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decrescita

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ragno_louise_bourgeois

Sono fermamente convinto dell’opportunità di un federalismo solidale e libertario, ottenuto grazie alla crescita di centri locali per un verso autonomi e per l’altro capaci di organizzarsi realmente in rete, sfruttando la tecnologia odierna. Non è un’idea nuova, ma resta a mio parere valida in un’epoca in cui sembra assurdo contrapporre l’idea di Stato, Popolo, Nazione a quella di Mercato, Liberismo, Globalizzazione. Infatti, solo equilibrando il globale con il locale, come insegnano Bookchin, Bauman, Beck e per certi versi Serge Latouche, è possibile uscire dalla contraddizione che implica la coesistenza della vecchia idea di Stato e della nuova globalizzazione.

Per questo, ho sempre sostenuto che il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto dedicarsi alla politica locale, creando soluzioni amministrative diverse dalle consuete e punteggiando la mappa dell’Italia di località virtuose, capaci di collegarsi tra loro, di supplire a vicenda delle proprie debolezze, di rifiutare la competizione e la corsa alla supremazia economico-territoriale. Questa sarebbe stata la vera scelta rivoluzionaria.

Invece, il Movimento Cinque Stelle ha preferito infilarsi nell’imbuto unto della struttura politica tradizionale, affermando il suo diritto a partecipare a un parlamento che per sua stessa costituzione appare fradicio e pieno di buchi, non solo per la qualità dei suoi componenti. Non c’è niente di rivoluzionario nel parlamento italiano e nella politica delegata: ora ci sarà una persona migliore, ora una peggiore. Soprattutto, si riafferma, entrandovi, la supremazia di una politica centralizzata, statale, che addirittura si auspica autarchica, del tutto aliena dal mondo circostante e del tutto priva di significati di rottura. Si riafferma, sostanzialmente, l’importanza di un governo centrale forte, capace di arroccarsi come di offendere, mai di solidarizzare.

Questo è l’errore di un Movimento. Pensare che la società debba necessariamente iscriversi in un sistema politico già dato.

Buona fortuna.

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Con la crisi, saremo più grassi. Leggevo un articolo che parlava di questo, qualche giorno fa. Il discorso era (è) semplice: con meno soldi in tasca, andremo alla ricerca dei prodotti più economici che spesso, non sempre ma spesso, sono quelli più grassi, meno sostenibili dal nostro organismo, meno salubri, più chimici, meno naturali. Le merendine dei nostri figli saranno della Konder, gli spaghetti della Di Ciccio, i prodotti biologici di Alce Opaco. D’altronde, le grandi marche risparmieranno su tutto per venderci merci a minor prezzo (prova questa di ricarichi impazziti, ma è un’altra storia).

È dunque, questa crisi, del capitalismo e non del consumismo. Bellamente continueremo a ingozzarci di schifezze inutili, solo più schifose, senza cambiare una virgola della nostra attitudine al consumo senza limite di ciò che non abbisognamo. Anzi. La corsa al risparmio procura una sorta di spasmodica corsa al consumo performante: “sai, ho trovato questi biscotti a due euro in meno di quegli altri e ne ho presi 5 pacchi scadono domenica ma riusciremo di sicuro a terminarli” “sai, ho trovato le carote giganti a metà di quelle medie” “che bravo, ma come fai a risparmiare così?”.

La gara è la seguente: comprare il più possibile spendendo il meno possibile. Il risparmio è diventato un business e l’acquisto è salvo, così come il desiderio inappagato di qualcosa, qualunque cosa, purché non sia appagante per davvero ma rimandi a nuova merce più costosa.

Così, meno soldi avremo più saremo grassi. Naturalmente questo avrà una ricaduta sulla nostra salute e sulla nostra sanità pubblica, ovvero sulle nostre tasse, ovvero sulle nostre tasche, sulla nostra società. Ma ci sarà sempre una merendina alla nostra portata.

E così via, pieni da far schifo, ubriachi di Havanna 5 anni e ½ e birra Porroni, diabetici d’aspartame e caramello, pronti a pagare rate e rate e rate per la nostra fiammante Mercades Bonz cupé.

Grassi di carne rossa, bianca, rosé, violacea, surgelata, calda, schiacciata, deprivata sensorialmente dalla nascita, nervosa, pronti, sempre pronti, a risparmiare sul gelato, non a fare a meno del gelato.

Le braccia grasse e rosacee infilate nell’ingranaggio che ci tritura come ciccioni senza speranza alle prese con la macchina distributrice di coca-cola light. Light, rispetto a cosa poi? A un’altra coca-cola.

I cervelli intasati di informazioni vuote, gli occhi di jpeg, pronti a divorare le parole che leggiamo senza masticarle, come facciamo con il filetto di turno, o si trattava di tonno, magari era maiale?

Siamo nel pieno (è il caso di dirlo) della crisi abbondante, le merci ci sommergeranno più di prima, solo più nocive, ma che importa? Costano meno, e delle conseguenze importa poco, perché noi non abbiamo figli o, se li abbiamo, non riusciamo a guardare oltre il loro naso, dove dovrebbe trovarsi il futuro che li aspetta, forse, se non ce lo mangiamo prima.

Pamarasca