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Intanto da qui ringrazio tutti quelli che hanno partecipato all’incontro che si è tenuto ieri, giovedì 28 marzo, al teatro delle muse sulla cultura ad Ancona. Eravate tanti, e grazie grazie grazie. Poiché in quell’incontro ho parlato anche dell’utilizzo di internet ai fini della trasparenza e della narrazione di quel che si fa, beh, quale modo migliore di dimostrarlo immediatamente. Ecco, senza una revisione e quindi con la qualità di scrittura che si riserva a note da tenere lì per scongiurare la perdita del filo, gli appunti che ho seguito, in definitiva quel che ho detto – così, chi non c’era, può darci un’occhiata. Naturalmente ringrazio la candidata a sindaco Valeria Mancinelli per avermi chiesto di studiare la faccenda e di metterci del mio.

 

Incontro La cultura che unisce, sala Melpomene, Teatro delle Muse, 28 marzo 

1.

Per preparare questo breve intervento ho parlato con molte persone che si occupano di cultura sotto vari aspetti. In questo modo, alcune idee che avevo al riguardo si sono trasformate, come è bene che accada, pur mantenendo una cifra propria. Ho imparato molte cose, e ne ho scovate molte altre da imparare.

Il presupposto dal quale parto è che proprio in un periodo storico come questo la cultura ha il compito da un lato di tenere saldo il tessuto sociale disgregato e, dall’altro, di farlo indicando orizzonti nuovi – cosa che essa, all’interno di una collettività, è chiamata a fare per definizione.

Perché questo avvenga, il discorso culturale si deve fondare su:

a)      La produzione culturale che deve lavorare affinché la città sia orgogliosa di ciò che produce;

b)      L’educazione e la formazione alla cultura, intese sia come creazione di un senso critico sia come didattica specializzata;

c)      La presenza di una visione culturale che coinvolga e appassioni tutta la città e abbia contenuti sociali ed economici chiari e tangibili;

d)      L’ascolto delle forze giovani e di un humus culturale che sprigiona energia;

e)      Il sostegno agli artisti che ad Ancona si sentono soli e spesso abbandonati – se non se ne vanno.

 

2. Proviamo a immaginare il discorso culturale di una città come un corpo.

a)      Le istituzioni culturali sono le ossa. Biblioteca, Pinacoteca, Musei, siti culturali, scuole, ma anche università, teatri etc. sono punti di riferimento. Vanno vissuti come servizi, luoghi di fruizione, luoghi di incontro e luoghi simbolici. Perché sia così bisogna:

–         completare le soluzioni strutturali, restituendo questi luoghi alla città prima possibile (non si può parlare di cultura se una città non ha, praticamente, una biblioteca);

–         interfacciare istituzioni, associazioni e professionisti della cultura: ognuno deve dare e prendere dall’altro (le associazioni possono essere utili con le loro attività alle scuole e alle istituzioni culturali e queste possono supportare le associazioni con servizi e infrastrutture);

–         che le istituzioni siano al servizio del discorso culturale cittadino (l’università deve essere coinvolta nei progetti culturali e mettere a disposizione il suo know how);

–         rafforzare sì il sito in cui l’istituzione si trova, ma anche uscire e andare incontro alla città in luoghi non convenzionali (ad es. uno spazio fluido e dinamico della biblioteca e della pinacoteca al mercato delle erbe, ma anche in molti altri posti e in forma di “flash mob”);

–         concertare una programmazione il più possibile continua e consultare la città sui servizi che richiede.

 

b)      I progetti di produzione culturale sono i muscoli più forti, quelli che consentono alla città di uscire all’esterno senza disgregarsi. In questo caso:

–         concertare un discorso produttivo organico: produzioni diverse per un orizzonte comune, che permettano ad Ancona di elevarsi a livello sovracittadino;

–         dialogare con la Regione in maniera propositiva e costruttiva: Ancona non è un’isola, essa deve mostrare una concreta progettualità e in virtù di questa ottenere nuovo ascolto e nuove risorse;

–         lavorare nelle scuole e in generale nella città per trasmettere la fierezza della produzione culturale: aumento del senso critico, della consapevolezza culturale, dell’orgoglio, grazie a educazione e a una comunicazione attenta e concertata;

–         sviluppare diverse risorse formative che nascono dalla tradizione e dalla storia dell’Ancona contemporanea (ci sono in letteratura, in danza, in teatro, in scultura, in musica etc.). Alcune di queste risorse potranno nel tempo avvicinarsi o raggiungere un’eccellenza della quale andare fieri, e in virtù della quale saranno sostenute e non limitate. Ancona infatti ha il vizio di tirare verso il basso le eccellenze che si ritrova ad avere, mentre dovrebbe esserne orgogliosa e sostenerle a livello sovracittadino;

–         creare un network virtuoso nell’area vasta e non chiudersi entro le proprie mura: guardare oltre la siepe e non solo il proprio orto, e lavorare con i comuni vicini.

 

c)      Un’attività culturale diffusa nella città (e nel porto) è il sangue che scorre nelle vene. Ancona deve essere vissuta 12 mesi su 12. L’amministrazione deve sostenere e fungere da amalgama:

–         creare un brand unico “AnconaVive” che sostenga le attività culturali senza pagarle né guidarle, ma calendarizzandole e permettendo, grazie alla propria presenza, di raggiungere con più facilità risorse per la loro realizzazione (sponsor, sconti su service, sconti siae, tosap…);

–         creare una serie di forum permanenti che non siano una consulta di tutti, ma siano strutturati per essere operativi: forum soprattutto per le associazioni, che permettano di ottimizzare le risorse e le proposte culturali, che coinvolgano soprattutto i giovani e che dovranno tenersi sempre con la presenza fisica dell’amministratore incaricato, il cui compito e trasformare in operatività la negoziazione e in cooperazione l’aggregazione;

–         creare forum con soggetti culturali dei comuni limitrofi allo stesso scopo;

–         lasciare all’associazione che se ne occupa il festival AdMed ma trovare la via per istituzionalizzarlo e coinvolgere così la città, estendendolo sia sul piano geografico (almeno fino al piano, ma anche ai quartieri nuovi, e a un vasto territorio oltremarino) e temporale (iniziative legate ad Admed devono essere vive tutto l’anno in città, per far sì che il festival sia della città);

–         investire in maniera organica sui 12 mesi le risorse senza concentrarle tutte nell’estate.

