Archivio Mensile:aprile 2013

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La superficialità con cui approcciamo il linguaggio nei social media genera ritardi nella nostra capacità di condivisione e di connessione reciproca. “il web ha fatto sì che la cosa più complessa che ci sia al mondo, il linguaggio, si sposasse con la più veloce, l’elettricità” (De Kerchoove). Questo non significa che dobbiamo pretendere semplicità dal primo, o soste dalla seconda.

Ciò che si nota invece è la fatica nel mantenimento di un senso critico e analitico di fronte alla complessità della comunicazione e, in risposta a tale fatica, la scelta di una comunicazione basica, tranchant, che privilegia il giudizio affrettato rispetto alla comprensione. Il linguaggio, cioè, si mette a correre dietro all’elettricità.

Correndo, si spoglia dei vestiti come un atleta imbottito di abiti. Ma un atleta che corra così veloce ha bisogno di abiti, o la rapidità gli porterà via persino la pelle. Via via che si spoglia, il linguaggio (cioè noi) si abbruttisce: diventiamo sempre più cattivi, aggressivi, nella migliore delle ipotesi ci dilettiamo nel sarcasmo, che è la cifra attuale dei social network. Altro che connessione, altro che condivisione. Leggiamo gli altri pensando alla battuta brillante e feroce con la quale possiamo rispondere. Quindi, non li leggiamo affatto.

Vanno per la maggiore hashtag  che evidenziano il gusto dello sberleffo e la presunzione di superiorità: ma lo sberleffo è una gran cosa quando proviene dal basso, come una pasquinata, come la “risata che vi seppellirà” dell’anarchia. Da altre direzioni, è #snob.

Se fosse parlata, la comunicazione sui social network sarebbe incomprensibile, perché battiamo sulla tastiera contemporaneamente, via via che pensiamo alle cose, quasi sempre senza aspettare la risposta altrui – perché ci sono tanti modi per esprimere un concetto e non ce ne vogliamo perdere nemmeno uno, vogliamo vomitare fuori tutto quel che abbiamo – quasi liberarcene con fastidio.

Tutta questa velocità ci rende maniaci. Tutta questa mania vuole più velocità. Questo può portare ovunque: all’intelligenza collettiva di Levy, non credo a quella connettiva di De Kerchove, o altrove. Per ora, porta a una gran maleducazione, e alla perdita di complessità. Come se la complessità, che è la cifra dell’umano, sia un difetto.

Abbiamo impiegato millenni per capire di essere complessi.

Le persone che oggi operano sui social network hanno il dovere morale ed etico di privilegiare il dialogo allo scontro, di costruire un senso civico nuovo, adeguato al mezzo di comunicazione, allo spazio in cui ci si muove. Se si guida, si va sulle ruote e si segue un determinato codice – che è la negoziazione di comportamenti capace di evitarci gli incidenti, se si naviga non si va in acqua con le ruote e si segue un codice diverso.

Internet non è ancora alla portata di tutti. Lo possono usare, soprattutto, le persone che hanno risorse economiche, sociali e, quindi e molto spesso, culturali. E’ loro preciso dovere costruire il codice di una comunicazione complessa, senza cedere alla tentazione dell’abbruttimento. La partita si gioca tutta qui: nella rinuncia a “viver come bruti”, ora che lo si potrebbe fare per davvero, e nella scelta di reale condivisione rispettosa delle reciproche complessità.

Pamarasca

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LeeMaterazzi_nudo

Si fa un gran parlare di questa Violata, ancora. Intendo la statua dello scultore Floriano Ippoliti posta all’ingresso della Galleria San Martino di Ancona e intenzionata a rappresentare la fierezza delle donne vittime di violenza. O, meglio, re-intenzionata, dato che prima di questo nuovo impiego pare si intitolasse Donna con borsetta (non è dettaglio da poco, questo, anzi…). Il parlare è un po’ confuso e a me dolgono alcune cose: che tutti si parli d’arte così, come di noccioline; che la protesta contro questa opera sia intesa come censura fisica, delle nudità della statua. Quindi torno sull’argomento, dopo aver scritto qui altre cose.

