Che Mondo

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Abbiamo due amici nigeriani a Fermo, che hanno passato le pene dell’inferno e infine ottenuto il permesso di rimanerci, permesso arrivato, come spesso accade, molto dopo il benestare della comunità fermana che li ha accolti con serenità. E Fermo è la città dell’ex assessore provinciale Giuseppe, del premio Volponi, di Ferracuti, di Marrozzini e, per elezione, di Dondero: un vero esercito di impegno e civiltà. A queste persone, che conosco, va la mia vicinanza, perché so per certo che hanno subito una tremenda onta, e che devono sentirsi come quando hai remato tanto, e una corrente assurda ti rimanda al punto di partenza.

Eppure, questo non è il punto di partenza. Non stiamo tornando indietro, questa violenza non è quella di un tempo, e se è vero, come sostiene in un doloroso post di facebook Angelo Ferracuti, che alcuni personaggi dell’informazione e della politica hanno le loro responsabilità, non dobbiamo dimenticare che questi personaggi sono a loro volta sintomi, non cause di un reflusso. Sintomi di un nuovo mondo. Un nuovo mondo colmo di violenza, e povero di parola.

In un saggio di qualche anno fa Raimo e Recalcati descrivono la differenza tra la violenza del passato, comunque legata a un obiettivo (per quanto spaventoso) e dunque strumento di un’idea (si pensi allo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti), e la violenza erratica di oggi, che nasce non da un principio di guerra, ma dalla diffusa incapacità di rinunciare alla violenza:

Se l’ umanizzazione della vita avviene come un attraversamento della violenza che ci abita – della nostra ombra più scura – , essa non può mai cancellare la violenza, ma decidere casomai, ogni volta, per la sua rinuncia. È questo uno dei compiti più difficili che incombe sugli esseri umani: saper rinunciare alla violenza in nome del riconoscimento dell’ Altro come prossimo, come essere singolare.

La violenza, invece, ci sta riempiendo lo stomaco, ma anche le meningi. Le nostre difese si assottigliano, perché si assottiglia il ruolo che diamo alla cultura intesa come rivelazione e al tempo stesso baluardo di fronte al mistero della vita, concetto che in questi giorni è rilanciato dal nuovo saggio di Vargas Llosa:

Credo che sarebbe una tragedia se proprio in un’epoca in cui c’è un progresso tecnologico, scientifico e materiale straordinario, la cultura si trasformasse in puro intrattenimento, in qualcosa di superficiale, lasciando un vuoto che niente può riempire, perché nulla può sostituire la cultura quando si tratta di dare un senso più profondo alla vita

La violenza si intrufola come un ladro nel mondo della parola, approfittando della nostra inadeguatezza di fronte alla tecnologia che possediamo. Così, lo strumento più formidabile di comunità che abbiamo a disposizione diventa luogo di esercizio di una violenza verbale senza limiti: facebook è il gigantesco ingorgo di auto dall’interno delle quali ognuno insulta e bestemmia l’Altro. Per chi esercita la violenza di rete, ecco il grande vantaggio di non vedere le conseguenze delle proprie azioni: posso intaccare la fragilità di una persona ma non ne vedrò mai il dolore di persona. Per questo, devo essere culturalmente preparato al mondo. Ma il mondo corre veloce, oggigiorno, e le cose sono ancora cambiate, in certi casi precipitate, tanto che la vacua conflittualità presente nella rete appare oggi come una formazione continua all’esercizio della violenza, un allenamento, un battimuro che precede il passaggio all’atto da parte dei molti di noi (sempre più) che non riescono a rinunciarvi.

Il conflitto è ciò che fa procedere l’umanità. Questo è evidente. Ma il conflitto è un processo culturale complesso, articolato, dove problemi e possibili soluzioni si raffrontano, generazioni si confrontano, universi si toccano e trasformano. La violenza è stata anche strumento di conflitto, ma non ne è sinonimo, tutt’altro. La violenza – l’atto violento erratico in particolare – è l’esatto contrario del conflitto, è l’ignoranza dell’Altro. È il rifiuto della trasformazione, è l’intollerante frutto di una presunzione di superiorità. E il luogo di esercizio di questa presunzione è, purtroppo, la nostra piazza virtuale.

