionata come De Chirico faceva con i suoi cavalli dipinti.

– Ho un de Chirico – c’era chi diceva, e non si rendeva conto che di cavalli imbizzarriti, in calore o al pascolo il pittore ne aveva dipinti a milioni e sparsi in ogni galleria.
– Non vale un cazzo, tipo, mi spiace – era la risposta dopo qualche anno.

Io ogni mattina mi scambio sorrisi grazie a facebook con alcune persone care/carissime/infinitamente care con le quali altrimenti non avrei rapporti da tempo; e mi scambio idee e sensazioni con alcune persone che conosco così poco da non averci mai preso un averna assieme – ma ora sì, ce lo prenderei. Grazie di tutto questo, social! :-)

E però mi ferisce questa cosa della parola. Perché se ci tolgono le parole, comunque noi la pensiamo, smettiamo di pensare.

Io quando sento dire Libertà penso non dico subito ma quasi al polo della libertà.
Quando sento Amico penso non dico subito ma quasi a facebook.

(“ma tu sei suo amico?”)

Non è per questo che c’è la rete. Non è per questo che c’è la condivisione.
Non è per questo che ci sono i poli (nord e sud). E le libertà. Una per una, piccole e grandi, conquistate.
Non è per questo che c’è l’amore©.

Questo sarebbe un buon motivo, per andarsene.

Per restare, i poke dei veri amici. I sorrisi dei conoscenti.
Palla a voi.

Pamarasca 

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La mia amica Giusi se ne va da facebook. Altre persone in gamba meditano di farlo.

Perché uno se ne va da uno spazio di socialità, all’interno del quale può, in teoria, comunque gestire la propria presenza?

Le risposte possono essere tante. Dalla più ovvia (non sono su facebook perché mi toglierebbe tempo per la scrittura, disse tempo fa in un’intervista Ammanniti) alle più articolate.

Ho pensato di affrontare sinteticamente alcune delle ragioni per cui me ne andrei. E alcune delle ragioni per cui resterei. I post che se ne occuperanno: 1) Il rumore [marketing] 2) Gli amici [amore] 3) Il corpo [sicurezza] 4) La poesia [parole] 5) La speranza [speranza]

chiunque volesse aggiungere argomenti e punti è benvenuto

1 – Il rumore (dei soldi)

Facebook ha concentrato su di sé la maggior parte delle nostre aspettative concernenti il web. Per molti è stato il web, il sinonimo di socializzazione e condivisione, l’incarnazione di una nuova maniera di comunicare. Abbiamo dato a un bisturi compiti da chirurgo: ci siamo stesi sul lettino volontariamente e abbiamo aspettato che ci aprisse, ci studiasse, ci riparasse, ci migliorasse e richiudesse.

Ma facebook è uno strumento e come tale ci ha risposto picche: come nei giochi da bambini (specchio riflesso) ci ha rimandato indietro la nostra immagine di sempre: venditori, consumisti, profittatori, narcisisti. Certo su facebook ci sono ampie nicchie di ben altra statura rispetto a quella media. Ma sono sempre più oppresse dal rumore della maggioranza.

Il rumore è anche l’effetto di un marketing selvaggio e importuno, grottesco, portato avanti da una ridda di sedicenti professionisti (ce ne sono di eccellenti, ovvio, non parlo di loro), i quali hanno trovato la maniera di convincere facile le aziende che hanno bisogno di una strategia su facebook. Strategia che di solito è articolata in punti tipo: “essere gentili con le persone”, “non rispondere male”, “dire cose interessanti”, “partecipare”… Con il risultato che partecipano tutte le aziende e i loro rappresentanti e se ne scivolano via i consumatori, abbattuti da tutti i post di Buongiorno, Benvenuti, Come state Oggi, Che bella giornata, Vogliamo sapere di più da voi etc. etc.

La deriva di questo facebook-vetrina è legata, anche, al periodo di crisi economica: le imprese sognano di investire relativamente poco e avere enorme visibilità; i privati si inventano ruoli di community manager, social gestori, social esperti o similari. Chi sa usare correttamente gli accenti ha ampie possibilità di svangarla. Chi sa usare i congiuntivi è un guru.

