Web & Co

M

Da quando ricopro la carica di assessore ho avuto pochissimo tempo per scrivere. Una cosa del tutto normale, alla quale, da punto di vista del web, cerco di rimediare con questa rivisitazione del mio blog storico, e con la creazione di un nuovo blog, PaassessorePamarasca va in Comune, nel quale mi prefiggo di raccontare come meglio posso il forma di diario la mia esperienza politico-amministrativa.

Dal punto di vista della narrativa, ho più difficoltà. Il mio secondo romanzo è uscito quando già ero assessore, ma è stato scritto tempo prima: si tratta di un romanzo al quale ho lavorato molto, con il cuore e con la testa, cercando persino di snaturare alcuni tratti della mia prosa per raccontare una storia alla quale tengo molto, e che qualcuno dice abbia un senso anche metaforico. Da allora, ho maturato un’idea davvero particolare per il terzo romanzo, ma non ho affatto tempo di metterci le mani, come è giusto che sia dal momento che ho accettato questo incarico.

 

Ne approfitto allora per fare un po’ di pubblicità ai miei lavori, non me ne vogliate. Così chi non li conosce sa che esistono, e chi li conosce si ricorderà ancora di loro quando uscirà il prossimo.

 

Il mio primo romanzo si intitola La qualità della vita ed è uscito per la casa editrice Italic nel maggio del 2010. Un romanzo piccolo e giallo, con una bellissima copertina donatami da Umberto Grati, che parla molto di me ed è inventato solo in parte. Una storia intima, che mi ha cambiato la vita.

 

All’inizio del 2013 ho pubblicato un altro lavoro, stavolta più particolare. Il titolo è M ed è una graphic novel realizzata a quattro mani con l’artista e illustratore Danilo Santinelli: il testo è una rivisitazione del romanzo a puntate che avevo pubblicato sul sito Ultima Sigaretta l’anno precedente ed è forse il testo al quale sono in assoluto più affezionato. I lavori di Danilo – meravigliosi – lo nobilitano parecchio, devo dire. Abbiamo deciso di pubblicarlo con Narcissus, la piattaforma di selfpublishing di Simplicissimus, perché stampare un lavoro del genere, oggi, ci è sembrata impresa troppo arda da chiedere a un editore.

 

Ecco quindi che, nell’estate del 2014, esce il mio secondo romanzo, La meccanica dei gesti, per la serissima e appassionata casa editrice milanese Milieu, che in questi giorni sta partecipando all’avventura della neonata NN, casa editrice che promette e realizza già grandi cose. La meccanica è un romanzo al quale ho lavorato circa tre anni (non si direbbe, visto quanto è lungo, lo so) e che rappresenta per me la sfida del “romanzo” appunto, cioè della capacità di raccontare una storia dopo che, nel primo, avevo raccontato un viaggio interiore. Un romanzo che funziona, a mio parere, al di là del valore che non sta a me giudicare, e che mi ha lasciato un dolore tremendo perché al centro della vicenda c’è una bambina alla quale mi sono terribilmente affezionato, scrivendola, e che mi manca così tanto, da quando non la scrivo più. Forse per questo ho continuato a lavorarci tanto tempo. La copertina, in effetti particolare, ha una sua storia all’interno della mia famiglia, e delle case che ho abitato.

 

Come ho detto, sto costruendo un nuovo lavoro che però ha bisogno di tempo e concentrazione, due cose che, al momento, ho preferito prestare ad altro impegno. Nel frattempo me lo costruisco nella testa, durante le mie passeggiate, e attendo che pian piano venga fuori, come capita con le barche di cui vedi la prua all’orizzonte, dietro la punta di un monte.

 

Nel frattempo, vedete un po’ voi :-)

 

Pamarasca

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La superficialità con cui approcciamo il linguaggio nei social media genera ritardi nella nostra capacità di condivisione e di connessione reciproca. “il web ha fatto sì che la cosa più complessa che ci sia al mondo, il linguaggio, si sposasse con la più veloce, l’elettricità” (De Kerchoove). Questo non significa che dobbiamo pretendere semplicità dal primo, o soste dalla seconda.

