Musica Locali Storie

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E’ morto sabato, a soli 65 anni, Nazareno Re. La notizia mi sconvolge, così come mi sconvolgeva, lui in vita, il fatto che nessuno qui lo ringraziasse abbastanza per quello che era stato. Era un uomo buono e paterno. Gli occhi erano curiosi e aveva una gran voglia di fare prima che di chiacchierare.

Qui ad Ancona tanti gli devono molto, e parlo della mia generazione. I ricordi mi si affastellano nella mente. Ci siamo noi, poco più che ventenni, nel suo ufficio all’arci di corso mazzini, scartoffie ovunque, caldo, Francesca – l’amata Francesca con me così materna, e cara -, penne che non scrivono e progetti. Ci accoglie in un abbraccio e ci spinge avanti: siamo giovani, pieni di speranze e di idee bislacche, senza la famosa “esperienza precedente”, con un’associazione – Fahrenheit 451 – di dilettanti. Non era tempo di grandi chiacchiere, riunioni esasperate, giochetti: ci affida lo spazio della mole, appena ottenuto dall’arci di cui è presidente. Nessuno di noi ha fatto mai il barista, nessuno ha curato mostre importanti, nessuno ha steso programmi di cineforum così lunghi.

Ma a lui bastiamo noi. Non vuole dipendenti, ma persone. Giovani. Entusiaste.

Che ci ingegniamo attorno a lui, corriamo, inventiamo, inciampiamo e ci raccoglie, ci rassicura e sgrida, talvolta urlando proprio forte, ci lascia l’ufficio, il tavolo, finge di incuriosirsi per la macchinetta del caffè che sceglieremo. Nazareno. Qualche mese fa lo incontrai alla Casa delle culture, vivace come sempre, impegnato  a gestire sms come un ragazzino, lo guardai con una grande tenerezza perché avrei voluto dirgli: Non ti ho mai ringraziato abbastanza, Nazareno, per l’esempio, per la fiducia, per quel modo di fare che oggi non esiste più. E “ecco, tieni, questo è il mio libro, una piccola cosa ma è stata la tua fiducia, anche, a convincermi a mettere mano a un sogno, com’era quella volta la gestione della mole, un bar, la mostra di Pazienza e poi per me il thermos, dove venivi a bere quando non c’era nessuno, rinfrancandomi con la tua presenza”.

Entrambi giocherelloni se capita l’occasione, ma riservati nei sentimenti, invece, non sono riuscito a dirgli queste cose. Poi, come accade tutti i giorni, si muore. Così ecco. Qua. Che palle.

E’ pieno di gente che si riempie la bocca di frasi fatte. Spazio ai giovani, spazio ai giovani, basta con la politica!. Beh, Nazareno era un politico, accidenti se lo era, e lui lo dava lo spazio ai giovani, forte dell’intuito, del coraggio, della fantasia. Non sono i giovani che mancano, ma la gente come lui.

Questa città, che non era la sua, gli deve molto. Io gli devo molto, che sono arrivato da Milano senza rete sotto il culo, e lui non me l’ha messa, mi ha solo detto: aggrappati come si deve a quel trapezio!

Francesca – siamo qui

Pamarasca

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La poesia che manca combatte una guerriglia necessaria e fastidiosa nel mondo di scienza e di ragione. Lei coglie invece che guardare. Confronta invece che scavare. Non interpreta: è. La poesia manca. Al salone del libro manca. Nel mondo dell’editoria, manca, né ce n’è abbastanza nell’immaginario di lettori stuprati dai numeri, dalla cronaca, dalle esegesi.
La poesia è quello di cui abbiamo bisogno.
E’ il frutto del sentire e del pensare: l’uno dal basso come humus, l’altro dall’alto come pioggia.

E’ il mistero dell’essere.

Ecco allora che ci si sente per una volta fortunati a vivere qui. In una città per molti versi insulsa ma poi, improvvisamente, capace di sterzate impressionanti. Di colpi sorprendenti. Viene da dire con Hrabal: noi siamo come le olive, rendiamo meglio quando veniamo spremuti.

Ecco che proprio qui certe persone regalano certa poesia.

La punta della lingua è diretta artisticamente da Luigi Socci, voce poetica di altissimo livello (pubblica Luigi, pubblica!). Grazie a lui e a Nie Wiem il festival ci bagna di poesia.

Possiamo starcene sul bagnasciuga e immergervi un pochino i piedi. O tuffarci a capofitto nel mare di versi.
Ma non rimanere nell’aridità.

