Yearly Archives: 2013

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offesa

Il post che ho pubblicato ieri ha mosso alcune polemiche. A scanso di equivoci, ci tengo a chiarire alcune cose:

1) non dubito affatto della passione, della solidarietà, della convinzione e della sincerità di tanti coinvolti, molti dei quali tra l’altro conosco e stimo da tempo. Ci mancherebbe. Quello che volevo mettere in discussione è l’opportunità di un atto eclatante e soprattutto l’utilizzo mediatico che se ne fa, a stimolare un “muro contro muro” che di fatto non esiste. Anche, da parte di alcuni, una strumentalizzazione fine a se stessa magari, solo per essere contro, senza che ve ne sia bisogno. Ci sono due approcci da tenersi contemporaneamente riguardo un problema: il primo concerne l’emergenza: quante persone abbiamo cui garantire un tetto? Quali sono le loro condizioni e quale il loro stato? Quanti letti/posti/etc. abbiamo e quanti ne mancano per questa emergenza? Il secondo concerne il termine più lungo: cosa dobbiamo/possiamo fare per affrontare un problema dalle dimensioni sempre più acute e garantire diritti? Non mi sono occupato in prima persona di questi due problemi. Lo hanno fatto e lo fanno i servizi sociali, la partecipazione democratica e il patrimonio. Ne abbiamo parlato in molte sedute di giunta. Mi sembra di poter dire che il primo approccio è affrontato attraverso vari strumenti: l’aumento dei posti letto già stabilito con somma urgenza; la ricerca e il reperimento di ulteriori sedi adatte, anche eventualmente concesse al comune in locazione; gli incontri tra amministrazione e cittadini per parlare caso per caso e verificare tutte le possibili soluzioni. Questi sono gli strumenti che ho verificato di persona, poi di sicuro gli assessorati competenti ne stanno utilizzando altri che non ho avuto modo di conoscere. Mi sembra anche di poter dire che il secondo approccio è affrontato attraverso altri, vari strumenti: l’aumento dell’attenzione nei confronti di quella che viene definita povertà estrema, di concerto con gli enti finanziatori di Un tetto per tutti e cercando soluzioni aggiuntive; la destinazione ai servizi sociali di immobili del patrimonio una volta resi agibili, ivi compreso l’asilo del quale si sta parlando, proprio per l’evidente necessità di aumentare la presenza dei servizi e garantire interventi per tutti i cittadini; una specifica attenzione alla questione degli alloggi per i bisognosi, a breve, medio e lungo termine.

E’ chiaro che tutto deve essere fatto meglio, e soprattutto assieme: la partecipazione della società a questa tematica, e il lavoro politico svolto dai consiglieri, sono essenziali, così come è essenziale che i cittadini segnalino i casi, perché quando dico che si sta facendo molto non dico mica che l’amministrazione riesce ovunque e bene. Ci mancherebbe. Quello che sostengo, ed è mia personale opinione, è che non vi fosse bisogno di un gesto di rottura e che dove l’obiettivo è lo stesso allora sarebbe molto meglio perseguirlo assieme,  dato che esistono tutti i presupposti per farlo e che le poche risorse devono stimolare la cooperazione.

2) Anche posto che il gesto eclatante fosse utile– e di sicuro ne verranno fuori anche cose utili, come un ravvivarsi del confronto cittadino sul tema – e io non credo affatto che lo fosse, il “muro contro muro” mediatico che ne emerge è del tutto fuori luogo. Prendiamo pure atto che i giornali ci tengono a tenere vive le polemiche, ma il resto mi sembra strumentale ed eccessivo. Faccio alcuni esempi: il Comune si è adoperato immediatamente e di concerto con le associazioni affinché le persone coinvolte e bisognose avessero quanto di necessario, perché dire il contrario? Il Comune ha portato un volantino, un semplice foglio scritto in più lingue, nel quale si indicava la volontà di risolvere caso per caso i problemi urgenti e date e luoghi per farlo, ma non è riuscito a distribuirlo. Perché? Leggo post che accusano il Comune di assenza, laddove la cosa mi risulta seguita alacremente, specie per quanto concerne il reperimento di sistemazioni e beni di prima necessità. Così come leggo post, questi sì di vecchia politica, che ci rimproverano di non essere andati lì. Su questo ho qualcosa da dire: anzitutto, questa giunta non esattamente una giunta standard e la presenza e l’affaccendarsi di Foresi è di tutta la giunta, non di un pezzetto di essa staccato dal resto, come capita nelle giunte organizzate partiticamente; per questo, anziché fare rappresentanza, credo sia utile che siano al lavoro e presenti, chi in loco chi non, tutte le persone competenti del Comune; infine, e aggiungo una nota del tutto personale, ho pensato di passare all’asilo, per vedere cose che un po’ conosco – ho pratica sia di persone bisognose sia di occupazioni, anche se ogni situazione è diversa – e parlare di rettamente con persone molte delle quali, come ho detto, conosco personalmente e stimo. Non è certo una chiusura programmatica ad avermelo impedito, ma una serie di altre cose. Certo è che una chiusura assoluta nei miei confronti da parte di chi non mi aspettavo non ha aiutato.

3) infine, in margine ad alcuni commenti al mio precedente post, mi limito a puntualizzare su un paio di cose: a) mi spiace che si sia inteso un atteggiamento da “lesa maestà”: quello che intendevo è che c’è una “lesa comunicazione” e che non c’è sempre bisogno di una battaglia. Questo, ripeto, al netto delle buone intenzioni e della solidarietà di molti; b) peccato che chi mi conosce, anche se non bene, e sa perfettamente che non mi tiro indietro quando si tratta di simili problemi abbia cambiato atteggiamento repentinamente e preconcettualmente, e addirittura parli di “vergogna”. Ci tengo a dire che quanto ho detto è il mio pensiero e lo sarebbe stato anche se non avessi rivestito questo ruolo. Invece, ci sono persone che, da quando lo rivesto, fanno di tutto per incasellarmi in uno spazio non mio, forse perché troppo legate a un manicheismo che oggi, in sede di enti locali, non ha ragione di essere. Se avessi voluto solo discorrere, avrei continuato a occuparmi del mio blog; c) non dubito della perfetta buona fede di molti, specie di alcuni che si sono sentiti feriti da quanto ho scritto, ma che c’è chi ha in mente di tenere quel luogo per gestirlo è stato detto a una persona della quale mi fido, non me lo sono inventato. Che poi non sia il pensiero di tutti è un altro discorso; d)  tutto quello che riguarda la questione-casa è essenziale: quindi occupiamoci del problema assieme, come collettività, perché l’obiettivo è lo stesso e le questioni possono essere risolte. Non c’è sempre bisogno di scontro, anzi, oggi, nei comuni, c’è bisogno di incontro. Dove necessario, di negoziazione sulle singole soluzioni, con il coinvolgimento, è ovvio, soprattutto dei diretti interessati.