Ciò che si nota invece è la fatica nel mantenimento di un senso critico e analitico di fronte alla complessità della comunicazione e, in risposta a tale fatica, la scelta di una comunicazione basica, tranchant, che privilegia il giudizio affrettato rispetto alla comprensione. Il linguaggio, cioè, si mette a correre dietro all’elettricità.

Correndo, si spoglia dei vestiti come un atleta imbottito di abiti. Ma un atleta che corra così veloce ha bisogno di abiti, o la rapidità gli porterà via persino la pelle. Via via che si spoglia, il linguaggio (cioè noi) si abbruttisce: diventiamo sempre più cattivi, aggressivi, nella migliore delle ipotesi ci dilettiamo nel sarcasmo, che è la cifra attuale dei social network. Altro che connessione, altro che condivisione. Leggiamo gli altri pensando alla battuta brillante e feroce con la quale possiamo rispondere. Quindi, non li leggiamo affatto.

Vanno per la maggiore hashtag  che evidenziano il gusto dello sberleffo e la presunzione di superiorità: ma lo sberleffo è una gran cosa quando proviene dal basso, come una pasquinata, come la “risata che vi seppellirà” dell’anarchia. Da altre direzioni, è #snob.

Se fosse parlata, la comunicazione sui social network sarebbe incomprensibile, perché battiamo sulla tastiera contemporaneamente, via via che pensiamo alle cose, quasi sempre senza aspettare la risposta altrui – perché ci sono tanti modi per esprimere un concetto e non ce ne vogliamo perdere nemmeno uno, vogliamo vomitare fuori tutto quel che abbiamo – quasi liberarcene con fastidio.

Tutta questa velocità ci rende maniaci. Tutta questa mania vuole più velocità. Questo può portare ovunque: all’intelligenza collettiva di Levy, non credo a quella connettiva di De Kerchove, o altrove. Per ora, porta a una gran maleducazione, e alla perdita di complessità. Come se la complessità, che è la cifra dell’umano, sia un difetto.

Abbiamo impiegato millenni per capire di essere complessi.

Le persone che oggi operano sui social network hanno il dovere morale ed etico di privilegiare il dialogo allo scontro, di costruire un senso civico nuovo, adeguato al mezzo di comunicazione, allo spazio in cui ci si muove. Se si guida, si va sulle ruote e si segue un determinato codice – che è la negoziazione di comportamenti capace di evitarci gli incidenti, se si naviga non si va in acqua con le ruote e si segue un codice diverso.

Internet non è ancora alla portata di tutti. Lo possono usare, soprattutto, le persone che hanno risorse economiche, sociali e, quindi e molto spesso, culturali. E’ loro preciso dovere costruire il codice di una comunicazione complessa, senza cedere alla tentazione dell’abbruttimento. La partita si gioca tutta qui: nella rinuncia a “viver come bruti”, ora che lo si potrebbe fare per davvero, e nella scelta di reale condivisione rispettosa delle reciproche complessità.

Pamarasca

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Ho iniziato a scrivere tardi. Scrivere per la pubblicazione, almeno. Non è un rimpianto, ma una semplice constatazione. Una volta iniziato, vorrei farlo sempre. Di più. E’ come se tante storie vivessero compresse in un contenitore che mi portavo dietro.

Lavoro, anche, sui social network. Soprattutto facebook. Ho avvicinato questo social in un periodo particolare della mia vita e mi ha permesso di ritrovare trame di amicizie che si erano spezzate, sfilacciate o scolorite. Poi, nel tempo, di conoscere persone nuove anche, e condividere un mucchio di cose belle, importanti, divertenti, impegnate, sciocche.
Dovendo monitorare facebook per lavoro, finisce che ci passo diverso tempo anche con il mio profilo personale.

