Prose & Versacci

Un gruppo di lettura di Monte Porzio, nella provincia di Pesaro e Urbino, mi ha invitato a un incontro dopo aver letto La meccanica dei gesti. Un invito gentile che mi ha improvvisamente riportato sul pianeta lontano della scrittura, che ho temporaneamente abbandonato per quello dell’amministrazione: due pianeti che non riesco a far convivere, per ora, dato che entrambi hanno un clima a dir poco totalizzante.

Sono andato a Monte Porzio quindi due giorni fa, accompagnato da mia sorella Lorenza, dato che insisto a non possedere una patente. Siamo arrivati presto, abbiamo cenato e chiacchierato, e ci siamo presentati nella sala del Consiglio Comunale alle 21, ora dell’appuntamento. Ci ha accolto un giovanissimo e simpatico sindaco, che poi, giustamente, è andato a fare altre cose.

La serata è iniziata alle 21 e 15 circa, David, l’organizzatore, un signore estremamente gentile, ha aspettato affacciato alla finestra che arrivassero tutti i partecipanti, una ventina di persone con il romanzo in mano, per lo più donne o, meglio, tutte donne tranne uno. Ho fatto diverse presentazioni nella mia vita, anche se pochissime di questo romanzo per via dell’incarico di Assessore (e chiedo scusa qui al mio editore fantastico, già che ci sono), ma era la prima volta che mi capitava un gruppo di lettura. Avevano letto, erano curiose di me e soprattutto dei personaggi, da dove venivano, chi erano, la bambina cosa faceva prima, cosa farà dopo il romanzo, perché quel personaggio si comporta in quel modo…

E’ stato bellissimo ritrovarmi con i personaggi che ho inventato per il romanzo, e con la bambina alla quale mi sono così affezionato che non avrei mai voluto terminare questo libro. Ma è stato bellissimo anche ritrovarmi con venti persone curiose, attente, delicate, che hanno prestato attenzione prima alle righe che ho scritto, poi a quello che ho detto l’altra sera.

Infine, è stato bellissimo ritrovare una parte di me che ho deciso di trascurare per fare quello che sto facendo, ma che pulsa nelle mie vene forte più d’un legame di sangue.

Pamarasca

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Nel 2012 uno dei miei più cari amici, e uno dei più bravi registi che conosco, Alessandro Lentati, è venuto ad Ancona per realizzare un cortometraggio sceneggiato assieme a me. Ora, il cortometraggio, a suo tempo selezionato per il Festival di Genova, è visibile su youtube. Abbiamo avuto la fortuna, grazie anche a Lucia Mascino, di lavorare con persone bellissime e con grandi professionalità: Lucia, Fabrizio Ferracane, Roberto Zibetti, Mara Di Maio, assieme a Marco Monti, Francesco Giarlo, Roberta Sarti, Luca Talevi e una squadra bellissima coordinata dal Guasco. Il cortometraggio, sostenuto dalla Fiom, eccolo qui.

M

Da quando ricopro la carica di assessore ho avuto pochissimo tempo per scrivere. Una cosa del tutto normale, alla quale, da punto di vista del web, cerco di rimediare con questa rivisitazione del mio blog storico, e con la creazione di un nuovo blog, PaassessorePamarasca va in Comune, nel quale mi prefiggo di raccontare come meglio posso il forma di diario la mia esperienza politico-amministrativa.

Dal punto di vista della narrativa, ho più difficoltà. Il mio secondo romanzo è uscito quando già ero assessore, ma è stato scritto tempo prima: si tratta di un romanzo al quale ho lavorato molto, con il cuore e con la testa, cercando persino di snaturare alcuni tratti della mia prosa per raccontare una storia alla quale tengo molto, e che qualcuno dice abbia un senso anche metaforico. Da allora, ho maturato un’idea davvero particolare per il terzo romanzo, ma non ho affatto tempo di metterci le mani, come è giusto che sia dal momento che ho accettato questo incarico.

 

Ne approfitto allora per fare un po’ di pubblicità ai miei lavori, non me ne vogliate. Così chi non li conosce sa che esistono, e chi li conosce si ricorderà ancora di loro quando uscirà il prossimo.

 

Il mio primo romanzo si intitola La qualità della vita ed è uscito per la casa editrice Italic nel maggio del 2010. Un romanzo piccolo e giallo, con una bellissima copertina donatami da Umberto Grati, che parla molto di me ed è inventato solo in parte. Una storia intima, che mi ha cambiato la vita.