 

 

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Ho avuto a che fare con le occupazioni diverse volte nella mia vita. Sono sconcertato però, oggi, nel ritrovare una forma di antagonismo o, meglio, una declinazione dell’antagonismo così estranea ai tempi, e alla realtà municipale nella quale tutti conviviamo.

Quando abbiamo parlato dell’occupazione di via Ragusa in Giunta ci siamo adoperati perché alcune cose fossero chiare: anzitutto la posizione dell’amministrazione, in un Comune che eccelle in tutta Italia per i servizi forniti, 365 giorni l’anno, ai senza tetto e anche per la capacità di risolvere il problema casa caso per caso con concretezza, senza fare troppa retorica e senza vantarsi sui giornali il giorno dopo. Naturalmente si deve fare sempre meglio, assistere di più, tamponare le falle del sistema.  Ma aggiungo che questo Comune ha, presso l’assessorato ai servizi sociali, figure davvero speciali che hanno a cuore come poche altre le persone bisognose e non si tirano indietro di fronte a nulla, tanto meno di fronte alla burocrazia.

Allora, abbiamo detto qualche mattina fa in giunta: che proponiamo a queste persone?

I servizi sociali hanno le risposte esatte e non sono io, in un blog personale, nel quale sono Paolo prima di tutto,  a doverle elencare: mi auguro si sia riusciti a comunicarle ai diretti interessati, nel migliore dei modi.

Sì perché questa è la cosa strana: i diretti interessati, quelli che potrebbero usufruire dell’aiuto – sacrosanto – dell’amministrazione, non si riesce a contattarli facilmente. C’è attorno a loro una sorta di cordone antagonista, che fa da filtro, ma filtro soggettivo, barriera preconcetta.

Diversi anni fa accadevano cose simili nella Milano che abitavo. In effetti aveva un senso, perché le istituzioni locali non andavano tanto per il sottile, ancor meno in una metropoli, e quindi capitava che i centri sociali esistenti e altre realtà estranee alle istituzioni si prendessero carico di portare la voce e di proteggere i più sfortunati. Lo facevano non sempre in maniera disinteressata, ma spesso sì, tentando di aprire gli occhi a una società che ignorava bellamente certe tragedie e ad enti pubblici che non si erano preparati per tempo, nella migliore delle ipotesi.

Oggi, e ad Ancona, questa scelta mi pare del tutto fuori luogo, sono sincero, e chi mi conosce sa che non parlo per partito preso. Voglio spiegare i motivi della mia contrarietà:

a)      da quei tempi molte cose sono cambiate e gli enti locali sono meglio attrezzati, e soprattutto in molti caso (uno è Ancona) più propositivi e costruttivi di fronte a simili emergenze. E’ chiaro che non avremo spesso le soluzioni ideali, ma si riesce a garantire, caso per caso, i diritti fondamentali. Un paio di esempi: se un Comune si preoccupa di alcuni nuclei familiari senza fissa dimora, e può proporre una soluzione temporanea in attesa di quella definitiva, e quella temporanea consiste nel sistemare e assistere una madre e i bambini in una struttura assolutamente adeguata da una parte e il marito/padre in un’altra struttura diversa, questa non è la soluzione ideale ma è un tetto sulla testa e una cura del bisogno che permettono di portare avanti le pratiche per una soluzione ancora migliore. O se una persona ha la necessità di un tetto e un Comune mette a disposizione non quel tetto che la persona vorrebbe, non proprio cioè nella via desiderata, nel quartiere individuato, beh, non sarà l’ideale nemmeno questo, ma è una casa, è la garanzia di un diritto che è premessa essenziale e del resto poi si parla. E anche quando non si è così bravi o fortunati, si parla. Ecco, appunto: si parla. Com’è che nessuno vuole parlare, e soprattutto vuole far parlare? Perché ci si mette a fare da cuscinetto dove di cuscinetto non c’è bisogno?

b)      Il dialogo e la disponibilità ad affrontare congiuntamente temi fondamentali come questo sono alla base del lavoro di questa amministrazione, che nell’affrontare i problemi vuole sempre migliorare: è offensivo, triste e strumentale affermare il contrario, anche perché le stesse identiche persone che lo affermano sanno di avere sempre avuto la porta aperta, di avere sempre avuto un appuntamento a disposizione e anche di più, di avere sempre avuto di fronte sincerità, atteggiamento diretto e costruttivo, al di là delle singole opinioni. La strumentalizzazione che sta dietro quello che accade in via Ragusa proprio non mi va giù, e parlo da diretto interessato perché conosco bene persone che sono nelle stesse condizioni e solo immaginare che, oltre a vivere male come so, vengono strumentalizzate davvero fa arrabbiare anche me (e aggiungo che quello che accade mette in condizioni davvero difficili i richiedenti asilo); questo al netto di carenze degli enti locali, che però, come ho detto, possono essere affrontate assieme molto meglio;

c)      Per le ragioni suddette resto avvilito dall’antagonismo per l’antagonismo, laddove non sarebbe affatto necessario. Sarò ancora più schietto. Una volta, se uno voleva autogestire uno spazio e lo doveva occupare, lo occupava, lo difendeva, e casomai poi vi ospitava delle persone che per vario motivo potevano averne bisogno. Nessuno si sarebbe sognato di usare quelle persone per occupare uno spazio che, in fondo, non è un appartamento o un condominio… ma non voglio sospettare tanta malafede. Dico solo che le cose in questo comune si possono risolvere parlando. Che una municipalità di 100.000 abitanti civili ha la possibilità di mettere in piedi sistemi di dialogo contemporanei, adatti ai tempi, e non ha bisogno né da una parte né dall’altra di persone che scimmiottano un po’ alla provinciale quanto avviene in metropoli di milioni di abitanti;