Considero facebook (e i social in genere) una gran cosa. Ne sono entusiasta. Per i vecchi e cari amici, per i nuovi, per le informazioni e qualche volta per le discussioni. Considero i social un’arma rivoluzionaria potentissima. Fb ha un mucchio di limiti che non è il caso di approfondire qui, certo, e sta diventando sempre più una sequela di inserzioni pubblicitarie, però mi piace ancora e nutro fiducia in questo mezzo.

Ma ho iniziato a scrivere tardi e mi accorgo ogni giorno di più delle mie debolezze.

Chi mi conosce, sa delle mie debolezze. Ad esempio, mi capita di passare al bar, incontrare qualche amico, dire “mi fermo due minuti, il tempo di un bicchiere” e dopo tre ore e non esattamente un bicchiere solo sono ancora lì. Non c’è niente di male.
Mi accade lo stesso su facebook. Sono troppo curioso, troppo interessato alla maggior parte dei link. Troppo polemico, anche, chiacchierone, e mi entusiasmo appena vedo una grafica ben fatta, un’idea particolare. Clic dopo clic – parola dopo parola – mi passano le ore che non devo dedicare al mio lavoro. Che sono esattamente quelle che devo dedicare alla scrittura. Che ho iniziato tardi.

I personaggi delle storie che mi abitano hanno iniziato a rimproverarmi.
Certo, lavoro sui social, quindi non posso (né voglio, in definitiva) evitare i social anche solo per un po’. Ma non sono in grado di evitare le distrazioni, non è nel mio carattere. Quindi d’ora in poi cercherò di frequentare il minimo indispensabile il mio account, che è sempre stato particolarmente attivo. Chi se ne frega, direte voi.

In effetti, non scrivo questo perché credo interessi a molti se il mio account sarà meno attivo. Lo scrivo per condividere una riflessione che, ne sono certo, non sono il solo a fare. La condivisione e la comunità non sono tutto, e a volte il tempo va utilizzato con misura. Specie se si nutre un desiderio.

Citando un vecchio articolo di Bartezzaghi: in rete “ci stiamo tutti allenando per una partita che non si giocherà”. Ma, prima che mi cedano le gambe, voglio provare a calpestare l’erba di quel match.

Pamarasca

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Dopo aver postato le foto di una vacanza dell’adolescenza, Toni attese le reazioni dei tre o quattro interessati che aveva incluso tra gli “amici” del suo facebook. Pensò “che tuffo al cuore gli verrà” e riprese per qualche minuto il filo di una storia passata, commovente e esagerata come solo le storie dell’adolescenza sono.
Una storia d’amore e di amicizia che nemmeno Moccia.
Gli tornavano alla mente le scene, i singoli ricordi, un pianto nel pullman, una promessa, l’amore rivelato e quello nascosto. Le prime sigarette. Un mucchio di patemi che rimpiangeva non per se stessi, ma per il calore che solo la fiamma dell’adolescenza è in grado di alimentare da tanto fragili legnetti.
Il giorno dopo ricevette un messaggio.
Orca che foto, diceva Rinaldo! Guarda quanti capelli avevo. Chissà che fine ha fatto Lisa. Ti ricordi che storia? Quanto ci amavamo!
Mi ricordo, scrisse Toni, e quando ti lasciò, mi chiedesti di mettermi con lei, perché ero tuo amico e saresti stato meno male.
Davvero? In chat.
Davvero.
Però, che roba. E’ che sapevo che ti piaceva. Se penso a quanto sono stato male.
Già.
:-)

Poco dopo arrivò un messaggio di Lisa.
Ciao, che foto hai messo? Bella. Mi ricordo la vacanza. Ma il ragazzo quello con i capelli lunghi e neri, quello accanto me nella foto, com’è che si chiamava?

