Archivio Mensile:dicembre 2013

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offesa

Il post che ho pubblicato ieri ha mosso alcune polemiche. A scanso di equivoci, ci tengo a chiarire alcune cose:

1) non dubito affatto della passione, della solidarietà, della convinzione e della sincerità di tanti coinvolti, molti dei quali tra l’altro conosco e stimo da tempo. Ci mancherebbe. Quello che volevo mettere in discussione è l’opportunità di un atto eclatante e soprattutto l’utilizzo mediatico che se ne fa, a stimolare un “muro contro muro” che di fatto non esiste. Anche, da parte di alcuni, una strumentalizzazione fine a se stessa magari, solo per essere contro, senza che ve ne sia bisogno. Ci sono due approcci da tenersi contemporaneamente riguardo un problema: il primo concerne l’emergenza: quante persone abbiamo cui garantire un tetto? Quali sono le loro condizioni e quale il loro stato? Quanti letti/posti/etc. abbiamo e quanti ne mancano per questa emergenza? Il secondo concerne il termine più lungo: cosa dobbiamo/possiamo fare per affrontare un problema dalle dimensioni sempre più acute e garantire diritti? Non mi sono occupato in prima persona di questi due problemi. Lo hanno fatto e lo fanno i servizi sociali, la partecipazione democratica e il patrimonio. Ne abbiamo parlato in molte sedute di giunta. Mi sembra di poter dire che il primo approccio è affrontato attraverso vari strumenti: l’aumento dei posti letto già stabilito con somma urgenza; la ricerca e il reperimento di ulteriori sedi adatte, anche eventualmente concesse al comune in locazione; gli incontri tra amministrazione e cittadini per parlare caso per caso e verificare tutte le possibili soluzioni. Questi sono gli strumenti che ho verificato di persona, poi di sicuro gli assessorati competenti ne stanno utilizzando altri che non ho avuto modo di conoscere. Mi sembra anche di poter dire che il secondo approccio è affrontato attraverso altri, vari strumenti: l’aumento dell’attenzione nei confronti di quella che viene definita povertà estrema, di concerto con gli enti finanziatori di Un tetto per tutti e cercando soluzioni aggiuntive; la destinazione ai servizi sociali di immobili del patrimonio una volta resi agibili, ivi compreso l’asilo del quale si sta parlando, proprio per l’evidente necessità di aumentare la presenza dei servizi e garantire interventi per tutti i cittadini; una specifica attenzione alla questione degli alloggi per i bisognosi, a breve, medio e lungo termine.

E’ chiaro che tutto deve essere fatto meglio, e soprattutto assieme: la partecipazione della società a questa tematica, e il lavoro politico svolto dai consiglieri, sono essenziali, così come è essenziale che i cittadini segnalino i casi, perché quando dico che si sta facendo molto non dico mica che l’amministrazione riesce ovunque e bene. Ci mancherebbe. Quello che sostengo, ed è mia personale opinione, è che non vi fosse bisogno di un gesto di rottura e che dove l’obiettivo è lo stesso allora sarebbe molto meglio perseguirlo assieme,  dato che esistono tutti i presupposti per farlo e che le poche risorse devono stimolare la cooperazione.

2) Anche posto che il gesto eclatante fosse utile– e di sicuro ne verranno fuori anche cose utili, come un ravvivarsi del confronto cittadino sul tema – e io non credo affatto che lo fosse, il “muro contro muro” mediatico che ne emerge è del tutto fuori luogo. Prendiamo pure atto che i giornali ci tengono a tenere vive le polemiche, ma il resto mi sembra strumentale ed eccessivo. Faccio alcuni esempi: il Comune si è adoperato immediatamente e di concerto con le associazioni affinché le persone coinvolte e bisognose avessero quanto di necessario, perché dire il contrario? Il Comune ha portato un volantino, un semplice foglio scritto in più lingue, nel quale si indicava la volontà di risolvere caso per caso i problemi urgenti e date e luoghi per farlo, ma non è riuscito a distribuirlo. Perché? Leggo post che accusano il Comune di assenza, laddove la cosa mi risulta seguita alacremente, specie per quanto concerne il reperimento di sistemazioni e beni di prima necessità. Così come leggo post, questi sì di vecchia politica, che ci rimproverano di non essere andati lì. Su questo ho qualcosa da dire: anzitutto, questa giunta non esattamente una giunta standard e la presenza e l’affaccendarsi di Foresi è di tutta la giunta, non di un pezzetto di essa staccato dal resto, come capita nelle giunte organizzate partiticamente; per questo, anziché fare rappresentanza, credo sia utile che siano al lavoro e presenti, chi in loco chi non, tutte le persone competenti del Comune; infine, e aggiungo una nota del tutto personale, ho pensato di passare all’asilo, per vedere cose che un po’ conosco – ho pratica sia di persone bisognose sia di occupazioni, anche se ogni situazione è diversa – e parlare di rettamente con persone molte delle quali, come ho detto, conosco personalmente e stimo. Non è certo una chiusura programmatica ad avermelo impedito, ma una serie di altre cose. Certo è che una chiusura assoluta nei miei confronti da parte di chi non mi aspettavo non ha aiutato.