Viviamo in una strana società, che è cambiata tantissimo in pochissimi anni. Mario Giorgetti Fumel, in un bel libro sulla precarietà, ha inquadrato esattamente il cambiamento e ha sottolineato che, oggi, c’è la necessità che i cittadini, e in special modo i giovani, sacrifichino una fase della loro vita, quella della “ribellione” e accettino di istituzionalizzarsi prima possibile, cioè di dialogare costruttivamente con le istituzioni e anche di farne parte. E’ questa la chiave, secondo lui, di una nuova politica e di una nuova società. Da parte mia, aggiungo che questa svolta può partire proprio dai municipi, dai centri medio-piccoli come quello in cui viviamo. D’altro canto, è ovvio, le istituzioni devono de-istituzionalizzarsi in sincrono, altrimenti non vale. Noi lo stiamo facendo, e la cosa è davanti agli occhi di tutti. Dov’è chi dovrebbe camminarci incontro? Perché così tanta gente continua a godere nell’immaginare un muro lì dove c’è una porta?

Mi dispiace accertare che se quello che sta accadendo ha un senso, questo senso è strumentale, non so quanto volontariamente. Strumentale al godimento del singolo che premette l’antagonismo persino al tentativo di dialogo, un antagonismo incapace di rinnovarsi nonostante tutto, e strumentale a chi preferisce usare chi ha bisogno come scudo o come bandiera, anziché prendersene cura e aiutare la collettività a farlo.

Okkuparsene.

Ho avuto a che fare con molte occupazioni nella mia vita. Con questo genere mai.

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Il caso di Stefano Cucchi. Le giuste e belle parole di Manconi. Il brano duro, asciutto e alto di Erri De Luca. Il sarcasmo ferito di Ilaria Cucchi, la sorella. Soprattutto, il senso di ineluttabile che cala come un’ombra su una nazione intera, allenata a un’idea di potere che esclude, reclude, punisce.

Il senso di sicurezza di una popolazione inebetita dal timore dell’altro e diverso. Molti anni fa, il solito Baumann sottolineava come la funzione dello Stato si fosse ridotta ormai ai compiti di sicurezza e di protezione degli individui – spogliato di valenze economiche, sociali, simboliche, lo Stato doveva occuparsi del corpo dei cittadini, organizzandosi per preservarne il ruolo di consumatore.  Un paradosso, poiché scompare in questo modo il senso del termine stesso: cittadino. Resta l’individuo-consumatore globale circondato da una rete che protegge lui, e la sua paypal. Non è un caso, credo, se il bisogno di comunità si sia spostato entro i confini del virtuale, lì dove sembra (sembra) lontano il rischio di coinvolgimento e ferimento del corpo fisico dell’individuo.

E’ questa la filosofia che autorizza e anzi sancisce l’utilizzo della violenza da parte del potere e lo rende quasi naturale. Ineluttabile. Oggi ci offende meno un morto pestato nelle carceri che un’incursione della censura sul web.

E’ questa anche  la filosofia che ci costringe a sottolineare che Stefano Cucchi non aveva droga nelle vene, che aveva un lavoro, che si curava e sperava. A cercare cioè  in lui quelle qualità che ce lo fanno sentire meno diverso, meno minaccioso. Noi che chiediamo giustizia riusciamo a farlo meglio, se ci convinciamo della sua redenzione – prossima, o avvenuta. Che era un bravo ragazzo, uno che presto avremmo incontrato al centro commerciale, in coda, con in mano, come noi, la sua carta prepagata.

Ma questo a ben vedere non significa niente, perché chi uccide una persona resta un assassino, a prescindere dalla vittima.

E chi viene ucciso è morto. A prescindere dalla sua vita.

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Ho sempre sostenuto che ognuno debba fare il proprio lavoro e cercare di parlare di quello che sa. Naturalmente, le opinioni si esprimono su tutto – specie in epoca di social media -, ma se si tratta di andare un po’ più a fondo, magari uno si limita a dire delle cose che conosce (o crede di conoscere, ok).

In questi ultimi mesi mi sono occupato, su esplicita richiesta della candidata a sindaco Valeria Mancinelli, di una ricognizione sulla cultura cittadina. La cosa, naturalmente, ha significato il mio coinvolgimento nella campagna elettorale e nel sostegno alla candidata. Non sto qui però a spiegare per filo e per segno i perché o i percome di tale scelta: chi mi conosce sa che non può essere guidata da opportunismo o ambizione. E’ un discorso lungo e in qualche modo intimo, che ha a che fare con la mia vita, le mie esperienze, le mie responsabilità, la mia generazione. Magari ne parlerò, ma non in questo post. Dico solo che non ho preso nulla a cuor leggero.

Qui voglio fare un appello che riguarda la cultura, l’associazionismo culturale, la creatività culturale, la scrittura, le arti e queste cose qui che, a mio parere, possono tutte assieme concorrere ad una svolta per la città in cui viviamo: è ampiamente dimostrato che oggi la cultura è una leva sociale ed economica di grande forza. L’appello è semplice: non vedo alcuna possibilità di valorizzazione del discorso culturale in un’Ancona governata dal centrodestra. Al contrario, sono convinto, e credo di non essere il solo, che si aprirebbe un baratro, culturalmente parlando, per la città. Non sto facendo propaganda, dico le cose come stanno: al di là del mio recente coinvolgimento, sono letteralmente terrorizzato da un governo cittadino in mano al centrodestra, specie per quanto riguarda il discorso culturale. Letteralmente. Terrorizzato.

Ho toccato con mano le varie facce della cultura anconetana e le sue potenzialità, talvolta già espresse. Conosco il fermento culturale, conosco molte delle persone che lo animano. Ho chiesto il loro aiuto nella mia ricognizione, ho ottenuto tanto bene.

Ora, il sindaco della città sarà di certo uno dei due che sono arrivati al ballottaggio. C’è poco da fare.  Con una la cultura ha alcune possibilità. Con l’altro no.

Con qualcuno di diverso sarebbe meglio? Non lo so. Comunque, qualcuno di diverso ora non c’è.