Il problema non è cosa ricordi tu. Il problema è quando i ricordi si incontrano senza riconoscersi.

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Sul ricco, competente e bel blog del mio amicissimo Marco Dominici mi è stata chiesta un’opinione sul self-publishing… e io l’ho data :-)

Dice Marco: Parlando di contenuti, è indispensabile dare quindi la parola a chi il contenuto lo crea, ovvero l’autore, il demiurgo del testo e primo motore immobile di tutta la filiera editoriale.
A tale proposito ho coinvolto nel dibattito il mio più caro amico Paolo Marasca, che guarda caso è uno scrittore: il suo primo romanzo, La qualità della vita, ha avuto quella che si dice un’ottima accoglienza da critica e pubblico e già sta lavorando al secondo, che posso dirvi per certo, avendo lette le bozze quasi definitive, è ancora più bello.

A Paolo chiedo come vede, da autore, la prospettiva del self publishing, che sembra sia la grande opportunità  e risorsa del digitale per chi scrive, e cosa pensa del social reading.

Scrivo io: “Cercherò di essere sintetico e, quindi, perderò per strada le sfumature di questioni estremamente complesse. Non me ne vogliano i lettori di questo blog. Non sono contrario al self publishing di per sé, ma non nego di essere piuttosto scettico al riguardo, per le ragioni che sintetizzo qui di seguito:

1) Da anni l’arte contemporanea e la musica hanno dimostrato tutti i limiti dell’autoproduzione, sia pure a fronte della scoperta di una minoranza di veri talenti (poi comunque rientrati nei ranghi del mercato tradizionale). Non credo che per la letteratura sarà diverso.
2) Il mercato editoriale è letteralmente strozzato dalla grande distribuzione, così come lo sono le librerie indipendenti. Un editore, specie se talent scout, non ha i mezzi per svolgere un lavoro di qualità. Un libraio, specie se bravo e attento, non ha i mezzi per confrontarsi con le grandi catene e dare visibilità ad una certa letteratura. Risolvere questo nodo sarebbe la vera rivoluzione, mentre credere che il self publishing possa bypassarlo mi sembra una chimera.
3) Lo spreco di talento è dietro l’angolo. Un autore, magari giovane, dovrebbe avere la possibilità di confrontarsi con un editore, vedere la propria opera da un diverso e professionale punto di vista, imparare a gestire le proprie capacità. Sono assai rari gli esempi di atleti privi di allenatori e non credo che vengano su campioni che apprendono le impugnature del tennis da Youtube. Per la scrittura, non è poi tanto diverso: il bravo editore è un patrimonio, non un fastidioso intermediario.
4) Il mercato non è democratico. Esso si muove secondo sottili equilibri relazionali e favorisce il detentore di un capitale economico, umano e soprattutto, oggi, sociale. Il talento eccezionale ma povero di risorse ha sempre meno possibilità di essere scoperto, perlomeno parlando di grandi numeri. Che possa capitare, è chiaro, ma che sia più probabile rispetto al vecchio mercato editoriale, non lo credo affatto.
5) La tecnologia odierna potrebbe essere utilizzata per supportare l’editoria di qualità e il lavoro di editori e addetti, prima che per proporre edizioni fai-da-te di opere che magari avrebbero potuto essere migliori. Credo sia necessario aiutare editori e librai, non i già troppi autori pieni di sé e delle proprie parole.
6) D’altro canto, la tecnologia e il fai-da-te sono ottimi per le opere minori o secondarie, gli scritti marginali degli autori, i lavori collettivi e sperimentali etc. etc.. La tecnologia, infine, grazie agli e-book, è uno strumento imprescindibile che potrà dare vita a nuove forme di creazione e cambierà di certo l’editoria contemporanea.

Ma dio salvi l’editore in un mondo dove scrivono tutti e leggono pochi.