Le parole di Salvini, gli inni alla purezza di altre figure politiche e mediatiche, le calunnie di certi giornali che puntano a vendere suscitando tensione nei lettori, sono quindi parte integrante di un sistema di violenza cui noi stessi apparteniamo, che si nutre della graduale scomparsa di un concetto di cultura che ha per secoli sostenuto la civiltà di fronte ad una notte buia e tempestosa e che sfrutta una tecnologia evidentemente troppo evoluta per noi.

Oggi, tutto è più semplice. Anche uccidere. Perché noi ci facciamo sempre, e sempre, più semplici.

Pamarasca

 

 

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Quello che accaduto alla Fontana della Barcaccia di Roma deve farci riflettere sul significato della Fontana e di tutte le presenze storico-artistiche non a Roma o in Italia, ma nel mondo, e sull’assurda indifferenza che coglie la maggior parte della popolazione mondiale di fronte alla rovina, spesso violenta, di tali presenze.

Alcune delle città più belle del mondo, e per belle intendo anche in grado diraccontarci la storia dell’umanità attraverso gli strati dalle quali sono composte, cadono a pezzi sotto rivolte e guerriglie, vere e proprie guerre civili, progressiva incapacità di prendersene cura, vandalismi. Per me, che ho avuto occasione grazie al mio migliore amico di passarci alcuni giorni, simbolo di questo scempio è Damasco: pensare che tutta una serie di strade, di luoghi, di spazi urbani e di spazi sacri, di segni dell’umanità, di percorsi millenari non esistono più perché devastati dalla furia bellica ancora oggi, non mi da pace. Ma certo, queste sono cose sempre accadute.

Non sempre però è accaduta la sostanziale indifferenza nei confronti di questa perdita. Si sente l’offesa, ma non si percepisce il dolore.

Oggi, in effetti, la cronaca di queste perdite riflette la predominante filosofia del consumo. Questo significa che anzitutto si tiene conto del numero: dei morti, delle bombe, dei giorni, dei feriti, dei turisti che mancheranno, degli arrestati: al di fuori della pretesa (impossibile) di una onnipotenza della misurazione quantitativa, non siamo in grado, sembra, più di andare. E se il danno va valutato quantitativamente, il secondo passo è ovviamente quello di contabilizzarlo economicamente. Questo è sacrosanto e doveroso, purché non ci distolga da un elemento fondamentale: quello che non avremo più, cioè la scomparsa di un segno della nostra storia e della sua funzione, che è la costruzione della nostra identità.

Questa è una cosa che interessa sempre meno.

Il fatto che una moschea, una fontana, un quadro non si possano effettivamente “consumare” (prendere-mangiare-espellere) ci mette in difficoltà, perché utilizziamo criteri esclusivamente legati alla capacità di consumare e di essere consumati, alla durata di un consumo, al costo di un consumo, al lasso di tempo che passerà prima di voler consumare qualcosa d’altro.

Dove mettiamo quindi queste cose che perdiamo, ma che d’altra parte non avremmo mai potuto consumare? Al massimo, riusciamo a metterle nel novero delle “cose che ci permettono di attirare in qualche modo consumatori che consumano qualcosa d’altro”. Molto, molto difficilmente riusciamo a metterle in uno spazio mentale dove teniamo la nostra qualità, quello che non è misurabile, quello che ci definisce.

Ora, facciamo un esperimento e pensiamo, davanti all’immagine ad esempio della Fontana del Bernini, a cosa significhi quella fontana non solo all’interno della vicenda storico-artistica del mondo. Affiorano davanti ai nostri occhi milioni di persone che per secoli l’hanno affiancata, vi si sono seduti, bagnati, l’hanno interpretata e considerata in ogni epoca in maniera diversa, migliaia di famiglie che si sono fatte fotografare con quella fontana alle spalle e ora tengono appeso al frigorifero quella polaroid sbiadita, migliaia di studenti di pittura che l’hanno ritratta pensando – sognando – che si trattava di un esercizio propedeutico per avvicinarsi ad essere artisti veri, milioni di insetti che vi si sono posati e di batteri e di micro organismi che si sono generati in quelle acque, litri litri e litri di acqua che l’hanno abitata, acqua erogata grazie al lavoro di milioni di mani che nel corso del tempo hanno aperto e chiuso rubinetti in qualche anfratto della roma antica, e magari centinaia di viaggiatori del Grand Tour che si sono fermati a pensare se scriverne, o tenere per sé l’immagine della fontana all’alba, o al tramonto, e milioni di baci e litigi e di scelte d’angolazione da parte dei fotografi… Come una persona, ma con molti, molti anni in più, la fontana è depositaria di una qualità che sintetizza tutti gli incontri che ha fatto.