 1)      la polemica, dicono, ricorda i mutandoni di Michelangelo.

Nel caso del Buonarroti, la Congregazione del Concilio di Trento ordinò a Daniele da Volterra di coprire le nudità del Giudizio Universale che andavano in direzione opposta alla linea politica del Concilio stesso, sommo regolatore della cultura tutta di quell’epoca che si pronunciò, anche se con una certa vaghezza, sul nudo nelle opere d’arte (Omnis denique lascivia vitetur ita ut procaci venustate imagines non pingantur nee ornentur). L’intervento non aveva nulla a che vedere con voci del popolo, critiche esterne o altro, ma era un aggiustamento legato ai precetti resi noti da Gilio da Fabriano (ci voleva almeno un perizoma, diceva Gilio, per le nudità dei Testi Sacri) e quelli che si scagliarono contro il Giudizio furono ecclesiastici, o persone che avevano un tornaconto nel farlo, come ampiamente dimostrato dalla storia dell’arte e dalla storia della chiesa.

Detto questo, le voci levatesi contro la scultura di Ippoliti – al di là di qualsivoglia giudizio – non se la prendono con la nudità, ma con la mancanza di riguardo nei confronti di quelle che dovrebbero essere le destinatarie dell’opera: le donne vittime di violenza. Non si mette, cioè, in discussione, la presenza di seni e natiche – per carità, allora dovrebbe chiudere il British, perlomeno – ma la non riuscita dedica – e come potrebbe essere altrimenti, dato che la statua si chiamava Donna con borsetta fino a qualche tempo prima? (insistiamo su questo, che è argomento decisivo). Insomma, con i Mutandoni di Daniele da Volterra, peraltro allievo appassionato di Michelangelo, non c’entra proprio nulla questa querelle.

2)      la polemica tira in ballo l’atteggiamento della Chiesa – definito “di manica larga” laddove invece le iconografie della maggior parte dei dipinti che amiamo furono studiate rigorosamente a tavolino dai rappresentanti della Curia e non si concepiva nemmeno un artista autonomo – e cita un’altra opera: La madonna dei pellegrini di Caravaggio. E’, questo, uno dei dipinti che amo di più e qualche settimana fa sono stato a ri-vederlo assieme a Monica e altri amici. Ci vado sempre, lì e a San Luigi dei Francesi. Tirandolo in ballo, si commettono alcuni errori: la Madonna non fu mai tolta dall’altare, semplicemente i committenti – non la curia, ma gli agostiniani, rappresentanti di quella chiesa in cui abitò Egidio da Viterbo, ovvero colui che discusse con Raffaello tutta l’iconografia delle Stanze Vaticane – rimasero perplessi e indecisi sul pagamento al pittore. Cosa che spesso accade anche ai committenti odierni. L’equivoco deriva da un passo del Baglione, pittore zuccariano, rivale affascinato del Caravaggio e autore delle biografie secentesche, il quale scrisse che, di fronte all’opera, “dai popolani fu fatto estremo schiamazzo”. E però nel 1992 il Bologna chiarisce questo passo, sottolineando come il termine “schiamazzo” nel Baglione non abbia accezione negativa, ma di stupore, e addirittura, in un altro caso, positiva: “plauso, esaltazione”. I piedi gonfi e nudi del pellegrino, come ben chiaro a tutti all’inizio del Seicento, sono simbolo di obbedienza e fedeltà e di lì a poco lo chiarirà anche Federico Borromeo, nel suo De pictura sacra. Lo stupore sarà magari per il realismo, per la sorpresa della pittura caravaggesca, che non è mai stata così eretica o anti-istituzionale come piace pensare a noi moderni. Certo, qualcuno se la sarà presa: si era, non dimentichiamolo, nel pieno della Guerra Fredda fra cattolici e protestanti, quando, alla faccia della “manica larga”, dominavano la scena l’Index Librorum (cancellato nel 1966!) e tutti, ma proprio tutti i pittori, dovevano pensarci due volte prima di mettere mano a una pala d’altare. Il Concilio di Trento fu uno dei massimi esempi di regolamentazione dell’arte e soprattutto di utilizzo dell’arte a fini di propaganda politica anti-protestante. E se venne processato solo un pittore (il sommo Paolo Caliari, che si difese dicendo che i pittori si prendono le licenze dei pazzi ma fu condannato e ritoccò l’opera in questione senza più aprir becco) è perché gli artisti si adeguarono ai dettami, cosa tutt’altro che scandalosa ai tempi.