A proposito del social reading, solo due parole. Non amo particolarmente i vecchi gruppi di lettura (questione di gusto, li apprezzo ma non mi ci trovo), quindi non ho molti riferimenti al riguardo. Vedo il buono di una forma di vera e propria “riscrittura” collettiva del testo che, grazie ad annotazioni, citazioni, sottolineature, diventa altro da se stesso. Niente di male, anzi. Vedo invece il danno nella perdita di quel che di meglio hanno i gruppi di lettura tout court: le relazioni umane che si intessono grazie ad un libro galeotto, i flirt intellettuali e non solo, l’amicizia che è più importante del testo su cui ci si confronta.

Ma dio salvi i lettori in un mondo dove tutti scrivono e poi rileggono solo se stessi.”

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Il problema è anzitutto la parola. Il sostantivo. Amicizia.
Diciamoci la verità. Dopo un primo invaghimento, ci accorgiamo che facebook ha fatto come berlusconi: si è appropriato di una parola splendida, ricca di significati, che amiamo, e l’ha inflazionata come De Chirico faceva con i suoi cavalli dipinti.

– Ho un de Chirico – c’era chi diceva, e non si rendeva conto che di cavalli imbizzarriti, in calore o al pascolo il pittore ne aveva dipinti a milioni e sparsi in ogni galleria.
– Non vale un cazzo, tipo, mi spiace – era la risposta dopo qualche anno.

Io ogni mattina mi scambio sorrisi grazie a facebook con alcune persone care/carissime/infinitamente care con le quali altrimenti non avrei rapporti da tempo; e mi scambio idee e sensazioni con alcune persone che conosco così poco da non averci mai preso un averna assieme – ma ora sì, ce lo prenderei. Grazie di tutto questo, social! :-)

E però mi ferisce questa cosa della parola. Perché se ci tolgono le parole, comunque noi la pensiamo, smettiamo di pensare.

Io quando sento dire Libertà penso non dico subito ma quasi al polo della libertà.
Quando sento Amico penso non dico subito ma quasi a facebook.

(“ma tu sei suo amico?”)

Non è per questo che c’è la rete. Non è per questo che c’è la condivisione.
Non è per questo che ci sono i poli (nord e sud). E le libertà. Una per una, piccole e grandi, conquistate.
Non è per questo che c’è l’amore©.

Questo sarebbe un buon motivo, per andarsene.

Per restare, i poke dei veri amici. I sorrisi dei conoscenti.
Palla a voi.

Pamarasca 

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La mia amica Giusi se ne va da facebook. Altre persone in gamba meditano di farlo.

Perché uno se ne va da uno spazio di socialità, all’interno del quale può, in teoria, comunque gestire la propria presenza?

Le risposte possono essere tante. Dalla più ovvia (non sono su facebook perché mi toglierebbe tempo per la scrittura, disse tempo fa in un’intervista Ammanniti) alle più articolate.

Ho pensato di affrontare sinteticamente alcune delle ragioni per cui me ne andrei. E alcune delle ragioni per cui resterei. I post che se ne occuperanno: 1) Il rumore [marketing] 2) Gli amici [amore] 3) Il corpo [sicurezza] 4) La poesia [parole] 5) La speranza [speranza]

chiunque volesse aggiungere argomenti e punti è benvenuto

1 – Il rumore (dei soldi)

Facebook ha concentrato su di sé la maggior parte delle nostre aspettative concernenti il web. Per molti è stato il web, il sinonimo di socializzazione e condivisione, l’incarnazione di una nuova maniera di comunicare. Abbiamo dato a un bisturi compiti da chirurgo: ci siamo stesi sul lettino volontariamente e abbiamo aspettato che ci aprisse, ci studiasse, ci riparasse, ci migliorasse e richiudesse.

Ma facebook è uno strumento e come tale ci ha risposto picche: come nei giochi da bambini (specchio riflesso) ci ha rimandato indietro la nostra immagine di sempre: venditori, consumisti, profittatori, narcisisti. Certo su facebook ci sono ampie nicchie di ben altra statura rispetto a quella media. Ma sono sempre più oppresse dal rumore della maggioranza.

