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Bookchin

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Sono fermamente convinto dell’opportunità di un federalismo solidale e libertario, ottenuto grazie alla crescita di centri locali per un verso autonomi e per l’altro capaci di organizzarsi realmente in rete, sfruttando la tecnologia odierna. Non è un’idea nuova, ma resta a mio parere valida in un’epoca in cui sembra assurdo contrapporre l’idea di Stato, Popolo, Nazione a quella di Mercato, Liberismo, Globalizzazione. Infatti, solo equilibrando il globale con il locale, come insegnano Bookchin, Bauman, Beck e per certi versi Serge Latouche, è possibile uscire dalla contraddizione che implica la coesistenza della vecchia idea di Stato e della nuova globalizzazione.

Per questo, ho sempre sostenuto che il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto dedicarsi alla politica locale, creando soluzioni amministrative diverse dalle consuete e punteggiando la mappa dell’Italia di località virtuose, capaci di collegarsi tra loro, di supplire a vicenda delle proprie debolezze, di rifiutare la competizione e la corsa alla supremazia economico-territoriale. Questa sarebbe stata la vera scelta rivoluzionaria.

Invece, il Movimento Cinque Stelle ha preferito infilarsi nell’imbuto unto della struttura politica tradizionale, affermando il suo diritto a partecipare a un parlamento che per sua stessa costituzione appare fradicio e pieno di buchi, non solo per la qualità dei suoi componenti. Non c’è niente di rivoluzionario nel parlamento italiano e nella politica delegata: ora ci sarà una persona migliore, ora una peggiore. Soprattutto, si riafferma, entrandovi, la supremazia di una politica centralizzata, statale, che addirittura si auspica autarchica, del tutto aliena dal mondo circostante e del tutto priva di significati di rottura. Si riafferma, sostanzialmente, l’importanza di un governo centrale forte, capace di arroccarsi come di offendere, mai di solidarizzare.

Questo è l’errore di un Movimento. Pensare che la società debba necessariamente iscriversi in un sistema politico già dato.

Buona fortuna.

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Mi ha colpito tempo fa questo articolo di Carlo Galli sull’anarchia. Così tanto che ho mandato una lettera al quotidiano, pur sapendo che, subissati di commenti e lettere come sono, difficilmente sarebbe stata pubblicata. Lo stesso commento ho mandato poi ad A rivista anarchica che lo ha pubblicato nel numero attuale, estivo. Dicevo così:

L’articolo di Galli mi stupisce. Si tratta di una lezione scolastica sull’idea anarchica o, meglio, sul comportamento anarchico, che non manca di citare i classici e i mistici del pensiero libertario, a partire da Proudhon e da Tolstoj. Quello che mi sorprende non è l’approccio storico-divulgativo, ma la superficialità con cui Galli liquida una sorta di buonismo anarchico e, soprattutto, il fatto che egli limiti la sua esposizione ad un passato remoto, come se il pensiero libertario e anarchico non si fosse mosso di lì, non abbia vissuto trasformazioni né abbia partecipato all’esistenza politica dell’occidente sino ad oggi.

Il pensiero anarchico non è buonista, ma è faticoso. Esso pretende che l’uomo, individualmente e collettivamente, sia capace di liberarsi dalle dinamiche del potere. In tutte le sue sfaccettature, il pensiero anarchico richiede un lavoro duro, doloroso, difficile, privo di garanzie per il presente e per il prossimo futuro. Una cosa inconcepibile per un’età moderna che pretende la rapidità del gioco causa-effetto ed esilia in lussuose località turistiche ogni riflessione che abbia a che fare con coscienza, inconscio, verità. Non a caso, mi sembra, esso condivide la medesima sorte dell’altra grande reietta della contemporaneità, la psicoanalisi che, sul versante clinico, richiede ugualmente un lavoro difficile, lungo, periglioso e di sicuro senza garanzie di un prossimo futuro.

