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Fatta eccezione per un breve periodo post-adolescenziale, la mia sola militanza politica è stata quella al circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano e da allora le mie idee non sono cambiate più di tanto.
Con il tempo ho tuttavia compreso e subìto il senso del compromesso, in fondo quel che maggiormente ci distingue dagli altri esseri viventi del pianeta. In meglio o in peggio, non so ancora.

Compro-mettendomi ho persino frequentato le urne elettorali. E’ come quando mi preparavo la colazione alla svedese: ti fa bene, ti fa bene, mi ripetevo , ma agognavo solamente il mio caffè extra-dry.
Oggi, mi auguro che sempre più giovani frequentino il pensiero libertario e anarchico, perché la tecnologia odierna non mi sembra tanto, come dicono in molti, una grande possibilità democratica quanto una grande speranza libertaria di riduzione progressiva del potere. Mai come oggi è necessario coltivare questa idea tra i giovani in possesso di una tecnologia tanto evoluta.
Se non altro per evitare l’idea opposta.

Questo per dire che non sono l’esempio di cittadino modello sul piano elettorale.


I Referendum, dal canto loro, sono una faccenda diversa. Sono il massimo esempio, in regime di democrazia rappresentativa, di limitazione del potere da parte del popolo. Chi detiene il potere decide una cosa, il popolo gli dice no, non la vogliamo, grazie.
Una figata.
Specie in periodi bui in cui il palazzo del potere sembra una mostarda di frutti diversi avvolti nel medesimo sapore.

Il 12 giugno ci sono dei referendum cui bisogna andare, anarchici compresi. Lo so anch’io. I motivi sono lapalissiani. Vediamo.

La privatizzazione dell’acqua bisogna votare Sì al referendum, che significa No alla privatizzazione perché
se l’uomo è fatto del 73,2% di acqua che deve spesso rinnovare, privatizzare questo bene significherebbe privatizzare definitivamente ognuno di noi. E’ come se la Prometeo (nel caso della città in cui vivo) diventasse azionista di maggioranza assoluta della mia vita.
Inoltre, l’acqua è del pianeta, che difatti ce lo ricorda a modo suo, ogni tanto.

Il nuclearebisogna votare Sì al referendum, che significa No al nucleare perché
ogni tanto i disastri succedono, così come gli errori, e se succedono con il nucleare di mezzo è mille volte peggio. E anche perché non bisogna mica credere a questa cosa dello sviluppo perenne, del bisogno di crescere, produrre, crescere, consumare così tanto che ci vuole il nucleare. Dire no al nucleare (sì al referendum) è dire no anche ad uno stile di vita che ci ha portato sull’orlo del baratro.

Il legittimo impedimento bisogna votare Sì al referendum, cioè No al legittimo impedimento perché
Perché, beh, che ve lo dico a fare. Perché altrimenti si spenderebbero un sacco di quattrini di imbianchini per cancellare quella scritta lì nei tribunali: La legge è uguale per tutti…

Pamarasca

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I social media hanno alcune controindicazioni. Ad esempio, a me capita una cosa fastidiosa: aumenta in maniera esponenziale il numero di quelli che mi dicono, tra un post e l’altro, che se non ho intenzione di parlare con chi si definisce fascista significa che non sono democratico. “il fascista sei tu”, sostengono. Uhm.

Scrivo quindi questo post per avere sempre a disposizione un link da postare in replica a simili affermazioni. Piacendovi, potrete utilizzarlo anche voi.

Due premesse: la prima: non ho intenzione di filosofeggiare sull’essenza del fascismo, né di assecondare quegli speciosi paragoni che di solito si portano avanti tra fascismo e comunismo. Mi limito a dire che no, non sono comunista. Ma che comunque c’è una certa differenza.

La seconda, doverosa: non negherò mai di avere amicizie decennali con persone di destra. Non è che ci parli molto :-), ma gli voglio bene e se capita di farsi una birra o una partita a biliardino, ok. Non sono così bigotto, e prevedo ovviamente le eccezioni al quel che sto per dire.