Ecco il programma. Da parte mia, non ho mai visto un programma di poesia così bello.

martedì 14 giugno | ore 18.30
Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)
Le Marche della Poesia
Luigi Socci e Valerio Cuccaroni presentano:
Francesco Accattoli La neve nel bicchiere (Fara, 2011)
Davide Nota La rimozione (Sigismundus, 2011)
Gianni D’Elia Trentennio (Einaudi, 2010)

La Punta della Lingua continua la sua ricognizione della poesia marchigiana dando ospitalità alle sue voci più affermate e affiancandole a quelle più promettenti delle ultime generazioni.

mercoledì 15 giugno | ore 18.45
Parco Hotel La Fonte (Portonovo)
Le Marche della Poesia
Elisabetta Pigliapoco presenta:
Renata Morresi Cuore comune (Pequod, 2010)
Manuel Cohen Cartoline di Marca (Marte, 2010)
Umberto Piersanti L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)
Interventi musicali Fabrizio Alessandrini: hang

Tre poeti dal nostro territorio, un territorio fatto di campi, fabbriche e cantieri, monti, colline e spiagge, costellato di riserve naturali e parchi nazionali.

ore 20.30 Fortino Napoleonico (Portonovo)
Cena a buffet

ore 21.45 Fortino Napoleonico (Portonovo)
L’Italia a pezzi
Manuel Cohen presenta in anteprima tre poeti dell’antologia “L’Italia a pezzi” (Cattedrale, 2011).
Concerto per voci dialettali:
Dina Basso (catanese)
Fabio Maria Serpilli (anconetano)
Edoardo Zuccato (alto-milanese)

venerdì 17 giugno | ore 18.30
Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)
Googlism, copia-incolla e poesie cercate
Montaggi e smontaggi testuali ai tempi di internet
Incontro con gli autori Marco Giovenale e Gherardo Bortolotti

Due tra i più “spericolati” sperimentatori della poesia italiana contemporanea discuteranno del rapporto tra prosa e poesia e delle ultime poetiche di montaggio internazionali, partendo dalle loro opere più recenti.

ore 21.30
Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)
Thanx 4 nothing
Reading di John Giorno

John Giorno (New York, 1936) è uno dei più importanti poeti performer della seconda metà del XX secolo. Figura chiave nel rapporto tra la Beat Generation e la Pop Art, instancabile sperimentatore di nuovi linguaggi e ibridazioni tra letteratura, arti figurative e musica, ha pubblicato versi su scatole di fiammiferi, magliette, tendine da finestra e tavolette di cioccolata. Nel 1965 ha fondato l’etichetta discografico-letteraria Giorno poetry systems, mentre del 1984 è la fondazione dell’AIDS treatment project, che si occupa del sostegno ai sieropositivi e ai malati di AIDS.
Impressionante la lista delle sue amicizie e collaborazioni: William S. Burroughs, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Patti Smith, Laurie Anderson, Philip Glass, Sonic Youth, Diamanda Galas, Keith Haring, Lydia Lunch, Allen Ginsberg…
Reading in inglese con sottotitoli in italiano. Testi espliciti.

sabato 18 giugno | ore 23.00
Monte Conero (Badìa di S.Pietro – Pian di Raggetti)
Escursione poetica con Franco Arminio
Interventi musicali Federico Occhiodoro: hang, tamburi a cornice
Loris Baccalà: hang

Una passeggiata notturna sui sentieri del Monte Conero, tra osservazione della natura e incisioni rupestri, in compagnia delle parole del poeta, narratore, regista e “paesologo” irpino Franco Arminio.
 In collaborazione con Forestalp
L’escursione è gratuita ma i posti limitati.
prenotazioni: Forestalp | tel. 071 9330066

domenica 19 giugno | ore 21.45
Chiesa di S. Maria (Portonovo)
Giovanni Lindo Ferretti Bella Gente d’Appennino
Giovanni Lindo Ferretti voce Ezio Bonicelli violino

La controversa voce delle storiche band Cccp, Csi e Pgr in una lettura ritmica, dallo spirito pasoliniano e anti-moderno, in consonanza con lo scenario di una delle più antiche chiese romaniche d’Europa.

lunedì 20 giugno | ore 18.30
Atelier Arco Amoroso (Ancona)
La poesia che si vede
Conversazione tra Luigi Socci e Sergio Garau con proiezioni a portata di mouse.

Tra poesie visive animate e scrittura collettiva 2.0, tra città virtuali di parole da percorrere in bicicletta e poesie-videogioco, una conversazione con Sergio Garau, performer digitale del collettivo Sparajurij Lab, con proiezioni di alcune delle più innovative opere di poesia digitale internazionale, dalla fine degli anni Cinquanta a oggi. E con un breve assaggio finale dal vivo della performance “I O game over”, già in tour per i festival di mezza Europa.
In collaborazione con Videodromo

ore 20.30 Parco Hotel La Fonte (Portonovo)
Cena a buffet

ore 22
Sala Chiesetta Hotel La Fonte (Portonovo)
Facebook Poetry 3a edizione

Decine di poeti in collegamento da tutta Italia (e non solo) daranno vita, ancora una volta, alla singolarissima disfida in rete della Facebook Poetry. Poche semplici regole: dati il primo, l’ultimo verso e una lunghezza massima di dieci, dato un limite temporale di 40 minuti, produrre un testo per l’occasione e postarlo sulla bacheca della Punta della Lingua. Al pubblico in sala (e a casa) verrà chiesto, oltre che di partecipare, anche di votare, il testo più riuscito. La Punta della Lingua è già su Facebook e cerca amici.