Per questo, il mio sincero appello a tutti gli amici che si occupano di scrittura, teatro, musica, associazionismo, cinema, ricerca, vjing, djing, concerti, spettacoli, formazione artistica, danza, pittura, scultura, arte contemporanea, arte non contemporanea e via dicendo… il mio sincero appello è: non facciamo cazzate, andiamo ad assicurarci la possibilità di un’esistenza, che poi, se siamo bravi, potrà essere un’ottima esistenza. Senza retorica. Tutto il resto, parliamone. Dopo.

Pamarasca

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disclaimer: questo non è un post di campagna elettorale. L’autore lo avrebbe scritto in ogni caso.

Il M5S dovrebbe considerare Ancona una sorta di laboratorio per il proprio futuro, e credo infatti che non sia un caso la venuta di Grillo in città a ridosso delle elezioni, per presentare in primissima persona i candidati. Dico laboratorio perché ad Ancona il M5S vive una frattura interna – o una scissione, o una divisione (alla quale non sono dentro, dunque evito di parlarne nel dettaglio).  Da questo punto di vista, Ancona è una sorta di avanguardia.

Il M5S, infatti, prevede senza dubbio il moltiplicarsi di fratture – o scissioni, divisioni etc. – : la frattura gli è endemica, dal momento che la sua unità non deriva né da principi di base, né da ideologie, né da negoziazioni e traduzioni interne che hanno prodotto una comunità. Il solo denominatore comune del M5S è una sorta di ancestrale purezza, dunque un mito, poiché, come chiarito da Gesù e da molti altri (chi è senza peccato…), la purezza è un’illusione che fortunatamente svanisce all’indomani dell’adolescenza.

Il principio di purezza è la porta principale del fondamentalismo. Questo lo sappiamo tutti e lo vediamo ogni giorno, purtroppo, nei Paesi di mezzo mondo. Esso, quindi, è in grado di rinsaldare un gruppo solo quando considerato in chiave religiosa e trascendentale. Contrariamente a ciò, il gruppo che si riunisce sotto un simile ombrello si accorgerà presto che è forato, e che l’acqua passa, così come la realtà della vita passa sulle membra e nelle menti degli uomini che diventano adulti.

In assenza di una chiave religiosa (e fondamentalista), la purezza non unisce. Semmai il contrario: letteratura e cinema sono pieni di storie in cui essa può solo imprigionare.

Per questo, il M5S  deve prevedere, per continuare ad esistere, scissioni, fratture, divisioni interne.

Tali scissioni, fratture, divisioni interne dovranno essere ricomposte in chiave religiosa: con la venuta, appunto, di un Grande Sacerdote la cui parola sarà confusa con la Legge e la cui mano riuscirà a tenere uniti tutti nel proprio palmo.

Il M5S cela infatti un curioso paradosso: esso è un movimento dal basso partorito dall’alto. Un Movimento, solitamente, cresce come un palazzo: la fase della prima negoziazione è quella in cui si mescolano gli elementi per fare il cemento delle fondamenta. In questo caso la negoziazione è in partenza subordinata alla Legge del sacerdote, e tocca quindi al sacerdote fare da cemento.

Che poi il cemento si può fare in molti modi.

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La superficialità con cui approcciamo il linguaggio nei social media genera ritardi nella nostra capacità di condivisione e di connessione reciproca. “il web ha fatto sì che la cosa più complessa che ci sia al mondo, il linguaggio, si sposasse con la più veloce, l’elettricità” (De Kerchoove). Questo non significa che dobbiamo pretendere semplicità dal primo, o soste dalla seconda.

Ciò che si nota invece è la fatica nel mantenimento di un senso critico e analitico di fronte alla complessità della comunicazione e, in risposta a tale fatica, la scelta di una comunicazione basica, tranchant, che privilegia il giudizio affrettato rispetto alla comprensione. Il linguaggio, cioè, si mette a correre dietro all’elettricità.

Correndo, si spoglia dei vestiti come un atleta imbottito di abiti. Ma un atleta che corra così veloce ha bisogno di abiti, o la rapidità gli porterà via persino la pelle. Via via che si spoglia, il linguaggio (cioè noi) si abbruttisce: diventiamo sempre più cattivi, aggressivi, nella migliore delle ipotesi ci dilettiamo nel sarcasmo, che è la cifra attuale dei social network. Altro che connessione, altro che condivisione. Leggiamo gli altri pensando alla battuta brillante e feroce con la quale possiamo rispondere. Quindi, non li leggiamo affatto.

Vanno per la maggiore hashtag  che evidenziano il gusto dello sberleffo e la presunzione di superiorità: ma lo sberleffo è una gran cosa quando proviene dal basso, come una pasquinata, come la “risata che vi seppellirà” dell’anarchia. Da altre direzioni, è #snob.

Se fosse parlata, la comunicazione sui social network sarebbe incomprensibile, perché battiamo sulla tastiera contemporaneamente, via via che pensiamo alle cose, quasi sempre senza aspettare la risposta altrui – perché ci sono tanti modi per esprimere un concetto e non ce ne vogliamo perdere nemmeno uno, vogliamo vomitare fuori tutto quel che abbiamo – quasi liberarcene con fastidio.

Tutta questa velocità ci rende maniaci. Tutta questa mania vuole più velocità. Questo può portare ovunque: all’intelligenza collettiva di Levy, non credo a quella connettiva di De Kerchove, o altrove. Per ora, porta a una gran maleducazione, e alla perdita di complessità. Come se la complessità, che è la cifra dell’umano, sia un difetto.

Abbiamo impiegato millenni per capire di essere complessi.

Le persone che oggi operano sui social network hanno il dovere morale ed etico di privilegiare il dialogo allo scontro, di costruire un senso civico nuovo, adeguato al mezzo di comunicazione, allo spazio in cui ci si muove. Se si guida, si va sulle ruote e si segue un determinato codice – che è la negoziazione di comportamenti capace di evitarci gli incidenti, se si naviga non si va in acqua con le ruote e si segue un codice diverso.

