Le Persone

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Abbiamo due amici nigeriani a Fermo, che hanno passato le pene dell’inferno e infine ottenuto il permesso di rimanerci, permesso arrivato, come spesso accade, molto dopo il benestare della comunità fermana che li ha accolti con serenità. E Fermo è la città dell’ex assessore provinciale Giuseppe, del premio Volponi, di Ferracuti, di Marrozzini e, per elezione, di Dondero: un vero esercito di impegno e civiltà. A queste persone, che conosco, va la mia vicinanza, perché so per certo che hanno subito una tremenda onta, e che devono sentirsi come quando hai remato tanto, e una corrente assurda ti rimanda al punto di partenza.

Eppure, questo non è il punto di partenza. Non stiamo tornando indietro, questa violenza non è quella di un tempo, e se è vero, come sostiene in un doloroso post di facebook Angelo Ferracuti, che alcuni personaggi dell’informazione e della politica hanno le loro responsabilità, non dobbiamo dimenticare che questi personaggi sono a loro volta sintomi, non cause di un reflusso. Sintomi di un nuovo mondo. Un nuovo mondo colmo di violenza, e povero di parola.

In un saggio di qualche anno fa Raimo e Recalcati descrivono la differenza tra la violenza del passato, comunque legata a un obiettivo (per quanto spaventoso) e dunque strumento di un’idea (si pensi allo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti), e la violenza erratica di oggi, che nasce non da un principio di guerra, ma dalla diffusa incapacità di rinunciare alla violenza:

Se l’ umanizzazione della vita avviene come un attraversamento della violenza che ci abita – della nostra ombra più scura – , essa non può mai cancellare la violenza, ma decidere casomai, ogni volta, per la sua rinuncia. È questo uno dei compiti più difficili che incombe sugli esseri umani: saper rinunciare alla violenza in nome del riconoscimento dell’ Altro come prossimo, come essere singolare.

La violenza, invece, ci sta riempiendo lo stomaco, ma anche le meningi. Le nostre difese si assottigliano, perché si assottiglia il ruolo che diamo alla cultura intesa come rivelazione e al tempo stesso baluardo di fronte al mistero della vita, concetto che in questi giorni è rilanciato dal nuovo saggio di Vargas Llosa:

Credo che sarebbe una tragedia se proprio in un’epoca in cui c’è un progresso tecnologico, scientifico e materiale straordinario, la cultura si trasformasse in puro intrattenimento, in qualcosa di superficiale, lasciando un vuoto che niente può riempire, perché nulla può sostituire la cultura quando si tratta di dare un senso più profondo alla vita

La violenza si intrufola come un ladro nel mondo della parola, approfittando della nostra inadeguatezza di fronte alla tecnologia che possediamo. Così, lo strumento più formidabile di comunità che abbiamo a disposizione diventa luogo di esercizio di una violenza verbale senza limiti: facebook è il gigantesco ingorgo di auto dall’interno delle quali ognuno insulta e bestemmia l’Altro. Per chi esercita la violenza di rete, ecco il grande vantaggio di non vedere le conseguenze delle proprie azioni: posso intaccare la fragilità di una persona ma non ne vedrò mai il dolore di persona. Per questo, devo essere culturalmente preparato al mondo. Ma il mondo corre veloce, oggigiorno, e le cose sono ancora cambiate, in certi casi precipitate, tanto che la vacua conflittualità presente nella rete appare oggi come una formazione continua all’esercizio della violenza, un allenamento, un battimuro che precede il passaggio all’atto da parte dei molti di noi (sempre più) che non riescono a rinunciarvi.

Il conflitto è ciò che fa procedere l’umanità. Questo è evidente. Ma il conflitto è un processo culturale complesso, articolato, dove problemi e possibili soluzioni si raffrontano, generazioni si confrontano, universi si toccano e trasformano. La violenza è stata anche strumento di conflitto, ma non ne è sinonimo, tutt’altro. La violenza – l’atto violento erratico in particolare – è l’esatto contrario del conflitto, è l’ignoranza dell’Altro. È il rifiuto della trasformazione, è l’intollerante frutto di una presunzione di superiorità. E il luogo di esercizio di questa presunzione è, purtroppo, la nostra piazza virtuale.