 

d)      I giovani e gli artisti sono i sensi e i nervi di questo corpo.

–         favorire l’incontro tra i giovani e con i giovani, favorire la loro creatività e la loro spinta. I giovani devono avere delle istituzioni con cui dialogare e anche delle istituzioni contro cui andare, eventualmente – è una cosa sana – ma non un’assenza di istituzione culturale;

–         creare una o due case degli artisti, edifici nelle quali gli artisti possano operare, dipingere, lavorare, comunicare, che diventino simbolo del nocciolo del discorso culturale, che è appunto la cultura “fatta”, l’arte;

–         mettere a disposizione dei giovani che vogliano fare impresa culturale o associazionismo culturale risorse immobili del comune, in maniera rapida e trasparente, a fronte di migliorie, manutenzione ma anche di un lavoro culturale che deve essere monitorato;

–         sostenere l’associazionismo ma anche il passaggio a impresa culturale: spesso l’associazionismo non arriva ad avere la forza necessaria di proporsi su un mercato come quello culturale e deve essere aiutato a rischiare.

e)      I luoghi solo le spazio nel quale il corpo si muove:

– oltre a quanto detto sugli immobili, finire i lavori non finiti e destinare gli spazi secondo un piano coerente e organico;

– pensare a una geografia culturale del centro storico che permetta di riappropriarsi di un vero borgo abbandonato;

– usare i luoghi istituzionali come sedi di co-working culturale per i giovani;

– usare internet, che è essenzialmente un luogo “altro”, per la comunicazione, il dialogo con la città e la trasparenza dell’amministrazione: un sito snello, anche fatto in casa a costo zero, in cui si trovi un calendario, una comunicazione aggiornata delle scelte e degli investimenti, uno spazio per dibattere.

 

f)        Le risorse sono il cibo per il corpo del quale stiamo parlando:

– concepire la cultura per quello che è: un comparto culturale che può e deve conoscere il segno + in sede di bilancio;

– proteggere il lavoro culturale alla pari di tutti gli altri lavori, e i lavoratori alla pari di tutti gli altri lavoratori;

– lavorare attraverso un nucleo di professionisti al fund raising e ad intercettare bandi provenienti da privati e da enti pubblici, primi fra tutti quelli UE: concepire questo lavoro come un drenaggio di risorse che ha bisogno che si lavori tutti assieme;

– utilizzare le risorse in maniera trasparente secondo un piano organico: diverse strade verso un unico orizzonte, e per questo c’è bisogno di condividere questo orizzonte e di smussare alcuni angoli nel lavoro comune;

– pagare e far pagare la cultura: è un concetto che deve essere chiaro.

 

3. In questi giorni ho incontrato molte persone, e imparato da loro molte cose. So che ci sono una serie di difficoltà e credo che le cose che servano ora siano: una chiarezza estrema su strumenti, risorse, obiettivi; una presenza negoziale continua e fisica da parte dell’amministrazione che permetta l’inizio di un lavoro da fare tutti assieme.

Molte delle realtà che abbiamo sono importantissime, altre svolgono funzioni diverse, alcune sono in mezzo tra queste due e devono trovare una loro collocazione che permetta di utilizzarle come risorse culturali e sociali e soprattutto di soddisfare il loro desiderio, riconoscendole e dando loro cittadinanza. Qui non si tratta di capire chi sia cultura di serie a o di serie b o di serie c o di eccellenza, ma di legare tutti a un orizzonte che deve portare a far sì che nessuno si stupisca se da Ancona, un giorno qualunque, nasce un’artista di levatura internazionale. Non vogliamo che si dica “e questo come è scappato fuori da qui?”.

Oggi, in un mondo che sta incanalando lo scontento e il malessere nella rabbia e nello scontro a tutti i costi, la cultura, che nella forma artistica è rottura sì, ma simbolica, deve essere un esempio. Mostrare che esistono altre strade, e migliori, per rendere davvero costruttivi rabbia, bisogni, esigenze. Con il lavoro assieme, la parola, la conoscenza, il rispetto.

Pamarasca

 

 

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lancio

Gentile signor sindaco,

so che lei è una brava persona. Mia madre, che l’ha conosciuta ai tempi in cui insegnava, me lo ha spesso ripetuto. Per questo sono certo che il suo non sia un caso di protervia, ma che si tratti d’altro. Il potere, immagino lo sappia, ha molti modi per risultare infetto.

Io credo che lei sia come un lanciatore di pesi messo per sbaglio nelle liste dei centometristi e costretto, per amor di squadra, a gareggiare su quella disciplina. Per passione e buonafede lo fa comunque con ardore, ce la mette tutta, tanto da risvegliare alcuni muscoletti che non sapeva nemmeno più di avere. Ma la corsa è breve, finisce, gli atleti e gli spettatori se ne vanno e lei non se ne accorge, continua lungo la medesima corsia, a testa bassa, sentendo metro dopo metro che può, lei può, sì, diventare un centometrista. Hanno spento le luci ma lei è lì: non le interessano i riflettori, ma non può rinunciare all’idea di non fare qualcosa di buono nella gara che è stato chiamato a correre per sbaglio.

