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Intanto da qui ringrazio tutti quelli che hanno partecipato all’incontro che si è tenuto ieri, giovedì 28 marzo, al teatro delle muse sulla cultura ad Ancona. Eravate tanti, e grazie grazie grazie. Poiché in quell’incontro ho parlato anche dell’utilizzo di internet ai fini della trasparenza e della narrazione di quel che si fa, beh, quale modo migliore di dimostrarlo immediatamente. Ecco, senza una revisione e quindi con la qualità di scrittura che si riserva a note da tenere lì per scongiurare la perdita del filo, gli appunti che ho seguito, in definitiva quel che ho detto – così, chi non c’era, può darci un’occhiata. Naturalmente ringrazio la candidata a sindaco Valeria Mancinelli per avermi chiesto di studiare la faccenda e di metterci del mio.

 

Incontro La cultura che unisce, sala Melpomene, Teatro delle Muse, 28 marzo 

1.

Per preparare questo breve intervento ho parlato con molte persone che si occupano di cultura sotto vari aspetti. In questo modo, alcune idee che avevo al riguardo si sono trasformate, come è bene che accada, pur mantenendo una cifra propria. Ho imparato molte cose, e ne ho scovate molte altre da imparare.

Il presupposto dal quale parto è che proprio in un periodo storico come questo la cultura ha il compito da un lato di tenere saldo il tessuto sociale disgregato e, dall’altro, di farlo indicando orizzonti nuovi – cosa che essa, all’interno di una collettività, è chiamata a fare per definizione.

Perché questo avvenga, il discorso culturale si deve fondare su:

a)      La produzione culturale che deve lavorare affinché la città sia orgogliosa di ciò che produce;

b)      L’educazione e la formazione alla cultura, intese sia come creazione di un senso critico sia come didattica specializzata;

c)      La presenza di una visione culturale che coinvolga e appassioni tutta la città e abbia contenuti sociali ed economici chiari e tangibili;

d)      L’ascolto delle forze giovani e di un humus culturale che sprigiona energia;

e)      Il sostegno agli artisti che ad Ancona si sentono soli e spesso abbandonati – se non se ne vanno.

 

2. Proviamo a immaginare il discorso culturale di una città come un corpo.

a)      Le istituzioni culturali sono le ossa. Biblioteca, Pinacoteca, Musei, siti culturali, scuole, ma anche università, teatri etc. sono punti di riferimento. Vanno vissuti come servizi, luoghi di fruizione, luoghi di incontro e luoghi simbolici. Perché sia così bisogna:

–         completare le soluzioni strutturali, restituendo questi luoghi alla città prima possibile (non si può parlare di cultura se una città non ha, praticamente, una biblioteca);

–         interfacciare istituzioni, associazioni e professionisti della cultura: ognuno deve dare e prendere dall’altro (le associazioni possono essere utili con le loro attività alle scuole e alle istituzioni culturali e queste possono supportare le associazioni con servizi e infrastrutture);

–         che le istituzioni siano al servizio del discorso culturale cittadino (l’università deve essere coinvolta nei progetti culturali e mettere a disposizione il suo know how);

–         rafforzare sì il sito in cui l’istituzione si trova, ma anche uscire e andare incontro alla città in luoghi non convenzionali (ad es. uno spazio fluido e dinamico della biblioteca e della pinacoteca al mercato delle erbe, ma anche in molti altri posti e in forma di “flash mob”);

–         concertare una programmazione il più possibile continua e consultare la città sui servizi che richiede.