Internet non è ancora alla portata di tutti. Lo possono usare, soprattutto, le persone che hanno risorse economiche, sociali e, quindi e molto spesso, culturali. E’ loro preciso dovere costruire il codice di una comunicazione complessa, senza cedere alla tentazione dell’abbruttimento. La partita si gioca tutta qui: nella rinuncia a “viver come bruti”, ora che lo si potrebbe fare per davvero, e nella scelta di reale condivisione rispettosa delle reciproche complessità.

Pamarasca

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Si fa un gran parlare di questa Violata, ancora. Intendo la statua dello scultore Floriano Ippoliti posta all’ingresso della Galleria San Martino di Ancona e intenzionata a rappresentare la fierezza delle donne vittime di violenza. O, meglio, re-intenzionata, dato che prima di questo nuovo impiego pare si intitolasse Donna con borsetta (non è dettaglio da poco, questo, anzi…). Il parlare è un po’ confuso e a me dolgono alcune cose: che tutti si parli d’arte così, come di noccioline; che la protesta contro questa opera sia intesa come censura fisica, delle nudità della statua. Quindi torno sull’argomento, dopo aver scritto qui altre cose.

 1)      la polemica, dicono, ricorda i mutandoni di Michelangelo.

Nel caso del Buonarroti, la Congregazione del Concilio di Trento ordinò a Daniele da Volterra di coprire le nudità del Giudizio Universale che andavano in direzione opposta alla linea politica del Concilio stesso, sommo regolatore della cultura tutta di quell’epoca che si pronunciò, anche se con una certa vaghezza, sul nudo nelle opere d’arte (Omnis denique lascivia vitetur ita ut procaci venustate imagines non pingantur nee ornentur). L’intervento non aveva nulla a che vedere con voci del popolo, critiche esterne o altro, ma era un aggiustamento legato ai precetti resi noti da Gilio da Fabriano (ci voleva almeno un perizoma, diceva Gilio, per le nudità dei Testi Sacri) e quelli che si scagliarono contro il Giudizio furono ecclesiastici, o persone che avevano un tornaconto nel farlo, come ampiamente dimostrato dalla storia dell’arte e dalla storia della chiesa.

Detto questo, le voci levatesi contro la scultura di Ippoliti – al di là di qualsivoglia giudizio – non se la prendono con la nudità, ma con la mancanza di riguardo nei confronti di quelle che dovrebbero essere le destinatarie dell’opera: le donne vittime di violenza. Non si mette, cioè, in discussione, la presenza di seni e natiche – per carità, allora dovrebbe chiudere il British, perlomeno – ma la non riuscita dedica – e come potrebbe essere altrimenti, dato che la statua si chiamava Donna con borsetta fino a qualche tempo prima? (insistiamo su questo, che è argomento decisivo). Insomma, con i Mutandoni di Daniele da Volterra, peraltro allievo appassionato di Michelangelo, non c’entra proprio nulla questa querelle.

2)      la polemica tira in ballo l’atteggiamento della Chiesa – definito “di manica larga” laddove invece le iconografie della maggior parte dei dipinti che amiamo furono studiate rigorosamente a tavolino dai rappresentanti della Curia e non si concepiva nemmeno un artista autonomo – e cita un’altra opera: La madonna dei pellegrini di Caravaggio. E’, questo, uno dei dipinti che amo di più e qualche settimana fa sono stato a ri-vederlo assieme a Monica e altri amici. Ci vado sempre, lì e a San Luigi dei Francesi. Tirandolo in ballo, si commettono alcuni errori: la Madonna non fu mai tolta dall’altare, semplicemente i committenti – non la curia, ma gli agostiniani, rappresentanti di quella chiesa in cui abitò Egidio da Viterbo, ovvero colui che discusse con Raffaello tutta l’iconografia delle Stanze Vaticane – rimasero perplessi e indecisi sul pagamento al pittore. Cosa che spesso accade anche ai committenti odierni. L’equivoco deriva da un passo del Baglione, pittore zuccariano, rivale affascinato del Caravaggio e autore delle biografie secentesche, il quale scrisse che, di fronte all’opera, “dai popolani fu fatto estremo schiamazzo”. E però nel 1992 il Bologna chiarisce questo passo, sottolineando come il termine “schiamazzo” nel Baglione non abbia accezione negativa, ma di stupore, e addirittura, in un altro caso, positiva: “plauso, esaltazione”. I piedi gonfi e nudi del pellegrino, come ben chiaro a tutti all’inizio del Seicento, sono simbolo di obbedienza e fedeltà e di lì a poco lo chiarirà anche Federico Borromeo, nel suo De pictura sacra. Lo stupore sarà magari per il realismo, per la sorpresa della pittura caravaggesca, che non è mai stata così eretica o anti-istituzionale come piace pensare a noi moderni. Certo, qualcuno se la sarà presa: si era, non dimentichiamolo, nel pieno della Guerra Fredda fra cattolici e protestanti, quando, alla faccia della “manica larga”, dominavano la scena l’Index Librorum (cancellato nel 1966!) e tutti, ma proprio tutti i pittori, dovevano pensarci due volte prima di mettere mano a una pala d’altare. Il Concilio di Trento fu uno dei massimi esempi di regolamentazione dell’arte e soprattutto di utilizzo dell’arte a fini di propaganda politica anti-protestante. E se venne processato solo un pittore (il sommo Paolo Caliari, che si difese dicendo che i pittori si prendono le licenze dei pazzi ma fu condannato e ritoccò l’opera in questione senza più aprir becco) è perché gli artisti si adeguarono ai dettami, cosa tutt’altro che scandalosa ai tempi.

3)      Non credo si debba molto parlare d’arte: se il problema fosse la censura di seni e sedere, che fare delle vacche tagliate in due di Damien Hirst o delle sfilate sanguinolente di Franko B, ma anche delle fotografie di Man Ray e di tutta l’altra ciccia artistica che ci circonda? Eppure, il problema c’è: nell’epoca, come ho già avuto modo di dire, senza padri che viviamo, dove latita l’autorevolezza e ci si affida spesso – erroneamente – in vece sua all’autorità, la politica deve fare professione di umiltà. E non pare umile imporre un’opera senza un bando o un progetto di idee, specie se su un tema così importante, o, in alternativa, una storia dell’artista che deve avere proporzioni indiscutibili, internazionali, direi quasi colossali. Non me ne voglia Ippoliti, che ha tutta la mia stima. Capita.