 

All’inizio del 2013 ho pubblicato un altro lavoro, stavolta più particolare. Il titolo è M ed è una graphic novel realizzata a quattro mani con l’artista e illustratore Danilo Santinelli: il testo è una rivisitazione del romanzo a puntate che avevo pubblicato sul sito Ultima Sigaretta l’anno precedente ed è forse il testo al quale sono in assoluto più affezionato. I lavori di Danilo – meravigliosi – lo nobilitano parecchio, devo dire. Abbiamo deciso di pubblicarlo con Narcissus, la piattaforma di selfpublishing di Simplicissimus, perché stampare un lavoro del genere, oggi, ci è sembrata impresa troppo arda da chiedere a un editore.

 

Ecco quindi che, nell’estate del 2014, esce il mio secondo romanzo, La meccanica dei gesti, per la serissima e appassionata casa editrice milanese Milieu, che in questi giorni sta partecipando all’avventura della neonata NN, casa editrice che promette e realizza già grandi cose. La meccanica è un romanzo al quale ho lavorato circa tre anni (non si direbbe, visto quanto è lungo, lo so) e che rappresenta per me la sfida del “romanzo” appunto, cioè della capacità di raccontare una storia dopo che, nel primo, avevo raccontato un viaggio interiore. Un romanzo che funziona, a mio parere, al di là del valore che non sta a me giudicare, e che mi ha lasciato un dolore tremendo perché al centro della vicenda c’è una bambina alla quale mi sono terribilmente affezionato, scrivendola, e che mi manca così tanto, da quando non la scrivo più. Forse per questo ho continuato a lavorarci tanto tempo. La copertina, in effetti particolare, ha una sua storia all’interno della mia famiglia, e delle case che ho abitato.

 

Come ho detto, sto costruendo un nuovo lavoro che però ha bisogno di tempo e concentrazione, due cose che, al momento, ho preferito prestare ad altro impegno. Nel frattempo me lo costruisco nella testa, durante le mie passeggiate, e attendo che pian piano venga fuori, come capita con le barche di cui vedi la prua all’orizzonte, dietro la punta di un monte.

 

Nel frattempo, vedete un po’ voi :-)

 

Pamarasca

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La grande sala – una trentina di tavoli, quattro occupati. Uno, da più di una persona. Buonasera, Buonasera, Sono solo, prego, si accomodi. Va bene qui? Benissimo, grazie. Sedie come troni in miniatura, stoffa rossa decorata, ciotole che teniamo uguali da qualche parte a casa. Ha deciso? Involtini primavera, ravioli al vapore, e spaghetti alla soia con carne, grazie. Da bere? Un quarto di vino bianco, anzi no. Una birra cinese. Tsingtao.

C’è, nell’ultimo libro di Emidio Clementi, un passaggio straordinario. Un anziano direttore d’orchestra osserva attraverso il finestrino dell’auto che lo porta in albergo i resti della modernità che ha illuso il genere umano: edifici ormai cadenti, utensili che assicuravano il futuro abbandonati come cessi di Duchamp, scelte urbanistiche che regalavano fiducia depresse e demolite dall’usura. Una cosa breve, di qualche anno, il cui fallimento ha costretto l’umanità a ritrarsi in fretta nel guscio della nostalgia, come una lumaca spaventata. Qualche sera fa, proprio Emidio, in un locale nel quale ci trovavamo dopo la sua presentazione milanese, si guarda attorno. Ci sono vecchi tavoli da cucina, bicchieri anni sessanta, il bancone da bar di partigiani, varia roba vintage e tanti ragazzini. Prendiamo una grappa. “Ecco” mi fa “mia madre qui direbbe ‘ma cos’è tutto questo vecchiume?’ perché fino alla sua generazione non sarebbe stato possibile tutto questo guardarsi indietro.” Siamo noi, invece, a essere nati già nostalgici, figli del fallimento del moderno. Malinconici in partenza.