Ma noi non ci pensiamo.

Sono sempre stato contrario alla protezione delle opere urbane nel senso della cristallizzazione, della musealizzazione forzosa, della scomparsa del loro ruolo nella vita cittadina: me lo ha insegnato un grandissimo storico dell’arte, Franco Barbieri, e sono ancora convinto che l’opera debba vivere all’interno delle dinamiche urbane, non dentro una teca infrangibile che le impedisce di comunicare e di trasformarsi, e che le città non debbano mai smettere di essere città. Ma il problema non è nell’opera, come, a volte, il problema non è nel malato ma nell’idea di malattia e di cura che si ha. Il problema è nel fatto che noi siamo sempre meno in grado di leggere la qualità preziosa di quanto ci circonda e ha circondato i nostri cugini, zii, nonni, amici, vicini, meno vicini, altri come noi, una parte insomma dell’umanità che ci compone. Sappiamo contare, ma non sappiamo rac-contare. Diventiamo sciatti, e questa sciatteria contagia anche il nostro modo di intendere l’arte e la bellezza, la memoria e la storia. Così, quando un manufatto viene distrutto, pensiamo sia meno importante di altre cose, e siamo incapaci di provare dolore, vero dolore, nel vederlo infranto. Così, di fronte a un manufatto, perdiamo il rispetto per il suo valore artistico, e per le persone che lo hanno pensato, realizzato, ma anche popolato di sensazioni ed emozioni. Eppure, l’opera dell’uomo è proprio quella, non altra.

Se un giorno perdessimo del tutto la cognizione di quel che significano i segni che ci circondano – cognizione che ancora si legge nell’empatico sguardo della persona fotografata – allora non avremo più coscienza di quello che siamo, perché la storia ci conferisce identità, e la storia ha bisogno di segni. Saremo esseri che nascono, consumano, muoiono.

Pamarasca

 

 

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Le parole, anche una sola. Le parole devono salvare – magari dolorosamente, ma salvare. Le parole, per quanto pesanti, devono attutire il peso di un’azione eventuale, come l’abbaio di un cane non si tradurrà sovente in morso.

Se un uomo decide di farla finita – per la miseria, per la vergogna, per una vita diversa da quella che avrebbe voluto e questa discrasia non regge più – tra il passaggio all’atto del togliersela, la vita, e il suo corpo, ecco ci sono le parole. I guantoni del pugile che evitano – non sempre, ma spesso – il collasso cardiocircolatorio l’incrinarsi delle ossa, la fatalità. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… in piedi!

Ma quando l’atto – il suicidio – non investe una singola persona che non ha saputo – non ha potuto – infilarsi i guanti, o a cui nessuno li abbia legati, quei guanti, e invece investe due persone che tra di loro comunicano con le parole, che possono sperare grazie a quello che sanno dirsi, che possono comunicarsi il male e dunque, in qualche modo, allontanarlo, e nonostante questo si uccidono assieme, dopo averlo pensato, deciso, concertato.

Quando accade questo – non c’è nessuno che ci salvi. Insegnamoci di nuovo a parlare con coraggio e non con rabbia – con speranza e non con vergogna. Veliamo la finestra aperta sull’angoscia.

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Sono fermamente convinto dell’opportunità di un federalismo solidale e libertario, ottenuto grazie alla crescita di centri locali per un verso autonomi e per l’altro capaci di organizzarsi realmente in rete, sfruttando la tecnologia odierna. Non è un’idea nuova, ma resta a mio parere valida in un’epoca in cui sembra assurdo contrapporre l’idea di Stato, Popolo, Nazione a quella di Mercato, Liberismo, Globalizzazione. Infatti, solo equilibrando il globale con il locale, come insegnano Bookchin, Bauman, Beck e per certi versi Serge Latouche, è possibile uscire dalla contraddizione che implica la coesistenza della vecchia idea di Stato e della nuova globalizzazione.

Per questo, ho sempre sostenuto che il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto dedicarsi alla politica locale, creando soluzioni amministrative diverse dalle consuete e punteggiando la mappa dell’Italia di località virtuose, capaci di collegarsi tra loro, di supplire a vicenda delle proprie debolezze, di rifiutare la competizione e la corsa alla supremazia economico-territoriale. Questa sarebbe stata la vera scelta rivoluzionaria.

