Yearly Archives: 2012

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E’ morto sabato, a soli 65 anni, Nazareno Re. La notizia mi sconvolge, così come mi sconvolgeva, lui in vita, il fatto che nessuno qui lo ringraziasse abbastanza per quello che era stato. Era un uomo buono e paterno. Gli occhi erano curiosi e aveva una gran voglia di fare prima che di chiacchierare.

Qui ad Ancona tanti gli devono molto, e parlo della mia generazione. I ricordi mi si affastellano nella mente. Ci siamo noi, poco più che ventenni, nel suo ufficio all’arci di corso mazzini, scartoffie ovunque, caldo, Francesca – l’amata Francesca con me così materna, e cara -, penne che non scrivono e progetti. Ci accoglie in un abbraccio e ci spinge avanti: siamo giovani, pieni di speranze e di idee bislacche, senza la famosa “esperienza precedente”, con un’associazione – Fahrenheit 451 – di dilettanti. Non era tempo di grandi chiacchiere, riunioni esasperate, giochetti: ci affida lo spazio della mole, appena ottenuto dall’arci di cui è presidente. Nessuno di noi ha fatto mai il barista, nessuno ha curato mostre importanti, nessuno ha steso programmi di cineforum così lunghi.

Ma a lui bastiamo noi. Non vuole dipendenti, ma persone. Giovani. Entusiaste.

Che ci ingegniamo attorno a lui, corriamo, inventiamo, inciampiamo e ci raccoglie, ci rassicura e sgrida, talvolta urlando proprio forte, ci lascia l’ufficio, il tavolo, finge di incuriosirsi per la macchinetta del caffè che sceglieremo. Nazareno. Qualche mese fa lo incontrai alla Casa delle culture, vivace come sempre, impegnato  a gestire sms come un ragazzino, lo guardai con una grande tenerezza perché avrei voluto dirgli: Non ti ho mai ringraziato abbastanza, Nazareno, per l’esempio, per la fiducia, per quel modo di fare che oggi non esiste più. E “ecco, tieni, questo è il mio libro, una piccola cosa ma è stata la tua fiducia, anche, a convincermi a mettere mano a un sogno, com’era quella volta la gestione della mole, un bar, la mostra di Pazienza e poi per me il thermos, dove venivi a bere quando non c’era nessuno, rinfrancandomi con la tua presenza”.

Entrambi giocherelloni se capita l’occasione, ma riservati nei sentimenti, invece, non sono riuscito a dirgli queste cose. Poi, come accade tutti i giorni, si muore. Così ecco. Qua. Che palle.

E’ pieno di gente che si riempie la bocca di frasi fatte. Spazio ai giovani, spazio ai giovani, basta con la politica!. Beh, Nazareno era un politico, accidenti se lo era, e lui lo dava lo spazio ai giovani, forte dell’intuito, del coraggio, della fantasia. Non sono i giovani che mancano, ma la gente come lui.

Questa città, che non era la sua, gli deve molto. Io gli devo molto, che sono arrivato da Milano senza rete sotto il culo, e lui non me l’ha messa, mi ha solo detto: aggrappati come si deve a quel trapezio!

Francesca – siamo qui

Pamarasca

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Mi ha colpito tempo fa questo articolo di Carlo Galli sull’anarchia. Così tanto che ho mandato una lettera al quotidiano, pur sapendo che, subissati di commenti e lettere come sono, difficilmente sarebbe stata pubblicata. Lo stesso commento ho mandato poi ad A rivista anarchica che lo ha pubblicato nel numero attuale, estivo. Dicevo così:

L’articolo di Galli mi stupisce. Si tratta di una lezione scolastica sull’idea anarchica o, meglio, sul comportamento anarchico, che non manca di citare i classici e i mistici del pensiero libertario, a partire da Proudhon e da Tolstoj. Quello che mi sorprende non è l’approccio storico-divulgativo, ma la superficialità con cui Galli liquida una sorta di buonismo anarchico e, soprattutto, il fatto che egli limiti la sua esposizione ad un passato remoto, come se il pensiero libertario e anarchico non si fosse mosso di lì, non abbia vissuto trasformazioni né abbia partecipato all’esistenza politica dell’occidente sino ad oggi.