martedì 21 giugno | ore 18.45
Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)
Non possiamo abituarci a morire
Per Luigi di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011) poeta, narratore e operaio
Letture di Ascanio Celestini
Intervengono Massimo Canalini, Angelo Ferracuti,
Mariano Guzzini e Giorgio Mangani
Coordina Valentina Conti

La Punta della Lingua rende omaggio al grande irregolare Luigi Di Ruscio, scomparso a Oslo il 23 febbraio di quest’anno, città nella quale era emigrato nel ’57 e dove aveva lavorato per 37 anni come operaio in una fabbrica di chiodi.
Un ricordo di uno dei più originali intellettuali marchigiani della seconda metà del Novecento nella memoria di amici, editori e compagni di strada.
Con ascolti di registrazioni inedite della viva voce del poeta.
In collaborazione con Edizioni Affinità Elettive

ore 21.30 Mole Vanvitelliana (Ancona)
Fabbrica
di e con Ascanio Celestini

Fabbrica è un racconto teatrale in forma di lettera, la storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale, raccontata da un operaio che viene assunto per sbaglio.
Questa replica di uno dei più bei lavori di Celestini è dedicata a Luigi Di Ruscio.
In collaborazione con Arci

Info:
www.lapuntadellalingua.it
lapuntadellalingua@niewiem.org
telefono 335 1099665

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Sono convinto che una parte della produzione artistica di questo nefasto periodo storico debba dedicarsi, se è nelle sue corde, a tematiche forti, pesanti, sociali, politiche, scontrose, scomode.

Come i morti nelle carceri.

Venerdì 4 febbraio al Soppalco di Castelfidardo (via Aldo Moro 6), alle 22 la compagnia teatrale di Roma Hoboteatro presenta lo spettacolo La ricetta della verità – studio sulla follia d’una madre

Attraverso la messa in scena dell’attesa di una madre che mescola passato, presente e futuro pur di riavere un figlio mai tornato perché ucciso nelle patrie galere, lo spettacolo ci ricorda un angolo buio della nostra storia, che ha ingiottito tanti giovani figli di qualcuno.

Voglio bene a chi fa questi spettacoli. Voci e gesti che parlando del dramma confermano l’esistenza di una speranza.

LA RICETTA DELLA VERITA’ – Studio sulla follia di una madre
Con: Chiara D’Ostuni
Regia: Manuela Rossetti
Tecnico del suono : Maria Elena Fusacchia
Collaborazione all’allestimento : Alessio Pala
Progettazione tecnica scene : Antonio D’Amato – Studio Design Juice

Per una volta, faccio pubblicità, nel mio piccolo spero di farlo sapere a tutti

Pamarasca

 

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Ieri è uscito sul Corriere Adriatico il resoconto di una lunga intervista telefonica che mi è stata fatta sulla cultura (giovanile) ad Ancona. La cosa ha suscitato qualche piccolo dibattito, corroborato dall’impossibilità di sintetizzare tutto quel che io e la simpatica Cecilia, intervistatrice, ci siamo detti.

Qui e qui ho già detto quel che penso della situazione della mia città, che non amo ma le voglio bene. Qui ho parlato anche troppo del Thermos, che ultimamente pare fosse chissà cosa a giudicare da articoli e interventi. Potere dei (mini)media.

Il mio pensiero, per quel che conta, a proposito delle chiacchiere su locali e cultura si sintetizza bene però come segue:

nel 1994 e 1995 alcuni ragazzi sotto i 30 anni  (Fahrenheit) poterono iniziare una serie di attività che si rivelarono importanti per Ancona per due essenziali ragioni:

1) il comune non chiedeva soldi per l’utilizzo di spazi, ma li dava (pochi, ma li dava) a fronte di una proposta culturale;

2) l’Arci della vecchia guardia si fidava dei giovanissimi che aprivano un circolo e gli affidava persino la gestione di importanti situazioni

Fu per questo che, su idea dell’attuale assessore alla cultura (in effetti gli dicemmo tutti “tu sei matto” al principio), riuscimmo a organizzare la mostra di Andrea Pazienza, per dirne una, e a gestire il bar del Lazzaretto.

Eravamo pieni di buona volontà, e anche bravini a organizzare cose. Ma senza i due citati presupposti non avremmo combinato niente.

Oggi, mi sembra semplicemente che questi presupposti non ci siano. A proposito del primo, non credo sia una valida alternativa mettere in piedi “contenitori unici“, che significherebbe in qualche modo indirizzare eccessivamente i ragazzi che hanno già le loro idee.