3) infine, in margine ad alcuni commenti al mio precedente post, mi limito a puntualizzare su un paio di cose: a) mi spiace che si sia inteso un atteggiamento da “lesa maestà”: quello che intendevo è che c’è una “lesa comunicazione” e che non c’è sempre bisogno di una battaglia. Questo, ripeto, al netto delle buone intenzioni e della solidarietà di molti; b) peccato che chi mi conosce, anche se non bene, e sa perfettamente che non mi tiro indietro quando si tratta di simili problemi abbia cambiato atteggiamento repentinamente e preconcettualmente, e addirittura parli di “vergogna”. Ci tengo a dire che quanto ho detto è il mio pensiero e lo sarebbe stato anche se non avessi rivestito questo ruolo. Invece, ci sono persone che, da quando lo rivesto, fanno di tutto per incasellarmi in uno spazio non mio, forse perché troppo legate a un manicheismo che oggi, in sede di enti locali, non ha ragione di essere. Se avessi voluto solo discorrere, avrei continuato a occuparmi del mio blog; c) non dubito della perfetta buona fede di molti, specie di alcuni che si sono sentiti feriti da quanto ho scritto, ma che c’è chi ha in mente di tenere quel luogo per gestirlo è stato detto a una persona della quale mi fido, non me lo sono inventato. Che poi non sia il pensiero di tutti è un altro discorso; d)  tutto quello che riguarda la questione-casa è essenziale: quindi occupiamoci del problema assieme, come collettività, perché l’obiettivo è lo stesso e le questioni possono essere risolte. Non c’è sempre bisogno di scontro, anzi, oggi, nei comuni, c’è bisogno di incontro. Dove necessario, di negoziazione sulle singole soluzioni, con il coinvolgimento, è ovvio, soprattutto dei diretti interessati.

 

 

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Ho avuto a che fare con le occupazioni diverse volte nella mia vita. Sono sconcertato però, oggi, nel ritrovare una forma di antagonismo o, meglio, una declinazione dell’antagonismo così estranea ai tempi, e alla realtà municipale nella quale tutti conviviamo.

Quando abbiamo parlato dell’occupazione di via Ragusa in Giunta ci siamo adoperati perché alcune cose fossero chiare: anzitutto la posizione dell’amministrazione, in un Comune che eccelle in tutta Italia per i servizi forniti, 365 giorni l’anno, ai senza tetto e anche per la capacità di risolvere il problema casa caso per caso con concretezza, senza fare troppa retorica e senza vantarsi sui giornali il giorno dopo. Naturalmente si deve fare sempre meglio, assistere di più, tamponare le falle del sistema.  Ma aggiungo che questo Comune ha, presso l’assessorato ai servizi sociali, figure davvero speciali che hanno a cuore come poche altre le persone bisognose e non si tirano indietro di fronte a nulla, tanto meno di fronte alla burocrazia.

Allora, abbiamo detto qualche mattina fa in giunta: che proponiamo a queste persone?

I servizi sociali hanno le risposte esatte e non sono io, in un blog personale, nel quale sono Paolo prima di tutto,  a doverle elencare: mi auguro si sia riusciti a comunicarle ai diretti interessati, nel migliore dei modi.

Sì perché questa è la cosa strana: i diretti interessati, quelli che potrebbero usufruire dell’aiuto – sacrosanto – dell’amministrazione, non si riesce a contattarli facilmente. C’è attorno a loro una sorta di cordone antagonista, che fa da filtro, ma filtro soggettivo, barriera preconcetta.

Diversi anni fa accadevano cose simili nella Milano che abitavo. In effetti aveva un senso, perché le istituzioni locali non andavano tanto per il sottile, ancor meno in una metropoli, e quindi capitava che i centri sociali esistenti e altre realtà estranee alle istituzioni si prendessero carico di portare la voce e di proteggere i più sfortunati. Lo facevano non sempre in maniera disinteressata, ma spesso sì, tentando di aprire gli occhi a una società che ignorava bellamente certe tragedie e ad enti pubblici che non si erano preparati per tempo, nella migliore delle ipotesi.