4)      Quando si citano ad esempi di censura Hitler, Stalin o i soliti mutandoni del Volterra – povero Volterra, sfottuto già da vivo e poi messo in mezzo a questa faccenda – si dimentica che proprio Hitler, Stalin e la Controriforma fecero quello che a quanto pare si fa ancora oggi: decisero politicamente cosa era arte, e la imposero. Chi somiglia a loro, dunque? Chi se la prende per un’opera che ritiene non riuscita non artisticamente, ma civilmente, o chi la compra e la colloca in un tessuto urbano senza affidarsi a giudizi di esperti del settore, o a concorsi? Poiché la scultura in questione viene dalle istituzioni, la domanda pare lecita.

5)      Le persone che hanno coperto la statua hanno commesso un errore di comunicazione però, va detto con il senno di poi: sebbene nel blog di Luna Margherita Cardilli sia spiegato il senso del gesto, questo è stato letto come un coprire le nudità, e non come un proteggere la persona. E’ stato, cioè, inteso nella sua valenza meramente iconografica, senza arrivare a una lettura più profonda. Ma è evidente, credo, che il problema non stia in un capezzolo. La protesta – che per i miei gusti talvolta assume toni eccessivi, troppo duri, troppo virati allo scontro quando un avvenimento così potrebbe essere uno spunto di dialogo – non può essere paragonata a un atto censorio. Si è toccata una sensibilità civile, e con questo bisogna fare i conti, come giustamente qualcuno ha detto.

Insomma, a questo punto della storia, si può anche ammettere che si sia commesso un errore di impostazione. Umiltà è anche questo. E in tutta sincerità, se io fossi l’autore, la prenderei e me la porterei via nottetempo, la Violata, perché anche l’opera – non solo quel che raffigura – merita d’essere protetta, e un padre lei ce l’ha.

Concludo con una piccola nota: si tratta di una sola opera in un contesto urbano e culturale pieno di problemi, è vero. E forse se ne fa anche troppo parlare. Sarebbe bello però che si creasse un dialogo, e non venga vissuta questa cosa come scontro tra fazioni opposte: si può partire da un angolo qualsiasi della casa, per riorganizzarla tutti assieme.

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La grande sala – una trentina di tavoli, quattro occupati. Uno, da più di una persona. Buonasera, Buonasera, Sono solo, prego, si accomodi. Va bene qui? Benissimo, grazie. Sedie come troni in miniatura, stoffa rossa decorata, ciotole che teniamo uguali da qualche parte a casa. Ha deciso? Involtini primavera, ravioli al vapore, e spaghetti alla soia con carne, grazie. Da bere? Un quarto di vino bianco, anzi no. Una birra cinese. Tsingtao.

C’è, nell’ultimo libro di Emidio Clementi, un passaggio straordinario. Un anziano direttore d’orchestra osserva attraverso il finestrino dell’auto che lo porta in albergo i resti della modernità che ha illuso il genere umano: edifici ormai cadenti, utensili che assicuravano il futuro abbandonati come cessi di Duchamp, scelte urbanistiche che regalavano fiducia depresse e demolite dall’usura. Una cosa breve, di qualche anno, il cui fallimento ha costretto l’umanità a ritrarsi in fretta nel guscio della nostalgia, come una lumaca spaventata. Qualche sera fa, proprio Emidio, in un locale nel quale ci trovavamo dopo la sua presentazione milanese, si guarda attorno. Ci sono vecchi tavoli da cucina, bicchieri anni sessanta, il bancone da bar di partigiani, varia roba vintage e tanti ragazzini. Prendiamo una grappa. “Ecco” mi fa “mia madre qui direbbe ‘ma cos’è tutto questo vecchiume?’ perché fino alla sua generazione non sarebbe stato possibile tutto questo guardarsi indietro.” Siamo noi, invece, a essere nati già nostalgici, figli del fallimento del moderno. Malinconici in partenza.

Dice la gente: l’apocalisse. Vanno di moda i libri apocalittici. Questi uomini che si trovano a combattere per la poca acqua rimasta, si sbranano, versioni sommesse e verosimili – in fondo – di Mad Max. Metafore, e futuri immaginari. L’apocalisse d’altronde è tornata in auge dappertutto, i toni savonaroliani dei politici, i film sulla fine del mondo, le invasioni, i virus, i naufraghi che si arrabattano nei telefilm. Ma stavolta il ritorno dell’apocalisse come leith motiv della narrazione nasconde una speranza e non, come fu decenni addietro, ai tempi della guerra fredda, una paura. La cerchiamo, la vogliamo, la aneliamo: se non siamo capaci di sognare un futuro splendente, almeno ci sia data – ma da chi? – una splendente fine.
Rimarrà però un sogno quello di essere partigiani su monti infestati dalla cattiveria, di combattere su un ring di ruderi, di addormentarsi stanchi i piedi avvolti negli stracci impugnando una pistola rimediata.

L’apocalisse d’oggi è nella decadenza del ristorante cinese nel quale sono entrato, da solo, mentre Monica è a un convegno. Mi piacciono i ristoranti cinesi. A Milano vivevo dietro via Sarpi e mangiavo spesso nella bettola sotto casa. Ma anche in un ristorante di lusso, pechinese, dove riuscii a trascinare mio padre – non lo dimenticherò mai – che apprezzò oltre misura un pollo in crosta guarnito con l’ananas, ai tempi una vera novità. L’agrodolce s’affacciava nella nostra vita. Tornato ad Ancona, un ristorante cinese aprì sopra il Thermos, al posto di un circolo misterioso nel quale avevo passato, davanti ai videogiochi, le mattine di seghino (poche, ero un vigliacco). Al ristorante cinese mandai numerosi musicisti a mangiare, e spesso andavo anche io, quasi sempre solo, nell’ora di chiusura tra l’aperitivo e la nottata. Una volta difesi il padrone da alcuni teppisti. Poi prese fuoco il ristorante, o almeno ci provò. Venne fuori del fumo dalla cappa, arrivarono i vigili e credo che il proprietario si sia beccato una denuncia. Chiuse, comunque.