 

b)      I progetti di produzione culturale sono i muscoli più forti, quelli che consentono alla città di uscire all’esterno senza disgregarsi. In questo caso:

–         concertare un discorso produttivo organico: produzioni diverse per un orizzonte comune, che permettano ad Ancona di elevarsi a livello sovracittadino;

–         dialogare con la Regione in maniera propositiva e costruttiva: Ancona non è un’isola, essa deve mostrare una concreta progettualità e in virtù di questa ottenere nuovo ascolto e nuove risorse;

–         lavorare nelle scuole e in generale nella città per trasmettere la fierezza della produzione culturale: aumento del senso critico, della consapevolezza culturale, dell’orgoglio, grazie a educazione e a una comunicazione attenta e concertata;

–         sviluppare diverse risorse formative che nascono dalla tradizione e dalla storia dell’Ancona contemporanea (ci sono in letteratura, in danza, in teatro, in scultura, in musica etc.). Alcune di queste risorse potranno nel tempo avvicinarsi o raggiungere un’eccellenza della quale andare fieri, e in virtù della quale saranno sostenute e non limitate. Ancona infatti ha il vizio di tirare verso il basso le eccellenze che si ritrova ad avere, mentre dovrebbe esserne orgogliosa e sostenerle a livello sovracittadino;

–         creare un network virtuoso nell’area vasta e non chiudersi entro le proprie mura: guardare oltre la siepe e non solo il proprio orto, e lavorare con i comuni vicini.

 

c)      Un’attività culturale diffusa nella città (e nel porto) è il sangue che scorre nelle vene. Ancona deve essere vissuta 12 mesi su 12. L’amministrazione deve sostenere e fungere da amalgama:

–         creare un brand unico “AnconaVive” che sostenga le attività culturali senza pagarle né guidarle, ma calendarizzandole e permettendo, grazie alla propria presenza, di raggiungere con più facilità risorse per la loro realizzazione (sponsor, sconti su service, sconti siae, tosap…);

–         creare una serie di forum permanenti che non siano una consulta di tutti, ma siano strutturati per essere operativi: forum soprattutto per le associazioni, che permettano di ottimizzare le risorse e le proposte culturali, che coinvolgano soprattutto i giovani e che dovranno tenersi sempre con la presenza fisica dell’amministratore incaricato, il cui compito e trasformare in operatività la negoziazione e in cooperazione l’aggregazione;

–         creare forum con soggetti culturali dei comuni limitrofi allo stesso scopo;

–         lasciare all’associazione che se ne occupa il festival AdMed ma trovare la via per istituzionalizzarlo e coinvolgere così la città, estendendolo sia sul piano geografico (almeno fino al piano, ma anche ai quartieri nuovi, e a un vasto territorio oltremarino) e temporale (iniziative legate ad Admed devono essere vive tutto l’anno in città, per far sì che il festival sia della città);

–         investire in maniera organica sui 12 mesi le risorse senza concentrarle tutte nell’estate.

 

d)      I giovani e gli artisti sono i sensi e i nervi di questo corpo.

–         favorire l’incontro tra i giovani e con i giovani, favorire la loro creatività e la loro spinta. I giovani devono avere delle istituzioni con cui dialogare e anche delle istituzioni contro cui andare, eventualmente – è una cosa sana – ma non un’assenza di istituzione culturale;

–         creare una o due case degli artisti, edifici nelle quali gli artisti possano operare, dipingere, lavorare, comunicare, che diventino simbolo del nocciolo del discorso culturale, che è appunto la cultura “fatta”, l’arte;

–         mettere a disposizione dei giovani che vogliano fare impresa culturale o associazionismo culturale risorse immobili del comune, in maniera rapida e trasparente, a fronte di migliorie, manutenzione ma anche di un lavoro culturale che deve essere monitorato;

–         sostenere l’associazionismo ma anche il passaggio a impresa culturale: spesso l’associazionismo non arriva ad avere la forza necessaria di proporsi su un mercato come quello culturale e deve essere aiutato a rischiare.

e)      I luoghi solo le spazio nel quale il corpo si muove:

– oltre a quanto detto sugli immobili, finire i lavori non finiti e destinare gli spazi secondo un piano coerente e organico;

– pensare a una geografia culturale del centro storico che permetta di riappropriarsi di un vero borgo abbandonato;

– usare i luoghi istituzionali come sedi di co-working culturale per i giovani;

– usare internet, che è essenzialmente un luogo “altro”, per la comunicazione, il dialogo con la città e la trasparenza dell’amministrazione: un sito snello, anche fatto in casa a costo zero, in cui si trovi un calendario, una comunicazione aggiornata delle scelte e degli investimenti, uno spazio per dibattere.