Dice la gente: l’apocalisse. Vanno di moda i libri apocalittici. Questi uomini che si trovano a combattere per la poca acqua rimasta, si sbranano, versioni sommesse e verosimili – in fondo – di Mad Max. Metafore, e futuri immaginari. L’apocalisse d’altronde è tornata in auge dappertutto, i toni savonaroliani dei politici, i film sulla fine del mondo, le invasioni, i virus, i naufraghi che si arrabattano nei telefilm. Ma stavolta il ritorno dell’apocalisse come leith motiv della narrazione nasconde una speranza e non, come fu decenni addietro, ai tempi della guerra fredda, una paura. La cerchiamo, la vogliamo, la aneliamo: se non siamo capaci di sognare un futuro splendente, almeno ci sia data – ma da chi? – una splendente fine.
Rimarrà però un sogno quello di essere partigiani su monti infestati dalla cattiveria, di combattere su un ring di ruderi, di addormentarsi stanchi i piedi avvolti negli stracci impugnando una pistola rimediata.

L’apocalisse d’oggi è nella decadenza del ristorante cinese nel quale sono entrato, da solo, mentre Monica è a un convegno. Mi piacciono i ristoranti cinesi. A Milano vivevo dietro via Sarpi e mangiavo spesso nella bettola sotto casa. Ma anche in un ristorante di lusso, pechinese, dove riuscii a trascinare mio padre – non lo dimenticherò mai – che apprezzò oltre misura un pollo in crosta guarnito con l’ananas, ai tempi una vera novità. L’agrodolce s’affacciava nella nostra vita. Tornato ad Ancona, un ristorante cinese aprì sopra il Thermos, al posto di un circolo misterioso nel quale avevo passato, davanti ai videogiochi, le mattine di seghino (poche, ero un vigliacco). Al ristorante cinese mandai numerosi musicisti a mangiare, e spesso andavo anche io, quasi sempre solo, nell’ora di chiusura tra l’aperitivo e la nottata. Una volta difesi il padrone da alcuni teppisti. Poi prese fuoco il ristorante, o almeno ci provò. Venne fuori del fumo dalla cappa, arrivarono i vigili e credo che il proprietario si sia beccato una denuncia. Chiuse, comunque.

La passione per i ristoranti cinesi è una faccenda tutta della mia generazione. Una madeleine postmoderna. E difatti proprio Emidio, qualche anno fa, mi porta nel suo ristorante cinese preferito, nel centro di Bologna. Un corridoio stretto, la tv, qualche avventore solitario. “Piace molto a Leo”, mi dice. Parliamo con grande confidenza: nei ristoranti cinesi il tempo si ferma nel preciso istante in cui l’esotico e il sogno hanno ancora cittadinanza e l’esperienza non è ridotta a mero atto di consumo. Il tempo di quando eravamo ragazzi – la prima generazione non-cresciuta della storia.

Noi, così nostalgici di nostro, ci sguazziamo nella soia.

Oggi la ragazza che mi serve è bionda, ha lineamenti occidentali e parla l’italiano come una cinese, fa uno strano effetto. Mi guardo attorno. La prima volta venni con alcuni amici, era l’inizio degli anni Novanta. Dalle statue posticce che fiancheggiano la scalinata che unisce le due sale usciva dell’acqua gorgheggiante.C’erano luci intermittenti, e pesci colorati nell’acquario. La musica cinese sembrava persino bella e i bambini giocavano con i vassoi rotanti dei tavoli più grandi. Il cibo era lo stesso. L’odore di fritto, e di salse e precotto. Sembra lo stesso anche il separé davanti alla cucina, dal quale ora spunta il capo di una giovane cameriera, intenta a sbadigliare vistosamente. Poi mi vede, che la guardo, e sfila via.

E’ tutta qui l’apocalisse: nei ristoranti cinesi in cui si va da soli per gustare sulla punta del cucchiaio una salsa piccante che sembra rimasta ad aspettarci, davanti a statue colossali di dragoni dagli occhi spenti, mentre il figlio del padrone legge la Gazzetta e nell’acquario boccheggiano due carpe enormi.
Forse, hanno la grappa alla rosa.

L’immagine è tratta dal Tumblr de La ragione delle Mani

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Ultimamente mio padre non è stato molto bene. Per questo, avendo a che fare con lui quotidianamente, mi sono sforzato di pensarlo in condizioni diverse da quelle attuali. Non che quelle attuali siano disastrose, ma ho cercato di individuare alcuni frammenti in qualche modo significativi nella mia memoria.

Purtroppo non era facile. L’evidenza delle sue condizioni attuali, la frequenza degli incontri ma anche il tempo che mi divideva da quei ricordi erano un mare nel quale a malapena riuscivo a fare un paio di bracciate e che mi separava dai momenti dei quali avevo ancora sentore. Momenti dei quali riuscivo a parlare ma che i miei sensi non riuscivano a recuperare.