In Italia siamo pieni di personaggi che non rinunciano al beneficio della poltrona conquistata, tanto che la politica è diventata infine un semplice modo per far dei soldi con fatica moderata. Ma io credo che lei sia di un’altra pasta e che la sua testardaggine derivi dal voler fare, semplicemente, qualcosa di buono, dal desiderio di materializzare una delle idee che la sua testa ha coltivato sin da subito, sin da quando le proposero l’incarico. Ed io sono sicuro che lei ce la potrebbe fare.

Esiste però, signor sindaco, un fattore comune a tutti, che si chiama tempo e che lei sta ignorando, come quei ragazzini che giocano a calcio finché diventa buio, e la squadra che perde insiste a continuare anche quando il pallone non si vede più: “non è buio, non è buio!”. E alla fine qualcuno di quei mocciosi si fa sempre male, andando magari a sbattere contro un palo della porta.

Lei ignora, signor sindaco, anche le ingenerose prese in giro. Ma questo è normale, lei è stato preside di scuola, è per così dire vaccinato agli sfottò. Quante mai gliene potrebbero dire che non ha già sentito dagli studenti beccati a fumare dentro i gabinetti, sospesi, richiamati? O da qualche professore accidioso, iracondo, prepotente? Le prese in giro non la scalfiscono nemmeno, e sinceramente credo che non se le meriti, signor sindaco. Lei è una brava persona.

D’altronde sono convinto che le pene di questa città non abbiano poi molto a che fare con lei e anzi temo che proprio lei stia diventando suo malgrado un capro espiatorio con i fiocchi. I mali di questa città hanno radici ben più profonde, essa ha sempre preso il bene e il male dall’esterno, adattandosi a quel che le arrivava, ma raramente (forse mai) cambiando se stessa dall’interno: è la regola della bottega in fondo. Non è certo colpa sua se ora dall’esterno soffia il vento gelido della crisi, non solo economica, e questa città, adattiva appunto, se lo becca tutto in faccia perché in anni e anni di monocolore non è riuscita a cucirsi nemmeno un cappello che la proteggesse. Ma questo è un altro discorso.

Quello che invece volevo dirle, signor sindaco, e che credo sia nell’animo di molti comuni cittadini come me, è che non c’è niente di male a non saper amministrare una città. Lei è anzi la dimostrazione pratica di come non sia sufficiente, non me ne vogliano certi amici, essere un onesto e virtuoso cittadino per ricoprire certi ruoli. Ma non è colpa sua. Lei non ha agito con l’arroganza di molti, non ha raccattato favori personali, non ha approfittato particolarmente – almeno credo – della sua posizione. Lei ha semplicemente fatto quello che poteva, ma quello che poteva, nei limiti impostici dal tempo, non è stato sufficiente.

Lo so, lo so: ha tante idee in testa che è convinto di poter ancora realizzare. Lo so, lo so, ci sono cose che ora ha capito e sulle quali può finalmente intervenire. Lo so, la capisco, sono sentimenti forti, ma si risolvono solo in una cieca testardaggine, quella del lanciatore di pesi, appunto, di fronte ai 100 metri. Esca dallo stadio, signor sindaco, ora che il custode non lo ha ancora chiuso, lo faccia con la soddisfazione di aver provato a fare qualche cosa, non con la tristezza di non esservi riuscito.

Cordiali saluti

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E’ morto sabato, a soli 65 anni, Nazareno Re. La notizia mi sconvolge, così come mi sconvolgeva, lui in vita, il fatto che nessuno qui lo ringraziasse abbastanza per quello che era stato. Era un uomo buono e paterno. Gli occhi erano curiosi e aveva una gran voglia di fare prima che di chiacchierare.

Qui ad Ancona tanti gli devono molto, e parlo della mia generazione. I ricordi mi si affastellano nella mente. Ci siamo noi, poco più che ventenni, nel suo ufficio all’arci di corso mazzini, scartoffie ovunque, caldo, Francesca – l’amata Francesca con me così materna, e cara -, penne che non scrivono e progetti. Ci accoglie in un abbraccio e ci spinge avanti: siamo giovani, pieni di speranze e di idee bislacche, senza la famosa “esperienza precedente”, con un’associazione – Fahrenheit 451 – di dilettanti. Non era tempo di grandi chiacchiere, riunioni esasperate, giochetti: ci affida lo spazio della mole, appena ottenuto dall’arci di cui è presidente. Nessuno di noi ha fatto mai il barista, nessuno ha curato mostre importanti, nessuno ha steso programmi di cineforum così lunghi.

Ma a lui bastiamo noi. Non vuole dipendenti, ma persone. Giovani. Entusiaste.

Che ci ingegniamo attorno a lui, corriamo, inventiamo, inciampiamo e ci raccoglie, ci rassicura e sgrida, talvolta urlando proprio forte, ci lascia l’ufficio, il tavolo, finge di incuriosirsi per la macchinetta del caffè che sceglieremo. Nazareno. Qualche mese fa lo incontrai alla Casa delle culture, vivace come sempre, impegnato  a gestire sms come un ragazzino, lo guardai con una grande tenerezza perché avrei voluto dirgli: Non ti ho mai ringraziato abbastanza, Nazareno, per l’esempio, per la fiducia, per quel modo di fare che oggi non esiste più. E “ecco, tieni, questo è il mio libro, una piccola cosa ma è stata la tua fiducia, anche, a convincermi a mettere mano a un sogno, com’era quella volta la gestione della mole, un bar, la mostra di Pazienza e poi per me il thermos, dove venivi a bere quando non c’era nessuno, rinfrancandomi con la tua presenza”.