3)      Non credo si debba molto parlare d’arte: se il problema fosse la censura di seni e sedere, che fare delle vacche tagliate in due di Damien Hirst o delle sfilate sanguinolente di Franko B, ma anche delle fotografie di Man Ray e di tutta l’altra ciccia artistica che ci circonda? Eppure, il problema c’è: nell’epoca, come ho già avuto modo di dire, senza padri che viviamo, dove latita l’autorevolezza e ci si affida spesso – erroneamente – in vece sua all’autorità, la politica deve fare professione di umiltà. E non pare umile imporre un’opera senza un bando o un progetto di idee, specie se su un tema così importante, o, in alternativa, una storia dell’artista che deve avere proporzioni indiscutibili, internazionali, direi quasi colossali. Non me ne voglia Ippoliti, che ha tutta la mia stima. Capita.

4)      Quando si citano ad esempi di censura Hitler, Stalin o i soliti mutandoni del Volterra – povero Volterra, sfottuto già da vivo e poi messo in mezzo a questa faccenda – si dimentica che proprio Hitler, Stalin e la Controriforma fecero quello che a quanto pare si fa ancora oggi: decisero politicamente cosa era arte, e la imposero. Chi somiglia a loro, dunque? Chi se la prende per un’opera che ritiene non riuscita non artisticamente, ma civilmente, o chi la compra e la colloca in un tessuto urbano senza affidarsi a giudizi di esperti del settore, o a concorsi? Poiché la scultura in questione viene dalle istituzioni, la domanda pare lecita.

5)      Le persone che hanno coperto la statua hanno commesso un errore di comunicazione però, va detto con il senno di poi: sebbene nel blog di Luna Margherita Cardilli sia spiegato il senso del gesto, questo è stato letto come un coprire le nudità, e non come un proteggere la persona. E’ stato, cioè, inteso nella sua valenza meramente iconografica, senza arrivare a una lettura più profonda. Ma è evidente, credo, che il problema non stia in un capezzolo. La protesta – che per i miei gusti talvolta assume toni eccessivi, troppo duri, troppo virati allo scontro quando un avvenimento così potrebbe essere uno spunto di dialogo – non può essere paragonata a un atto censorio. Si è toccata una sensibilità civile, e con questo bisogna fare i conti, come giustamente qualcuno ha detto.

Insomma, a questo punto della storia, si può anche ammettere che si sia commesso un errore di impostazione. Umiltà è anche questo. E in tutta sincerità, se io fossi l’autore, la prenderei e me la porterei via nottetempo, la Violata, perché anche l’opera – non solo quel che raffigura – merita d’essere protetta, e un padre lei ce l’ha.

Concludo con una piccola nota: si tratta di una sola opera in un contesto urbano e culturale pieno di problemi, è vero. E forse se ne fa anche troppo parlare. Sarebbe bello però che si creasse un dialogo, e non venga vissuta questa cosa come scontro tra fazioni opposte: si può partire da un angolo qualsiasi della casa, per riorganizzarla tutti assieme.

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La grande sala – una trentina di tavoli, quattro occupati. Uno, da più di una persona. Buonasera, Buonasera, Sono solo, prego, si accomodi. Va bene qui? Benissimo, grazie. Sedie come troni in miniatura, stoffa rossa decorata, ciotole che teniamo uguali da qualche parte a casa. Ha deciso? Involtini primavera, ravioli al vapore, e spaghetti alla soia con carne, grazie. Da bere? Un quarto di vino bianco, anzi no. Una birra cinese. Tsingtao.