Le parole di Salvini, gli inni alla purezza di altre figure politiche e mediatiche, le calunnie di certi giornali che puntano a vendere suscitando tensione nei lettori, sono quindi parte integrante di un sistema di violenza cui noi stessi apparteniamo, che si nutre della graduale scomparsa di un concetto di cultura che ha per secoli sostenuto la civiltà di fronte ad una notte buia e tempestosa e che sfrutta una tecnologia evidentemente troppo evoluta per noi.

Oggi, tutto è più semplice. Anche uccidere. Perché noi ci facciamo sempre, e sempre, più semplici.

Pamarasca

 

 

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Marisa Saracinelli, amica di famiglia, mi preparò all’esame di maturità. Ricordo con sconcertante nitidezza i pomeriggi passati nel suo studio di via Rodi. La mia memoria è chirurgica sui discorsi che attraversavano i Promessi Sposi o Verga, e sui gesti. La sua mano che passava nella mia il prezioso volumetto del Puppo dedicato al Romanticismo, che non le ho mai restituito. Sta ancora nella mia, di libreria. Se i ricordo di quelle lezioni è così nitido, la ragione è semplice e sta nell’essere profondamente e autorevolmente Maestra di Marisa. Appunto ieri dicevo con un amico che lei si situa lì dove l’autorevolezza prende le distanze dall’autoritarismo: questo reso inutile da quella.

Non è tutto in quelle lezioni. Con il tempo ci siamo visti di rado. Ma ancora una volta cristallino è il ricordo della sua telefonata, all’uscita del mio primo romanzo. Naturalmente lo aveva letto, e le era piaciuto. Mi chiamava per dirmi bravo e d’improvviso sono tornato indietro di anni, per crogiolarmi nella soddisfazione di quell’encomio. Tanto hanno inciso le sue lezioni nella mia vita.

Ogni nostro incontro è stato per me intensissimo, in virtù della grandezza morale che le ho sempre riconosciuto. Ma non dimentico che a questa figura per certi versi statuaria e imbarazzante, appartiene anche uno sguardo di grande dolcezza, e di serenità nei momenti più difficili, come capita a poche, pochissime persone che hanno saputo e sanno far buon uso dei libri letti, della conoscenza, di un sapere inutile se non incontra la giusta sensibilità.

Uno sguardo dolce ed autorevole, privo di qualsiasi forma di protervia. E’ nel non ergersi che si misura la statura delle persone grandi.

 

 

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Il caso di Stefano Cucchi. Le giuste e belle parole di Manconi. Il brano duro, asciutto e alto di Erri De Luca. Il sarcasmo ferito di Ilaria Cucchi, la sorella. Soprattutto, il senso di ineluttabile che cala come un’ombra su una nazione intera, allenata a un’idea di potere che esclude, reclude, punisce.

Il senso di sicurezza di una popolazione inebetita dal timore dell’altro e diverso. Molti anni fa, il solito Baumann sottolineava come la funzione dello Stato si fosse ridotta ormai ai compiti di sicurezza e di protezione degli individui – spogliato di valenze economiche, sociali, simboliche, lo Stato doveva occuparsi del corpo dei cittadini, organizzandosi per preservarne il ruolo di consumatore.  Un paradosso, poiché scompare in questo modo il senso del termine stesso: cittadino. Resta l’individuo-consumatore globale circondato da una rete che protegge lui, e la sua paypal. Non è un caso, credo, se il bisogno di comunità si sia spostato entro i confini del virtuale, lì dove sembra (sembra) lontano il rischio di coinvolgimento e ferimento del corpo fisico dell’individuo.

E’ questa la filosofia che autorizza e anzi sancisce l’utilizzo della violenza da parte del potere e lo rende quasi naturale. Ineluttabile. Oggi ci offende meno un morto pestato nelle carceri che un’incursione della censura sul web.

E’ questa anche  la filosofia che ci costringe a sottolineare che Stefano Cucchi non aveva droga nelle vene, che aveva un lavoro, che si curava e sperava. A cercare cioè  in lui quelle qualità che ce lo fanno sentire meno diverso, meno minaccioso. Noi che chiediamo giustizia riusciamo a farlo meglio, se ci convinciamo della sua redenzione – prossima, o avvenuta. Che era un bravo ragazzo, uno che presto avremmo incontrato al centro commerciale, in coda, con in mano, come noi, la sua carta prepagata.

