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Sono stato a Milano qualche tempo fa e ho chiamato qualche vecchio amico dell’università. Così, una sera mi sono ritrovato a casa di Alberto e  Olga e della loro dolcissima figlia Lara (e della sua amata Lulù), a bere vino e chiacchierare fino a tardi, come si vede fare nei film di Ozpetek, tra una cucina hi-tech e un libro dell’Ottantatré.

Il bello di vedere certi amici è che non si passano ore a parlare del passato, che pure ci sta tanto a cuore. Si sta lì, dopo 15 anni di lontananza, ed è come se il giorno prima si fosse fatto colazione assieme.

Molto tempo prima

Con Alberto è sempre stato un parlare di massimi sistemi, in effetti (figurarsi, un comunista e un anarchico :-)), e non abbiamo tradito la consuetudine inaugurata 21 anni fa. Parlando, è emersa tutta la fragilità della nostra generazione, ora più che quarantenne; con quella, tutto un immotivato senso di inferiorità.

Una generazione che non ha contato le guerre e i caduti, e nemmeno, tranne in rari e sporadici casi, le manganellate e le fughe nei vicoli rincorsi, gli uccisi in strada, le violenze; non abbiamo contato le rivoluzioni politiche, culturali, tecnologiche, di costume. E come ci dovremmo porre, e come ci dovremmo raccontare? Perché, questo era l’assunto mentre stappavamo l’ennesima bottiglia, si tratta di una generazione sottovalutata, che sarebbe bello riuscire a raccontare. Che può essere utile, se se ne leggono i messaggi decriptati. Siamo andati in cerca di aggettivi, quindi, mentre la piccola Lara se la dormiva allegramente.

Lara & Alberto oggi

E’ una Generazione Intima. Che nell’ombra delle proprie palpebre conta le sue vittime, cadute non in strada, non in guerra, non per difendersi né per attaccare, ma da un terrazzo, su una coppia di binari, con lo stomaco colmo di pasticche, con il terrore dentro gli occhi. Contiamo le nostre vittime, le più silenziose che mai ci siano state, nelle foibe della depressione e dell’inadeguatezza, nelle stragi dell’anoressia, nell’alzheimer precoce del qualunquismo. Difficile diventare istituzionali: non abbiamo cimiteri collettivi come i militari, né date commemorative come i manifestanti di una volta. Solo uno stillicidio di intimi disastri. A conferma di ciò, posando il bicchiere ho chiesto:

– se solo ognuno di noi contasse i suoi, di caduti, non è vero?

Il silenzio di tutti e tre ha risposto da solo.

Oltre che intima, è una generazione di Nomadi dell’affetto e del pensiero. Ci incontriamo, noi, non ci raduniamo. Non facciamo gruppo, ma ci ritroviamo come certi pellegrini del medioevo a distanza di decenni o di migliaia di chilometri, sparsi nel tempo e nello spazio, come quei personaggi della Yourcenar. Come beduini.

Eppure, proprio per queste caratteristiche, abbiamo anche noi i nostri tesori: come i beduini abbiamo imparato a dissetarci a vicenda, siamo altruisti e disinteressati, sebbene a volte ci sforziamo di non sembrarlo; e abbiamo imparato a condividere l’affetto, a volerci bene come fratelli senza per questo pensarci una famiglia.

Privati dei fatti, abbiamo imparato il peso delle parole. Ecco perché le nostre solitudini sono molto popolate: siamo un arcipelago.

Sono convinto sia una generazione di eccellenti genitori. E scusateci se è poco.

pamarasca

Le immagini di questo post:

Il video, beh, sono gli Who

La prima foto siamo io e il citato Alberto verso la metà dei Novanta

La seconda foto sono la piccola Lara e suo padre

La quarta è un’opera La Mierenda di Rosalìa Banet