Oggi, e ad Ancona, questa scelta mi pare del tutto fuori luogo, sono sincero, e chi mi conosce sa che non parlo per partito preso. Voglio spiegare i motivi della mia contrarietà:

a)      da quei tempi molte cose sono cambiate e gli enti locali sono meglio attrezzati, e soprattutto in molti caso (uno è Ancona) più propositivi e costruttivi di fronte a simili emergenze. E’ chiaro che non avremo spesso le soluzioni ideali, ma si riesce a garantire, caso per caso, i diritti fondamentali. Un paio di esempi: se un Comune si preoccupa di alcuni nuclei familiari senza fissa dimora, e può proporre una soluzione temporanea in attesa di quella definitiva, e quella temporanea consiste nel sistemare e assistere una madre e i bambini in una struttura assolutamente adeguata da una parte e il marito/padre in un’altra struttura diversa, questa non è la soluzione ideale ma è un tetto sulla testa e una cura del bisogno che permettono di portare avanti le pratiche per una soluzione ancora migliore. O se una persona ha la necessità di un tetto e un Comune mette a disposizione non quel tetto che la persona vorrebbe, non proprio cioè nella via desiderata, nel quartiere individuato, beh, non sarà l’ideale nemmeno questo, ma è una casa, è la garanzia di un diritto che è premessa essenziale e del resto poi si parla. E anche quando non si è così bravi o fortunati, si parla. Ecco, appunto: si parla. Com’è che nessuno vuole parlare, e soprattutto vuole far parlare? Perché ci si mette a fare da cuscinetto dove di cuscinetto non c’è bisogno?

b)      Il dialogo e la disponibilità ad affrontare congiuntamente temi fondamentali come questo sono alla base del lavoro di questa amministrazione, che nell’affrontare i problemi vuole sempre migliorare: è offensivo, triste e strumentale affermare il contrario, anche perché le stesse identiche persone che lo affermano sanno di avere sempre avuto la porta aperta, di avere sempre avuto un appuntamento a disposizione e anche di più, di avere sempre avuto di fronte sincerità, atteggiamento diretto e costruttivo, al di là delle singole opinioni. La strumentalizzazione che sta dietro quello che accade in via Ragusa proprio non mi va giù, e parlo da diretto interessato perché conosco bene persone che sono nelle stesse condizioni e solo immaginare che, oltre a vivere male come so, vengono strumentalizzate davvero fa arrabbiare anche me (e aggiungo che quello che accade mette in condizioni davvero difficili i richiedenti asilo); questo al netto di carenze degli enti locali, che però, come ho detto, possono essere affrontate assieme molto meglio;

c)      Per le ragioni suddette resto avvilito dall’antagonismo per l’antagonismo, laddove non sarebbe affatto necessario. Sarò ancora più schietto. Una volta, se uno voleva autogestire uno spazio e lo doveva occupare, lo occupava, lo difendeva, e casomai poi vi ospitava delle persone che per vario motivo potevano averne bisogno. Nessuno si sarebbe sognato di usare quelle persone per occupare uno spazio che, in fondo, non è un appartamento o un condominio… ma non voglio sospettare tanta malafede. Dico solo che le cose in questo comune si possono risolvere parlando. Che una municipalità di 100.000 abitanti civili ha la possibilità di mettere in piedi sistemi di dialogo contemporanei, adatti ai tempi, e non ha bisogno né da una parte né dall’altra di persone che scimmiottano un po’ alla provinciale quanto avviene in metropoli di milioni di abitanti;

Viviamo in una strana società, che è cambiata tantissimo in pochissimi anni. Mario Giorgetti Fumel, in un bel libro sulla precarietà, ha inquadrato esattamente il cambiamento e ha sottolineato che, oggi, c’è la necessità che i cittadini, e in special modo i giovani, sacrifichino una fase della loro vita, quella della “ribellione” e accettino di istituzionalizzarsi prima possibile, cioè di dialogare costruttivamente con le istituzioni e anche di farne parte. E’ questa la chiave, secondo lui, di una nuova politica e di una nuova società. Da parte mia, aggiungo che questa svolta può partire proprio dai municipi, dai centri medio-piccoli come quello in cui viviamo. D’altro canto, è ovvio, le istituzioni devono de-istituzionalizzarsi in sincrono, altrimenti non vale. Noi lo stiamo facendo, e la cosa è davanti agli occhi di tutti. Dov’è chi dovrebbe camminarci incontro? Perché così tanta gente continua a godere nell’immaginare un muro lì dove c’è una porta?

Mi dispiace accertare che se quello che sta accadendo ha un senso, questo senso è strumentale, non so quanto volontariamente. Strumentale al godimento del singolo che premette l’antagonismo persino al tentativo di dialogo, un antagonismo incapace di rinnovarsi nonostante tutto, e strumentale a chi preferisce usare chi ha bisogno come scudo o come bandiera, anziché prendersene cura e aiutare la collettività a farlo.

Okkuparsene.

Ho avuto a che fare con molte occupazioni nella mia vita. Con questo genere mai.