C’è, nell’ultimo libro di Emidio Clementi, un passaggio straordinario. Un anziano direttore d’orchestra osserva attraverso il finestrino dell’auto che lo porta in albergo i resti della modernità che ha illuso il genere umano: edifici ormai cadenti, utensili che assicuravano il futuro abbandonati come cessi di Duchamp, scelte urbanistiche che regalavano fiducia depresse e demolite dall’usura. Una cosa breve, di qualche anno, il cui fallimento ha costretto l’umanità a ritrarsi in fretta nel guscio della nostalgia, come una lumaca spaventata. Qualche sera fa, proprio Emidio, in un locale nel quale ci trovavamo dopo la sua presentazione milanese, si guarda attorno. Ci sono vecchi tavoli da cucina, bicchieri anni sessanta, il bancone da bar di partigiani, varia roba vintage e tanti ragazzini. Prendiamo una grappa. “Ecco” mi fa “mia madre qui direbbe ‘ma cos’è tutto questo vecchiume?’ perché fino alla sua generazione non sarebbe stato possibile tutto questo guardarsi indietro.” Siamo noi, invece, a essere nati già nostalgici, figli del fallimento del moderno. Malinconici in partenza.

Dice la gente: l’apocalisse. Vanno di moda i libri apocalittici. Questi uomini che si trovano a combattere per la poca acqua rimasta, si sbranano, versioni sommesse e verosimili – in fondo – di Mad Max. Metafore, e futuri immaginari. L’apocalisse d’altronde è tornata in auge dappertutto, i toni savonaroliani dei politici, i film sulla fine del mondo, le invasioni, i virus, i naufraghi che si arrabattano nei telefilm. Ma stavolta il ritorno dell’apocalisse come leith motiv della narrazione nasconde una speranza e non, come fu decenni addietro, ai tempi della guerra fredda, una paura. La cerchiamo, la vogliamo, la aneliamo: se non siamo capaci di sognare un futuro splendente, almeno ci sia data – ma da chi? – una splendente fine.
Rimarrà però un sogno quello di essere partigiani su monti infestati dalla cattiveria, di combattere su un ring di ruderi, di addormentarsi stanchi i piedi avvolti negli stracci impugnando una pistola rimediata.

L’apocalisse d’oggi è nella decadenza del ristorante cinese nel quale sono entrato, da solo, mentre Monica è a un convegno. Mi piacciono i ristoranti cinesi. A Milano vivevo dietro via Sarpi e mangiavo spesso nella bettola sotto casa. Ma anche in un ristorante di lusso, pechinese, dove riuscii a trascinare mio padre – non lo dimenticherò mai – che apprezzò oltre misura un pollo in crosta guarnito con l’ananas, ai tempi una vera novità. L’agrodolce s’affacciava nella nostra vita. Tornato ad Ancona, un ristorante cinese aprì sopra il Thermos, al posto di un circolo misterioso nel quale avevo passato, davanti ai videogiochi, le mattine di seghino (poche, ero un vigliacco). Al ristorante cinese mandai numerosi musicisti a mangiare, e spesso andavo anche io, quasi sempre solo, nell’ora di chiusura tra l’aperitivo e la nottata. Una volta difesi il padrone da alcuni teppisti. Poi prese fuoco il ristorante, o almeno ci provò. Venne fuori del fumo dalla cappa, arrivarono i vigili e credo che il proprietario si sia beccato una denuncia. Chiuse, comunque.

La passione per i ristoranti cinesi è una faccenda tutta della mia generazione. Una madeleine postmoderna. E difatti proprio Emidio, qualche anno fa, mi porta nel suo ristorante cinese preferito, nel centro di Bologna. Un corridoio stretto, la tv, qualche avventore solitario. “Piace molto a Leo”, mi dice. Parliamo con grande confidenza: nei ristoranti cinesi il tempo si ferma nel preciso istante in cui l’esotico e il sogno hanno ancora cittadinanza e l’esperienza non è ridotta a mero atto di consumo. Il tempo di quando eravamo ragazzi – la prima generazione non-cresciuta della storia.