Ma questo a ben vedere non significa niente, perché chi uccide una persona resta un assassino, a prescindere dalla vittima.

E chi viene ucciso è morto. A prescindere dalla sua vita.

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Venti anni fa si ammazzava Rita Atria. La sua storia è tra quelle raccontate in questo bellissimo ed esemplare libro che scandaglia l’universo femminile della mafia.

Rita Atria era una giovane appartenente a una famiglia mafiosa. Quando il fratello (mafioso) viene ucciso e la cognata decide di collaborare con la giustizia anti-mafia, sceglie anche lei, a soli 17 anni, questa strada. Ne sapeva molte, il fratello si confidava con lui.  Viene accolta da Paolo Borsellino, e gli si lega come è normale faccia una adolescente che compie una simile scelta.

I suoi racconti permettono arresti importanti. Intanto lei cresce. Scrive un diario in cui parla di se stessa, della famiglia, di Borsellino, dell’adolescenza comune a tutte le ragazze. Poi Borsellino viene ucciso. Una settimana dopo Rita si uccide. Non c’è più nessuno che si occupi di lei. In un paese come il nostro, è già tanto che ne abbia trovato uno – e per poco.

Qualcuno ha detto che il diario di Rita dovrebbe essere letto nelle scuole, come quello di Anna Frank. Allora sì che avrebbe un senso la tragedia di questa ragazza. Fatelo, professori, presidi, ministri. Adottate questo testo!

Ai funerali di Rita non si presentarono rappresentanti dello stato.

Pamarasca

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E’ morto sabato, a soli 65 anni, Nazareno Re. La notizia mi sconvolge, così come mi sconvolgeva, lui in vita, il fatto che nessuno qui lo ringraziasse abbastanza per quello che era stato. Era un uomo buono e paterno. Gli occhi erano curiosi e aveva una gran voglia di fare prima che di chiacchierare.

Qui ad Ancona tanti gli devono molto, e parlo della mia generazione. I ricordi mi si affastellano nella mente. Ci siamo noi, poco più che ventenni, nel suo ufficio all’arci di corso mazzini, scartoffie ovunque, caldo, Francesca – l’amata Francesca con me così materna, e cara -, penne che non scrivono e progetti. Ci accoglie in un abbraccio e ci spinge avanti: siamo giovani, pieni di speranze e di idee bislacche, senza la famosa “esperienza precedente”, con un’associazione – Fahrenheit 451 – di dilettanti. Non era tempo di grandi chiacchiere, riunioni esasperate, giochetti: ci affida lo spazio della mole, appena ottenuto dall’arci di cui è presidente. Nessuno di noi ha fatto mai il barista, nessuno ha curato mostre importanti, nessuno ha steso programmi di cineforum così lunghi.

Ma a lui bastiamo noi. Non vuole dipendenti, ma persone. Giovani. Entusiaste.

Che ci ingegniamo attorno a lui, corriamo, inventiamo, inciampiamo e ci raccoglie, ci rassicura e sgrida, talvolta urlando proprio forte, ci lascia l’ufficio, il tavolo, finge di incuriosirsi per la macchinetta del caffè che sceglieremo. Nazareno. Qualche mese fa lo incontrai alla Casa delle culture, vivace come sempre, impegnato  a gestire sms come un ragazzino, lo guardai con una grande tenerezza perché avrei voluto dirgli: Non ti ho mai ringraziato abbastanza, Nazareno, per l’esempio, per la fiducia, per quel modo di fare che oggi non esiste più. E “ecco, tieni, questo è il mio libro, una piccola cosa ma è stata la tua fiducia, anche, a convincermi a mettere mano a un sogno, com’era quella volta la gestione della mole, un bar, la mostra di Pazienza e poi per me il thermos, dove venivi a bere quando non c’era nessuno, rinfrancandomi con la tua presenza”.

Entrambi giocherelloni se capita l’occasione, ma riservati nei sentimenti, invece, non sono riuscito a dirgli queste cose. Poi, come accade tutti i giorni, si muore. Così ecco. Qua. Che palle.