Poi un mattino mi è venuto in mente di scriverli e via via che le mie dita battevano sui tasti – batto sempre troppo forte sui tasti, specie considerando che si tratta del mac di Monica – i miei sensi si aggrappavano sempre più certi al ricordo che mi ero messo in testa di raccontare. A richiamarlo così vivido, quasi presente, erano le sillabe infilate una dopo l’altra. Non cercavo la bellezza dell’espressione, ma solo la tangibilità del ricordo. Volevo toccarlo, sentire l’aria, le voci, i suoni e abbagliarmi della luce di campagna di quello specifico frammento.

E la cosa veniva facile. In un attimo sono finito lì, come un bambino delle fiabe. Tanto ne godevo che ho avuto la tentazione di allungare le descrizioni, indugiare sul foglio ma mi sono immediatamente reso conto che non avrebbe funzionato. I sensi si possono ingannare solo al presente. Così ho finito il mio frammento, e ne sono uscito pieno, i sensi sazi e una strana, allegra nostalgia sotto la pelle.

In questo modo ho capito che prima di tutto le parole non servono per dire le cose, ma per farle esistere. E che se con le parole si può ingannare, le parole non si possono ingannare.

E che sei hai le parole, hai tutto. Anche ciò che non puoi avere più.

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Aleggiava una paura nera ai tempi in cui Kerouac scrisse On the road. Era l’atomica che premeva come un coperchio troppo stretto sulla pentola del consumismo. La prima, reale, concreta prova che l’uomo era in grado di cancellare l’umanità. Non di uccidere un altro uomo. Non di sterminare un esercito. Di distruggere l’intera specie presente sul pianeta. La fine della prosecuzione. La fine e basta. Dell’uomo, e della parola.
Nella terra che Thoreau aveva definito una nuova possibilità, il Nord America, grande, ricca, popolata da animali raramente feroci, dai paesaggi ampi e illimitati, resisteva ancora, dopo Hiroshima, un disperato senso di speranza. L’idea che andare potesse significare qualcosa. Che il moto di per sé potesse costruire un’alternativa alla deflagrazione prossima dell’umanità. Il mito dell’Ovest!

Ma la scoperta in Kerouac aveva un senso interiore e quasi religioso, in ogni caso venato dall’influenza della madre. In On the road il viaggio raccontato è quello di un ritorno dalla zia – il simbolo della famiglia e dell’infanzia. Nella vita di Kerouac i continui vagabondaggi lo portarono a ritroso, fino a Lowell, la sua città natale, dove il terzo matrimonio pare il disperato atto di chi desidera ricostituire quel che s’è da sempre perso.
Quello che resta del pellegrinaggio del vagabondo sono le epifanie di paesaggi splendidi ed orrendi, di musiche e figure umane, e sopra ogni cosa l’amicizia. Il segno tangibile, solido, incarnato dell’umanità messo di fronte, come esorcismo, alla minaccia altrettanto concreta – più concreta – dell’atomica come autodistruzione del genere umano. Kerouac veniva da una famiglia di fortissime tradizioni cristiane. Il fratello, che ricorda in quello che ritengo il suo libro più bello, Visioni di Gerard, era morto ancora bambino. Il legame era la sua ossessione. L’amicizia la sua salvezza. Il mondo qualcosa da e dentro cui fuggire nello stesso tempo.

Oggi la prima pagina de La Repubblica è una serie di titoli sui mali dei nostri tempi. Con anni di ritardo rispetto al libro di Giulio Cavalli che denunciava infiltrazioni della ndrangheta in Regione Lombardia viene fuori che, cavolo!, c’è la ndrangheta in Regione Lombardia. La crisi, ma soprattutto una corruzione malata e insensata, messa in atto da chi nemmeno sa godersi quel che ruba, la corsa al denaro che viene baciato negli spogliatoi di una squadra di calcio quasi segno divino, l’indifferenza delle persone impegnate in un consumo affrettato e scriteriato di fronte a tali vergognosi esempi: cammino sfogliando ed è un voltastomaco. Poco più sotto, un’inserzione pubblicitaria.

In uscita il 13 ottobre.
On the Road.
Il film.