Ed ecco quel che sto per dire:

La democrazia è un sistema, non un ideale: nasce ed esiste per tutelare le società dal potere di uno o di pochi (si pensi, esempio classico, all’ostracismo degli ateniesi). A ben vedere, essa diviene un ideale in contrapposizione ai totalitarismi, poiché è l’arma migliore per combatterli o addirittura prevenirli. Il fascismo, al contrario, prevede potere ai  forti,  sopraffazione dei deboli, utilizzo della violenza, presunzione di categorie razziali. Insomma, è un totalitarismo. Le due cose non possono convivere, è chiaro.

Per questo, come accade con le lingue, che si parlano entro i confini in cui sono comprese, mi esprimo in maniera democratica entro i confini della democrazia. E il fascismo è ben al di fuori di questi confini. Esso non partecipa per definizione alla democrazia ed è dunque paradossale che un fascista mi accusi di “anti-democrazia”: è come uno che pretenda di giocare a polo cavalcando un cingolato.

Mi è stato anche detto che quando smetto di parlare con chi esibisce celtiche o altri ameni simboletti non mi dimostro “aperto al dialogo”. Mi si è chiesto: “perché non cerchi di convincermi?”.

Fermo restando che è caratteristica delle fedi religiose quella di convertire tutti i passanti al proprio dio (brrrr), e che così dicendo si considera l’idea politica alla stregua di una fede (brrrr), alla seconda domanda rispondo facile: non provo a convincere uno che si dichiara fascista perché la vita è breve e ho di meglio da fare.

A proposito dell’apertura al dialogo, invece, ecco cosa penso:

il fascista non dialoga. Non sa cosa sia il dialogo, che concepisce come un banale gioco di attacco e difesa. Egli nutre invece una morbosa passione per lo scontro che, per sua disgrazia, nella nostra società è sempre meno fisico. Il suo scontro verbale si esplica nella volgarità da un lato e nel citazionismo dotto dall’altro, dove le citazioni hanno più o meno la valenza che il ju jitsu avrebbe nello scontro fisico (ma un esperto di ju-jitsu vi dirà che lo usa male chi lo usa per far male, si sa, e lo stesso vale per la cultura, si sa). A volte, il gioco di attacco e difesa su facebook è particolarmente divertente; ma, alla lunga, uno si accorge che il dialogo è anche quello, ma è soprattutto un’altra cosa.

Vi state annoiando? Ho quasi finito.

Il fascismo è violento. Per definizione. Non dico che tutti gli individui che si dichiarano fascisti siano dei violenti, ma che al fascismo è connaturato l’esercizio della violenza, previsto ideologicamente. Per quel che mi riguarda, sono amico di molti non-violenti, ma non appartengo a questa nobile schiera. Tuttavia, sono chiaramente un anti-violento, il che è leggermente (mica tanto) diverso. Odio con tutto il cuore la violenza di qualunque genere: dalle lettere maiuscole quando si scrive su facebook alle risse, da ogni guerra a quel che accade entro troppe mura domestiche.

Il fascista, quando discute, utilizza inconsciamente la violenza, perché è implicita alla sua ideologia. Egli, cioè, partendo dal presupposto che esistono razze superiori e persone elette, popoli migliori, nemici a priori, nazioni da sconquassare (e non parliamo di robe alla madame Blavatsky e suoi sequel esoterici) esclude il dialogo e ne impedisce lo sviluppo se non in una logica di vittoria e di sconfitta: in una logica di violenza. Nella migliore delle ipotesi, ritenendo di essere superiore, avrà la pretesa di addomesticarmi. Dovrei dunque comportarmi come un animale del suo circo privato?

No.

Rifiutarsi di parlare con un fascista (fatte le debite eccezioni, d’accordo, ci sono sempre eccezioni nella vita) è un atto che appartiene alla mia più intima morale. E chi mi conosce sa che adoro il confronto e le discussioni (anche troppo, ok): rinunciarvi mi costa molto.

Nel mio piccolo, vi consiglio di fare lo stesso, di essere sempre consapevoli che non si tratta di vigliaccheria né di timore di essere nel torto, ma si tratta semplicemente di dare alle cose il giusto valore.

Se siete d’accordo con questo umile e lacunoso post, potete usarlo come link ogni qualvolta qualcuno vi dirà: “ma scusa, dici di essere democratico e poi non parli coi fascisti?”
E no, cazzo, proprio per questo non ci parlo + link.

pamarasca