Occupiamocene

Occupiamocene

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Ho avuto a che fare con le occupazioni diverse volte nella mia vita. Sono sconcertato però, oggi, nel ritrovare una forma di antagonismo o, meglio, una declinazione dell’antagonismo così estranea ai tempi, e alla realtà municipale nella quale tutti conviviamo.

Quando abbiamo parlato dell’occupazione di via Ragusa in Giunta ci siamo adoperati perché alcune cose fossero chiare: anzitutto la posizione dell’amministrazione, in un Comune che eccelle in tutta Italia per i servizi forniti, 365 giorni l’anno, ai senza tetto e anche per la capacità di risolvere il problema casa caso per caso con concretezza, senza fare troppa retorica e senza vantarsi sui giornali il giorno dopo. Naturalmente si deve fare sempre meglio, assistere di più, tamponare le falle del sistema.  Ma aggiungo che questo Comune ha, presso l’assessorato ai servizi sociali, figure davvero speciali che hanno a cuore come poche altre le persone bisognose e non si tirano indietro di fronte a nulla, tanto meno di fronte alla burocrazia.

Allora, abbiamo detto qualche mattina fa in giunta: che proponiamo a queste persone?

I servizi sociali hanno le risposte esatte e non sono io, in un blog personale, nel quale sono Paolo prima di tutto,  a doverle elencare: mi auguro si sia riusciti a comunicarle ai diretti interessati, nel migliore dei modi.

Sì perché questa è la cosa strana: i diretti interessati, quelli che potrebbero usufruire dell’aiuto – sacrosanto – dell’amministrazione, non si riesce a contattarli facilmente. C’è attorno a loro una sorta di cordone antagonista, che fa da filtro, ma filtro soggettivo, barriera preconcetta.

Diversi anni fa accadevano cose simili nella Milano che abitavo. In effetti aveva un senso, perché le istituzioni locali non andavano tanto per il sottile, ancor meno in una metropoli, e quindi capitava che i centri sociali esistenti e altre realtà estranee alle istituzioni si prendessero carico di portare la voce e di proteggere i più sfortunati. Lo facevano non sempre in maniera disinteressata, ma spesso sì, tentando di aprire gli occhi a una società che ignorava bellamente certe tragedie e ad enti pubblici che non si erano preparati per tempo, nella migliore delle ipotesi.

Oggi, e ad Ancona, questa scelta mi pare del tutto fuori luogo, sono sincero, e chi mi conosce sa che non parlo per partito preso. Voglio spiegare i motivi della mia contrarietà:

a)      da quei tempi molte cose sono cambiate e gli enti locali sono meglio attrezzati, e soprattutto in molti caso (uno è Ancona) più propositivi e costruttivi di fronte a simili emergenze. E’ chiaro che non avremo spesso le soluzioni ideali, ma si riesce a garantire, caso per caso, i diritti fondamentali. Un paio di esempi: se un Comune si preoccupa di alcuni nuclei familiari senza fissa dimora, e può proporre una soluzione temporanea in attesa di quella definitiva, e quella temporanea consiste nel sistemare e assistere una madre e i bambini in una struttura assolutamente adeguata da una parte e il marito/padre in un’altra struttura diversa, questa non è la soluzione ideale ma è un tetto sulla testa e una cura del bisogno che permettono di portare avanti le pratiche per una soluzione ancora migliore. O se una persona ha la necessità di un tetto e un Comune mette a disposizione non quel tetto che la persona vorrebbe, non proprio cioè nella via desiderata, nel quartiere individuato, beh, non sarà l’ideale nemmeno questo, ma è una casa, è la garanzia di un diritto che è premessa essenziale e del resto poi si parla. E anche quando non si è così bravi o fortunati, si parla. Ecco, appunto: si parla. Com’è che nessuno vuole parlare, e soprattutto vuole far parlare? Perché ci si mette a fare da cuscinetto dove di cuscinetto non c’è bisogno?