Una manovra commerciale, una produzione colossale. Attori di gomma. Ma anche un segno. L’uscita di un film tratto dal romanzo di Kerouac è la – patinata e debole, perché noi siamo patinati e deboli – risposta ad un nuovo nulla atomico meno devastante ma altrettanto armato di sterminio. Ancora una volta, in una pulsione autodistruttiva irrefrenabile, l’umanità sta distruggendo se stessa colpendo duro sulle proprie fondamenta. La voragine consumistica ha ridotto l’esistenza collettiva a un margine, un orlo. In mezzo il vuoto.

E allora andate. Saltate su una macchina, andate. Non troverete nuove terre, ma forse troverete nuovi amici, insieme ai quali innescare valori nuovi e inesplorati – in fretta partite, vivete del viaggio, dentro e fuori di voi. Non c’è bisogno nemmeno di droghe, drogato com’è il mondo. Ma di frontiere. Paesaggi. Domani.
Il sogno di Kerouac era il Grande romanzo americano. Voleva essere il Proust d’oltreoceano. Un sogno, certo. Quello che serviva.

Pamarasca

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Quindi sei uno scrittore. Bravo!

Saprai da te che abbiamo fatto fuori i critici, gli storici e soprattutto gli autorevoli.

Sì, esattamente. Come è capitato già nell’arte figurativa. Insomma, che palle no? O una cosa piace, o no. Un po’ dappertutto è successo a dire il vero. Vogliamo parlare della politica? Ora che tutti sono Scalfari, vedi che Scalfari non è più nessuno.

Il nuovo Sapegno sarà scritto dagli utenti! E dagli scrittori stessi, naturalmente. Cosa c’è di più democratico del parlare di se stessi?

Siamo qui perciò, come da prassi, per inviarti il decalogo.

Tutto ciò che devi sapere, e fare, per autorizzarti ad essere quello che sei, e non importa che tu lo sia davvero.

1) Se hai altri scrittori come amici sui social procurati – o fingi di procurarti – il loro libro.

2) Sii sempre gentile con gli altri scrittori. Condividi qualche status. Ricorda che se metti il loro libro su anobii, anche se ti fa schifo, loro metteranno il tuo, anche se gli fa schifo. Non essere avaro di stelline.

3) Fai lo stesso con artisti di vario genere. Meglio se architetti – gli architetti tirano oggi come gli antropologi e i sociologi negli anni Settanta. Pubblica e condividi le loro riflessioni, foto dei loro lavori, naturalmente dopo aver decurtato dalla lista quelli con meno di 300 amici (inutili).

4) Metti molti mi piace. Controlla soprattutto gli status poetici di quei lettori-aspiranti scrittori e non mancare di elargire apprezzamenti. Metti molti mi piace anche agli editori indipendenti, fa tanto fico. Metti molti mi piace alle pagine alternative e culturali senza aspettare che te lo chiedano, dimostrando così una reale attenzione nei loro confronti.

5) Commenta almeno cinque volte al mese il blog di Giulio Mozzi.

6) Ringrazia chi pubblica o condivide tuoi lavori, ma lasciando passare del tempo, come tu fossi troppo occupato a scrivere il prossimo capolavoro.

7) Fai in modo che gli eventi legati alle presentazioni del tuo libro siano organizzati da altri, magari fakes, purché non abbiano il tuo stesso nome. Non organizzare eventi in prima persona, a meno che tu non sia certo di ottenere min. 300 conferme di partecipazione.

8) Non dimenticare il lavoro sporco off line: scandisci gli aperitivi con attenzione e accetta di partecipare a presentazioni di scrittori vari, purché abbiano più di 500 followers su twitter e non meno di 300 amici su facebook. Frequenta le mostre e i concerti folk. Fatti vedere mentre leggi la Gazzetta dello Sport.

9) Aggiorna il tuo diario facebook con almeno tre particolari intimi alla settimana. Ricorda che non è il libro a tirare, ma l’autore.

10) Litiga molto on line, con battute sagaci, anche con altri scrittori dei quali però non mancherai mai di elogiare l’opera (vedi ai punti 1 e 2 del presente decalogo).

Buona fortuna.

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È morto Elio Pagliarani. Le librerie non si affanneranno ad esporre i suoi libri, come fanno di solito quando muore uno scrittore: le librerie per lo più non li hanno, i suoi libri. Immagino già i direttori di succursale della Mondadori, della Feltrinelli: “abbiamo qualcosa di Pagliarani?” “Chi?” “Pagliarani, quello che è morto” “Boh. Ora guardo. Come hai detto che si chiama?”.