Invece, il Movimento Cinque Stelle ha preferito infilarsi nell’imbuto unto della struttura politica tradizionale, affermando il suo diritto a partecipare a un parlamento che per sua stessa costituzione appare fradicio e pieno di buchi, non solo per la qualità dei suoi componenti. Non c’è niente di rivoluzionario nel parlamento italiano e nella politica delegata: ora ci sarà una persona migliore, ora una peggiore. Soprattutto, si riafferma, entrandovi, la supremazia di una politica centralizzata, statale, che addirittura si auspica autarchica, del tutto aliena dal mondo circostante e del tutto priva di significati di rottura. Si riafferma, sostanzialmente, l’importanza di un governo centrale forte, capace di arroccarsi come di offendere, mai di solidarizzare.

Questo è l’errore di un Movimento. Pensare che la società debba necessariamente iscriversi in un sistema politico già dato.

Buona fortuna.

18 1959

Andrò a votare. E’ sempre difficile. La sola militanza della mia vita è stata al Ponte della Ghisolfa e continuo a ritenere il pensiero anarchico – certo pensiero anarchico – come il più vicino a me. Persino, oggi, estremamente contemporaneo, come ho scritto anche qui. Una serie di motivi mi spingono a votare. Tra gli altri, che se elencassi diventerei ancora più noioso, il fatto che il movimento anarchico non ha la forza di far valere l’astensione politica quale rifiuto del principio di potere e strada verso la costituzione di una società ecologica. L’astensione dunque non mi pare oggi  un mezzo effettivo di intervento e di discorso. Resta, naturalmente, una scelta di coscienza, filosofica per così dire, e ammiro chi la vive in questo modo come ammiravo il mio amico Pietro quando, scegliendo di essere obiettore totale ai tempi in cui c’era il militare obbligatorio, mi diceva che non conosceva alternativa: “non mi guarderei più nello specchio.”

Detto questo, resisto alla tentazione di votare Berlusconi, che tuttavia è di gran lunga superiore ai suoi rivali nell’arena che l’odierna politica si è disegnata attorno. Non c’è nessuno alla sua altezza, capace di vivere e ostentare il proprio narcisismo con tanta schietta abbondanza di mezzi e di espressioni. Non c’è nessuno che, come è ben raccontato in questo libro, sia altrettanto sincero da chiedere voti in nome delle proprie psicosi, senza scendere al compromesso della razionalità. Lui è su un altro livello.

Ho dato un’occhiata a destra – dato che la destra mi pare esista in questo mondo – per curiosità e sono rimasto colpito dallo sbandieramento di concetti come Patria, Popolo, Nazione, Stato: nell’era della post globalizzazione, della comunicazione, della condivisione, della connettività permanente, mi sembra questa solo una tenera difesa, un modo per proteggere la propria sensibilità, per riconoscere l’incapacità di vivere l’epoca contemporanea, di vedere tutto questo male, tutto il mondo, tutte le cose che accadono. Lo Stato-Nazione, invenzione assai recente nella storia, resiste nell’immaginario perché abbiamo bisogno di una cornice. Di una porta che possiamo chiudere quando il mondo ci aggredisce con le sue tante verità. La conseguenza, è che poi il mondo non lo vediamo più, e credo che qui stia la profondità dell’ammonizione delle suore: se ti fai troppe seghe, diventi cieco.

Ho dato un’occhiata a Monti, una figura esemplare, consumata dal potere, che non vale un briciolo della follia di Berlusconi e si ostina a voler sorridere quando sarebbe molto più semplice non farlo. La sua chiamata alle armi in nome di un’emergenza che, non si sa come, avrebbe sistemato dopo averla corroborata, e la successiva convinzione di poter essere un nuovo Duce, perché il potere, checché ne abbia detto Andreotti, logora proprio chi ce l’ha – e qualcuno mi dica, se ha coraggio, che esiste una figura più logora di Andreotti proprio quando sostiene il contrario, con un ghigno beffardo che sintetizza tutto il male che ha dovuto assorbire per rimanere lì. Non ho nemmeno guardato il programma. Bum.