A proposito del secondo, non voglio assolutamente sminuire il ruolo fondamentale dell’arci ad Ancona negli ultimi anni, ma semplicemente esprimo un’opinione sulla politica dell’associazione che, da molto tempo, investe direttamente e non attraverso i circoli su alcuni grandi eventi perdendo un po’ il contatto con la propria base, specie giovanile (una cosa che mi pare faccia anche  il Pd, per capirci). Ma si tratta di scelte, non di crimini.

Infine, quando nell’intervista ho parlato di atteggiamenti clientelari non mi rivolgevo nello specifico all’arci, ma a tutto un sistema culturale che nel corso degli anni mi sembra si sia sviluppato attraverso un do ut des continuo a scapito di nuove forze provenienti dall’esterno. Anche questa è una semplice opinione…

Pamarasca

Quando abbiamo aperto il thermos non c’era il multisala. E non c’era il bingo che, essendo fallito, non c’è nemmeno adesso. Davanti, c’era il cantiere dell’ex cinema Goldoni, con le pentegane: Gonzo la notte le puntava, ma da lontano. Se tiravano fuori il muso tornava dentro a rintanarsi.

Non c’era la galleria san martino e per andare ad aprire la sera attraversavo il corso, che non era pedonale. Le città sono come i bambini, che ti crescono in casa e nemmeno ti accorgi, poi certe volte li guardi e fai: Ma pensa te! Ma come ti sei fatto grande!

Davanti al thermos, tra le lamiere del cantiere, la polizia parcheggiava a volte i cellulari, che rimanevano a puntarci come Gonzo con le pentegane. Il thermos non se l’erano aspettato, gli era scappato fuori come un fungo e lo fissavano, per capire se fosse velenoso.

Per anni, hanno detto che piazza pertini era diventata un casino, con il thermos. Ma quando lo abbiamo aperto la strada era buia e popolata di siringhe, e dopo che lo abbiamo chiuso la piazza è nera e dicono pericolosa, con un bar che sembra una scialuppa di salvataggio lasciata alla deriva da chi vuole accumulare lì i guai umani del centro storico della città. Polvere su uno zerbino di cemento.

Sono successe tante cose che non sto qui a raccontare. Il natale a casa con i clienti. Ragazzi che portano i genitori a conoscerci. Il padre, ora scomparso, di un caro amico che lo viene a trovare al bancone. Un amico che telefona da un ospedale lontano per scusarsi della reiterata assenza.

Non c’era il management che si riscontra oggi in giro per locali, ma c’era parecchio gentlemen’s agreement (“te pago domà” “vabè” / “me guardi il bar per un’oretta?” “E come no!”).

La musica, questo lo posso dire, era indipendente per davvero: gli Yuppie Flu portavano i loro strumenti per far suonare i primi gruppi stranieri, i Giant Sand facevano la doccia uno in fila all’altro a casa mia. Gli Ulan Bator colazione con mia madre. Manuel Agnelli si metteva a spinare birre per evitare la calca al di là del bancone.

Nessuno contava i soldi a fine concerto.

Nessuno ha mai aiutato il thermos, fatte salve decine e decine di persone [grazie!]. Per le istituzioni, che finanziavano festival di coverbands qua e là e sagre altisonanti, il thermos è sempre stato un imbarazzo. Faceva cose buone, sì, ma quanto casino! Per l’arci (in altri casi però, va detto, più che presente) nei primi anni era escluso che il thermos approdasse alla gestione del lazzabaretto, nonostante le promesse. Ci volle tanto tempo, e la amorevole dedizione di un amico, per far sì che questa normalissima consequenzialità divenisse una realtà. Nel frattempo, d’estate non si lavorava, scavando una lunga crepa nelle fondamenta del locale.

Ma non importa.

Dopo di noi, alcuni amici (Michele, Lele, Bruno e Carlo e, dopo, la gestione Johnatan) hanno messo il cuore e le proprie risorse personali per portare avanti il thermos. Sono stati grandi, e ancora oggi sopportano quel loro appassionato sforzo. Non c’eravamo accorti che l’atmosfera era cambiata.

La musica indipendente smetteva di essere indipendente: ridde di tour managers, versamenti in banca pre-concerti, cachet gonfiati. Nessuno che ti prestasse un jack. Anche le feste erano cambiate. Avanzava aria di crisi, i baristi si piegavano per non sbagliare la misura del tuo rum. I buttafuori fissavano l’orologio. Tutto si divideva, di nuovo: da una parte i locali, dall’altra gli spazi sociali. Nel mezzo niente.

La scarsa lungimiranza dell’arci – o semplicemente i suoi bisogni – faceva chiudere uno dopo l’altro i circoli che funzionavano meglio. Ci si privava della base e si calavano gli assi dall’alto. Pessima scelta, a mio parere.

La scarsa lungimiranza delle istituzioni – o semplicemente i loro bisogni – concentrava ogni sforzo nell’imbuto della programmazione estiva.