Tutto questo rumore sta annichilendo molti utenti che, pur ammettendo di trovare spunti, notizie, informazioni e contatti importanti sono costretti a rinchiudersi in “ghetti” condivisi per evitare il bombardamento di facezie ed inutilità. Tanto vale allora costruirsi un quartiere proprio altrove, forse. Anche perché, diciamocelo, sapere di chi fidarsi inizia ad essere un’impresa…

continua a presto con il punto 2: Amici

Pamarasca

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Non mi era mai capitato. Non avevo mai sperimentato personalmente la morte su facebook. Immagino ci si debba abituare.

La cosa mi è parsa grottesca. Ma ognuno ha la sua reazione di fronte alla fine, e non mi sogno di criticare nessuno. Voglio solo dire due parole.

Il profilo di una persona molto attiva su fb scomparsa all’improvviso è rimasto in piedi. Anzi, due profili. Paradossalmente, il primo gli era stato tolto quando era in vita, ricordo che se ne lamentava. Gli è stato ripristinato ora, che non serve più. “sempre sul pezzo” i ragazzi di fb.

La bacheca è rimasta lì. Ad accogliere i messaggi di amici, conoscenti o visitatori, nel suo caso anche clienti, sbigottiti, addolorati, sconvolti, cupi, comprensivi. Ci sono persino dei “mi piace” sotto le frasi ritenute più toccanti.

C’è un pellegrinaggio virtuale, che ricalca la deposizione tipica di fiori sulle curve delle strade, o i biglietti nei luoghi delle tragedie. Di per sé, quindi, niente di strano.

Eppure, per come è conformato, il profilo di fb finisce per essere una sorta di appendice indistruttibile. Una coda di lucertola. Per questo ho usato il termine grottesco.

Facebook non è una finzione cinematografica: è una realtà filtrata e manipolata da noi stessi che a volte, drammaticamente, finisce per essere più reale della concretezza del nostro corpo nello spazio.Così, si scrive sulla bacheca di Antonello addirittura senza rendersi conto che non leggerà. Né, naturalmente, che risponderà. Niente “mi piace”. Niente. Non si riesce a realizzare appieno questo perché su fb non c’è il corpo.

E la morte, beh, riguarda proprio il corpo.

Cos’è che non esiste, allora, in questa strana dimensione? Il nostro profilo artefatto e virtuale? O la morte stessa? Che potere ha, essa, in assenza di corpo?

Nessuno. La morte non agisce su fb. Perché anche il silenzio, l’assenza di parole, può essere riempito. E comunque non è assenza tout court. Perché a nessuno viene da “eliminare” dagli amici una persona morta. Sarebbe come ucciderla di nuovo. Ucciderla davvero, su facebook. Siamo di fronte a un esorcismo supremo. Ma…

…ma se la morte non ha potere, non significa forse che non c’è la vita?
Non significa forse che tutto quello che scriviamo, inseriamo, fotografiamo, postiamo altro non è se non il ricordo di noi stessi, ancora in vita?

Una rappresentazione di come vorremmo non essere mai assenti. Il che è impossibile: lo siamo già, dato che manca proprio il corpo. Il corpo. Ch’è la vita.

Ad Antonello e ai suoi colossali sconti al ristorante. Riposi in pace

Pamarasca

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Qualche tempo fa, pubblicando gli eventi su facebook, si era in grado di tirar giù qualche numero: se 50 persone hanno detto che parteciperanno, allora il 10 o il 20% di quelle ci sarà. Ci si può contare.
Non ho mai approfondito la questione, ma so da fonti affidabili che questo genere di calcolo aveva un suo perché.

Con il tempo, le persone hanno acquisito una certa dimestichezza all’interno di facebook. Per quel che riguarda gli eventi, in particolare, ci si è resi conto che dichiarare la propria partecipazione significa in un certo modo fare un favore agli organizzatori: non siamo tutti trend makers, è chiaro, ma cliccando su parteciperò permetto all’evento di apparire sulla home di tutti i miei “amici”.