A sinistra naturalmente c’è il Pd. Devo dire che, come spiegò bene Massimo Recalcati in una puntata de l’Infedele di qualche anno fa (guadagnerò punti amore con questa citazione), Bersani sembra il solo leader che non professa leaderismo, ma tenta, direi disperatamente, di ricucire le fila di un’idea di partito, di movimento collettivo, senza però dare la giusta importanza alle epocali trasformazioni dell’epoca in cui vive. E’ ammirevole questa dedizione alla collettività lì dove tutti scelgono personalismi, ma è come un treno sui binari giusti, che però vada a vapore. Inoltre, la cosa che mi irrita di più è il fatto che in venti anni di berlusconismo questo grande partito non sia cresciuto per ciò che proponeva, ma per ciò che combatteva, e stenta, mi pare, a perdere il vizio.

Da quelle parti c’è Rivoluzione Civile, e qui faccio un discorso inverso, perché il personalismo qui si fa quasi idolo di se stesso e si presume che una persona, un bravo – a quanto so – magistrato sia in grado di governare e di guidare una fazione politica che è miscellanea proprio perché non è un politico. Ma questa forse è la fazione più politica di tutte, e dunque mi sembra ci sia un controsenso, così come c’era un controsenso nel credere che un dirigente d’azienda, o un preside d’economia, fossero adatti a governare perché sapevano, il primo, portare profitti alla propria impresa e, il secondo, trovare i fondi per la sua università. Le parole d’ordine di Rivoluzione Civile sono naturalmente del tutto condivisibili, ma questo partito è una mossa che, probabilmente per ignoranza, o perché non sono comunista, non capisco. Ho letto, ma non ho capito.

Tocca dire anche del M5S, a proposito del quale mi è capitato molto di discutere recentemente. Dirò brevemente perché non potrei mai votarlo, sebbene esso abbia il merito di porre l’attenzione su temi centrali trascurati dagli altri e di riprendere, anche se in maniera non originale, una serie di concetti dell’area libertaria (ma le aree le riprende un po’ tutte, il M5S, come una mannaia). Non potrei votarlo anzitutto per il leaderismo che lo contraddistingue: Grillo è il solo che si avvicina alla grandezza psicotica di Berlusconi, in questo, ed è assetato di potere come poche persone ho visto mai. Sarebbe sufficiente farlo vedere da qualcuno in gamba per essere sicuri di quanto sto dicendo. In secondo luogo perché vedo dell’ipocrisia nel parlare di rivoluzione quando in realtà, nel migliore dei casi, si vuole fare riformismo: la rivoluzione non si fa, infatti, andando in parlamento secondo le regole di chi c’è stato prima. Il riformismo mi potrebbe anche stare bene, ma questo mentire sulla sua natura mi sta già sul cazzo (ecco, già parlo come loro). Inoltre, non potrei votarlo perché è un movimento che non dà alcuna garanzia sulle scelte che faranno i suoi componenti, nemmeno in sede pre-parlamentare: non so cosa pensano dei temi più importanti, non vedo un’idea fondante, non vedo un principio. Solo temi amministrativi – e per questo sono convinto, come ho detto più volte, che sarebbe un gran Movimento se, per ora, si limitasse alle elezioni amministrative e locali, dove avrebbe bene un senso – oppure, dall’altra parte, proclami che sono un giorno nazionalisti (Noi Italiani!) e un giorno libertari (La Rete! Come se esistessero la rete italiana, la rete inglese, la rete francese…), un giorno liberisti (la Concorrenza!) un giorno statalisti (lo Stato forte!). Credo in definitiva che il M5S a livello nazionale sia una iattura e abbia molti punti in comune con tanti movimenti occidentali sciovinisti che hanno costellato la storia, e ne ho prova tutte le volte che un suo membro, schizofrenicamente, sostiene che Grillo sia “solo” un portavoce e poi lo difende da qualsivoglia accusa senza nemmeno ascoltare le critiche.

Alla fine, insomma, io voterò per queste elezioni nazionali SEL. Lo so, lo so, non è una cosa proprio anarchica. Ma è una forma di politica parlamentare che parte da idee e non da mere congetture amministrative, e che vanta dei principi. Qualcosa già è, dati i tempi che corrono. Soprattutto, è una forma politica che ha principi ma conosce la negoziazione, ovvero sa cosa significhi la vita politica parlamentare. Queste due cose devono essere indissolubili, in questo genere di democrazia. Come ho scritto altrove, infatti, la democrazia non è un ideale, ma uno strumento. E gli strumenti bisogna usarli per quel che sono, è inutile cercare di tagliare il pane con un coltello tenendolo per la lama. Inutile e dannoso.