Entrambi giocherelloni se capita l’occasione, ma riservati nei sentimenti, invece, non sono riuscito a dirgli queste cose. Poi, come accade tutti i giorni, si muore. Così ecco. Qua. Che palle.

E’ pieno di gente che si riempie la bocca di frasi fatte. Spazio ai giovani, spazio ai giovani, basta con la politica!. Beh, Nazareno era un politico, accidenti se lo era, e lui lo dava lo spazio ai giovani, forte dell’intuito, del coraggio, della fantasia. Non sono i giovani che mancano, ma la gente come lui.

Questa città, che non era la sua, gli deve molto. Io gli devo molto, che sono arrivato da Milano senza rete sotto il culo, e lui non me l’ha messa, mi ha solo detto: aggrappati come si deve a quel trapezio!

Francesca – siamo qui

Pamarasca

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Leggo sulla stampa locale di un ammirevole intervento dell’assessore alla cultura della mia città, Ancona. Dice più o meno: “che ci sto a fare io qui, se l’amministrazione non ha intenzione di trovare i fondi per riaprire la Pinacoteca e la Biblioteca cittadine?”. Sacrosanto: chiusi per una serie di lavori, i due siti culturali non hanno al momento prospettive di riapertura.
Arte e letteratura non hanno mai avuto un buon rapporto con il potere: bandite, bruciate, messe all’indice, vietate, le opere letterarie e figurative vengono oggi più volentieri e discretamente ignorate, mentre proprio da loro bisognerebbe ripartire per rincorrere la difficile ma necessaria costruzione di una società civile.

Dice bene l’assessore: “se non ci sono soldi per il mobilio della biblioteca, andiamo a comperare tavoli e sedie all’Ikea”. I libri si leggono in autobus, per strada, sui gradini, proprio ad Ancona c’è un signore per il corso pedonale, davanti ad una nota farmacia, che chiede monetine e nel frattempo legge romanzi d’ogni tipo. Affanculo gli arredi, qui c’è bisogno di letture. Purtroppo, non è così semplice.

Nella città in cui vivo governa da anni (e anni e anni) il centrosinistra. Non è una città facile, la gente preferisce imbellettarsi per lo shopping che andare ad una mostra, ma è anche vero che i membri del potere locale hanno pian piano fatto terra bruciata giungendo infine ad uno stato di immobilità imbarazzante. La certezza del potere ha anzi risvolti paradossali: come a destra sono convinti che sia sufficiente dirigere un’azienda per governare un paese, così a sinistra si pensa che basti dirigere una scuola per governare una città e in una cosiddetta roccaforte dell’opposizione si sceglie un preside, brav’uomo per carità, ma chi di noi ai tempi del liceo non ha mai preso per il naso questa imbalsamata autorità? Ed è proprio un preside, colmo dei colmi, ad accettare che una città venga privata del proprio fabbisogno culturale e a ripararsi dietro la solita ragione, mantra dei nostri tempi: non ci sono soldi.

Ma i soldi non ci sono proprio, e da nessuna parte. Eppure chi vuole leggere legge anche mentre chiede monetine per la strada e chi non ha mai pensato di farlo forse lo farebbe, se si trovasse circondato da libri, così come imparerebbe ad ammirare una tela del Lilli o un sacco di Burri, se solo potesse vederli, conoscerli, frequentarli.

La città in cui vivo è una triste ammissione di sconfitta. Come possiamo pretendere che il capo del governo se ne vada, se nemmeno in un centro di 100.000 abitanti noi, che lo avversiamo da sempre, siamo capaci di ammettere la nostra incapacità, il nostro fallimento? Come possiamo prendercela con chi rimane attaccato ai privilegi del potere, se noi, nella nostra amena sede locale, ci comportiamo nella medesima maniera?
Non ci sono soldi per la biblioteca. Non ci sono soldi per la pinacoteca.
È questa la più grande disfatta di una sinistra che ha appreso che l’ignoranza è il miglior conservante di potere al mondo, e ne miete a volontà.

Non c’è più biblioteca, non c’è più pinacoteca perché anche la cosiddetta sinistra ammette che di loro non c’è poi così bisogno.

Ha ragione l’assessore alla cultura a dire “che ci faccio io qui?”. Niente. Ma allora proviamo a prendere tutti i libri della biblioteca, e i quadri della pinacoteca, e portiamoli alla città, nelle strade, nei locali, nelle piazze. Qualcuno se ne perderà, qualcun altro si rovinerà. Qualcuno verrà rubato. Che importa? In un’epoca tanto buia, la luce non è nelle casseforti delle banche, ma nello spirito di solidarietà che solo l’arte e la letteratura sanno ricreare. L’opera d’arte non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. La cultura non è un salotto, ma il mattone grezzo delle fondamenta.

Pamarasca

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Giusto perché non mi faccio i fatti miei, dico la mia sulla questione della censura alla mostra di Federico Solmi, di cui si legge qui.

A me Federico Solmi non piace. E nemmeno A.B.O. Sono un vecchio studente del rimpianto Alessandro Conti e di Franco Barbieri, mi sono fatto le ossa su Belting e Wind, Gombrich e Brandi. Antico, insomma.

Non conosco i limiti temporali della querelle, quindi non so dire se i ragazzi del MAC, che letteralmente adoro per quello che fanno nella città in cui vivo, abbiano forzato un po’ la mano per sfruttare il volano pubblicitario della polemica. Non credo, ma non posso dirlo.
Sono inoltre convinto che organizzare una mostra di Solmi nella stessa Mole che ospita la grande mostra sull’eucarestia non sia una buona scelta: sarebbe utile organizzare in un anno mostre compatibili, magari da visitare con un solo biglietto, e funzionali a far conoscere i quasi nuovi spazi espositivi della mole al pubblico dell’arte. Almeno per ora.