Ma soprattutto, il pensiero anarchico ha continuato a vivere e a svilupparsi ben oltre i limiti di tempo in cui Galli lo rinchiude, dipingendolo alla stregua di un felino inquieto e perennemente indeciso tra le fusa e un colpo d’artiglio. Oggi esso è anzi più attuale che mai, fatta eccezione per le persone che, in nome di un’anarchismo antico e insensato, rabbioso e narcisista, usano le armi inneggiando all’A cerchiata.

Da pensatori ascrivibili alla sfera libertaria statunitense nasce buona parte dell’idea tecnologica odierna (si pensi a Jennings, o Rheingold e all’esperienza di The Well del 1985) e ben 40 anni fa gli anarchici statunitensi parlavano di un utilizzo del web in chiave di democrazia diretta, strada che conduce dritta all’anarchia intesa come organizzazione che si eserciti senza potere.

Le grandi menti che si stanno occupando delle trasformazioni legate allo sviluppo tecnologico parlano di anarchia e non d’altro quando ventilano la possibilità di uno scivolare dell’individuo nella collettività e viceversa senza strappi né ferite, della possibilità di vivere un’intelligenza ampliata dalla cooperazione delle nostre menti e di una cooperazione che per funzionare abbia bisogno non di limitare l’Altro, ma di permettergli la maggiore libertà possibile di studio, immaginazione e riflessione.

Di anarchia parla anche chi si occupa marginalmente del web, ma lo concepisce come strumento di collaborazione tra piccole realtà autogestite, società che seguono pensieri di decrescita anziché di produzione e consumismo. E di anarchia parlano quanti discutono oggi sulle forme familiari della nostra società, sui loro cambiamenti, sulle prospettive di nuove aggregazioni.

L’anarchia non è mai stata così viva, e alternativa, e possibile. Certo, in chiave globale essa deve misurarsi con società che hanno ben poco a che fare con quelle del principio del XX secolo, anche se continuano ad esistere i Bava Beccaris e i Trotskij, così come d’altronde, i Savonarola. Ma non c’è dubbio che il pensiero anarchico sia oggi pertinente. Non perfetto, non ideale, non condivisibile da tutti, ma pertinente.

Ecco perché stupisce una lezione, sia pure ben fatta, su Proudhon, Bakunin e Tolstoj, pace all’anima loro.

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Da qualche giorno infuriano le discussioni attorno al Movimento 5 stelle. Come spesso accade ultimamente, posizioni divergenti vengono lette come affronti, critiche; come sfide o offese, riflessioni; come prese di parte (o di partito). Per quel che mi riguarda, sono convinto della forza propulsiva del Movimento a 5 stelle e credo che esso incarni, molto all’italiana, altri movimenti di rottura sparsi per il globo, a cominciare da Occupy Wall Street. Sono meno convinto da altre cose sulle quali vorrei porre l’attenzione, sia pure sinteticamente (me ne scuso). Queste cose sono:

–         il leaderismo;

–         la faciloneria rispetto al peso e al valore della rete;

–         un rifiuto aprioristico dei massimi sistemi;

–         il quasi totale disinteresse per la cultura

1)      il leaderismo

Non mi soffermo troppo su questo punto. Qualche riga fa ho scritto “all’italiana” e con questa espressione intendo dire

senza la capacità di dar vita a qualsivoglia movimento, partito, gruppo, squadra di calcio o calcetto, centro sociale, famiglia che non abbia un leader carismatico forte e predominante

Un movimento che si definisca tale e che creda nel proprio valore rivoluzionario dovrebbe interrogarsi anzitutto su questo. Che poi il leader di tale movimento non si candidi alle elezioni è un’aggravante, poiché egli assume in questo modo le connotazioni del Grande Sacerdote, dello Sciamano, dell’Intoccabile che resta a lato eppure è al centro. Ruolo spesso ricoperto dalle autorità religiose e paterne. Io non credo abbiamo bisogno di tutti questi padri: trovarne sempre di nuovi è un regresso.