E forse voti come il mio possono essere segnali di una sinistra non necessariamente comunista, ma fortemente sinistra. Magari segnali di fumo, ma segnali. Non sono certo di quello che faccio. Ma lo faccio. Sempre con il dubbio dentro e la voglia di sapere: prediligo il dubbio alla certezza, la domanda alla risposta, le ipotesi alle verità. Un voto dato con troppa convinzione è un voto già malato.

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Aleggiava una paura nera ai tempi in cui Kerouac scrisse On the road. Era l’atomica che premeva come un coperchio troppo stretto sulla pentola del consumismo. La prima, reale, concreta prova che l’uomo era in grado di cancellare l’umanità. Non di uccidere un altro uomo. Non di sterminare un esercito. Di distruggere l’intera specie presente sul pianeta. La fine della prosecuzione. La fine e basta. Dell’uomo, e della parola.
Nella terra che Thoreau aveva definito una nuova possibilità, il Nord America, grande, ricca, popolata da animali raramente feroci, dai paesaggi ampi e illimitati, resisteva ancora, dopo Hiroshima, un disperato senso di speranza. L’idea che andare potesse significare qualcosa. Che il moto di per sé potesse costruire un’alternativa alla deflagrazione prossima dell’umanità. Il mito dell’Ovest!

Ma la scoperta in Kerouac aveva un senso interiore e quasi religioso, in ogni caso venato dall’influenza della madre. In On the road il viaggio raccontato è quello di un ritorno dalla zia – il simbolo della famiglia e dell’infanzia. Nella vita di Kerouac i continui vagabondaggi lo portarono a ritroso, fino a Lowell, la sua città natale, dove il terzo matrimonio pare il disperato atto di chi desidera ricostituire quel che s’è da sempre perso.
Quello che resta del pellegrinaggio del vagabondo sono le epifanie di paesaggi splendidi ed orrendi, di musiche e figure umane, e sopra ogni cosa l’amicizia. Il segno tangibile, solido, incarnato dell’umanità messo di fronte, come esorcismo, alla minaccia altrettanto concreta – più concreta – dell’atomica come autodistruzione del genere umano. Kerouac veniva da una famiglia di fortissime tradizioni cristiane. Il fratello, che ricorda in quello che ritengo il suo libro più bello, Visioni di Gerard, era morto ancora bambino. Il legame era la sua ossessione. L’amicizia la sua salvezza. Il mondo qualcosa da e dentro cui fuggire nello stesso tempo.

Oggi la prima pagina de La Repubblica è una serie di titoli sui mali dei nostri tempi. Con anni di ritardo rispetto al libro di Giulio Cavalli che denunciava infiltrazioni della ndrangheta in Regione Lombardia viene fuori che, cavolo!, c’è la ndrangheta in Regione Lombardia. La crisi, ma soprattutto una corruzione malata e insensata, messa in atto da chi nemmeno sa godersi quel che ruba, la corsa al denaro che viene baciato negli spogliatoi di una squadra di calcio quasi segno divino, l’indifferenza delle persone impegnate in un consumo affrettato e scriteriato di fronte a tali vergognosi esempi: cammino sfogliando ed è un voltastomaco. Poco più sotto, un’inserzione pubblicitaria.

In uscita il 13 ottobre.
On the Road.
Il film.

Una manovra commerciale, una produzione colossale. Attori di gomma. Ma anche un segno. L’uscita di un film tratto dal romanzo di Kerouac è la – patinata e debole, perché noi siamo patinati e deboli – risposta ad un nuovo nulla atomico meno devastante ma altrettanto armato di sterminio. Ancora una volta, in una pulsione autodistruttiva irrefrenabile, l’umanità sta distruggendo se stessa colpendo duro sulle proprie fondamenta. La voragine consumistica ha ridotto l’esistenza collettiva a un margine, un orlo. In mezzo il vuoto.

E allora andate. Saltate su una macchina, andate. Non troverete nuove terre, ma forse troverete nuovi amici, insieme ai quali innescare valori nuovi e inesplorati – in fretta partite, vivete del viaggio, dentro e fuori di voi. Non c’è bisogno nemmeno di droghe, drogato com’è il mondo. Ma di frontiere. Paesaggi. Domani.
Il sogno di Kerouac era il Grande romanzo americano. Voleva essere il Proust d’oltreoceano. Un sogno, certo. Quello che serviva.