Detto questo, impedire a Solmi di esporre le proprie opere – persino dopo le assicurazioni dell’artista sulla non-presenza di alcuni lavori incriminati – costituisce un pericoloso precedente di censura preventiva. Se è vero, infatti, che l’assessorato preposto alla decisione, poverello, si è trovato una bella patata bollente in mano, è altrettanto chiaro che una simile decisione sancisce la legittimità dell’atto censorio.

Una decisione del genere è quindi provinciale e bigotta. Essa costringe l’arte contemporanea entro gli stretti confini del significante e mette così sullo stesso piano una offensiva bestemmia strillata in strada e un’opera d’arte. Di fatto, essa svilisce l’intera sfera dell’arte contemporanea e della critica e, quel che è peggio, crea un precedente pericoloso, pur senza volerlo: quello di un potere politico che si erge di diritto a giudice della qualità e della convenienza dell’arte sulla base di principi che con l’arte niente hanno a che fare.

Io capisco il sogno di mediazione di chi ha meditato su questa decisione. Ma l’arte e la cultura quasi sempre, per fortuna, sono strappi, non cerotti.

Pamarasca

p.s.: Certo che tutti quanti ci potevano pensare prima, bastava una telefonata, vi conoscete tutti  :-)

Quando abbiamo aperto il thermos non c’era il multisala. E non c’era il bingo che, essendo fallito, non c’è nemmeno adesso. Davanti, c’era il cantiere dell’ex cinema Goldoni, con le pentegane: Gonzo la notte le puntava, ma da lontano. Se tiravano fuori il muso tornava dentro a rintanarsi.

Non c’era la galleria san martino e per andare ad aprire la sera attraversavo il corso, che non era pedonale. Le città sono come i bambini, che ti crescono in casa e nemmeno ti accorgi, poi certe volte li guardi e fai: Ma pensa te! Ma come ti sei fatto grande!

Davanti al thermos, tra le lamiere del cantiere, la polizia parcheggiava a volte i cellulari, che rimanevano a puntarci come Gonzo con le pentegane. Il thermos non se l’erano aspettato, gli era scappato fuori come un fungo e lo fissavano, per capire se fosse velenoso.

Per anni, hanno detto che piazza pertini era diventata un casino, con il thermos. Ma quando lo abbiamo aperto la strada era buia e popolata di siringhe, e dopo che lo abbiamo chiuso la piazza è nera e dicono pericolosa, con un bar che sembra una scialuppa di salvataggio lasciata alla deriva da chi vuole accumulare lì i guai umani del centro storico della città. Polvere su uno zerbino di cemento.

Sono successe tante cose che non sto qui a raccontare. Il natale a casa con i clienti. Ragazzi che portano i genitori a conoscerci. Il padre, ora scomparso, di un caro amico che lo viene a trovare al bancone. Un amico che telefona da un ospedale lontano per scusarsi della reiterata assenza.

Non c’era il management che si riscontra oggi in giro per locali, ma c’era parecchio gentlemen’s agreement (“te pago domà” “vabè” / “me guardi il bar per un’oretta?” “E come no!”).

La musica, questo lo posso dire, era indipendente per davvero: gli Yuppie Flu portavano i loro strumenti per far suonare i primi gruppi stranieri, i Giant Sand facevano la doccia uno in fila all’altro a casa mia. Gli Ulan Bator colazione con mia madre. Manuel Agnelli si metteva a spinare birre per evitare la calca al di là del bancone.

Nessuno contava i soldi a fine concerto.

Nessuno ha mai aiutato il thermos, fatte salve decine e decine di persone [grazie!]. Per le istituzioni, che finanziavano festival di coverbands qua e là e sagre altisonanti, il thermos è sempre stato un imbarazzo. Faceva cose buone, sì, ma quanto casino! Per l’arci (in altri casi però, va detto, più che presente) nei primi anni era escluso che il thermos approdasse alla gestione del lazzabaretto, nonostante le promesse. Ci volle tanto tempo, e la amorevole dedizione di un amico, per far sì che questa normalissima consequenzialità divenisse una realtà. Nel frattempo, d’estate non si lavorava, scavando una lunga crepa nelle fondamenta del locale.

Ma non importa.

Dopo di noi, alcuni amici (Michele, Lele, Bruno e Carlo e, dopo, la gestione Johnatan) hanno messo il cuore e le proprie risorse personali per portare avanti il thermos. Sono stati grandi, e ancora oggi sopportano quel loro appassionato sforzo. Non c’eravamo accorti che l’atmosfera era cambiata.

La musica indipendente smetteva di essere indipendente: ridde di tour managers, versamenti in banca pre-concerti, cachet gonfiati. Nessuno che ti prestasse un jack. Anche le feste erano cambiate. Avanzava aria di crisi, i baristi si piegavano per non sbagliare la misura del tuo rum. I buttafuori fissavano l’orologio. Tutto si divideva, di nuovo: da una parte i locali, dall’altra gli spazi sociali. Nel mezzo niente.

La scarsa lungimiranza dell’arci – o semplicemente i suoi bisogni – faceva chiudere uno dopo l’altro i circoli che funzionavano meglio. Ci si privava della base e si calavano gli assi dall’alto. Pessima scelta, a mio parere.

La scarsa lungimiranza delle istituzioni – o semplicemente i loro bisogni – concentrava ogni sforzo nell’imbuto della programmazione estiva.

In città, come lucciole che saltano nel buio, una serie di personaggi che tutti conosciamo (come Macca, come Pescia) continuavano e continuano a darsi da fare per sollevare dal torpore un capoluogo di provincia che in questi giorni, come a darmi ragione, è avvolto nella nebbia.