b)      Il dialogo e la disponibilità ad affrontare congiuntamente temi fondamentali come questo sono alla base del lavoro di questa amministrazione, che nell’affrontare i problemi vuole sempre migliorare: è offensivo, triste e strumentale affermare il contrario, anche perché le stesse identiche persone che lo affermano sanno di avere sempre avuto la porta aperta, di avere sempre avuto un appuntamento a disposizione e anche di più, di avere sempre avuto di fronte sincerità, atteggiamento diretto e costruttivo, al di là delle singole opinioni. La strumentalizzazione che sta dietro quello che accade in via Ragusa proprio non mi va giù, e parlo da diretto interessato perché conosco bene persone che sono nelle stesse condizioni e solo immaginare che, oltre a vivere male come so, vengono strumentalizzate davvero fa arrabbiare anche me (e aggiungo che quello che accade mette in condizioni davvero difficili i richiedenti asilo); questo al netto di carenze degli enti locali, che però, come ho detto, possono essere affrontate assieme molto meglio;

c)      Per le ragioni suddette resto avvilito dall’antagonismo per l’antagonismo, laddove non sarebbe affatto necessario. Sarò ancora più schietto. Una volta, se uno voleva autogestire uno spazio e lo doveva occupare, lo occupava, lo difendeva, e casomai poi vi ospitava delle persone che per vario motivo potevano averne bisogno. Nessuno si sarebbe sognato di usare quelle persone per occupare uno spazio che, in fondo, non è un appartamento o un condominio… ma non voglio sospettare tanta malafede. Dico solo che le cose in questo comune si possono risolvere parlando. Che una municipalità di 100.000 abitanti civili ha la possibilità di mettere in piedi sistemi di dialogo contemporanei, adatti ai tempi, e non ha bisogno né da una parte né dall’altra di persone che scimmiottano un po’ alla provinciale quanto avviene in metropoli di milioni di abitanti;

Viviamo in una strana società, che è cambiata tantissimo in pochissimi anni. Mario Giorgetti Fumel, in un bel libro sulla precarietà, ha inquadrato esattamente il cambiamento e ha sottolineato che, oggi, c’è la necessità che i cittadini, e in special modo i giovani, sacrifichino una fase della loro vita, quella della “ribellione” e accettino di istituzionalizzarsi prima possibile, cioè di dialogare costruttivamente con le istituzioni e anche di farne parte. E’ questa la chiave, secondo lui, di una nuova politica e di una nuova società. Da parte mia, aggiungo che questa svolta può partire proprio dai municipi, dai centri medio-piccoli come quello in cui viviamo. D’altro canto, è ovvio, le istituzioni devono de-istituzionalizzarsi in sincrono, altrimenti non vale. Noi lo stiamo facendo, e la cosa è davanti agli occhi di tutti. Dov’è chi dovrebbe camminarci incontro? Perché così tanta gente continua a godere nell’immaginare un muro lì dove c’è una porta?

Mi dispiace accertare che se quello che sta accadendo ha un senso, questo senso è strumentale, non so quanto volontariamente. Strumentale al godimento del singolo che premette l’antagonismo persino al tentativo di dialogo, un antagonismo incapace di rinnovarsi nonostante tutto, e strumentale a chi preferisce usare chi ha bisogno come scudo o come bandiera, anziché prendersene cura e aiutare la collettività a farlo.

Okkuparsene.

Ho avuto a che fare con molte occupazioni nella mia vita. Con questo genere mai.

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1 COMMENTO

  1. Non conosco i fatti, come sai, vivendo a Roma. Ma che la situazione sociale attuale dia ad alcuni la sensazione che non ci sia speranza nel confronto con nessuno “dell’altra parte”, lo vedo ogni giorno. L’antagonismo diventa, in questi giorni, una risposta urlata, una segnalazione di perdita di spazio di azione politica e di rappresentanza: generale, non indirizzata, priva della minima analisi, non certo verso questa o quella ragionevole istituzione “aperta”. Anzi l’apertura dell’istituzione viene vista come una minaccia alla purezza di intenti. Dimenticando che la purezza è un valore che tende a inceppare ogni dialogo, principalmente quello politico. Questo antagonismo ha i segni dell’epoca che ne è incubatrice: ha la scarsa raffinatezza politica e intellettuale di quasi tutto gli altri imperativi che “bucano gli schermi”, “funzionano”. Quella tipica rozzezza da “direzione marketing”; da claim pubblicitario che è stata la devastante pedagogia di massa degli ultimi trent’anni. Per questo, ancora una volta condivido quello che scrivi.
    a presto.

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