La passione per i ristoranti cinesi è una faccenda tutta della mia generazione. Una madeleine postmoderna. E difatti proprio Emidio, qualche anno fa, mi porta nel suo ristorante cinese preferito, nel centro di Bologna. Un corridoio stretto, la tv, qualche avventore solitario. “Piace molto a Leo”, mi dice. Parliamo con grande confidenza: nei ristoranti cinesi il tempo si ferma nel preciso istante in cui l’esotico e il sogno hanno ancora cittadinanza e l’esperienza non è ridotta a mero atto di consumo. Il tempo di quando eravamo ragazzi – la prima generazione non-cresciuta della storia.

Noi, così nostalgici di nostro, ci sguazziamo nella soia.

Oggi la ragazza che mi serve è bionda, ha lineamenti occidentali e parla l’italiano come una cinese, fa uno strano effetto. Mi guardo attorno. La prima volta venni con alcuni amici, era l’inizio degli anni Novanta. Dalle statue posticce che fiancheggiano la scalinata che unisce le due sale usciva dell’acqua gorgheggiante.C’erano luci intermittenti, e pesci colorati nell’acquario. La musica cinese sembrava persino bella e i bambini giocavano con i vassoi rotanti dei tavoli più grandi. Il cibo era lo stesso. L’odore di fritto, e di salse e precotto. Sembra lo stesso anche il separé davanti alla cucina, dal quale ora spunta il capo di una giovane cameriera, intenta a sbadigliare vistosamente. Poi mi vede, che la guardo, e sfila via.

E’ tutta qui l’apocalisse: nei ristoranti cinesi in cui si va da soli per gustare sulla punta del cucchiaio una salsa piccante che sembra rimasta ad aspettarci, davanti a statue colossali di dragoni dagli occhi spenti, mentre il figlio del padrone legge la Gazzetta e nell’acquario boccheggiano due carpe enormi.
Forse, hanno la grappa alla rosa.

L’immagine è tratta dal Tumblr de La ragione delle Mani

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Le parole, anche una sola. Le parole devono salvare – magari dolorosamente, ma salvare. Le parole, per quanto pesanti, devono attutire il peso di un’azione eventuale, come l’abbaio di un cane non si tradurrà sovente in morso.

Se un uomo decide di farla finita – per la miseria, per la vergogna, per una vita diversa da quella che avrebbe voluto e questa discrasia non regge più – tra il passaggio all’atto del togliersela, la vita, e il suo corpo, ecco ci sono le parole. I guantoni del pugile che evitano – non sempre, ma spesso – il collasso cardiocircolatorio l’incrinarsi delle ossa, la fatalità. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… in piedi!

Ma quando l’atto – il suicidio – non investe una singola persona che non ha saputo – non ha potuto – infilarsi i guanti, o a cui nessuno li abbia legati, quei guanti, e invece investe due persone che tra di loro comunicano con le parole, che possono sperare grazie a quello che sanno dirsi, che possono comunicarsi il male e dunque, in qualche modo, allontanarlo, e nonostante questo si uccidono assieme, dopo averlo pensato, deciso, concertato.

Quando accade questo – non c’è nessuno che ci salvi. Insegnamoci di nuovo a parlare con coraggio e non con rabbia – con speranza e non con vergogna. Veliamo la finestra aperta sull’angoscia.

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ICONOGRAFIA E ICONOLOGIA

Una donna salda sulle proprie gambe. Il busto eretto, le braccia tese e leggermente divaricate, i vestiti strappati – ad arte. Vista di fronte mostra il viso e il seno fiera. Vista dalla parte opposta scopre le natiche a causa della sorprendente esattezza della lacerazione della veste. Il corpo giunonico è contraddetto da quello che, in altra sede, si direbbe un inserto ironico: la borsetta.

Sul piano iconografico i riferimenti sono molti. Dai kouroi di età arcaica alla classica Giunone e, soprattutto, alle polene delle navi e a sant’Agata, martirizzata con l’asportazione del seno e per questo spesso rappresentata con la veste abbassata sull’addome. Attorno, uomini beceri armati di tenaglie.

C’è poi un piano iconologico che interessa per due ordini di idee.
Il primo: la donna si rialza fiera. Assistiamo a un rovesciamo della rappresentazione tradizionale, che vuole la donna raccolta su se stessa, accartocciata, sostenuta da mani altrui, costretta da quel misto di dolore, paura, rassegnazione e vergogna che rende la violenza sessuale l’esercizio più scellerato di potere di un essere vivente su un altro. Teatro, letteratura e cinema ci hanno trasmesso la fatica, per la donna violata, di riappropriarsi della propria esistenza. Di una dignità. Pensiamo a Franca Rame, a Concita Di Gregorio, alla Jodie Foster di Sotto accusa, antipatica e provocatrice, e per questo ancora più capace di colpire allo stomaco lo spettatore.
Qui, la donna si solleva sulle proprie gambe e drizza in avanti il busto, mostrando fiera il corpo e il seno simbolo della sua femminilità, oltre che sede della violenza subita. E’ sola e pronta a riprendersi il suo ruolo (la borsetta) e sembra quasi non abbia bisogno di niente. Si cela così, nell’opera, un’idea di fierezza ambigua, come se la società possa anche fare a meno di esercitare un ruolo – di sostegno, di protezione, di ascolto, di attribuzione della dignità perduta. Se la cava da sola, lei!
Il secondo: la donna morbosamente scolpita e svestita. Non so se intenzionalmente, lo scultore – e non è un caso un certo diffuso e pruriginoso scandalo – riflette l’essenza voyeuristica del tempo: la statua è parente stretta delle immagini e dei video che spiamo attraverso i monitor, soffermandoci sul dettaglio della tortura, della violenza e della tragedia. La guardiamo, ci offendiamo e la spiamo, quindi ci incazziamo anche di più. Che sia un effetto voluto o no, c’è dentro questo manufatto, come spesso accade, una verità. E noi ce la prendiamo perché riconosciamo il nostro sguardo.