Pamarasca

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Quella della società che invecchia non deve essere una preoccupazione. Una fortunata congiuntura ha fatto sì che gli straordinari progressi della scienza medica degli ultimi decenni si incontrassero con anziani dalla formidabile tempra: quelli che furono partigiani, conobbero miserie e guerre, avevano 10 figli e vivevano senza acqua calda, lottavano per i diritti, sgobbavano e si incazzavano.

Grazie a Dio noi siamo molto più mosci di loro. Non dobbiamo preoccuparci di una società di vecchi: è solo un periodo.

10 1001

Dopo essere stati in Svezia lo scorso anno, quest’anno è toccato alla Cornovaglia. Insomma, io e Monica ce le cerchiamo: andiamo come dei beoti a passare le vacanze in località dove la gente è cortese e gentile – incredibilmente in Cornovaglia – i servizi eccellenti – incredibilmente in Svezia – la natura rispettata, la cultura alimentata, e soprattutto se ci sono le strisce sull’asfalto tutte le auto si fermano per farti attraversare.

Sì, ce la cerchiamo proprio. Ogni volta così il ritorno è più duro. E io arrivo dieci minuti in ritardo al lavoro perché avevo dimenticato l’opzione “impalato sulle strisce attendendo che l’Alonso di turno, mentre telefona, ti faccia passare”.

Pamarasca

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Quindi sei uno scrittore. Bravo!

Saprai da te che abbiamo fatto fuori i critici, gli storici e soprattutto gli autorevoli.

Sì, esattamente. Come è capitato già nell’arte figurativa. Insomma, che palle no? O una cosa piace, o no. Un po’ dappertutto è successo a dire il vero. Vogliamo parlare della politica? Ora che tutti sono Scalfari, vedi che Scalfari non è più nessuno.

Il nuovo Sapegno sarà scritto dagli utenti! E dagli scrittori stessi, naturalmente. Cosa c’è di più democratico del parlare di se stessi?

Siamo qui perciò, come da prassi, per inviarti il decalogo.

Tutto ciò che devi sapere, e fare, per autorizzarti ad essere quello che sei, e non importa che tu lo sia davvero.

1) Se hai altri scrittori come amici sui social procurati – o fingi di procurarti – il loro libro.

2) Sii sempre gentile con gli altri scrittori. Condividi qualche status. Ricorda che se metti il loro libro su anobii, anche se ti fa schifo, loro metteranno il tuo, anche se gli fa schifo. Non essere avaro di stelline.

3) Fai lo stesso con artisti di vario genere. Meglio se architetti – gli architetti tirano oggi come gli antropologi e i sociologi negli anni Settanta. Pubblica e condividi le loro riflessioni, foto dei loro lavori, naturalmente dopo aver decurtato dalla lista quelli con meno di 300 amici (inutili).

4) Metti molti mi piace. Controlla soprattutto gli status poetici di quei lettori-aspiranti scrittori e non mancare di elargire apprezzamenti. Metti molti mi piace anche agli editori indipendenti, fa tanto fico. Metti molti mi piace alle pagine alternative e culturali senza aspettare che te lo chiedano, dimostrando così una reale attenzione nei loro confronti.

5) Commenta almeno cinque volte al mese il blog di Giulio Mozzi.

6) Ringrazia chi pubblica o condivide tuoi lavori, ma lasciando passare del tempo, come tu fossi troppo occupato a scrivere il prossimo capolavoro.

7) Fai in modo che gli eventi legati alle presentazioni del tuo libro siano organizzati da altri, magari fakes, purché non abbiano il tuo stesso nome. Non organizzare eventi in prima persona, a meno che tu non sia certo di ottenere min. 300 conferme di partecipazione.

8) Non dimenticare il lavoro sporco off line: scandisci gli aperitivi con attenzione e accetta di partecipare a presentazioni di scrittori vari, purché abbiano più di 500 followers su twitter e non meno di 300 amici su facebook. Frequenta le mostre e i concerti folk. Fatti vedere mentre leggi la Gazzetta dello Sport.

9) Aggiorna il tuo diario facebook con almeno tre particolari intimi alla settimana. Ricorda che non è il libro a tirare, ma l’autore.

10) Litiga molto on line, con battute sagaci, anche con altri scrittori dei quali però non mancherai mai di elogiare l’opera (vedi ai punti 1 e 2 del presente decalogo).

Buona fortuna.

