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amicizia

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Il problema è anzitutto la parola. Il sostantivo. Amicizia.
Diciamoci la verità. Dopo un primo invaghimento, ci accorgiamo che facebook ha fatto come berlusconi: si è appropriato di una parola splendida, ricca di significati, che amiamo, e l’ha inflazionata come De Chirico faceva con i suoi cavalli dipinti.

– Ho un de Chirico – c’era chi diceva, e non si rendeva conto che di cavalli imbizzarriti, in calore o al pascolo il pittore ne aveva dipinti a milioni e sparsi in ogni galleria.
– Non vale un cazzo, tipo, mi spiace – era la risposta dopo qualche anno.

Io ogni mattina mi scambio sorrisi grazie a facebook con alcune persone care/carissime/infinitamente care con le quali altrimenti non avrei rapporti da tempo; e mi scambio idee e sensazioni con alcune persone che conosco così poco da non averci mai preso un averna assieme – ma ora sì, ce lo prenderei. Grazie di tutto questo, social! :-)

E però mi ferisce questa cosa della parola. Perché se ci tolgono le parole, comunque noi la pensiamo, smettiamo di pensare.

Io quando sento dire Libertà penso non dico subito ma quasi al polo della libertà.
Quando sento Amico penso non dico subito ma quasi a facebook.

(“ma tu sei suo amico?”)

Non è per questo che c’è la rete. Non è per questo che c’è la condivisione.
Non è per questo che ci sono i poli (nord e sud). E le libertà. Una per una, piccole e grandi, conquistate.
Non è per questo che c’è l’amore©.

Questo sarebbe un buon motivo, per andarsene.

Per restare, i poke dei veri amici. I sorrisi dei conoscenti.
Palla a voi.

Pamarasca 

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La mia amica Giusi se ne va da facebook. Altre persone in gamba meditano di farlo.

Perché uno se ne va da uno spazio di socialità, all’interno del quale può, in teoria, comunque gestire la propria presenza?

Le risposte possono essere tante. Dalla più ovvia (non sono su facebook perché mi toglierebbe tempo per la scrittura, disse tempo fa in un’intervista Ammanniti) alle più articolate.

Ho pensato di affrontare sinteticamente alcune delle ragioni per cui me ne andrei. E alcune delle ragioni per cui resterei. I post che se ne occuperanno: 1) Il rumore [marketing] 2) Gli amici [amore] 3) Il corpo [sicurezza] 4) La poesia [parole] 5) La speranza [speranza]

chiunque volesse aggiungere argomenti e punti è benvenuto

1 – Il rumore (dei soldi)

Facebook ha concentrato su di sé la maggior parte delle nostre aspettative concernenti il web. Per molti è stato il web, il sinonimo di socializzazione e condivisione, l’incarnazione di una nuova maniera di comunicare. Abbiamo dato a un bisturi compiti da chirurgo: ci siamo stesi sul lettino volontariamente e abbiamo aspettato che ci aprisse, ci studiasse, ci riparasse, ci migliorasse e richiudesse.

Ma facebook è uno strumento e come tale ci ha risposto picche: come nei giochi da bambini (specchio riflesso) ci ha rimandato indietro la nostra immagine di sempre: venditori, consumisti, profittatori, narcisisti. Certo su facebook ci sono ampie nicchie di ben altra statura rispetto a quella media. Ma sono sempre più oppresse dal rumore della maggioranza.

Il rumore è anche l’effetto di un marketing selvaggio e importuno, grottesco, portato avanti da una ridda di sedicenti professionisti (ce ne sono di eccellenti, ovvio, non parlo di loro), i quali hanno trovato la maniera di convincere facile le aziende che hanno bisogno di una strategia su facebook. Strategia che di solito è articolata in punti tipo: “essere gentili con le persone”, “non rispondere male”, “dire cose interessanti”, “partecipare”… Con il risultato che partecipano tutte le aziende e i loro rappresentanti e se ne scivolano via i consumatori, abbattuti da tutti i post di Buongiorno, Benvenuti, Come state Oggi, Che bella giornata, Vogliamo sapere di più da voi etc. etc.

La deriva di questo facebook-vetrina è legata, anche, al periodo di crisi economica: le imprese sognano di investire relativamente poco e avere enorme visibilità; i privati si inventano ruoli di community manager, social gestori, social esperti o similari. Chi sa usare correttamente gli accenti ha ampie possibilità di svangarla. Chi sa usare i congiuntivi è un guru.

Tutto questo rumore sta annichilendo molti utenti che, pur ammettendo di trovare spunti, notizie, informazioni e contatti importanti sono costretti a rinchiudersi in “ghetti” condivisi per evitare il bombardamento di facezie ed inutilità. Tanto vale allora costruirsi un quartiere proprio altrove, forse. Anche perché, diciamocelo, sapere di chi fidarsi inizia ad essere un’impresa…

continua a presto con il punto 2: Amici

Pamarasca