La poesia, l’arte di temprare le parole e calibrarle su ragione e sentimento, di osservare con occhi differentemente ciechi, di cercare l’aldilà della normale comunicazione, non ha spazio al giorno d’oggi. I grandi poeti italiani cadono come massi da un monte direttamente in mare, senza far rumore. Elio Filippo Accrocca, Sanguineti, Zanzotto. Pagliarani.

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

Ad Ancona venne invitato da Luigi Socci e Marco Dominici per una delle prime edizioni de La punta delle lingua, festival di poesia che oggi gode di autorevolezza. Mangiammo assieme a lui da Anna la zozza, a Portonovo, le tagliatelle. Guardò il mare, il molo, il monte, le forme della cameriera.

La sua poesia era greve e leggera, somigliava alle operaie di fabbrica che sporche d’unto e nel frastuono delle macchine riescono comunque a rimanere donne.

Il volume con tutte le sue poesie non costa molto: acquistarlo e leggerlo è un atto di resistenza a un mondo che crede di poter fare a meno della poesia quando invece è il contrario esatto.

Pamarasca

Frisanco è un pugno di paese friulano appoggiato alle alpi. Case in pietra, piazze della misura giusta, grappe fatte in casa. La scorsa estate ho conosciuto alcuni amici di Monica: Daniele, Paola e Zoe. Siamo andati a cena assieme e mi hanno raccontato di un festival di artigianato artistico che organizzano lì, a Frisanco, l’ART-TU festival. Mi hanno invitato a presentare il mio romanzo, La qualità della vita, nell’ambito del festival: due presentazioni alle 18, sabato 1 e domenica 2 ottobre.
Perché no?
Ora che sono tornato, posso dire che è stata una bella boccata d’ossigeno, e spunto per alcune riflessioni. Non solo grazie alla splendida e disinvolta ospitalità dei nostri amici, che vivono in una specie di sagrada familia alpina in perenne costruzione, incastonata nel verde di una frazione che solo dopo il terremoto ha sostituito le mulattiere con le strade. Ma per tutto l’insieme.

Il festival di Frisanco è una faccenda piuttosto ricercata, alla cui organizzazione pochi amici dedicano enorme energia. Ci sono artigiani di altissimo livello, ognuno a rappresentare il suo settore, e pochi artisti scelti che espongono opere (menzione speciale ai quadri di Sara Colautti). Chi dipinge ceramiche, chi crea lampade e quaderni, gli argenti di Daniele, i manufatti in pelle di Erik, le meridiane, i saponi, gli album, le lampade… Poco più di 20 banchi in un clima rilassato: molto dialogo con i visitatori, sole dappertutto, cani mansueti, scene da incorniciare. Il vecchio del paese, a stento retto da un bastone liso, si avvicina ad Erik intimandogli in friulano di fare un buco a misura in una cinta. Ragazzetti con i capelli rasta visitano le (incredibili) casette in miniatura create dal quali centenario (classe 1912) Carlin. Un giovane fisarmonicista che sembra uscito da un fumetto di Manara improvvisa duetti con l’anziano collega arrivato strumento in braccio dalla propria casa.

Ma a parte le impressioni, i momenti, i movimenti delle mani artigiane sulla materia scelta, i centrifugati di verdure biodinamiche e il clima dell’alpe friulana, mi piace sottolineare alcune cose:
1)    gli organizzatori di questa iniziativa, appartenenti alla mia generazione, hanno scelto una vita nella natura e un proprio ritmo.  Non si accontentano, però, e si impegnano a comunicare – senza voler convincere -, ad aggregare e a condividere, ovvero a svolgere un’attività politica nel senso migliore e più puro del termine. Bello.

2)    ci sono più curiosità e interesse, e ho venduto più copie del mio romanzo sotto le alpi del Friuli che a Bologna o Roma: forse la vivacità intellettuale si sta spostando geograficamente in cerca di aria pura, mentre i vecchi centri del potere iniziano ad essere ingolfati.

3)    Gira gira, incontro un contadino biodinamico che regala mele e suonava in un gruppo musicale, gli Arbe Garbe, del quale mi presenta il batterista. I ragazzi poi, mi regalano il loro bel disco; incontro un ragazzo che gestisce un locale e indossa la maglia dei Langhorne slim, e i ragazzi di Hybrida che hanno realizzato una compilation che sembra quella del vecchio Thermos e Pigi (come stai, Pigi?) che conosce i miei amici anarchici di Fano… una serie di incontri che confermano la mia idea che la nostra sia una generazione di nomadi sentimentali ed ideologici, avvezzi a raccontarsi nelle rare oasi in cui abbeverarsi e ristorarsi.