2)      la Rete

Qui la trattazione richiesta sarebbe vastissima. Ho studiato la rete meno di molti altri, ma più di alcuni. Sono convinto della sua portata rivoluzionaria e sposo appieno le idee di de Kerchove (eh grazie, lo so), che tuttavia considero un pensatore molto, molto avanti rispetto ai tempi che corrono. La sua intelligenza connettiva – che non è affatto la somma di più intelligenze che si confrontano su una questione attorno a un tavolo virtuale – è nel contempo la partenza e il traguardo di un graduale abbandono del narcisismo odierno che, lo vediamo ogni giorno, si difende a denti stretti proprio dall’interno della stessa rete.

Il momento è epocale, è chiaro, e nessuno può dire con certezza quale sia la direzione. Importante allora sarebbe capire la grandezza della questione, trattarne con umiltà, compiere alcuni passi senza voler saltare il fosso. Si tratta di un problema prima culturale ed educativo che tecnologico. Rheingold, tra i creatori del web odierno, scrive, e lo cito spesso, che la rete richiede un senso civico estremamente sviluppato, poiché oggi possiamo agire con violenza contro qualcuno senza vederne il dolore. Possiamo, cioè, agire senza assistere alle conseguenze del nostro gesto linguistico. Non c’è, in definitiva, un limite ad una libertà che, però, non è un ideale condiviso ma la semplice e violenta libertà di fare quello che ci pare (senza conseguenze che ci tocchino).  Una libertà che è il contrario di ciò che sostiene di essere.

Se la rete permette inverosimili incontri di intelligenze, fa lo stesso per gli scontri e leggerne le potenzialità con semplicismo è un errore spaventoso. Siamo nel mezzo di una svolta, per comprenderne la portata non dobbiamo tanto parlare di quella, ma studiare la storia, le reazioni dell’umanità di fronte alle grandi rivoluzioni, il passato. I filosofi. Cosa che oggi è davvero poco in voga. Quando si parla di rete, la fretta di dire cosa sia è la peggior nemica dell’umanità.

3)      Il rifiuto dei massimi sistemi

In nome della concretezza a tutti i costi mi sembra si stia consumando un vero massacro. Non solo, né tanto, da parte del Movimento 5 stelle, è vero, ma io parlo di questo Movimento perché questo mi interessa. Si predilige un taglio amministrativo tout court che può funzionare perfettamente:

–         nelle amministrazioni locali, in piccoli contesti e su specifiche questioni;

–         quando si tratta di opporsi a una cosa, un progetto, un’idea.

Esistono però problemi che per semplicità ho definito relativi ai massimi sistemi. Si tratta di quei problemi non eminentemente pratici che richiedono anzitutto una riflessione e una presa di posizione, al di là della convenienza materiale (sarebbe conveniente la pena di morte per risolvere l’affollamento delle carceri, ad esempio). La presa di posizione di fronte a tali problemi (l’eutanasia, ad esempio, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la guerra, la tortura etc. etc.) deriva da principi che di solito l’uomo sintetizza in sostantivi. Uguaglianza, Libertà, Solidarietà. Autoritarismo, Potere, Religione. Laicità. E altro ancora. La nascita dei grandi movimenti politici è legata a questi principi (gli ideali) e d’altronde la vita di ognuno di noi lo è: l’Amore, ad esempio, cosa è se non un ideale, un’immagine, un discorso?

Mi si dice che questi ideali hanno stufato perché non si raggiungono mai (e difatti, l’Amore, per rimanere sul piano individuale e non collettivo, come lo immaginiamo non esiste affatto, per fortuna, è solo un desiderio che ci muove e spinge a negoziare, ad ottenerne uno reale, tangibile, una mediazione). Che bisogna essere concreti.

Ma la non fattibilità di determinati ideali non può e non deve impedirci di desiderarli, perché è il desiderio quello che ci muove e ci permette di vivere l’umanità. Porre gli oggetti di questo desiderio al centro di progetti politici non è utopia, è amore per l’uomo, per il futuro, per i figli, per la terra. Altrimenti, costruiremo bellissimi e funzionalissimi ponti per andare da nessuna parte o, nella peggiore delle ipotesi, quella che si sta avverando, scambieremo il consumo con l’ideale, l’oggetto da far nostro con il sogno.