 

f)        Le risorse sono il cibo per il corpo del quale stiamo parlando:

– concepire la cultura per quello che è: un comparto culturale che può e deve conoscere il segno + in sede di bilancio;

– proteggere il lavoro culturale alla pari di tutti gli altri lavori, e i lavoratori alla pari di tutti gli altri lavoratori;

– lavorare attraverso un nucleo di professionisti al fund raising e ad intercettare bandi provenienti da privati e da enti pubblici, primi fra tutti quelli UE: concepire questo lavoro come un drenaggio di risorse che ha bisogno che si lavori tutti assieme;

– utilizzare le risorse in maniera trasparente secondo un piano organico: diverse strade verso un unico orizzonte, e per questo c’è bisogno di condividere questo orizzonte e di smussare alcuni angoli nel lavoro comune;

– pagare e far pagare la cultura: è un concetto che deve essere chiaro.

 

3. In questi giorni ho incontrato molte persone, e imparato da loro molte cose. So che ci sono una serie di difficoltà e credo che le cose che servano ora siano: una chiarezza estrema su strumenti, risorse, obiettivi; una presenza negoziale continua e fisica da parte dell’amministrazione che permetta l’inizio di un lavoro da fare tutti assieme.

Molte delle realtà che abbiamo sono importantissime, altre svolgono funzioni diverse, alcune sono in mezzo tra queste due e devono trovare una loro collocazione che permetta di utilizzarle come risorse culturali e sociali e soprattutto di soddisfare il loro desiderio, riconoscendole e dando loro cittadinanza. Qui non si tratta di capire chi sia cultura di serie a o di serie b o di serie c o di eccellenza, ma di legare tutti a un orizzonte che deve portare a far sì che nessuno si stupisca se da Ancona, un giorno qualunque, nasce un’artista di levatura internazionale. Non vogliamo che si dica “e questo come è scappato fuori da qui?”.

Oggi, in un mondo che sta incanalando lo scontento e il malessere nella rabbia e nello scontro a tutti i costi, la cultura, che nella forma artistica è rottura sì, ma simbolica, deve essere un esempio. Mostrare che esistono altre strade, e migliori, per rendere davvero costruttivi rabbia, bisogni, esigenze. Con il lavoro assieme, la parola, la conoscenza, il rispetto.

Pamarasca

 

 

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Da qualche giorno infuriano le discussioni attorno al Movimento 5 stelle. Come spesso accade ultimamente, posizioni divergenti vengono lette come affronti, critiche; come sfide o offese, riflessioni; come prese di parte (o di partito). Per quel che mi riguarda, sono convinto della forza propulsiva del Movimento a 5 stelle e credo che esso incarni, molto all’italiana, altri movimenti di rottura sparsi per il globo, a cominciare da Occupy Wall Street. Sono meno convinto da altre cose sulle quali vorrei porre l’attenzione, sia pure sinteticamente (me ne scuso). Queste cose sono:

–         il leaderismo;

–         la faciloneria rispetto al peso e al valore della rete;

–         un rifiuto aprioristico dei massimi sistemi;

–         il quasi totale disinteresse per la cultura

1)      il leaderismo

Non mi soffermo troppo su questo punto. Qualche riga fa ho scritto “all’italiana” e con questa espressione intendo dire

senza la capacità di dar vita a qualsivoglia movimento, partito, gruppo, squadra di calcio o calcetto, centro sociale, famiglia che non abbia un leader carismatico forte e predominante

Un movimento che si definisca tale e che creda nel proprio valore rivoluzionario dovrebbe interrogarsi anzitutto su questo. Che poi il leader di tale movimento non si candidi alle elezioni è un’aggravante, poiché egli assume in questo modo le connotazioni del Grande Sacerdote, dello Sciamano, dell’Intoccabile che resta a lato eppure è al centro. Ruolo spesso ricoperto dalle autorità religiose e paterne. Io non credo abbiamo bisogno di tutti questi padri: trovarne sempre di nuovi è un regresso.