E’ quindi sembrata una cosa carina a molti, soprattutto a chi ha molti “amici”, partecipare virtualmente alla maggior parte degli eventi.
Con naturalezza e senza premeditazione, si è arrivati ad uno stravolgimento dell’iniziale rapporto tra online e offline.
Chi organizza un evento non può più affidarsi a calcoli come quello citato: di volta in volta, il rapporto tra quanti dichiarano di partecipare e quanti effettivamente partecipano sarà diverso.

Viene quindi da dire che sarebbe meglio sperare che scrivano “parteciperò” solo quelli che effettivamente lo faranno. Anzi, sperare anche che, in caso di cambi di programma, correggano la propria posizione.
E però, la partecipazione virtuale all’evento permette all’organizzatore di avere altre informazioni sul gradimento da parte del pubblico: se qualcuno decide di fare da sponda virtuale alla notizia di un mio concerto, significa che mi giudica positivamente e che vuole partecipare in qualche modo alla diffusione della mia musica.
Pro e contro, quindi, da valutare.

Ma anche qualcosa di più interessante. Perché, forse, continuando a “partecipare virtualmente” all’evento pian piano le persone si sentono come se partecipassero realmente. Questo gesto di complicità e quasi affettuoso nei confronti dell’estensore dell’invito è come li affrancasse da un confronto fisico con l’oggetto della partecipazione. Mi sembra il lato più interessante e, per certi versi, inquietante: è la legittimazione della bugia a fin di bene, in fondo.


Nello stesso tempo, è la riduzione al minimo dello sforzo. Obiettivo, quest’ultimo, che è ben rappresentato da un’altra notevole applicazione recente di facebook, il “Mi piace” in calce ai messaggi degli altri utenti. Prima, non c’era. Ad esempio, nel giorno del mio compleanno, se qualcuno scriveva sulla mia bacheca “auguri paolo”, potevo ignorarlo o rispondere a mia volta con un “grazie”, “grazie caro” o qualunque altra frase mi venisse il mente. Ora, è sufficiente che io clicchi sul Mi piace sotto i suoi auguri e lui saprà che li ho letti e graditi. Clic. E via. Sembra un’applicazione da niente, ma non lo è: equivale a un punto dove, prima, c’erano dei puntini di sospensione. Non favorisce il prosieguo di un dialogo, anzi, lo esclude. Non favorisce nemmeno lo sforzo di pensare ad una frase carina: mi piace. Che c’è di meglio? Cosa devo mettermi a inventare?

La gestione degli eventi e il Mi piace applicato ai commenti sono, a mio parere, una interessante spia di cambiamento. Chi vivrà vedrà.

Pamarasca

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I social media hanno alcune controindicazioni. Ad esempio, a me capita una cosa fastidiosa: aumenta in maniera esponenziale il numero di quelli che mi dicono, tra un post e l’altro, che se non ho intenzione di parlare con chi si definisce fascista significa che non sono democratico. “il fascista sei tu”, sostengono. Uhm.

Scrivo quindi questo post per avere sempre a disposizione un link da postare in replica a simili affermazioni. Piacendovi, potrete utilizzarlo anche voi.

Due premesse: la prima: non ho intenzione di filosofeggiare sull’essenza del fascismo, né di assecondare quegli speciosi paragoni che di solito si portano avanti tra fascismo e comunismo. Mi limito a dire che no, non sono comunista. Ma che comunque c’è una certa differenza.

La seconda, doverosa: non negherò mai di avere amicizie decennali con persone di destra. Non è che ci parli molto :-), ma gli voglio bene e se capita di farsi una birra o una partita a biliardino, ok. Non sono così bigotto, e prevedo ovviamente le eccezioni al quel che sto per dire.

Ed ecco quel che sto per dire:

La democrazia è un sistema, non un ideale: nasce ed esiste per tutelare le società dal potere di uno o di pochi (si pensi, esempio classico, all’ostracismo degli ateniesi). A ben vedere, essa diviene un ideale in contrapposizione ai totalitarismi, poiché è l’arma migliore per combatterli o addirittura prevenirli. Il fascismo, al contrario, prevede potere ai  forti,  sopraffazione dei deboli, utilizzo della violenza, presunzione di categorie razziali. Insomma, è un totalitarismo. Le due cose non possono convivere, è chiaro.

