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4square

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Ecco che come al solito mi intrometto dove non dovrei. Certe volte sono proprio un sorcio.
Ho seguito alcuni amici nei loro commenti all’arrivo di 4square e, più in generale, l’amplificarsi della connotazione social della rete. Loro sono molto più addentro di me. Professionali. Io, come ho detto più volte, faccio chiacchiere da bar. In particolare, non avendo mai provato 4square, posso solo esprimere una sostanziale antipatia per un marchingegno simile, antipatia che però non limita la mia curiosità.

Le sintetiche ed essenziali considerazioni di Michele mi hanno particolarmente colpito. So che fa del web il suo lavoro, ho la fortuna di collaborare con lui e conosco la sua capacità di lanciare occhiate a 360 gradi: niente entusiasmi facili, niente crocifissioni avventate. Allargando il discorso da 4square alla rete, Michele sottolinea la capacità di questa di eliminare i confini tra vita privata e vita professionale.

In particolare, 4square, permettendoti di sapere cosa fanno e dove la fanno clienti, amici, network, collaborerebbe alla costruzione della fiducia, attraverso la creazione dei rapporti personali. A questo proposito, vorrei portare il mio modesto contributo alla discussione.

1.    Sull’abbattimento del confine tra vita privata e vita professionale, c’è poco da dire. Alcuni la ritengono una gran cosa. Altri no. Io no. Non a questi livelli perlomeno: il vantaggio che ne deriva piega troppo dalla parte della vita professionale e corrobora l’idea che la crescita economica dovuta al maggior lavoro alimenti la qualità della vita privata. Cosa sulla quale non concordo.

2.    Quello che invece mi attrae di più è il singolare concetto di fiducia di cui si parla sul web. La fiducia è una strana pianta, che necessita di dosi equilibrate d’ombra e di luce. E’ fatta di istinto, complicità e raziocinio: ci sono ragioni sondabili ed altre inevitabili dietro la concessione della fiducia.

Essa nasce in determinate condizioni e richiede la condivisione di alcuni sentimenti più che di idee e pensiero. Da quando impazzano i social, se ne parla molto: la fiducia è la base dei rapporti professionali e personali, sempre più intrecciati tra loro. Ma non capisco: la fiducia esiste quando si sa, o quando non si sa?
La fiducia che si sviluppa grazie alla conoscenza delle attività, degli spostamenti, dei gusti, delle considerazioni di un’altra persona in effetti sembra scaturire dall’esercizio di un controllo – benevolo, ma pur sempre un controllo.

Eppure, in termini assoluti, controllo e fiducia sono chiaramente degli opposti: la fiducia esiste laddove io non ho bisogno di controllare le azioni dell’altro: mi fido.

In realtà, considerando il mondo in cui viviamo, trovo piuttosto affrettato parlare di fiducia. Rovescerei invece il concetto. In alcuni casi, i social :

a)    ci permettono di seguire l’altro in alcune condizioni (linguistiche, ambientali, lavorative): condizioni determinate sia dall’altro (come utilizza un social) sia da noi (possiamo seguirlo su fb e su twitter, o solo su uno, o solo sul blog). Questo, a sua volta, ci permette di inventare l’altro. Far sì che si avvicini il più possibile a come noi vorremmo che fosse. Ma questa è una storia lunga, se ne parlerà.
b)    Non ci permettono di alimentare la fiducia ma, al contrario, ci forniscono i mezzi per organizzare la nostra sfiducia. Siamo cresciuti in un mondo dominato dalla sfiducia. L’intera nostra vita si basa sul non fidarsi. I social ci permettono di gestire questa non-fiducia: di conoscere per prevenire, di sondare i punti in comune e quelli che ci allontanano, di verificare la coincidenza di pensiero. Tutto questo è giusto?

Non saprei. Di certo è inevitabile. Ed è possibile che si tratti di un buon inizio: da qui potrebbe partire l’effettiva costruzione di un mondo in cui ci si fida maggiormente. Una volta si diceva che bisogna passare attraverso una cosa brutta per arrivare ad una bella: secondo Engels, per abolire del tutto lo Stato bisogna prima impadronirsene e rafforzarlo; Dante, per poter avvicinarsi a Dio, viene guidato nei recessi oscuri dell’Inferno; l’Uomo Ragno riuscirà ad essere davvero se stesso solo dopo la cruciale battaglia con quel cazzo di costume nero digrignante.


E’ quindi possibile che, per arrivare ad un mondo di fiducia, sia necessario passare attraverso una fase di controllo che ci permetta di organizzare la sfiducia.

Ma strumenti come 4square, sono funzionali a questo?
Non lo so. A me non piace, ma d’altronde non mi convince nemmeno la necessità di avere un reale rapporto personale con un partner di lavoro cui chiedo, essenzialmente, lealtà e correttezza. In un mondo normale, lealtà e correttezza ci sarebbero anche tra sconosciuti che lavorino assieme. E magari in Svezia era così, fino all’avvento della rete :-).

Non è però importante quel che penso io. Importante, mi sembra, è la necessità di utilizzare toni meno enfatici di fronte allo sviluppo della rete social. Parole come sentimento, fiducia, amicizia sono palazzi a dieci piani, e noi ci troviamo nel seminterrato.
La fiducia è una strana pianta, alimentata in via verticale e orizzontale. Che ama il sole, ma anche l’ombra. E’ sufficiente una dose eccessiva di controllo, per annegarla. Una dose troppo striminzita di attenzione, per farla appassire.

La fiducia non è dire, ma tacere.

Pamarasca

Le immagini di questo post:

Para-sorcio, di Banksy

Insula Felix di Valeriano Trubbiani

Una ricostruzione del Panopticon benthamiano

Il cazzo di costume nero dell’Uomo ragno