CENSURA

Distinguiamo: c’è chi solleva il problema dell’estetica – arte o non arte – e chi invece parla di offesa alle donne, prime fra tutte alle vittime delle violenze. La storia dell’arte e del costume è piena di opere più o meno riuscite e rifiutate, ma in un certo senso colpisce, nell’era della condivisione dei contenuti, l’esercizio della censura. Trecento, quattrocento o duemila firme si possono raccogliere per togliere di mezzo qualsivoglia opera, per impedire la programmazione di un film, per eliminare dagli scaffali un libro. Per questo, il discorso estetico va condotto su altri binari: è vero, il brutto ci pervade e violenta le nostre città, ma lo si affronta con l’educazione al bello e con la diffusione del bello, disinnescandolo cioè, e circondandolo. Esisteranno sempre libri brutti, film brutti, quadri e sculture brutte. Il problema è quando esistono solo questi, e quando chi si occupa della cosa pubblica non si arma di strumenti di giudizio validi. Ben diversa è la questione dell’offesa alle donne e alle vittime della violenza, poeticamente espressa nel suo blog da Luna Margherita. Se un’opera, non importa se riuscita o meno, arreca ulteriore danno psicologico alle vittime di violenza, allora stiamo parlando d’altro. E in questo caso la parola va data alle associazioni di donne, a chi si occupa da tempo di queste problematiche, e sarà bene trascurare la querelle sulla validità artistica della giunonica polena.

AUTOREVOLEZZA

Validità artistica, appunto. La scultura e il dibattito attorno ad essa sono figli di un’epoca difficile. Iniziava, l’epoca, negli anni Settanta e infatti lo storico dell’arte Hans Belting prendeva di petto la questione in un piccolo libro dal titolo emblematico: La fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte. Belting sosteneva l’opportunità di considerare “l’indagine sul mezzo artistico, sull’uomo storico e le sue immagini del mondo” come “un esperimento permanente” e anticipava così un’epoca priva di storia e piena di cronaca, vuota di riferimenti, che ci lascia liberi sì, ma liberi di cosa? Un discorso caro allo psicoanalista Massimo Recalcati, maitre a penser dell’evaporazione della figura paterna, che non si traduce in rimpianto di autorità, ma in conferma della vittoria di un discorso capitalista e consumista: “come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un ‘perché no?’ che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite […] se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica del consumo e dell’appagamento senza differimenti?”.
Nel caso della storia e della critica d’arte tutto ciò si traduce nella libertà d’essere artista di ognuno al di fuori di un limite posto dalla tradizione – non rinnegata, come si conviene, ma semplicemente negata – o dalla critica che s’è affossata da sola, alla pari un po’ della politica odierna, tra giochetti, favori, perdita di spinta ideale, battibecchi e creazione a tavolino di fenomeni. Il desiderio dell’artista, oggi, non è più appartenere a una storia dell’arte, ma ottenere consensi immediati dal pubblico più vasto possibile, rincorrendo giocoforza l’originalità e la sorpresa e, in tal modo, i “mi piace” che attestano di fatto l’essere artistico di un manufatto.

Tutti, così, diventano artisti e critici, urbanisti e architetti, ma anche e soprattutto consumatori del prodotto-arte, cui mettono stellette come su un ostello di TripAdvisor. Il mio non è un discorso aristocratico: nella prima metà del Seicento la cittadinanza di Mantova si ribellò con violenza alla scelta dei Gonzaga di alienare buona parte della collezione di Isabella d’Este. Sentivano, i mantovani, che la loro identità, la loro cittadinanza era legata a quel patrimonio artistico, portatore sano di identità collettiva. La vendita li stava spogliando di se stessi, dal momento che una collettività ha bisogno di simboli per riconoscersi e sentirsi unita. L’arte, in questo caso, disegna un’appartenenza e garantisce ai cittadini vita anche dopo la morte, nella prosecuzione dell’essere città.
Oggi la fruizione immediata e consumistica dell’opera ha sterilizzato i maestri della storia e della critica d’arte, i grandi padri (i Gombrich, i Panofsky, i Venturi, i Longhi, i Brandi, i Belting) che non hanno generato prole armata dell’autorevolezza necessaria per stabilire criteri. Criteri su cui contare ma anche, è chiaro, da sfidare con forze giovani e creative. Così, prodotto dopo prodotto, merce dopo merce, l’arte si disinnesca ancora prima d’essere partorita.

CRITERI RESIDUI

Per non perdersi in questo mare e non accettare la disfatta alcuni criteri, sia pure posticci, devono essere adottati da chi si occupa di arte e anche di cosa pubblica. In questo caso, per affrontare un tema tanto impegnativo, è forse necessario affidarsi a un concorso di idee, o a un altro bando simile, con tanto di giuria il più possibile competente, al netto di quanto detto qui sopra. In alternativa, l’artista deve vantare un curriculum straordinario, non me ne voglia Ippoliti. Mi chiedo: può un’opera destinata a rappresentare – in una comunità, per una comunità – il dramma della violenza sulla donna costare 17.000 euro? Scriveva John Ruskin nel 1857:
“stanchi di una brutta cosa da poco, la gettiamo via e ne comperiamo un’altra altrettanto brutta: e così continuiamo a guardare cose brutte per tutta la vita. Ora, proprio gli stessi uomini che ci propinano tutte queste brutte e frettolose immagini sarebbero invece capaci di crearne di perfette. Soltanto che un’opera perfetta non può essere eseguita in poco tempo, né il suo prezzo scendere, pertanto, al di sotto di una certa soglia.”
17.000 euro è il prezzo di una Fiat Bravo EasyPower Mylife (gpl).

CONCLUDENDO

Personalmente ritengo che Ippoliti si sia cimentato con un tema sopra le sue – e non solo sue, ma della maggior parte dell’universo artistico – possibilità. Ma non è sul lavoro artistico che bisogna concentrarsi, bensì sull’eventuale ferita che esso può infliggere a parte della società. A tale riguardo si possono fare alcune cose, la migliore delle quali mi sembra l’utilizzo dell’ironia come mezzo per annullare  l’offesa. Rispondere con un sorriso, un sorriso profondo e forte nelle radici, non un sorriso di convenienza, è una strada doverosa, specie oggi che tutti inneggiano allo scontro.
Potremmo considerare questa scultura l’inizio – start up? – di un laboratorio creativo che la ingloba e prevede l’azione di energie cittadine attorno al tema. Per la gioia postuma di Hans Belting, e un po’ sulla scorta del suggerimento di Luna Margherita.

Pamarasca