4)    Tra i più giovani, incontro e chiacchiero dopo la presentazione con i ragazzi di Brocante (e guarda caso uno di loro scrive su A rivista anarchica, mia vecchia collaborazione dei tempi milanesi). Durante la presentazione, parlando, mi attaccavo alla complicità dei loro sguardi. Sono ottimisti, convinti che in qualche modo ci stiamo liberando, che stia nascendo una nuova maniera di ribellarsi. Loro sono giovani, nel mio cuore spero che la mia generazione nomade gli abbia fornito qualche coordinata, qualche volta celeste da scrutare nel deserto. So che li incontrerò in una delle prossime oasi, e magari mi insegneranno che una certa pianta, colta al momento giusto, è ancor più buona di quello che pensavo.

Ecco quindi che ringrazio gli amici Paola, Daniele, Erik e la piccola ma mica tanto Alice Zoe per l’ospitalità che ci hanno riservato e torno con alcuni sguardi di rara intensità colti qua e là, un piacevole retrogusto di grappa barricata fatta in casa, i regali che i nostri ospiti hanno voluto farci e l’idea sempre più fondata che i diversi dialetti dei nomadi che siamo siano sempre meno incomprensibili l’uno per l’altro.

Un abbraccio e a presto a tutti e un grazie particolare anche a: i ragazzi di brocante per la gentilezza e il baratto libro per t-shirt, l’Assessore alla Cultura di Frisanco per l’ospitalità e la presenza, Mara per gli gnocchi, Pablo per le fotografie, Federica e Simone (e Aldo) per esserci venuti a trovare sin dalla lontana Aurisina – insomma, come capita nei tour, grazie a tutti, tecnici, staff e spettatori 😉

Pamarasca

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Durante l’incontro di Narrancona, organizzato presso il Raval alla Mole  da Valerio Cuccaroni e curato da me e Beniamino Cavalli, con la partecipazione straordinaria di Marco Dominici e di una sua bellissima poesia, tra i brani scelti c’era un breve estratto dal mio prossimo romanzo. Lo avevamo scelto perché descriveva, in un certo senso, uno dei tesori del nostro territorio, Mezzavalle. Visto che l’ho letto a tutta la gente che c’era, posso anche postarlo qui, immagino :-) . Almeno non si sente la R moscia…

***

Per scendere a Mezzavalle, un cieco avrebbe bisogno di aiuto. Il sentiero cui si aggrappano i nostri scoli è ripido e sassoso, orlato di piante che in alcuni tratti lo coprono per intero. La staccionata è solida, la controlliamo di frequente perché è pericoloso qui cadere, e il cieco tenuto per la mano da qualcuno che conosca la strada appoggiandosi apprezzerebbe la qualità del legno che Enrico acquista, senza badare a spese, dai migliori fornitori. A scendere potrebbe aiutarlo Anna, la ragazza minuta che assiste i ragazzi down in un angolo di spiaggia, nei giorni pari della settimana. Gli terrebbe il braccio sollevato all’altezza del collo e troverebbe una battuta ad ogni inciampo, perché è questa la sua forza e le vogliono bene tutti per il suo modo di scherzare, ad Anna.
Il cieco scenderebbe i primi tratti senza sapere che ad ogni curva stretta e polverosa si spalanca un po’ di mare in più, per chi ha gli occhi è come respirare con la vista. Ma gli arriverebbe, dalla terza svolta, in faccia il sale delle onde e pian piano, scendendo, il loro rotolare indisturbate. Allora passerebbe dalla lavanda che si trova in cima al viottolo di terra alle alghe lasciate dalla corrente sulla spiaggia e avrebbe probabilmente voglia di lasciarsi scivolare giù, sin dentro al mare.