In città, come lucciole che saltano nel buio, una serie di personaggi che tutti conosciamo (come Macca, come Pescia) continuavano e continuano a darsi da fare per sollevare dal torpore un capoluogo di provincia che in questi giorni, come a darmi ragione, è avvolto nella nebbia.

Per conto nostro, oggi scegliere di fare una festa dedicata al thermos alla cupa significa scegliere un luogo dove il desiderio di stare assieme facendo qualcosa che non sia necessariamente commerciale continua ad essere una priorità.

Per conto mio, sono contento della mia vita, del mio libro e del prossimo che sto scrivendo, di ritmi nuovi rispetto a quei dieci anni di delirio. Inizio ad avere una certa età :-)

Ma è con grande cruccio che  mi guardo indietro e vedo una serie di occasioni sprecate non tanto da me, da noi, quanto da chi avrebbe avuto il dovere di dare acqua a un prato che stava fiorendo, in minima parte anche grazie al thermos.

Venite dunque, fiorellini tutti, a divertirvi una thermosera ancora! :-) Alla faccia di chi ci vuole mal!

Il primo thermos, nella gestione Simona & Paolo, è stato fondato da Franco, Giordano, Massimo, Simona, Paolo, Lorenza

Nel pieno della crisi, si sono assunti il compito oneroso di tenere in vita il thermos Michele, Gabriele, Bruno, Carlo.

Successivamente ha tentato l’avventura Johnatan, con l’arrivo poi, credo, di altri

Grazie a tutti

Pamarasca

Si avvicina gennaio e in effetti ho il mio da fare. Un eclettico da fare, ok, lo ammetto. Ecco il calendario:

Lunedì 3 gennaio alle 21, alla Sala Melpomene del Teatro delle Muse, presenterò il romanzo di Carlo D’Amicis La battuta perfetta (MinimumFax). Qui c’è una mia recensione a questo libro davvero bello, che racconta la storia del nostro Paese attraverso una famiglia, la televisione, Berlusconi, Pasolini, battone, veline e molto altro ancora. D’Amicis è uno dei redattori di Fahrenheit, il programma sui libri di Radiotre, e giustamente Marco Lodoli su La Repubblica ha scritto che il suo è un romanzo “da non perdere”.

Per quel che riguarda me, non presento libri di solito, anzi non l’ho mai fatto, ma questo qui valeva proprio la pena, me lo hanno chiesto e non potevo dir di no: è un grande onore. Mi piacerebbe riempire quella sala e soprattutto convincere i miei amici a legger questo libro.

Sabato 15 gennaio Thermos Party alla Cupa
Non di soli libri si vive. Anche di amici, musica e long drinks. Sabato 15 gennaio allora ecco la grande festa revival del Thermos alla Cupa: al bancone il sottoscritto & socia Simona + eventuali guest stars del miscelamento approssimativo che fece unico il nostro locale, mentre in consolle alcuni dei djs che animarono le più calde serate del vostro localino preferito. La musica sarà rigorosamente quella che ballavate allora. Per il programma della serata invierò aggiornamenti nel corso della settimana precedente. Yo! e grazie ai ragazzi della Cupa!


Venerdì 28 gennaio alla Libreria Il Mercante di Storie di Osimo alle 18 e 30
presentazione de La qualità della vita. A questo proposito, ho un’idea un pochino astrusa: visto che molti degli amici qui in zona hanno letto il romanzo, perché non evitare una presentazione vera e propria e invece sentire direttamente le loro opinioni? Ci sto lavorando, vi farò sapere. Ad ogni modo, la libreria è deliziosa, Osimo pure, si parla del libro che ho scritto: accorrete numerosi

Ecco, questi sono gli appuntamenti di gennaio che volevo ricordare a chi gravita in zona.

Grazie

Pamarasca

Alla bellissima libreria Modo Infoshop di via Mascarella, Bologna, Emidio Clementi ha presentato il mio romanzo. Da Milano è sceso Alessandro Lentati, che ha filmato il nostro incontro. E’ stata una splendida serata della quale scriverò più avanti. Per ora estraggo le due letture di Emidio, del quale non lo ringrazierò mai abbastanza. Amo la sua voce:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=J4qQYzQI4A8]

Ne approfitto per ricordare l’uscita di Cattive Abitudini, il nuovo disco dei Massimo Volume. Non lo avete ancora preso?

pamarasca

Solo a settembre sale un po’ di nostalgia. Perché a settembre ci si metteva a sistemare. Si cambiava colore. Si avvitavano lampadine, cercavano porte per i cessi e scartavetrava il palco. Allora a settembre sale un po’ di nostalgia perché, non me ne vogliano le persone, l’affetto perduto è quello per l’angolo di cartongesso sgualcito, la maniglia rovesciata della porta, i cannon cannon avvoltolati come fossero gomitoli di lana. Poi non funzionano, la cassa gracchia. E grazie al cazzo, che gracchia.