Di un Movimento politico io voglio sapere cosa pensa dei massimi sistemi. Non mi basta che mi si dica: “quando si porrà il problema vedremo”. Io voglio sapere se immagina una società laica o religiosa, maschilista o paritaria, xenofoba o multiculturale, libertaria o autoritaria. Voglio conoscere i limiti che pone, perché la libertà è fatta di limiti anzitutto. Non sono problemi concreti? Accidenti se lo sono!

4)      Cultura

Si giunge così alla terrificante assenza di un discorso culturale, laddove la questione educativa e culturale dovrebbe essere al primo posto, non fosse altro che per la presenza della rete, immenso e propositivo motore culturale appunto. E’ un paradosso che non riesco a capire perché è proprio l’emarginazione della cultura l’effetto della politica degli ultimi decenni, votata al consumo, alla “crescita”, alla produzione a tutti i costi, alla quantità.

Chi si oppone al diktat del mondo odierno e critica il Pil come metro di giudizio di una società, chi si scaglia contro il potere finanziario e le multinazionali non può che fondare un discorso sensato sul piano culturale. E’ proprio la cultura l’arma in grado di affossare l’economia dominante, di riempire il nostro tempo qualitativamente, di avversare il consumo del quale siamo schiavi, di farci decrescere felicemente. Eppure, di cultura non v’è traccia. Soldi, conti. In questo modo mi sembra ci si metta alla pari di quanti cercano soluzioni quantitative a un problema che è qualitativo. Mi sembra, per dirla tutta, che alla pari di altri sostantivi (politica, ideologia, sinistra, destra) anche “cultura” stia pagando un dazio davvero alto sull’altare dei presunti innovatori. Certo, mi si dirà, è normale: in assenza di ideali, la cultura trova una difficile collocazione, ed è per questo che, ad esempio, una cultura di destra di fatto non esiste. Ma bisogna fare uno sforzo, credo, perché se non lo dice un Movimento giovane ed onesto che la cultura è importante, che serve come e più del consumismo, chi lo deve dire?

Mi si dirà a questo punto che soluzioni posso proporre. Boh. Le soluzioni pensate trenta anni fa (trenta!) da alcuni esponenti del pensiero libertario americano possono essere riviste senza essere snaturate, poiché parlavano di federazioni con territori e popolazioni ridotti nella quali grazie alla tecnologia si potesse esercitare una forma di democrazia il più diretta possibile, così come il discorso di Latouche contiene risvolti pratici importanti, e anche quello di molti altri che conosco troppo poco per citarli. E però, ognuna di queste soluzioni è vincolata alla rinuncia da parte nostra di qualcosa che è molto più importante del 30, del 50 o del 90% di stipendio. E’ la rinuncia al narcisismo, alla competizione, all’esercizio del potere, la rinuncia all’illusione del possesso della ragione. Soprattutto la rinuncia alla logica del consumo che ci fa sentire liberi quando facciamo qualcosa che nuoce agli altri – direttamente o indirettamente. Le federazioni di cui si parla sarebbero infatti fondate sulla solidarietà e su reciproci rapporti di scambio e di conoscenza. Niente di più lontano dall’aggressività odierna, dalla competizione a tutti i costi, dallo sbandamento che porta molti a una deriva violenta, volgare, gretta, meschina, vuota.

Si potrebbe iniziare con lo studio della storia, per capire meglio quali potrebbero essere i nostri futuri, perché tutte le epoche si sono trovate di fronte a grandi cambiamenti, non solo la nostra; e con lo studio della letteratura, con l’esercizio della musica e della poesia, perché nell’arte spesso si sono trovate risposte ai mali della società. Con la lettura delle teorie libertarie di Bookchin, delle critiche di Pasolini, con la rinuncia a gridare, urlare, parlare sopra, anche quando sembrerebbe la sola soluzione.