Enrico mi mise a Mezzavalle per un po’. Dovevo svuotare i cestini e raccogliere i resti trascinati qui dal mare. Mi portai a casa il pupetto di un biliardino jugoslavo con la maglia della stella rossa.
Per pulire la spiaggia la percorrevo in lunghezza, due chilometri di corridoio tra le pendici del monte e il mare che lo cancella ad ogni mareggiata, certi giorni non sai dove camminare. Lunga così, Mezzavalle sembra sempre vuota, le persone si confondono coi tronchi e nessuno si permette di piantare un ombrellone.
Nei giorni pari mi fermavo un po’ con Anna e i suoi ragazzi. Li faceva passeggiare a piedi nudi poi li convinceva con delicatezza a fare gli esercizi: inspirare, espirare, braccia in alto, petto in fuori, lo sentite il mare, e tutto questo sale?
Accennavano passi di danza. Ridevano.
Li guardavo piroettare goffi ma eleganti sullo sfondo dell’orizzonte tutt’altro che infinito: imitavano la loro piccola istruttrice che, ballerina per davvero, scavava invano con la punta dei piedi cercando appigli tra la sabbia e i sassolini.
–    Buongiorno Anna, buongiorno ragazzi – dicevo.
–    Buongiorno – loro in coro – ciao.
Stavo impalato per un po’ così, nella mano un grande sacco nero aperto dal quale ciondolavano schifezze, soprattutto alghe, gusci di cozze, bottiglie mangiucchiate dai pesci e lattine corrose dalle onde. Il vento è più forte che nel resto della baia, i capelli di tutti sono sempre spettinati. I ragazzi di Anna li portavano corti, qualcuno con la riga in mezzo, guardavano la maestra di danza con concentrazione assoluta: ogni suo passo, la piega del polso, gli scarti del sorriso si infilavano nei loro occhi sghembi, troppo vicini o troppo lontani, troppo grandi o troppo stretti. Anormali. Così preso dalla lezione di ballo sulla spiaggia, qualche volta uno di loro non si accorgeva delle onde basse che lambivano la sabbia e finiva dentro il mare con un piede.
– Iiik! – lanciava un gridolino e saltava in avanti come l’avesse punto uno scorpione ma poi, nei minuti successivi, guardava indietro e fingeva di essere costretto ad arretrare, cercando di farsi di nuovo sorprendere dal mare.
–    Buongiorno – ripetevo e me ne andavo, chinandomi a raccogliere una lattina  o un ramo.
Di rami ce n’erano molti, a Mezzavalle. In primavera, anticipando la stagione, Enrico faceva scendere una ruspa piccola abbastanza da passare attraverso lo stradello irto e con quella caricava tutti i tronchi che popolavano la spiaggia. Il mare gli aveva leccato via la corteccia, erano bianchi e ricurvi, modellati, non avevano opposto resistenza: lavorando il corpo ai tronchi il mare li conserva.
Spezzarne i rami è doloroso: gettati sulla terraferma dalle mareggiate dopo mesi o decenni di sospensione in acqua, sono corpi abbandonati da trattare con riguardo e ti sembra possano scappare fuori tendini, muscoli ed organi vitali. Ad ogni crac Fausto rabbrividiva un po’.
–    Odio fare questo. – mi diceva.
Chiedono solo d’essere lasciati in pace ad asciugare, incenerire, sgretolarsi e poi volare via. Non gliene diamo il tempo.
–    Ma sono secchi non vedi? – lo tranquillizzavo.
–    Secchi, sì. Sai cosa mi ricordano dopo le mareggiate?
–    Cosa?
–    Quei video sui lager, sui campi di concentramento. Le fosse e i soldati che ci buttano la gente pelle e ossa, i cadaveri gassati. Secchi.
–    Grazie tanto – gli rispondevo mollando la presa dal tronco che stavo facendo a pezzi.
Oltre Anna e i suoi ragazzi andavo avanti, dopo aver spostato verso la falesia pezzi di tronco troppo grandi, che non avrei potuto portare via senza la motosega appesa al rimorchio del trattore. Continuavo a raccogliere robaccia. La carta, la plastica, le cicche di sigarette ovunque, bottiglie d’acqua piene d’alghe. Qua e là minuscoli granchi scappavano via dalle mie dita. Alle mie spalle sentivo ancora Anna:
–    Eeee Ssssuuuu!! Bravo Gioacchino, vedi che ci riesci, Eeeee Sssssuuuu, solleva quel ginocchio Susi, dai.
Il vento si portava via la voce e i risolini timidi degli allievi che roteavano grassi lì sulla battigia. Il vento si portava via i bicchieri di plastica lacerati che il mare recapitava qui da chissà dove, un aperitivo in terrazza ad Istanbul, una festa di famiglia sulla lunga diamantina costa di Sarande.