2)      la Rete

Qui la trattazione richiesta sarebbe vastissima. Ho studiato la rete meno di molti altri, ma più di alcuni. Sono convinto della sua portata rivoluzionaria e sposo appieno le idee di de Kerchove (eh grazie, lo so), che tuttavia considero un pensatore molto, molto avanti rispetto ai tempi che corrono. La sua intelligenza connettiva – che non è affatto la somma di più intelligenze che si confrontano su una questione attorno a un tavolo virtuale – è nel contempo la partenza e il traguardo di un graduale abbandono del narcisismo odierno che, lo vediamo ogni giorno, si difende a denti stretti proprio dall’interno della stessa rete.

Il momento è epocale, è chiaro, e nessuno può dire con certezza quale sia la direzione. Importante allora sarebbe capire la grandezza della questione, trattarne con umiltà, compiere alcuni passi senza voler saltare il fosso. Si tratta di un problema prima culturale ed educativo che tecnologico. Rheingold, tra i creatori del web odierno, scrive, e lo cito spesso, che la rete richiede un senso civico estremamente sviluppato, poiché oggi possiamo agire con violenza contro qualcuno senza vederne il dolore. Possiamo, cioè, agire senza assistere alle conseguenze del nostro gesto linguistico. Non c’è, in definitiva, un limite ad una libertà che, però, non è un ideale condiviso ma la semplice e violenta libertà di fare quello che ci pare (senza conseguenze che ci tocchino).  Una libertà che è il contrario di ciò che sostiene di essere.

Se la rete permette inverosimili incontri di intelligenze, fa lo stesso per gli scontri e leggerne le potenzialità con semplicismo è un errore spaventoso. Siamo nel mezzo di una svolta, per comprenderne la portata non dobbiamo tanto parlare di quella, ma studiare la storia, le reazioni dell’umanità di fronte alle grandi rivoluzioni, il passato. I filosofi. Cosa che oggi è davvero poco in voga. Quando si parla di rete, la fretta di dire cosa sia è la peggior nemica dell’umanità.

3)      Il rifiuto dei massimi sistemi

In nome della concretezza a tutti i costi mi sembra si stia consumando un vero massacro. Non solo, né tanto, da parte del Movimento 5 stelle, è vero, ma io parlo di questo Movimento perché questo mi interessa. Si predilige un taglio amministrativo tout court che può funzionare perfettamente:

–         nelle amministrazioni locali, in piccoli contesti e su specifiche questioni;

–         quando si tratta di opporsi a una cosa, un progetto, un’idea.

Esistono però problemi che per semplicità ho definito relativi ai massimi sistemi. Si tratta di quei problemi non eminentemente pratici che richiedono anzitutto una riflessione e una presa di posizione, al di là della convenienza materiale (sarebbe conveniente la pena di morte per risolvere l’affollamento delle carceri, ad esempio). La presa di posizione di fronte a tali problemi (l’eutanasia, ad esempio, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la guerra, la tortura etc. etc.) deriva da principi che di solito l’uomo sintetizza in sostantivi. Uguaglianza, Libertà, Solidarietà. Autoritarismo, Potere, Religione. Laicità. E altro ancora. La nascita dei grandi movimenti politici è legata a questi principi (gli ideali) e d’altronde la vita di ognuno di noi lo è: l’Amore, ad esempio, cosa è se non un ideale, un’immagine, un discorso?

Mi si dice che questi ideali hanno stufato perché non si raggiungono mai (e difatti, l’Amore, per rimanere sul piano individuale e non collettivo, come lo immaginiamo non esiste affatto, per fortuna, è solo un desiderio che ci muove e spinge a negoziare, ad ottenerne uno reale, tangibile, una mediazione). Che bisogna essere concreti.

Ma la non fattibilità di determinati ideali non può e non deve impedirci di desiderarli, perché è il desiderio quello che ci muove e ci permette di vivere l’umanità. Porre gli oggetti di questo desiderio al centro di progetti politici non è utopia, è amore per l’uomo, per il futuro, per i figli, per la terra. Altrimenti, costruiremo bellissimi e funzionalissimi ponti per andare da nessuna parte o, nella peggiore delle ipotesi, quella che si sta avverando, scambieremo il consumo con l’ideale, l’oggetto da far nostro con il sogno.