Dico non me ne vogliano le persone, se la nostalgia è questa. Ma a settembre sotto le dita resuscitano tutte le schegge di legno del palco, e pizzicano, come punture di zanzare rianimate. Così si pensa alla ventola del bancone che, rotta (cosa non era rotto, lì, a fine stagione?), sostituimmo con quella di una mercedes benz: a momenti non decollavano le spine. Ad ogni foro fatto per i chiodi che sopportavano il peso delle foto, quelle sì delle persone. Ai regali assurdi dei rappresentanti. Al dado da stringere sotto il rubinetto che la gente poi lo prende a calci, povero dado.

Ogni anno, il thermos era un cantiere e tanti amici si improvvisavano artigiani. E fino a tarda sera rimanevo lì, solo, con la luce alogena appoggiata a terra: illuminava le mie mani che, goffe, annodavano fili, incassavano tasselli, nascondevano difetti. Fino a tardi. Fino a che, sempre, inevitabilmente, qualcuno passava, hey come va, allora quando aprite, aspetta, vado a prenderti una birra.

grazie

Pamarasca

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Leggo un articolo di ieri in cui l’assessore alla cultura di Ancona si pronuncia sulla scomparsa graduale di tutte le realtà giovanili e culturali che hanno riempito le serate non estive della città negli ultimi anni.
Quello che sostiene l’assessore è sacrosanto: la scomparsa di locali come Hangar e Thermos (e, prima, Ilye Aye) rappresenta una perdita culturale, dato che i locali garantivano attività artistiche, musicali e teatrali, oltre che di svago, alternative a quelle istituzionali. Per molti versi lo stesso può dirsi de Lascensore, se non altro perché il buon Maccarone ha cercato in tutti i modi di farne un polo concertistico di rilievo.

L’assessore continua ipotizzando un aiuto da parte della pubblica amministrazione nei confronti di quelle situazioni che propongano, oltre ad un’attività commerciale, una programmazione di rilievo culturale. Ottimo, direi.
Né si può incolpare l’attuale amministrazione (non del tutto, almeno) del fatto che tali prese di posizione sarebbe stato bello sentirle prima, quando i buoi non erano ancora scappati dalla stalla.


Dell’articolo non discuto nemmeno una parola. E però, perché le parole dell’assessore portino a vere strategie di cambiamento, ritengo si debbano fare alcune precisazioni.

1)    nella maggior parte dei casi, i locali che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato una valida alternativa musicale, culturale e di divertimento sono stati circoli Arci. Ne consegue che l’Arci di Ancona, sotto moltissimi punti di vista meritorio in città, ha una sua chiara responsabilità per non essere riuscito ad aiutare in prima battuta i suoi stessi circoli. Questo ha rappresentato una grave sconfitta per una associazione che in pochi anni immagino abbia visto ridursi drasticamente il numero dei propri soci. Di fatto, l’Arci ha scelto di concentrarsi su grandi (e belli) eventi rinunciando ad una diffusione capillare di cultura alternativa. Si è trattato di una scelta strategica legata ad una concezione verticale di distribuzione della cultura: manifestazioni roboanti calate dall’alto anziché creazione di un sostrato cittadino fertile e orizzontale. Scelte. Sarebbe bene imparare da questo.

2)    La scomparsa di realtà alternative è grave, ma non va negata la responsabilità dei gestori. Fatta eccezione per l’Hangar, che rappresenta una perdita enorme visto quel che stava combinando nell’ambito del teatro off e che non ho seguito abbastanza da potermi pronunciare, nessun promotore/gestore/organizzatore si è dimostrato allaltezza. Me compreso, anzi, me in primis. Una cultura dell’approssimazione ha impedito per molto tempo la crescita professionale di persone capaci sia di inventare e creare che di amministrare e far fruttare. Per non parlare delle situazioni extra-associative: basti citare gli avvenimenti che hanno coinvolto Lascensore e dei quali si è parlato a sufficienza nei mesi scorsi. Ciò significa una cosa: non sono le idee a mancare, ma una certa concretezza di base nel settore. Meglio un corso di gestione che una commissione di creativi, insomma, come d’altronde si ripete da decenni in ogni contesto economico italiano.
3)    La scomparsa di realtà alternative, però, è legata ad una città che ha dimostrato di fregarsene abbastanza degli eventi musicali e culturali. La maggior parte delle realtà “invernali” sono nate sulla scia dei successi di iniziative estive: successi che giustificavano aspettative poi regolarmente deluse. Per quel che mi riguarda, ho organizzato decine di concerti e spettacoli e, come tutti sanno, era più facile incontrare ragazzi di Bari durante un live che amici della porta accanto. Ho dovuto sempre combattere con chi non voleva pagare il biglietto, nonostante il massimo richiesto in 11 anni di gestione sia stato di 7 euro per i Giardinidimirò e per i Giant Sand (!). So che i medesimi problemi hanno avuto tutti, e sono convinto che sia possibile creare un terreno fertile, destare l’attenzione, coltivare l’audience. Ma parliamoci chiaro: i locali si riempivano e riempiono quando c’è casino, niente tessere e niente biglietto.