E’ pieno di gente che si riempie la bocca di frasi fatte. Spazio ai giovani, spazio ai giovani, basta con la politica!. Beh, Nazareno era un politico, accidenti se lo era, e lui lo dava lo spazio ai giovani, forte dell’intuito, del coraggio, della fantasia. Non sono i giovani che mancano, ma la gente come lui.

Questa città, che non era la sua, gli deve molto. Io gli devo molto, che sono arrivato da Milano senza rete sotto il culo, e lui non me l’ha messa, mi ha solo detto: aggrappati come si deve a quel trapezio!

Francesca – siamo qui

Pamarasca

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quando è uscito il mio libro ti sei fatta spazio alla presentazione, hai allungato la mano e mi hai stretto il polso, mi hai guardato negli occhi e hai detto “Bravo!” – come fossi stata una mia insegnante, tu che  insegnavi a tanti una diversa arte. Eri fiera di me che conoscevi appena, quel gesto si è inciso nel mio cuore. Lieve ti sia la terra, la memoria consoli i tuoi cari.

 

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Prima di tutto il luogo, e la luce.
In fondo a sinistra, simile all’effetto creato dal pittore sui lavori ad olio, barbaglia una luce simile a un cespuglio. Proviene, quell’angolo giallognolo e malaticcio, probabilmente da una lampadina di quelle di una volta, dalla forma attorcigliata a la Borromini, lampadine che si svitano dalle abatjour degli appartamenti della nonna morta. Gioca tiepida su tele appese alle pareti alla vecchia maniera, cioè rivolte verso il basso: quadri di una certa – ma non troppa – importanza, che tradiscono la funzione di salottino dell’angolo itterico e puntano verso una poltroncina questa volta non di nonna, ma di una vecchia zia, una che si va a trovare di rado e ci offre i pasticcini solertemente preparati dalla badante russa.

Al primo incontro con questa fotografia, l’occhio cade proprio su quell’angolo, per via della luce, della prospettiva dell’immagine, del destino. Si trattasse di un pittore, diremmo che ha fatto apposta a farci iniziare da lì, dal piccolo riquadro che ci dà la misura della polvere, della malattia, della consunzione, della flebile tenuta di una luce d’altri tempi, dell’obslolescenza. Guardiamo lì per un po’, finché qualcosa non ci dice che la scena è più in là, a destra, dove l’occhio nostro inciampa nell’attesa che accada qualche cosa. E’ come a certi spettacoli teatrali in cui dalla platea fissiamo il palco e gli attori  iniziano a recitare invece dai corridoi, dalle sedie degli spettatori, sovvertendo le nostre aspettative. Ecco, allo stesso modo, TAC, un movimento repentino ci avverte che i protagonisti sono lì, un po’ a destra rispetto a quel cespuglio esanime ed illuminato.

Per arrivarci dobbiamo far scivolare distrattamente gli occhi su una parete giallo oro decorata in rilievo e ci sembra di passarci sopra la mano, ricordiamo quando da bambini ci è capitato durante una visita ad una reggia o a un palazzo nobiliare, dove c’era scritto non toccare. Si tratta di stoffe da pareti eleganti e costose che non capiamo bene, toccandole, se siano fastidiose o solo spelacchiate, come ci succede con i barboncini. Se ne trovano spesso in certi alberghi,gli stessi nei cui frigo bar troviamo  il mignon di stock84.

Spunta, al termine del cammino lungo la parete, un altro quadro, stavolta più grande, del quale intravediamo solo l’angolo. Sta sopra un caminetto, probabilmente chiuso, la cui centralità è ribadita da un orologio rococò che in questa foto ha la funzione, si direbbe, di un memento mori: cristallizza, la sentinella del tempo, l’immagine fotografica in un attimo preciso e poi riprende a percorrere il giro di guardia avanti e avanti ancora sino alla morte che ci tocca tutti.
Finalmente siamo sui regnanti. E qui, nemmeno Goya. Ma anche nemmeno Bacon, viene da dire. Ma anche, viene da dire, nemmeno vivi: l’orologio alle loro spalle ci indica forse l’ora della loro morte? Per questo hanno l’aspetto di cadaveri appoggiati (i tre seduti) o sorretti da qualche palo o stratagemma di teatro (quello in piedi)? Non è che forse, come accadeva a certi terroristi, li hanno uccisi e poi fotografati per farci credere che siano vivi?
Fingiamo di non pensarlo e concludiamo il giro nel luogo con una domanda decisiva:
Ma dove cazzo vi è venuto in mente di farvi fotografare?