Per conto nostro, oggi scegliere di fare una festa dedicata al thermos alla cupa significa scegliere un luogo dove il desiderio di stare assieme facendo qualcosa che non sia necessariamente commerciale continua ad essere una priorità.

Per conto mio, sono contento della mia vita, del mio libro e del prossimo che sto scrivendo, di ritmi nuovi rispetto a quei dieci anni di delirio. Inizio ad avere una certa età :-)

Ma è con grande cruccio che  mi guardo indietro e vedo una serie di occasioni sprecate non tanto da me, da noi, quanto da chi avrebbe avuto il dovere di dare acqua a un prato che stava fiorendo, in minima parte anche grazie al thermos.

Venite dunque, fiorellini tutti, a divertirvi una thermosera ancora! :-) Alla faccia di chi ci vuole mal!

Il primo thermos, nella gestione Simona & Paolo, è stato fondato da Franco, Giordano, Massimo, Simona, Paolo, Lorenza

Nel pieno della crisi, si sono assunti il compito oneroso di tenere in vita il thermos Michele, Gabriele, Bruno, Carlo.

Successivamente ha tentato l’avventura Johnatan, con l’arrivo poi, credo, di altri

Grazie a tutti

Pamarasca

Si avvicina gennaio e in effetti ho il mio da fare. Un eclettico da fare, ok, lo ammetto. Ecco il calendario:

Lunedì 3 gennaio alle 21, alla Sala Melpomene del Teatro delle Muse, presenterò il romanzo di Carlo D’Amicis La battuta perfetta (MinimumFax). Qui c’è una mia recensione a questo libro davvero bello, che racconta la storia del nostro Paese attraverso una famiglia, la televisione, Berlusconi, Pasolini, battone, veline e molto altro ancora. D’Amicis è uno dei redattori di Fahrenheit, il programma sui libri di Radiotre, e giustamente Marco Lodoli su La Repubblica ha scritto che il suo è un romanzo “da non perdere”.

Per quel che riguarda me, non presento libri di solito, anzi non l’ho mai fatto, ma questo qui valeva proprio la pena, me lo hanno chiesto e non potevo dir di no: è un grande onore. Mi piacerebbe riempire quella sala e soprattutto convincere i miei amici a legger questo libro.

Sabato 15 gennaio Thermos Party alla Cupa
Non di soli libri si vive. Anche di amici, musica e long drinks. Sabato 15 gennaio allora ecco la grande festa revival del Thermos alla Cupa: al bancone il sottoscritto & socia Simona + eventuali guest stars del miscelamento approssimativo che fece unico il nostro locale, mentre in consolle alcuni dei djs che animarono le più calde serate del vostro localino preferito. La musica sarà rigorosamente quella che ballavate allora. Per il programma della serata invierò aggiornamenti nel corso della settimana precedente. Yo! e grazie ai ragazzi della Cupa!


Venerdì 28 gennaio alla Libreria Il Mercante di Storie di Osimo alle 18 e 30
presentazione de La qualità della vita. A questo proposito, ho un’idea un pochino astrusa: visto che molti degli amici qui in zona hanno letto il romanzo, perché non evitare una presentazione vera e propria e invece sentire direttamente le loro opinioni? Ci sto lavorando, vi farò sapere. Ad ogni modo, la libreria è deliziosa, Osimo pure, si parla del libro che ho scritto: accorrete numerosi

Ecco, questi sono gli appuntamenti di gennaio che volevo ricordare a chi gravita in zona.

Grazie

Pamarasca

11 1220

Leggo un articolo di ieri in cui l’assessore alla cultura di Ancona si pronuncia sulla scomparsa graduale di tutte le realtà giovanili e culturali che hanno riempito le serate non estive della città negli ultimi anni.
Quello che sostiene l’assessore è sacrosanto: la scomparsa di locali come Hangar e Thermos (e, prima, Ilye Aye) rappresenta una perdita culturale, dato che i locali garantivano attività artistiche, musicali e teatrali, oltre che di svago, alternative a quelle istituzionali. Per molti versi lo stesso può dirsi de Lascensore, se non altro perché il buon Maccarone ha cercato in tutti i modi di farne un polo concertistico di rilievo.

L’assessore continua ipotizzando un aiuto da parte della pubblica amministrazione nei confronti di quelle situazioni che propongano, oltre ad un’attività commerciale, una programmazione di rilievo culturale. Ottimo, direi.
Né si può incolpare l’attuale amministrazione (non del tutto, almeno) del fatto che tali prese di posizione sarebbe stato bello sentirle prima, quando i buoi non erano ancora scappati dalla stalla.


Dell’articolo non discuto nemmeno una parola. E però, perché le parole dell’assessore portino a vere strategie di cambiamento, ritengo si debbano fare alcune precisazioni.

1)    nella maggior parte dei casi, i locali che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato una valida alternativa musicale, culturale e di divertimento sono stati circoli Arci. Ne consegue che l’Arci di Ancona, sotto moltissimi punti di vista meritorio in città, ha una sua chiara responsabilità per non essere riuscito ad aiutare in prima battuta i suoi stessi circoli. Questo ha rappresentato una grave sconfitta per una associazione che in pochi anni immagino abbia visto ridursi drasticamente il numero dei propri soci. Di fatto, l’Arci ha scelto di concentrarsi su grandi (e belli) eventi rinunciando ad una diffusione capillare di cultura alternativa. Si è trattato di una scelta strategica legata ad una concezione verticale di distribuzione della cultura: manifestazioni roboanti calate dall’alto anziché creazione di un sostrato cittadino fertile e orizzontale. Scelte. Sarebbe bene imparare da questo.