Il rumore è anche l’effetto di un marketing selvaggio e importuno, grottesco, portato avanti da una ridda di sedicenti professionisti (ce ne sono di eccellenti, ovvio, non parlo di loro), i quali hanno trovato la maniera di convincere facile le aziende che hanno bisogno di una strategia su facebook. Strategia che di solito è articolata in punti tipo: “essere gentili con le persone”, “non rispondere male”, “dire cose interessanti”, “partecipare”… Con il risultato che partecipano tutte le aziende e i loro rappresentanti e se ne scivolano via i consumatori, abbattuti da tutti i post di Buongiorno, Benvenuti, Come state Oggi, Che bella giornata, Vogliamo sapere di più da voi etc. etc.

La deriva di questo facebook-vetrina è legata, anche, al periodo di crisi economica: le imprese sognano di investire relativamente poco e avere enorme visibilità; i privati si inventano ruoli di community manager, social gestori, social esperti o similari. Chi sa usare correttamente gli accenti ha ampie possibilità di svangarla. Chi sa usare i congiuntivi è un guru.

Tutto questo rumore sta annichilendo molti utenti che, pur ammettendo di trovare spunti, notizie, informazioni e contatti importanti sono costretti a rinchiudersi in “ghetti” condivisi per evitare il bombardamento di facezie ed inutilità. Tanto vale allora costruirsi un quartiere proprio altrove, forse. Anche perché, diciamocelo, sapere di chi fidarsi inizia ad essere un’impresa…

continua a presto con il punto 2: Amici

Pamarasca

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Nel 1990 c’erano i Mondiali. La partita inaugurale era Argentina- Camerun. Quel giorno, ci fu una grande manifestazione. Contro i Mondiali, in favore dei centri sociali, in spregio a una Milano (un’Italia) che iniziava a vantarsi del proprio putridume. Fu, se non sbaglio, la prima volta in cui apparvero le tute bianche dei leoncavallini.

I leoncavallini, appunto, erano nel mirino del prefetto. Si sapeva. Si parlava, tra di noi, di una presunta lezione che gli si voleva dare.

La manifestazione fu tesissima. Le forze dell’ordine se ne stavano in disparte e, per questo, sembravano più minacciose. Era pieno di studenti inesperti: eravamo nei dintorni delle occupazioni. La pantera. Fu tesissima ma senza scontri. E alla fine ci sciogliemmo.

Molti militanti e studenti, soprattutto dell’accademia, scesero le scale della stazione metropolitana di De Angelis. C’erano i carabinieri accanto alle macchine di distribuzione dei biglietti. Tenevano i fucili in spalla rovesciati.
–    perché tengono i fucili in spalla rovesciati? – chiese qualcuno accanto a me.
Del Ponte della Ghisolfa, il circolo anarchico, eravamo in sei o sette mi pare, in metropolitana.  Ci guardammo e scendemmo le scale in fretta.
Sbagliammo senso: tutti gli altri erano scesi dalla parte opposta, in direzione centro. Per questo, per così dire, ci salvammo.
Tutti gli altri: decine di studenti, e uno sparuto manipolo di leoncavallini ancora nelle tute bianche. Amici.

La prima carica fu immediata e improvvisa. Gli agenti scesero le scale, riempirono di mazzate e calci di fucile in bocca tutti e risalirono: blitzkrieg.
Noi guardavamo dalla parte opposta dei binari. Arrivò il nostro treno. Era pieno di gente. Salimmo e continuammo a guardare attraverso il finestrino, mentre uno di noi ebbe la prontezza di riflessi di staccare la corrente dei binari usando la leva d’emergenza.