Andiamo avanti con i personaggi

Da sinistra a destra.
Bersani ammicca come certi vecchietti grifagni dei dipinti fiamminghi, leggermente staccato dagli altri e con un imponente block notes (non note book, block note, è diverso) nella mano, che sta lì a dire: io sono venuto a lavorare, qui ci sono scritte le domande e le risposte. E’ arricciato in viso, le rughe sono tese e contraddicono l’aspetto forzatamente rilassato, dando vita a un ghigno da sparviero. In più sta storto, non perché a disagio ma perché concentrato nel tentativo di tenere la posa migliore, di riuscire nella foto come desidererebbe (cosa che la fotografia, impietosa, quasi mai concede all’osservato). Si sposta da un lato verso i compagni attuali e tiene però ben lontani i piedi, che puntano per non avvicinarsi troppo. In questa lotta del proprio corpo – che tradisce bene quella tra la base ed il partito – inserisce qualcosa su cui crede di poter contare, quella manina piccola e beffarda sotto il mento, da “uomo che pensa”. Peccato che la manina sia proprio una manina leggera, non tradisce alcun peso, non è segno di nervosismo, di riflessione faticosa, non sostiene niente, anzi sta lì davanti al mento e un po’ alla bocca quasi come un vezzo da ballerina di can can.

Proseguiamo.
C’è quello in piedi. Monti.
Vestito dalla moglie da capo a piedi (“vedrai che metteranno tutti la cravatta rossa, mettila celeste così si vedrà che sei diverso”) adotta la posa del pendolo, un peso, un filo a piombo. Il sorriso cerca di sembrare di convenienza, ma è un sorriso vero, si trova a suo agio l’uomo nel potere e lì è il palazzo del potere. Si direbbe in effetti, se si trattasse di un dipinto, realizzato da una mano diversa da quella del maestro. Probabilmente un pittore di bottega ha completato l’opera, solo abbozzata, rendendo la figura più tagliata con l’accetta, meno erosa, consumata, interiormente tratteggiata come le altre tre. L’effetto finale è un po’ un collage col photoshop: il corazziere non c’è, il corazziere c’è. Il capolavoro è in quella mano che spunta dall’abito senza tradire nemmeno un movimento, così, raccolta, nemmeno pronta, se cadesse non farebbe in tempo ad aprirla per attutire il colpo. Ma non cade. L’artista ci regala il ritratto di un uomo che ha sempre saputo stare dove sta il potere e non ha bisogno di adattarsi. Una nota stonata in un concerto per sordi.

Al suo fianco, Alfano e Casini sono slabbrati, lisi, i contorni dei loro visi sono rigonfi e deformi, molli, sembrano tirati da invisibili fili da pesca e in attesa di strapparsi. Somigliano a quei corpi di morti che si trovano dopo qualche giorno in acqua e condividono in qualche modo l’essenza del fluido che li accoglie, la sua inafferrabilità. Alfano, il primo, non si capisce dove sieda, se condivida un divanetto con Casini, o su una sedia a sé. Abbozza un atteggiamento composto, reclinando un po’ la testa, ma il sorriso gli espande la guancia destra come stesse mangiando una pallina da golf, gli occhi sono pieni d’acqua e quel giocare con la penna come uno scolaretto tradisce un senso di inferiorità palese che il titolo di segretario di partito non compenserà mai. E’ il ritratto di un pesce che non capisce come faccia a camminare sulla terra, una figura di Bosch che chissà come è scampata ai girotondi fiamminghi della morte e ci guarda con stupore e inettitudine, non riesce nemmeno lontanamente a farci credere che sa quello che pensa. Si incontrano ogni tanto padri di famiglia così al ristorante, li guardi e ti dispiaci per loro, per questo loro giocherellare senza capo né coda con la forchetta o rispondere niente alla domanda dei bambini, almeno fino a che arriva il caffè. Un altissimo livello artistico per rappresentare quest’uomo a cavallo tra potere e ignavia, possibilità e incapacità, luogo delle decisioni e assenza di pensiero. Nella sua mente c’è qualcosa di completamente inutile, in questo momento, per lui, per la sua famiglia, per tutti quelli che conosce e non conosce. Un colpo di fortuna, quello del fotografo, o un tocco del genio, non si sa. Forse solo una buona probabilità.