2)    La scomparsa di realtà alternative è grave, ma non va negata la responsabilità dei gestori. Fatta eccezione per l’Hangar, che rappresenta una perdita enorme visto quel che stava combinando nell’ambito del teatro off e che non ho seguito abbastanza da potermi pronunciare, nessun promotore/gestore/organizzatore si è dimostrato allaltezza. Me compreso, anzi, me in primis. Una cultura dell’approssimazione ha impedito per molto tempo la crescita professionale di persone capaci sia di inventare e creare che di amministrare e far fruttare. Per non parlare delle situazioni extra-associative: basti citare gli avvenimenti che hanno coinvolto Lascensore e dei quali si è parlato a sufficienza nei mesi scorsi. Ciò significa una cosa: non sono le idee a mancare, ma una certa concretezza di base nel settore. Meglio un corso di gestione che una commissione di creativi, insomma, come d’altronde si ripete da decenni in ogni contesto economico italiano.
3)    La scomparsa di realtà alternative, però, è legata ad una città che ha dimostrato di fregarsene abbastanza degli eventi musicali e culturali. La maggior parte delle realtà “invernali” sono nate sulla scia dei successi di iniziative estive: successi che giustificavano aspettative poi regolarmente deluse. Per quel che mi riguarda, ho organizzato decine di concerti e spettacoli e, come tutti sanno, era più facile incontrare ragazzi di Bari durante un live che amici della porta accanto. Ho dovuto sempre combattere con chi non voleva pagare il biglietto, nonostante il massimo richiesto in 11 anni di gestione sia stato di 7 euro per i Giardinidimirò e per i Giant Sand (!). So che i medesimi problemi hanno avuto tutti, e sono convinto che sia possibile creare un terreno fertile, destare l’attenzione, coltivare l’audience. Ma parliamoci chiaro: i locali si riempivano e riempiono quando c’è casino, niente tessere e niente biglietto.

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Qui ho scritto di avere fiducia, di essere ottimista e di vedere molta gente in gamba. Gente che, oggi, sa organizzare, ha buone idee, sa creare. Molto meglio di noi. Sono convinto che, per una città di 100.000 abitanti, ci sia davvero una grande energia creativa ad Ancona. I ragazzi del Mac, 400 mq, La punta della Lingua, di Nie View, della Hot Viruz, della musica elettronica. Per non parlare della Cupa che, di fatto, sta riempiendo come può tutte le lacune che si sono aperte. Accidenti se ce n’è.

Ma bisogna pur ammettere che il bacino d’utenza ad Ancona è estremamente ridotto. Gli amici vanno a vedere gli amici (e non sempre)…

Eco allora, nel mio piccolo, cosa mi sento di dire in calce all’articolo che ho citato in precedenza.

a)    Evitiamo i grandi cappelli. Proprio l’eccessivo corporativismo ha creato approssimazione, e proprio una gestione burocratica e verticale ha messo i bastoni tra le ruote a ragazzi giovani, poco esperti, affidatisi erroneamente a strutture di cartapesta.
b)    Può, se non lo fa (a me non risulta, ma potrei sbagliare) l’amministrazione fornire un elenco dei locali che ha a disposizione, sì da facilitare la stesura di progetti da parte dei giovani che vogliano creare realtà di cultura alternativa e di socializzazione?
c)    E’ possibile studiare una strategia che permetta ad Ancona di attirare pubblico interessato da fuori, invece che contare su un pubblico indigeno di fatto pressoché inesistente? Non mi sembra così difficile, concertando i tempi e i modi della comunicazione.
d)    E’ possibile fornire una consulenza su eventuali finanziamenti pubblici per iniziative culturali a giovani magari intenzionati benissimo, ma che non hanno gli strumenti né il tempo per sapere che potrebbero ricevere soldi comunitari per organizzare concerti o spettacoli teatrali? Sono fermamente convinto che un lavoro del genere costituirebbe già una base solidia per nuove e proficue attività.
e)    E’ possibile superare alcuni contrasti ridicoli, consorterie e clientelismi, che non fanno che danneggiare se stessi e il pubblico? Non fornisco esempi, ma ne ho a bizzeffe.
f)    E’ possibile far sì che dai grandi eventi si sviluppino iniziative piccole e concrete tutto l’anno, che attingano ai finanziamenti destinati all’evento? Ad esempio laboratori legati alla musica popolare o ad altro collegati ad Adriatico Mediterraneo, spettacoli e situazioni che confluirebbero nel grande evento estivo.
g)    E’ possibile, infine, che sia concessa la libertà di movimento necessaria a chi si dà da fare, senza per questo pretendere di controllare o dire sempre la propria? Gli amministratori sono amministratori per questo, in fondo: a un certo punto della filiera devono delegare a chi crea e organizza la creazione e l’organizzazione.

Naturalmente, si fa per chiacchierare…

Pamarasca

Ora scriverò un post geo-localizzato. Anche crono-localizzato, in effetti.

La mia città a me non piace. Non è colpa sua: non è il mio tipo. A me piacciono i fiumi, e qui c’è il mare, per dirne una. Che mi si potrebbe dire: è una cosa stupida preferire un fiume al mare. Lo so. Anche la mortadella alla bresaola. Che ci posso fare? Ma andiamo avanti.

La mia città a me non piace sin da quando ero bambino, però le voglio bene. Penso a lei spesso.
Ci penso come si fa con il proprio appartamento: “certo che se spostassi il tavolo vicino alla finestra” o “però quel divano dell’ikea da 99 euro qui starebbe bene”. Non è la stessa cosa: una città ha un governo. Bene.