Per questo, come accade con le lingue, che si parlano entro i confini in cui sono comprese, mi esprimo in maniera democratica entro i confini della democrazia. E il fascismo è ben al di fuori di questi confini. Esso non partecipa per definizione alla democrazia ed è dunque paradossale che un fascista mi accusi di “anti-democrazia”: è come uno che pretenda di giocare a polo cavalcando un cingolato.

Mi è stato anche detto che quando smetto di parlare con chi esibisce celtiche o altri ameni simboletti non mi dimostro “aperto al dialogo”. Mi si è chiesto: “perché non cerchi di convincermi?”.

Fermo restando che è caratteristica delle fedi religiose quella di convertire tutti i passanti al proprio dio (brrrr), e che così dicendo si considera l’idea politica alla stregua di una fede (brrrr), alla seconda domanda rispondo facile: non provo a convincere uno che si dichiara fascista perché la vita è breve e ho di meglio da fare.

A proposito dell’apertura al dialogo, invece, ecco cosa penso:

il fascista non dialoga. Non sa cosa sia il dialogo, che concepisce come un banale gioco di attacco e difesa. Egli nutre invece una morbosa passione per lo scontro che, per sua disgrazia, nella nostra società è sempre meno fisico. Il suo scontro verbale si esplica nella volgarità da un lato e nel citazionismo dotto dall’altro, dove le citazioni hanno più o meno la valenza che il ju jitsu avrebbe nello scontro fisico (ma un esperto di ju-jitsu vi dirà che lo usa male chi lo usa per far male, si sa, e lo stesso vale per la cultura, si sa). A volte, il gioco di attacco e difesa su facebook è particolarmente divertente; ma, alla lunga, uno si accorge che il dialogo è anche quello, ma è soprattutto un’altra cosa.

Vi state annoiando? Ho quasi finito.

Il fascismo è violento. Per definizione. Non dico che tutti gli individui che si dichiarano fascisti siano dei violenti, ma che al fascismo è connaturato l’esercizio della violenza, previsto ideologicamente. Per quel che mi riguarda, sono amico di molti non-violenti, ma non appartengo a questa nobile schiera. Tuttavia, sono chiaramente un anti-violento, il che è leggermente (mica tanto) diverso. Odio con tutto il cuore la violenza di qualunque genere: dalle lettere maiuscole quando si scrive su facebook alle risse, da ogni guerra a quel che accade entro troppe mura domestiche.

Il fascista, quando discute, utilizza inconsciamente la violenza, perché è implicita alla sua ideologia. Egli, cioè, partendo dal presupposto che esistono razze superiori e persone elette, popoli migliori, nemici a priori, nazioni da sconquassare (e non parliamo di robe alla madame Blavatsky e suoi sequel esoterici) esclude il dialogo e ne impedisce lo sviluppo se non in una logica di vittoria e di sconfitta: in una logica di violenza. Nella migliore delle ipotesi, ritenendo di essere superiore, avrà la pretesa di addomesticarmi. Dovrei dunque comportarmi come un animale del suo circo privato?

No.

Rifiutarsi di parlare con un fascista (fatte le debite eccezioni, d’accordo, ci sono sempre eccezioni nella vita) è un atto che appartiene alla mia più intima morale. E chi mi conosce sa che adoro il confronto e le discussioni (anche troppo, ok): rinunciarvi mi costa molto.

Nel mio piccolo, vi consiglio di fare lo stesso, di essere sempre consapevoli che non si tratta di vigliaccheria né di timore di essere nel torto, ma si tratta semplicemente di dare alle cose il giusto valore.

Se siete d’accordo con questo umile e lacunoso post, potete usarlo come link ogni qualvolta qualcuno vi dirà: “ma scusa, dici di essere democratico e poi non parli coi fascisti?”
E no, cazzo, proprio per questo non ci parlo + link.

pamarasca