Di un Movimento politico io voglio sapere cosa pensa dei massimi sistemi. Non mi basta che mi si dica: “quando si porrà il problema vedremo”. Io voglio sapere se immagina una società laica o religiosa, maschilista o paritaria, xenofoba o multiculturale, libertaria o autoritaria. Voglio conoscere i limiti che pone, perché la libertà è fatta di limiti anzitutto. Non sono problemi concreti? Accidenti se lo sono!

4)      Cultura

Si giunge così alla terrificante assenza di un discorso culturale, laddove la questione educativa e culturale dovrebbe essere al primo posto, non fosse altro che per la presenza della rete, immenso e propositivo motore culturale appunto. E’ un paradosso che non riesco a capire perché è proprio l’emarginazione della cultura l’effetto della politica degli ultimi decenni, votata al consumo, alla “crescita”, alla produzione a tutti i costi, alla quantità.

Chi si oppone al diktat del mondo odierno e critica il Pil come metro di giudizio di una società, chi si scaglia contro il potere finanziario e le multinazionali non può che fondare un discorso sensato sul piano culturale. E’ proprio la cultura l’arma in grado di affossare l’economia dominante, di riempire il nostro tempo qualitativamente, di avversare il consumo del quale siamo schiavi, di farci decrescere felicemente. Eppure, di cultura non v’è traccia. Soldi, conti. In questo modo mi sembra ci si metta alla pari di quanti cercano soluzioni quantitative a un problema che è qualitativo. Mi sembra, per dirla tutta, che alla pari di altri sostantivi (politica, ideologia, sinistra, destra) anche “cultura” stia pagando un dazio davvero alto sull’altare dei presunti innovatori. Certo, mi si dirà, è normale: in assenza di ideali, la cultura trova una difficile collocazione, ed è per questo che, ad esempio, una cultura di destra di fatto non esiste. Ma bisogna fare uno sforzo, credo, perché se non lo dice un Movimento giovane ed onesto che la cultura è importante, che serve come e più del consumismo, chi lo deve dire?

Mi si dirà a questo punto che soluzioni posso proporre. Boh. Le soluzioni pensate trenta anni fa (trenta!) da alcuni esponenti del pensiero libertario americano possono essere riviste senza essere snaturate, poiché parlavano di federazioni con territori e popolazioni ridotti nella quali grazie alla tecnologia si potesse esercitare una forma di democrazia il più diretta possibile, così come il discorso di Latouche contiene risvolti pratici importanti, e anche quello di molti altri che conosco troppo poco per citarli. E però, ognuna di queste soluzioni è vincolata alla rinuncia da parte nostra di qualcosa che è molto più importante del 30, del 50 o del 90% di stipendio. E’ la rinuncia al narcisismo, alla competizione, all’esercizio del potere, la rinuncia all’illusione del possesso della ragione. Soprattutto la rinuncia alla logica del consumo che ci fa sentire liberi quando facciamo qualcosa che nuoce agli altri – direttamente o indirettamente. Le federazioni di cui si parla sarebbero infatti fondate sulla solidarietà e su reciproci rapporti di scambio e di conoscenza. Niente di più lontano dall’aggressività odierna, dalla competizione a tutti i costi, dallo sbandamento che porta molti a una deriva violenta, volgare, gretta, meschina, vuota.

Si potrebbe iniziare con lo studio della storia, per capire meglio quali potrebbero essere i nostri futuri, perché tutte le epoche si sono trovate di fronte a grandi cambiamenti, non solo la nostra; e con lo studio della letteratura, con l’esercizio della musica e della poesia, perché nell’arte spesso si sono trovate risposte ai mali della società. Con la lettura delle teorie libertarie di Bookchin, delle critiche di Pasolini, con la rinuncia a gridare, urlare, parlare sopra, anche quando sembrerebbe la sola soluzione.

La rete ce lo permette, perché in rete non è chi grida che viene più ascoltato. Per ora, è chi paga. E profumatamente.

Ma chissà, tra qualche tempo…

Pamarasca