(per inciso, la mia città a me non piace anche perché è la prova tangibile che chiunque, di destra o di sinistra, nel momento in cui beve troppo alla sorgente del potere affoga. Ma non è di questo che voglio parlare)

Voglio parlare bene della mia città.
Perché credo che parlando delle cose belle e buone se ne fanno di migliori, mentre difficile è partire dalle brutte e impossibile dalle cattive.
Ecco quindi una mia breve

Apologia della città che non mi piace

Siamo 100.000 abitanti. Non sono tanti. Anzi, proprio pochini. Eppure, la caparbietà di alcuni ragazzi negli ultimi anni ha dato vita ad una vera rivoltura culturale della quale solo gli anconetani non si avvedono. Questa rivoltura è legata a persone con nomi e cognomi e ha indicato una strada percorribile per migliorare la vita della città e influenzarne persino l’economia.

Se in una grande città è più probabile, ma non scontato, avere a che fare con i bravi artisti e i movimenti culturali, lo è meno in una città italiana di 100.000 abitanti famosa per sua la riottosità. E se in questa cittadina l’hobby più diffuso è quello di lamentarsi di qualunque cosa, allora sembra impossibile che alcune persone siano capaci di portare avanti progetti positivi. Invece accade: perché, oltre alla riottosità, c’è anche, evidentemente, la caparbietà.

Così, se io venissi da fuori rimarrei incantato dagli effetti che la manifestazione Popup ha avuto sulla città: vedrei pescherecci dipinti, edifici affrescati, silos orribili utilizzati come tele per splendidi dipinti. Un monumento come Porta Pia finalmente destinato a nuovo uso. Installazioni temporanee (purtroppo). Popup è, a mio modesto parere, il caso più significativo ed eclatante. Il più bello insomma. Il più da coltivare. Ma non il solo.

La caparbietà di pochissimi ha permesso alla città di svilupparsi in maniera sorprendente sul piano musicale: che si guardi all’attività post-rock (o come volete chiamarla) o a quella elettronica (o come volete chiamarla), gli eventi di qualità altissima si sono moltiplicati anno dopo anno, sono nate etichette coraggiose e artisti che si stanno guadagnando un loro meritato spazio. Questo senza citare il Festival Acusmatiq, che per raffinatezza e qualità metto al livello di popup.

C’è poi, ovviamente, il Festival Adriatico Mediterraneo che, per quanto bellissimo, a me sembra ancora un bocciolo: talmente alte sono le sue potenzialità e profondi i suoi contenuti e significati che spero si svilupperà sul piano della qualità artistica offerta.

E c’è un’attività teatrale istituzionale e off impressionante, per non parlare della danza.

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Senza voler elencare altre manifestazioni e iniziative degnissime di nota (come soprattutto questa), quello di cui parlo è una città in cui convivono spiriti “organizzativi” e spiriti “creativi”. I primi sono ragazzi che vogliono fare e hanno idee talvolta strabilianti: lo dico con cognizione di causa perché molti di loro me le illustrano. I secondi sono artisti, attori e attrici, registi, musicisti: un mucchio di gente in gamba.

A questo punto, cosa volete me ne freghi dell’anima bottegaia della città? Dirò di più: cosa volete che me ne freghi di tutti gli anconetani  (e sono tanti) che, sollecitati da anni, non hanno dato alcun segno di interessarsi a quel che di innovativo, creativo e artistico accade nella loro città?
Niente. Proprio niente.

La compresenza in città di persone in grado di organizzare a di altre in grado di agire artisticamente è sufficiente per saltare l’ostacolo della ricezione cittadina. Non solo, è anche in grado di liquidare le vecchie figure ultra-decisionali della politica tradizionale, quelle che, investite di potere amministrativo, decidevano e decidono sulla qualità di opere e manifestazioni senza capirci niente.

Un sogno, d’accordo: ma Ancona, per la vitalità di molti e le piccole dimensioni potrebbe persino diventare un esempio di autogestione culturale.

Naturalmente non ho i titoli per dire cosa si potrebbe fare, partendo da queste cose belle anziché dalle più brutte. Né vorrei finire a far l’allenatore da bar. E però, un paio di cose me le auguro:

1)    mi auguro che i ragazzi che si danno così tanto da fare decidano di realizzare meno locandine e manifesti per gli anconetani e di far di tutto, invece, per dare respiro alle loro iniziative, che se lo meritano. Si superino tutti i confini della comunicazione: la gente arriverà in numero sempre maggiore finché la qualità sarà questa. E la città dovrà adeguarsi.

2)    mi auguro che prima o poi ci sia un’amministrazione in grado di capire l’arte e la musica, non solo di assecondare le persone. Sul piano amministrativo e politico, inutile dirlo, questa città è uno scempio. Nonostante ciò, i ragazzi fanno, organizzano, riescono ad ottenere le briciole di cui hanno bisogno, si dannano l’anima aiutandosi a vicenda. Chissà se ci fosse una politica adeguata e competente nei vari settori.

3)    Mi auguro sinceramente, infine, e senza cattiveria di sorta, che qualche negozio vada in pensione e passi la mano ai giovani, magari aiutati dalla politica di cui sopra, capaci di proporre una mentalità diversa da quella di bottega che, oggi, non porta da nessuna parte.

Infine, mi si obietterà che il mio ottimismo è applicabile solo alla stagione estiva, e che quella invernale è molto meno intrigante. Verissimo. Ma, come ho detto, iniziamo dalle cose buone, non dalle cattive: un passo alla volta :-) .

Pamarasca

Le immagini:

Valeriano Trubbiani (uno dei maggiori scultori europei contemporanei, che vive ad Ancona, ndr.) per Ancona

Pescherecci Popup

Ericailcane a Portapia

Le prove dell’Amleto diretto da Valentina Rosati

Il logo dell’etichetta anconetana HotViruz