Riconoscemmo i ragazzi del Leoncavallo. Erano esperti, per fortuna. Dopo qualche minuto di sgomento riuscirono a radunare gli studenti. Topi terrorizzati che correvano qua e là senza una via di fuga. Con un braccio rotto, il sangue su una tempia, le lacrime. Li circondarono formandogli un quadrato attorno. Gli agenti scesero di nuovo. Picchiarono. La maggior parte dei colpi si infranse sul muro (ma muro non era) delle tute bianche. Qualche studente si impaurì fuggendo dal quadrato e fu colpito al capo. Gli agenti risalirono. Scesero di nuovo. Picchiarono. Risalirono.
Dal treno in cui ci trovavamo le persone “normali” gridavano Basta!! Li ammazzate!! Noi battevamo i pugni contro il finestrino. Piangevamo.

Ci fecero uscire. Chiusero la stazione.
Dissi a una amica del Ponte:
–    Adesso ci massacrano di botte

Uscimmo. Fuori dalla metro pareva il Cile. Le forche caudine: un imbuto di agenti armati di manganelli dentro il quale ci facevano passare. Erano pronti a spaccarci le teste. Senza dubbio.
Ma erano usciti anche i passeggeri del treno: vecchiette con le buste della spesa, coppie a passeggio. Dissero:
–    Cosa volete fare?
–    Li avete massacrati
Dissero:
–    Basta
–    Lasciateli andare

Ci fu un ordine. L’imbuto si aprì. Un compagno del Ponte che era con me si sfogò:
–    Nemmeno nei Settanta ho visto questa premeditazione!

La mattina dopo scendo al bar. Prendo un caffè e cerco le notizie su Milano nel Corriere della Sera.
C’è una colonna di trenta righe. Parla di “tafferugli tra gli estremisti del corteo e le forze dell’ordine alla fine della manifestazione, in metropolitana”. Torno a casa.
Vomito.

Ora, è tutto diverso. Ci sono i video, le fotocamere, i cellulari, twitter, facebook, i blog, i siti: quello che successe sotto la stazione della metropolitana in qualche modo verrebbe fuori. Si saprebbe. Si vedrebbe.
Che razza di arma hanno questi ragazzi oggi. Sanno usare il web meglio del potere. Meglio delle forze dell’ordine. Meglio di tutti. Possono avvertirsi, comunicare, filmare, fotografare, denunciare.
Ma non è così semplice.

Sembra che un video significhi così tanto. Ma è vero? All’indomani della manifestazione romana, il video dei poliziotti che pestano ragazzi inermi a terra ha girato eccome sul web.
Eppure tutti i media parlano di un ragazzo che ha aggredito con il casco un altro manifestante. Robe che succedono una sera sì e una no fuori da un locale.

Tanta strada c’è da fare perché questa comunicazione random diventi parte di una strategia di lotta. Non sia manipolata, ma utilizzata a fondo. Rimanga random, ma non risulti isolata.

E però, che razza di arma.
Questa sì, concede una speranza a tutti noi sfigati che vomitavamo la mattina perché nessuno, nessuno sapeva (né poteva sapere, né avrebbe saputo) quel che era successo veramente.
Imparando pian piano ad usarla, questi ragazzi, questi nuovi movimenti possono fare davvero sfracelli, trovare un sentiero di protesta nuovo. Essere la strada di se stessi. Arrivare a costruire le fondamenta di una nuova forma di vivere sociale che sostituisca la democrazia rappresentativa e agonizzante del palazzo.

Riuscire, insomma, ad avere un sogno, e non solo una bestiale, sacrosanta incazzatura.

Pamarasca

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Non mi era mai capitato. Non avevo mai sperimentato personalmente la morte su facebook. Immagino ci si debba abituare.

La cosa mi è parsa grottesca. Ma ognuno ha la sua reazione di fronte alla fine, e non mi sogno di criticare nessuno. Voglio solo dire due parole.