Ultimo arriva Casini, ed è la più grande prova dell’artista inconsapevole che ci dona questo capolavoro. In una foto riesce a sputtanare tutte le parole decise, le enunciazioni secche, le dichiarazioni di coerenza, le indignazioni, le offese, tutto, proprio tutto. L’uomo che appare qui è il ritratto deforme, appiccicoso e triste del potere politico italiano, con il ghigno sguaiato, la carne del viso che sembra svolazzare allegramente attorno agli occhi, l’aria lasciva (lascereste solo questo uomo con vostro figlio?), quella mano quasi offensiva ma soprattutto senza senso, come non sapesse dove mettere le sue stesse mani, nelle tasche sue o di altri, dietro la schiena, sulle palle, una nell’altra. Trova un posto alla tua grande mano, magari usala per recuperare quell’altra, che sta scappando giù dalla tua sedia. Il tocco della bretella da dopolavoro che spunta fuori per l’incapacità di un contegno è sublime, un dettaglio alla Velazquez, che non ci fa sembrare più umano il mostro, bensì più mostruoso l’uomo. E’, Casini, un’opera degna del più grande Bacon, uno specchio impietoso di quello che siamo: tocca proprio a chi vuole rappresentare il centro mostrare il vero volto del potere.

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È morto Elio Pagliarani. Le librerie non si affanneranno ad esporre i suoi libri, come fanno di solito quando muore uno scrittore: le librerie per lo più non li hanno, i suoi libri. Immagino già i direttori di succursale della Mondadori, della Feltrinelli: “abbiamo qualcosa di Pagliarani?” “Chi?” “Pagliarani, quello che è morto” “Boh. Ora guardo. Come hai detto che si chiama?”.

La poesia, l’arte di temprare le parole e calibrarle su ragione e sentimento, di osservare con occhi differentemente ciechi, di cercare l’aldilà della normale comunicazione, non ha spazio al giorno d’oggi. I grandi poeti italiani cadono come massi da un monte direttamente in mare, senza far rumore. Elio Filippo Accrocca, Sanguineti, Zanzotto. Pagliarani.

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

Ad Ancona venne invitato da Luigi Socci e Marco Dominici per una delle prime edizioni de La punta delle lingua, festival di poesia che oggi gode di autorevolezza. Mangiammo assieme a lui da Anna la zozza, a Portonovo, le tagliatelle. Guardò il mare, il molo, il monte, le forme della cameriera.

La sua poesia era greve e leggera, somigliava alle operaie di fabbrica che sporche d’unto e nel frastuono delle macchine riescono comunque a rimanere donne.

Il volume con tutte le sue poesie non costa molto: acquistarlo e leggerlo è un atto di resistenza a un mondo che crede di poter fare a meno della poesia quando invece è il contrario esatto.

Pamarasca

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Non sono molti gli animali che ho avuto. Molti quelli cui sono stato vicino. Il primo è Tom, il dalmata fuori taglia di nostro nonno. Uscivamo sotto la pioggia assieme per mangiarci i lumaconi grigi e viscidi. Rincorsi da mia madre. E’ morto anziano, con i sintomi uguali a quelli del padrone già scomparso.

Poi Milly. La cocker che i miei ci fecero trovare nella camera da letto che dividevo con mia sorella. Quando eravamo piccoli noi, i cocker andavano di moda. Oggi sarebbe un labrador, o un bulldog francese. O, dio mio no, un carlino. Si ammalò ad una certa età, fu una convalescenza difficile. Aveva l’otite, il che, a guardare le orecchie dei cocker, non è poi così strano.