Noi, così nostalgici di nostro, ci sguazziamo nella soia.

Oggi la ragazza che mi serve è bionda, ha lineamenti occidentali e parla l’italiano come una cinese, fa uno strano effetto. Mi guardo attorno. La prima volta venni con alcuni amici, era l’inizio degli anni Novanta. Dalle statue posticce che fiancheggiano la scalinata che unisce le due sale usciva dell’acqua gorgheggiante.C’erano luci intermittenti, e pesci colorati nell’acquario. La musica cinese sembrava persino bella e i bambini giocavano con i vassoi rotanti dei tavoli più grandi. Il cibo era lo stesso. L’odore di fritto, e di salse e precotto. Sembra lo stesso anche il separé davanti alla cucina, dal quale ora spunta il capo di una giovane cameriera, intenta a sbadigliare vistosamente. Poi mi vede, che la guardo, e sfila via.

E’ tutta qui l’apocalisse: nei ristoranti cinesi in cui si va da soli per gustare sulla punta del cucchiaio una salsa piccante che sembra rimasta ad aspettarci, davanti a statue colossali di dragoni dagli occhi spenti, mentre il figlio del padrone legge la Gazzetta e nell’acquario boccheggiano due carpe enormi.
Forse, hanno la grappa alla rosa.

L’immagine è tratta dal Tumblr de La ragione delle Mani

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Le parole, anche una sola. Le parole devono salvare – magari dolorosamente, ma salvare. Le parole, per quanto pesanti, devono attutire il peso di un’azione eventuale, come l’abbaio di un cane non si tradurrà sovente in morso.

Se un uomo decide di farla finita – per la miseria, per la vergogna, per una vita diversa da quella che avrebbe voluto e questa discrasia non regge più – tra il passaggio all’atto del togliersela, la vita, e il suo corpo, ecco ci sono le parole. I guantoni del pugile che evitano – non sempre, ma spesso – il collasso cardiocircolatorio l’incrinarsi delle ossa, la fatalità. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… in piedi!

Ma quando l’atto – il suicidio – non investe una singola persona che non ha saputo – non ha potuto – infilarsi i guanti, o a cui nessuno li abbia legati, quei guanti, e invece investe due persone che tra di loro comunicano con le parole, che possono sperare grazie a quello che sanno dirsi, che possono comunicarsi il male e dunque, in qualche modo, allontanarlo, e nonostante questo si uccidono assieme, dopo averlo pensato, deciso, concertato.

Quando accade questo – non c’è nessuno che ci salvi. Insegnamoci di nuovo a parlare con coraggio e non con rabbia – con speranza e non con vergogna. Veliamo la finestra aperta sull’angoscia.

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ICONOGRAFIA E ICONOLOGIA

Una donna salda sulle proprie gambe. Il busto eretto, le braccia tese e leggermente divaricate, i vestiti strappati – ad arte. Vista di fronte mostra il viso e il seno fiera. Vista dalla parte opposta scopre le natiche a causa della sorprendente esattezza della lacerazione della veste. Il corpo giunonico è contraddetto da quello che, in altra sede, si direbbe un inserto ironico: la borsetta.

Sul piano iconografico i riferimenti sono molti. Dai kouroi di età arcaica alla classica Giunone e, soprattutto, alle polene delle navi e a sant’Agata, martirizzata con l’asportazione del seno e per questo spesso rappresentata con la veste abbassata sull’addome. Attorno, uomini beceri armati di tenaglie.