La rete ce lo permette, perché in rete non è chi grida che viene più ascoltato. Per ora, è chi paga. E profumatamente.

Ma chissà, tra qualche tempo…

Pamarasca

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Se usiamo solo una percentuale ridotta del nostro cervello, sarà anche normale che usiamo una percentuale ridotta dei nostri strumenti. Un po’ come un tizio che, potendo correre o volare, si limita a camminare mentre pensa alla giusta alternativa.

Qualche tempo fa, le nuove frontiere del Web attirarono ipotesi, utopie, critiche e riflessioni di grande profondità: basti pensare a Rheingold, all’intelligenza connettiva di De Kerckhove, ai dubbi sollevati, non a torto, da Rifkin. A Murray Bookchin, che ebbi la fortuna di intervistare nel ’90 e gli brillavano gli occhi pensando a Internet come veicolo di democrazia diretta e libertà. Quell’epoca sembra finita: ha lasciato spazio ad una (presunta) maggiore consapevolezza dello strumento. Come ci fosse sempre meno bisogno di interrogarsi. Ma è così? O non è, forse, che abbiamo deciso di ridurne la percentuale di utilizzo?

I Social Media, ad esempio. Una faccenda strepitosa. Sotto ogni punto di vista. Eppure, qualcosa non torna… Voglio dire, non è che i social media siano stati invasi dal mercato; non è che il mercato abbia affilato i propri artigli, spalancato le fauci e stia cercando di divorarsi questa inimmaginabile, fino a poco tempo fa, oasi di comunicazione e libertà. No. I Social Media, più che altro, si sono tuffati in quelle fauci come mio nipote dodicenne farebbe nella piscina di una beauty-farm. Perché sono perfetti.

Poiché il mercato è sempre più scambio di persone, conoscenze e competenze anziché di merci e prodotti, i social media sono il grimaldello adatto; poiché una generazione intera scalpita per trovare il proprio segno distintivo, i social media sono l’abito perfetto. Non solo, sono anche un buon antidoto per le crisi di coscienza: i social media corroborano quel (a mio parere) tremendo ossimoro che passa sotto il nome di Marketing etico o, addirittura, libertario.

[Da profano, ammiro ogni tentativo di avvicinare l’etica e la sostenibilità al marketing, da Grant a blog di grande interesse. Ma resto dell’idea (sarà l’età) che se il mio scopo è vendere qualcosa di inutile a qualcun altro si tratta di un’azione antietica a priori. Niente di troppo criticabile: ma almeno ammettiamo che si tratta di rendere il re seminudo, non proprio di vestirlo]

Io adoro i social media. Per questo, mi colpisce (e ferisce) che si rifletta sempre meno sulle loro implicazioni e sempre più sulle loro applicazioni.

Se è vero che possono cambiare la nostra maniera di organizzare e persino creare il sapere, attraverso la condivisione, è anche vero che, pian piano, si stanno accontentando di cambiare la nostra maniera di vendere e trasmettere le qualità di un servizio o di un prodotto.

Questi media sono come la ragazzina che, avendo deciso di essere una punk, si va a comprare i jeans da Stussy con i soldi del papà. Con la differenza che il punk, prima di essere inglobato, codificato e remunerato, visse un momento parricida di grande intensità; i social media, come molti dei loro frequentatori, si fanno le canne con i propri genitori: Mercato ed Opulenza.

Resta, allora, l’insegnamento di Rheingold, e non solo suo, il quale invita a riflettere sul bisogno di un sistema educativo adatto a supportare (e sopportare) i nuovi, strabilianti, potenzialmente grandiosi, mezzi di socializzazione e conoscenza. Serve quella che, letteralmente, si direbbe ironia: la capacità critica di guardare se stessi e il proprio mondo dall’esterno. Da qualche parte dovrà pur esserci: guardiamo nei cassetti.

Pamarasca

(le sculture in questo post sono di Valeriano Trubbiani; il dipinto è lo Studio sul ritratto di Innocenzo X di Bacon)