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Qui ho scritto di avere fiducia, di essere ottimista e di vedere molta gente in gamba. Gente che, oggi, sa organizzare, ha buone idee, sa creare. Molto meglio di noi. Sono convinto che, per una città di 100.000 abitanti, ci sia davvero una grande energia creativa ad Ancona. I ragazzi del Mac, 400 mq, La punta della Lingua, di Nie View, della Hot Viruz, della musica elettronica. Per non parlare della Cupa che, di fatto, sta riempiendo come può tutte le lacune che si sono aperte. Accidenti se ce n’è.

Ma bisogna pur ammettere che il bacino d’utenza ad Ancona è estremamente ridotto. Gli amici vanno a vedere gli amici (e non sempre)…

Eco allora, nel mio piccolo, cosa mi sento di dire in calce all’articolo che ho citato in precedenza.

a)    Evitiamo i grandi cappelli. Proprio l’eccessivo corporativismo ha creato approssimazione, e proprio una gestione burocratica e verticale ha messo i bastoni tra le ruote a ragazzi giovani, poco esperti, affidatisi erroneamente a strutture di cartapesta.
b)    Può, se non lo fa (a me non risulta, ma potrei sbagliare) l’amministrazione fornire un elenco dei locali che ha a disposizione, sì da facilitare la stesura di progetti da parte dei giovani che vogliano creare realtà di cultura alternativa e di socializzazione?
c)    E’ possibile studiare una strategia che permetta ad Ancona di attirare pubblico interessato da fuori, invece che contare su un pubblico indigeno di fatto pressoché inesistente? Non mi sembra così difficile, concertando i tempi e i modi della comunicazione.
d)    E’ possibile fornire una consulenza su eventuali finanziamenti pubblici per iniziative culturali a giovani magari intenzionati benissimo, ma che non hanno gli strumenti né il tempo per sapere che potrebbero ricevere soldi comunitari per organizzare concerti o spettacoli teatrali? Sono fermamente convinto che un lavoro del genere costituirebbe già una base solidia per nuove e proficue attività.
e)    E’ possibile superare alcuni contrasti ridicoli, consorterie e clientelismi, che non fanno che danneggiare se stessi e il pubblico? Non fornisco esempi, ma ne ho a bizzeffe.
f)    E’ possibile far sì che dai grandi eventi si sviluppino iniziative piccole e concrete tutto l’anno, che attingano ai finanziamenti destinati all’evento? Ad esempio laboratori legati alla musica popolare o ad altro collegati ad Adriatico Mediterraneo, spettacoli e situazioni che confluirebbero nel grande evento estivo.
g)    E’ possibile, infine, che sia concessa la libertà di movimento necessaria a chi si dà da fare, senza per questo pretendere di controllare o dire sempre la propria? Gli amministratori sono amministratori per questo, in fondo: a un certo punto della filiera devono delegare a chi crea e organizza la creazione e l’organizzazione.

Naturalmente, si fa per chiacchierare…

Pamarasca

Ora scriverò un post geo-localizzato. Anche crono-localizzato, in effetti.

La mia città a me non piace. Non è colpa sua: non è il mio tipo. A me piacciono i fiumi, e qui c’è il mare, per dirne una. Che mi si potrebbe dire: è una cosa stupida preferire un fiume al mare. Lo so. Anche la mortadella alla bresaola. Che ci posso fare? Ma andiamo avanti.

La mia città a me non piace sin da quando ero bambino, però le voglio bene. Penso a lei spesso.
Ci penso come si fa con il proprio appartamento: “certo che se spostassi il tavolo vicino alla finestra” o “però quel divano dell’ikea da 99 euro qui starebbe bene”. Non è la stessa cosa: una città ha un governo. Bene.

(per inciso, la mia città a me non piace anche perché è la prova tangibile che chiunque, di destra o di sinistra, nel momento in cui beve troppo alla sorgente del potere affoga. Ma non è di questo che voglio parlare)

Voglio parlare bene della mia città.
Perché credo che parlando delle cose belle e buone se ne fanno di migliori, mentre difficile è partire dalle brutte e impossibile dalle cattive.
Ecco quindi una mia breve

Apologia della città che non mi piace

Siamo 100.000 abitanti. Non sono tanti. Anzi, proprio pochini. Eppure, la caparbietà di alcuni ragazzi negli ultimi anni ha dato vita ad una vera rivoltura culturale della quale solo gli anconetani non si avvedono. Questa rivoltura è legata a persone con nomi e cognomi e ha indicato una strada percorribile per migliorare la vita della città e influenzarne persino l’economia.

