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Sono stato al Salone del Libro anche quest’anno. Sarò sintetico e, soprattutto, poco originale.

Tre cose mi hanno colpito.

1.    gli editori indipendenti sono stati sparpagliati come meteoriti per lasciare spazio a un’esposizione di strumenti musicali. Pianoforti e, soprattutto, batterie tracciavano una grande crepa nel padiglione uno. A me piacciono le esposizioni di strumenti, ma che gli organizzatori del Salone del libro pensino di estendere ad altri oggetti la fiera è davvero una bestialità. In tutto il mondo stanno vincendo le esposizioni specializzate e loro pensano Va là, mettiamoci uno stand di batterie e magari quattro o cinque pianoforti, per vivacizzare il tutto

2.    oggi che la letteratura vive un momento di grande innovazione e, naturalmente, di tensione con l’avvento del digitale e del fenomeno ebook (lo si spiega bene qui), non si è fatto altro che parlare del risorgimento italiano, rendendo il salone provinciale e addirittura grottesco laddove si sono voluti rintracciare i libri più importanti dell’Italia Unita. Le classifiche sono arrivate anche qui, sospinte, diciamolo, dalle tiritere di Via con me. Retorica di una nazione a un salone internazionale.

3.    C’era pochissima poesia. Ora che ci penso, ho visto davvero pochi volumi di scritti in versi. La poesia sta scomparendo, sta annaspando in questo mondo che vuole sostituirla a tutti i costi con sia pure affascinanti geometrie. Tutti raccontano storie, elaborano trame, pontificano su vari argomenti, trattano acutamente di individuo e società, twittano… eppure la poesia, che è la parola, che è la letteratura, che è l’uomo, si spegne come la fiamma di una candela. Questa è la cosa che mi ha dato più pena.

Non facciamoci spaventare dalla poesia e ogni tanto compriamo un libro di versi: durano più a lungo, spesso scavano più a fondo, parlano di noi.

Vi lascio con una grande poetessa dei giorni nostri

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa,
il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire
(Mariangela Gualtieri)

Le immagini di questo post:
Paul Klee, Parnas (1932)
I versi di Mariangela Gualtieri

Pamarasca

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I protagonisti dell’editoria digitale iniziano a contarsi, compattarsi e muovere decisi verso il mercato.
Una bellissima notizia.
Eppure, ancora una volta, molti di loro mi sembrano dei talebani del digitale e ho l’impressione che non scorgano le reali potenzialità di questo mezzo.
Oggi, sulla mia Home di facebook appare questa frase:
“addio caro vecchio libro. Arriva la ebook lab Italia”
Ieri, dal mio intervento sull’ebookcamp del 18 settembre sono stati estrapolati due concetti: l’odore dei libri non è la mia passione (chi mi ha sintetizzato ha aggiunto che è stantio); chi ama leggere legge comunque. In quel post non faccio esattamente una gran figura, limitandomi a simili considerazioni.
In effetti, parlavo di altro.

Più mi addentro nella questione, insomma, e più mi sembra di scorgere un’aggressività un po’ bigotta. “addio caro vecchio libro” che vorrebbe significare? E’ da intendersi come un “vi sterminiamo tutti”? E a che pro?
Mi ricorda il trend delle pubblicità negative.
Ha senso questa cosa?

Per partorire un nuovo supporto culturale, bisogna presuppore l’eliminazione di un altro? E, anche se questa eliminazione di fatto avvenisse tra 5/10/100/1000 anni per cause naturali, è utile sin da ora aggredire, mordere, spingere lontano?
Perché?

Come ho scritto, deduco da tutto ciò che proprio molti protagonisti dell’editoria digitale siano i primi a temere il fallimento: questo li porta ad un approccio particolarmente aggressivo. Ma se guarderanno a tutte le possibilità del loro prodotto, invece che ai limiti dell’altro, non falliranno.

Buona fortuna, e… peace & love, ragazzi