Il profilo di una persona molto attiva su fb scomparsa all’improvviso è rimasto in piedi. Anzi, due profili. Paradossalmente, il primo gli era stato tolto quando era in vita, ricordo che se ne lamentava. Gli è stato ripristinato ora, che non serve più. “sempre sul pezzo” i ragazzi di fb.

La bacheca è rimasta lì. Ad accogliere i messaggi di amici, conoscenti o visitatori, nel suo caso anche clienti, sbigottiti, addolorati, sconvolti, cupi, comprensivi. Ci sono persino dei “mi piace” sotto le frasi ritenute più toccanti.

C’è un pellegrinaggio virtuale, che ricalca la deposizione tipica di fiori sulle curve delle strade, o i biglietti nei luoghi delle tragedie. Di per sé, quindi, niente di strano.

Eppure, per come è conformato, il profilo di fb finisce per essere una sorta di appendice indistruttibile. Una coda di lucertola. Per questo ho usato il termine grottesco.

Facebook non è una finzione cinematografica: è una realtà filtrata e manipolata da noi stessi che a volte, drammaticamente, finisce per essere più reale della concretezza del nostro corpo nello spazio.Così, si scrive sulla bacheca di Antonello addirittura senza rendersi conto che non leggerà. Né, naturalmente, che risponderà. Niente “mi piace”. Niente. Non si riesce a realizzare appieno questo perché su fb non c’è il corpo.

E la morte, beh, riguarda proprio il corpo.

Cos’è che non esiste, allora, in questa strana dimensione? Il nostro profilo artefatto e virtuale? O la morte stessa? Che potere ha, essa, in assenza di corpo?

Nessuno. La morte non agisce su fb. Perché anche il silenzio, l’assenza di parole, può essere riempito. E comunque non è assenza tout court. Perché a nessuno viene da “eliminare” dagli amici una persona morta. Sarebbe come ucciderla di nuovo. Ucciderla davvero, su facebook. Siamo di fronte a un esorcismo supremo. Ma…

…ma se la morte non ha potere, non significa forse che non c’è la vita?
Non significa forse che tutto quello che scriviamo, inseriamo, fotografiamo, postiamo altro non è se non il ricordo di noi stessi, ancora in vita?

Una rappresentazione di come vorremmo non essere mai assenti. Il che è impossibile: lo siamo già, dato che manca proprio il corpo. Il corpo. Ch’è la vita.

Ad Antonello e ai suoi colossali sconti al ristorante. Riposi in pace

Pamarasca

2 323

Tutto quello che riusciamo a fare è dire che il web è rivoluzionario. Democratico. Persino libertario. Ma le notizie ci sfuggono di mano.

Come si chiamava quella ragazza che ha fatto lo sciopero della fame dopo 7 anni di precariato in un giornale? E quando era la mostra alla quale dicevamo di volere andare (tanto non ci andiamo)? E che mostra era poi? Che titolo aveva il libro del quale ho letto quella bella recensione? Quanto hai detto che guadagna Marchionne? In che comune s’è verificato quell’atto di razzismo? Il terremoto era in Cile o in Polinesia? O in tutti e due? Ma quanto è lungo questo pezzo, non poteva farlo un po’ più corto?

Proviamo a fare un test. Senza copiare. Cosa ricordiamo? Cosa abbiamo dato al nostro cervello da elaborare rispettandone i tempi?

La notizia è diventata un bene di consumo. Un abito, l’equivalente di un vestito da indossare.
Ce le ammiriamo, ce le invidiamo, corriamo ad acquistarle, ce le scambiamo.
Senza nemmeno sapere di che stoffa sono fatte.

Il fatto è che il consumismo ci aveva già mangiato il cervello prima. E Internet non è un neurochirurgo.

Il fatto è che il mondo è complicato, e ci illudiamo di farlo semplice così, diventando scivolosi. E’ più facile consumare una cosa, che provare a capirla.

La strada è giusta. Le scarpe sbagliate.

Pamarasca