C’è poi un piano iconologico che interessa per due ordini di idee.
Il primo: la donna si rialza fiera. Assistiamo a un rovesciamo della rappresentazione tradizionale, che vuole la donna raccolta su se stessa, accartocciata, sostenuta da mani altrui, costretta da quel misto di dolore, paura, rassegnazione e vergogna che rende la violenza sessuale l’esercizio più scellerato di potere di un essere vivente su un altro. Teatro, letteratura e cinema ci hanno trasmesso la fatica, per la donna violata, di riappropriarsi della propria esistenza. Di una dignità. Pensiamo a Franca Rame, a Concita Di Gregorio, alla Jodie Foster di Sotto accusa, antipatica e provocatrice, e per questo ancora più capace di colpire allo stomaco lo spettatore.
Qui, la donna si solleva sulle proprie gambe e drizza in avanti il busto, mostrando fiera il corpo e il seno simbolo della sua femminilità, oltre che sede della violenza subita. E’ sola e pronta a riprendersi il suo ruolo (la borsetta) e sembra quasi non abbia bisogno di niente. Si cela così, nell’opera, un’idea di fierezza ambigua, come se la società possa anche fare a meno di esercitare un ruolo – di sostegno, di protezione, di ascolto, di attribuzione della dignità perduta. Se la cava da sola, lei!
Il secondo: la donna morbosamente scolpita e svestita. Non so se intenzionalmente, lo scultore – e non è un caso un certo diffuso e pruriginoso scandalo – riflette l’essenza voyeuristica del tempo: la statua è parente stretta delle immagini e dei video che spiamo attraverso i monitor, soffermandoci sul dettaglio della tortura, della violenza e della tragedia. La guardiamo, ci offendiamo e la spiamo, quindi ci incazziamo anche di più. Che sia un effetto voluto o no, c’è dentro questo manufatto, come spesso accade, una verità. E noi ce la prendiamo perché riconosciamo il nostro sguardo.

CENSURA

Distinguiamo: c’è chi solleva il problema dell’estetica – arte o non arte – e chi invece parla di offesa alle donne, prime fra tutte alle vittime delle violenze. La storia dell’arte e del costume è piena di opere più o meno riuscite e rifiutate, ma in un certo senso colpisce, nell’era della condivisione dei contenuti, l’esercizio della censura. Trecento, quattrocento o duemila firme si possono raccogliere per togliere di mezzo qualsivoglia opera, per impedire la programmazione di un film, per eliminare dagli scaffali un libro. Per questo, il discorso estetico va condotto su altri binari: è vero, il brutto ci pervade e violenta le nostre città, ma lo si affronta con l’educazione al bello e con la diffusione del bello, disinnescandolo cioè, e circondandolo. Esisteranno sempre libri brutti, film brutti, quadri e sculture brutte. Il problema è quando esistono solo questi, e quando chi si occupa della cosa pubblica non si arma di strumenti di giudizio validi. Ben diversa è la questione dell’offesa alle donne e alle vittime della violenza, poeticamente espressa nel suo blog da Luna Margherita. Se un’opera, non importa se riuscita o meno, arreca ulteriore danno psicologico alle vittime di violenza, allora stiamo parlando d’altro. E in questo caso la parola va data alle associazioni di donne, a chi si occupa da tempo di queste problematiche, e sarà bene trascurare la querelle sulla validità artistica della giunonica polena.

AUTOREVOLEZZA

Validità artistica, appunto. La scultura e il dibattito attorno ad essa sono figli di un’epoca difficile. Iniziava, l’epoca, negli anni Settanta e infatti lo storico dell’arte Hans Belting prendeva di petto la questione in un piccolo libro dal titolo emblematico: La fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte. Belting sosteneva l’opportunità di considerare “l’indagine sul mezzo artistico, sull’uomo storico e le sue immagini del mondo” come “un esperimento permanente” e anticipava così un’epoca priva di storia e piena di cronaca, vuota di riferimenti, che ci lascia liberi sì, ma liberi di cosa? Un discorso caro allo psicoanalista Massimo Recalcati, maitre a penser dell’evaporazione della figura paterna, che non si traduce in rimpianto di autorità, ma in conferma della vittoria di un discorso capitalista e consumista: “come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un ‘perché no?’ che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite […] se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica del consumo e dell’appagamento senza differimenti?”.
Nel caso della storia e della critica d’arte tutto ciò si traduce nella libertà d’essere artista di ognuno al di fuori di un limite posto dalla tradizione – non rinnegata, come si conviene, ma semplicemente negata – o dalla critica che s’è affossata da sola, alla pari un po’ della politica odierna, tra giochetti, favori, perdita di spinta ideale, battibecchi e creazione a tavolino di fenomeni. Il desiderio dell’artista, oggi, non è più appartenere a una storia dell’arte, ma ottenere consensi immediati dal pubblico più vasto possibile, rincorrendo giocoforza l’originalità e la sorpresa e, in tal modo, i “mi piace” che attestano di fatto l’essere artistico di un manufatto.