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Il fatto è che non si vedono spesso persone felici per la soddisfazione altrui. Ad esempio un commerciante che sia riuscito a trovare una merce speciale – non importa se economica o cara – per un cliente che da anni la cercava. Ma anche solo la rivista giusta, il pantalone della taglia esatta. Un vino, un cibo, un sigaro, un disco, un libro. L’attenzione, invece, è rivolta da entrambe le parti all’oggetto-merce. Su di esso il venditore si concentra. Quello il cliente crede di desiderare. Il primo considera il guadagno che farà dalla vendita dell’oggetto. Il secondo il consumo che ne farà.

Il negoziante, il barista, il ristoratore contano cassa ancora prima di verificare la soddisfazione del cliente. Il dipendente continua, dopo anni, a pensare che si tratti di un lavoro temporaneo – oppure svolge davvero un lavoro temporaneo, uno stage, un co.co.co. e non nutre particolare desiderio di imparare quel lavoro. Che poi, ogni lavoro è lo stesso: vendere una cosa.

Così, non sono le persone a parlare delle cose, ma è il contrario. L’oggetto venduto/pagato/acquistato è il linguaggio che viene utilizzato. Diviene idioma comune tra due persone che pensano di comprendersi grazie ad esso. Tutto si riduce al minimo. Il lavoro non conta altro che il denaro che riesce a procurare per comprare merce.

L’oggetto è la bottiglia che si passa di mano in mano un gruppo di ubriachi. Credono di dialogare, di parlare, ma è l’alcol a dire quel che devono pensare.

L’essere legati esclusivamente alla propria capacità di incasso e di consumo ci scioglie dal vincolo – e dal piacere – della soddisfazione altrui. Chi vende non è interessato al compratore, se non per una fidelizzazione futura. Chi acquista non ha bisogno d’altro che della merce. Il resto è una perdita di tempo. Il tempo è denaro o, meglio, il tempo è uno spazio più o meno ampio all’interno del quale è possibile consumare qualche altra cosa. Il tempo è consumo.

Ogni trasformazione sociale è impossibile, a meno che non si tratti di una trasformazione economica nel senso della libertà maggiore di consumo. Essa è impossibile perché l’altro – il cui giudizio paradossalmente si teme sempre più, poiché siam diventati merce e non vogliamo essere deprezzati – non interessa a noi né noi a lui. Il rimanere società è una semplice conseguenza della continua necessità di scambiarsi merci. Le merci sono come esseri senzienti e parlanti che edificano all’interno dei nostri spazi urbani e occupano le nostre case. Il piacere dell’altro non conta nulla e di conseguenza un ideale teorico (uguaglianza, libertà, fraternità) non ha senso. L’uguaglianza è desiderata da chi può leggerne l’effetto sul viso dell’altro. E così la libertà. Per non parlare della fraternità. Ogni cosa si riduce a possesso. Persino l’amore. Persino la filiazione è possesso. Il figlio è sempre più “mio” e sempre meno di se stesso. Tanto meno appartiene a una società non riconosciuta. Così consumiamo le persone, non solo quelle lontane, ma quelle più vicine.

Al di là del sistema politico ed economico utilizzato, la convinzione di poter essere felici individualmente e la pretesa di dover stare bene anzitutto con noi stessi – strana mescolanza di qualunquismo, pensiero hippie, psicoterapia, totalitarismo, individualismo, religione etc. – ci rende immuni da un cambiamento reale. La letteratura diceva di non chiedersi per chi suonava la campana, ma la letteratura è un bene di consumo e come tale trasmette verità opinabili, alla pari delle altre arti. Di breve durata. Così, le splendide parole di John Donne contano meno di niente, valgono sì e no per un post su facebook quando ci si sente buoni:

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Gli altri finiscono per essere funzioni della nostra soddisfazione. Ma è un paradosso, poiché non possiamo nel profondo essere soddisfatti senza che lo siano gli altri. E’ questa la premessa essenziale ad un vero cambiamento, la capacità di godere della felicità altrui e di riconoscere doloroso l’altrui male. E poiché la felicità resta una chimera, la crescita della società e la sua trasformazione sono indissolubilmente legate alla sua ricerca collettiva. Questa si chiama politica.

Sarebbe già un inizio incontrare un venditore che sia felice della gioia del cliente, oltre che del proprio incasso. O che si rifiuti di vendergli in eccesso. Questa si direbbe un’utopia.

Pamarasca

Le meravigliose fotografie sono di Lee Materazzi