Morgana era la gatta che avevamo nella casa di Milano, in gb9. Poveretta. Sempre in mezzo a ogni genere di schioppati, alla fine faceva solo agguati e nessuno poteva accarezzarla. Rubava le bistecche dalle padelle ardenti. La presero i genitori di Luca, non so che fine abbia fatto.

Gonzo non era mio ma era un po’ il cane del thermos. Lo conoscevano tutti qui. Aspettava il verde per attraversare. Non ho mai conosciuto un cane tanto intelligente. Gli altri cani lo odiavano.

Laika l’ho trovata in strada, di notte, tornando dal thermos. Vive ancora con i miei. Mi è grata. Ora che è anziana gira con il cappottino per via dei reumatismi.

Nemmeno Drogo era mia, ma lo diventò. E’ una gatta schiva e sfuggente, ma bisognosa di affetto. Vive ora in una casa di campagna con Livio e Silvana e pare stia molto bene.

Alien è mio. Però quando l’ho portato nella casa di campagna con sua madre, Drogo appunto, non ho fatto in tempo a presentarlo alla sua nuova famiglia. Ora non so dove sia. Dopo la fuga non è più tornato e so che è colpa mia, perché dovevo dire di tenerlo chiuso in una stanza per un po’, due o tre giorni, perché si abituasse al nuovo luogo. Che è un paradiso per un gatto. Ma non se n’è accorto.

Io adesso che è natale spero che lui sia da qualche parte, randagio per la vallesina che è dolce e dove i randagi non sono proprio messi male, oppure preso da qualcuno che si sia accorto del bel pelo lucido e delle dimensioni e si sia detto che è un gatto adatto ai propri figli. Spero che non sia finito male.

Io penso a lui tutti i giorni e quando lo faccio devo respirare forte. Lo so che i gatti se la cavano sempre e,  fatta eccezione per quelli che finiscono sotto le auto, non si sente spesso di gatti che muoiono per inedia o di freddo. Io ad esempio cammino molto e non ne ho mai trovato uno morto così. Insomma, sono tosti. E lui pure. Mi dico queste cose, come un mantra. Lì a Mazzangrugno poi è vero che le auto corrono, ma c’è una strada sola. Insomma. Bisogna proprio essere cretini. E poi nessuno ha trovato felini investiti.

Ci sono diversi gatti in zona, anche cuccioli, e la gente li nutre. Lui era abituato al divano e al letto. Però è curioso, e non ha paura di niente, quindi magari ha scoperto la vita del girandolone.

Ecco. Volevo pensare un po’ a lui. Spero stia bene. E passi un inverno riparato.

Se qualcuno di voi smette di tenere un gatto, ricordatevi di chiuderlo per qualche giorno nella nuova casa impedendogli di uscire, per farlo abituare. Perlomeno la mia cazzata sarà servita a qualche cosa.

Divertiti, ciccione.

Pamarasca

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A 79 anni Lucio Magri, fondatore del Manifesto, è andato in Svizzera a suicidarsi, come prevedono le leggi di quel paese, assistito da un amico medico mentre altri amici e compagni attendevano nella sua abitazione romana la notizia della sua morte.

Era un uomo bellissimo, un grande intellettuale e , con Pintor, un esempio di quelle menti che rinunciano ad accartocciarsi in se stesse per scegliere di trasformare il mondo.

Con il suo studiato e pacato allontanamento dalla vita ha dato un’ultima lezione a un mondo che invece va sempre peggio, in cui la morte si esorcizza con orge e potere, puttane e barzellette, soldi bruciati e btp, in cui i politici bestemmiano e sputano, i faccendieri sono testimonial pubblicitari, un continente muore perché non può permettersi le medicine.

Non era suo il gesto eclatante del colpo in testa, non era suo il nevrotico consumarsi nel piacere fino allo sfinimento, e nemmeno quel restare attaccati al nulla che ci spinge a vedere un senso in cose che un senso non lo hanno.

Era invece sua la civiltà di andarsene. Parlarne alle persone care. Organizzare il suo dopo, distribuendo compiti amorevoli agli amici e compagni di sempre.

La vita gli era semplicemente insopportabile.

Anche questa lezione di civiltà cadrà nel vuoto, ma chi può la tenga cara, perché uomini così non ce ne sono più.

Pamarasca