Tutti, così, diventano artisti e critici, urbanisti e architetti, ma anche e soprattutto consumatori del prodotto-arte, cui mettono stellette come su un ostello di TripAdvisor. Il mio non è un discorso aristocratico: nella prima metà del Seicento la cittadinanza di Mantova si ribellò con violenza alla scelta dei Gonzaga di alienare buona parte della collezione di Isabella d’Este. Sentivano, i mantovani, che la loro identità, la loro cittadinanza era legata a quel patrimonio artistico, portatore sano di identità collettiva. La vendita li stava spogliando di se stessi, dal momento che una collettività ha bisogno di simboli per riconoscersi e sentirsi unita. L’arte, in questo caso, disegna un’appartenenza e garantisce ai cittadini vita anche dopo la morte, nella prosecuzione dell’essere città.
Oggi la fruizione immediata e consumistica dell’opera ha sterilizzato i maestri della storia e della critica d’arte, i grandi padri (i Gombrich, i Panofsky, i Venturi, i Longhi, i Brandi, i Belting) che non hanno generato prole armata dell’autorevolezza necessaria per stabilire criteri. Criteri su cui contare ma anche, è chiaro, da sfidare con forze giovani e creative. Così, prodotto dopo prodotto, merce dopo merce, l’arte si disinnesca ancora prima d’essere partorita.

CRITERI RESIDUI

Per non perdersi in questo mare e non accettare la disfatta alcuni criteri, sia pure posticci, devono essere adottati da chi si occupa di arte e anche di cosa pubblica. In questo caso, per affrontare un tema tanto impegnativo, è forse necessario affidarsi a un concorso di idee, o a un altro bando simile, con tanto di giuria il più possibile competente, al netto di quanto detto qui sopra. In alternativa, l’artista deve vantare un curriculum straordinario, non me ne voglia Ippoliti. Mi chiedo: può un’opera destinata a rappresentare – in una comunità, per una comunità – il dramma della violenza sulla donna costare 17.000 euro? Scriveva John Ruskin nel 1857:
“stanchi di una brutta cosa da poco, la gettiamo via e ne comperiamo un’altra altrettanto brutta: e così continuiamo a guardare cose brutte per tutta la vita. Ora, proprio gli stessi uomini che ci propinano tutte queste brutte e frettolose immagini sarebbero invece capaci di crearne di perfette. Soltanto che un’opera perfetta non può essere eseguita in poco tempo, né il suo prezzo scendere, pertanto, al di sotto di una certa soglia.”
17.000 euro è il prezzo di una Fiat Bravo EasyPower Mylife (gpl).

CONCLUDENDO

Personalmente ritengo che Ippoliti si sia cimentato con un tema sopra le sue – e non solo sue, ma della maggior parte dell’universo artistico – possibilità. Ma non è sul lavoro artistico che bisogna concentrarsi, bensì sull’eventuale ferita che esso può infliggere a parte della società. A tale riguardo si possono fare alcune cose, la migliore delle quali mi sembra l’utilizzo dell’ironia come mezzo per annullare  l’offesa. Rispondere con un sorriso, un sorriso profondo e forte nelle radici, non un sorriso di convenienza, è una strada doverosa, specie oggi che tutti inneggiano allo scontro.
Potremmo considerare questa scultura l’inizio – start up? – di un laboratorio creativo che la ingloba e prevede l’azione di energie cittadine attorno al tema. Per la gioia postuma di Hans Belting, e un po’ sulla scorta del suggerimento di Luna Margherita.

Pamarasca