Se in una grande città è più probabile, ma non scontato, avere a che fare con i bravi artisti e i movimenti culturali, lo è meno in una città italiana di 100.000 abitanti famosa per sua la riottosità. E se in questa cittadina l’hobby più diffuso è quello di lamentarsi di qualunque cosa, allora sembra impossibile che alcune persone siano capaci di portare avanti progetti positivi. Invece accade: perché, oltre alla riottosità, c’è anche, evidentemente, la caparbietà.

Così, se io venissi da fuori rimarrei incantato dagli effetti che la manifestazione Popup ha avuto sulla città: vedrei pescherecci dipinti, edifici affrescati, silos orribili utilizzati come tele per splendidi dipinti. Un monumento come Porta Pia finalmente destinato a nuovo uso. Installazioni temporanee (purtroppo). Popup è, a mio modesto parere, il caso più significativo ed eclatante. Il più bello insomma. Il più da coltivare. Ma non il solo.

La caparbietà di pochissimi ha permesso alla città di svilupparsi in maniera sorprendente sul piano musicale: che si guardi all’attività post-rock (o come volete chiamarla) o a quella elettronica (o come volete chiamarla), gli eventi di qualità altissima si sono moltiplicati anno dopo anno, sono nate etichette coraggiose e artisti che si stanno guadagnando un loro meritato spazio. Questo senza citare il Festival Acusmatiq, che per raffinatezza e qualità metto al livello di popup.

C’è poi, ovviamente, il Festival Adriatico Mediterraneo che, per quanto bellissimo, a me sembra ancora un bocciolo: talmente alte sono le sue potenzialità e profondi i suoi contenuti e significati che spero si svilupperà sul piano della qualità artistica offerta.

E c’è un’attività teatrale istituzionale e off impressionante, per non parlare della danza.

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Senza voler elencare altre manifestazioni e iniziative degnissime di nota (come soprattutto questa), quello di cui parlo è una città in cui convivono spiriti “organizzativi” e spiriti “creativi”. I primi sono ragazzi che vogliono fare e hanno idee talvolta strabilianti: lo dico con cognizione di causa perché molti di loro me le illustrano. I secondi sono artisti, attori e attrici, registi, musicisti: un mucchio di gente in gamba.

A questo punto, cosa volete me ne freghi dell’anima bottegaia della città? Dirò di più: cosa volete che me ne freghi di tutti gli anconetani  (e sono tanti) che, sollecitati da anni, non hanno dato alcun segno di interessarsi a quel che di innovativo, creativo e artistico accade nella loro città?
Niente. Proprio niente.

La compresenza in città di persone in grado di organizzare a di altre in grado di agire artisticamente è sufficiente per saltare l’ostacolo della ricezione cittadina. Non solo, è anche in grado di liquidare le vecchie figure ultra-decisionali della politica tradizionale, quelle che, investite di potere amministrativo, decidevano e decidono sulla qualità di opere e manifestazioni senza capirci niente.

Un sogno, d’accordo: ma Ancona, per la vitalità di molti e le piccole dimensioni potrebbe persino diventare un esempio di autogestione culturale.

Naturalmente non ho i titoli per dire cosa si potrebbe fare, partendo da queste cose belle anziché dalle più brutte. Né vorrei finire a far l’allenatore da bar. E però, un paio di cose me le auguro:

1)    mi auguro che i ragazzi che si danno così tanto da fare decidano di realizzare meno locandine e manifesti per gli anconetani e di far di tutto, invece, per dare respiro alle loro iniziative, che se lo meritano. Si superino tutti i confini della comunicazione: la gente arriverà in numero sempre maggiore finché la qualità sarà questa. E la città dovrà adeguarsi.

2)    mi auguro che prima o poi ci sia un’amministrazione in grado di capire l’arte e la musica, non solo di assecondare le persone. Sul piano amministrativo e politico, inutile dirlo, questa città è uno scempio. Nonostante ciò, i ragazzi fanno, organizzano, riescono ad ottenere le briciole di cui hanno bisogno, si dannano l’anima aiutandosi a vicenda. Chissà se ci fosse una politica adeguata e competente nei vari settori.

3)    Mi auguro sinceramente, infine, e senza cattiveria di sorta, che qualche negozio vada in pensione e passi la mano ai giovani, magari aiutati dalla politica di cui sopra, capaci di proporre una mentalità diversa da quella di bottega che, oggi, non porta da nessuna parte.

Infine, mi si obietterà che il mio ottimismo è applicabile solo alla stagione estiva, e che quella invernale è molto meno intrigante. Verissimo. Ma, come ho detto, iniziamo dalle cose buone, non dalle cattive: un passo alla volta :-) .

Pamarasca

Le immagini:

Valeriano Trubbiani (uno dei maggiori scultori europei contemporanei, che vive ad Ancona, ndr.) per Ancona

Pescherecci Popup

Ericailcane a Portapia

Le prove dell’Amleto diretto da Valentina Rosati

Il logo dell’etichetta anconetana HotViruz