Il pensiero anarchico non è buonista, ma è faticoso. Esso pretende che l’uomo, individualmente e collettivamente, sia capace di liberarsi dalle dinamiche del potere. In tutte le sue sfaccettature, il pensiero anarchico richiede un lavoro duro, doloroso, difficile, privo di garanzie per il presente e per il prossimo futuro. Una cosa inconcepibile per un’età moderna che pretende la rapidità del gioco causa-effetto ed esilia in lussuose località turistiche ogni riflessione che abbia a che fare con coscienza, inconscio, verità. Non a caso, mi sembra, esso condivide la medesima sorte dell’altra grande reietta della contemporaneità, la psicoanalisi che, sul versante clinico, richiede ugualmente un lavoro difficile, lungo, periglioso e di sicuro senza garanzie di un prossimo futuro.

Ma soprattutto, il pensiero anarchico ha continuato a vivere e a svilupparsi ben oltre i limiti di tempo in cui Galli lo rinchiude, dipingendolo alla stregua di un felino inquieto e perennemente indeciso tra le fusa e un colpo d’artiglio. Oggi esso è anzi più attuale che mai, fatta eccezione per le persone che, in nome di un’anarchismo antico e insensato, rabbioso e narcisista, usano le armi inneggiando all’A cerchiata.

Da pensatori ascrivibili alla sfera libertaria statunitense nasce buona parte dell’idea tecnologica odierna (si pensi a Jennings, o Rheingold e all’esperienza di The Well del 1985) e ben 40 anni fa gli anarchici statunitensi parlavano di un utilizzo del web in chiave di democrazia diretta, strada che conduce dritta all’anarchia intesa come organizzazione che si eserciti senza potere.

Le grandi menti che si stanno occupando delle trasformazioni legate allo sviluppo tecnologico parlano di anarchia e non d’altro quando ventilano la possibilità di uno scivolare dell’individuo nella collettività e viceversa senza strappi né ferite, della possibilità di vivere un’intelligenza ampliata dalla cooperazione delle nostre menti e di una cooperazione che per funzionare abbia bisogno non di limitare l’Altro, ma di permettergli la maggiore libertà possibile di studio, immaginazione e riflessione.

Di anarchia parla anche chi si occupa marginalmente del web, ma lo concepisce come strumento di collaborazione tra piccole realtà autogestite, società che seguono pensieri di decrescita anziché di produzione e consumismo. E di anarchia parlano quanti discutono oggi sulle forme familiari della nostra società, sui loro cambiamenti, sulle prospettive di nuove aggregazioni.

L’anarchia non è mai stata così viva, e alternativa, e possibile. Certo, in chiave globale essa deve misurarsi con società che hanno ben poco a che fare con quelle del principio del XX secolo, anche se continuano ad esistere i Bava Beccaris e i Trotskij, così come d’altronde, i Savonarola. Ma non c’è dubbio che il pensiero anarchico sia oggi pertinente. Non perfetto, non ideale, non condivisibile da tutti, ma pertinente.

Ecco perché stupisce una lezione, sia pure ben fatta, su Proudhon, Bakunin e Tolstoj, pace all’anima loro.

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Da qualche giorno infuriano le discussioni attorno al Movimento 5 stelle. Come spesso accade ultimamente, posizioni divergenti vengono lette come affronti, critiche; come sfide o offese, riflessioni; come prese di parte (o di partito). Per quel che mi riguarda, sono convinto della forza propulsiva del Movimento a 5 stelle e credo che esso incarni, molto all’italiana, altri movimenti di rottura sparsi per il globo, a cominciare da Occupy Wall Street. Sono meno convinto da altre cose sulle quali vorrei porre l’attenzione, sia pure sinteticamente (me ne scuso). Queste cose sono:

–         il leaderismo;

–         la faciloneria rispetto al peso e al valore della rete;

–         un rifiuto aprioristico dei massimi sistemi;

–         il quasi totale disinteresse per la cultura

1)      il leaderismo

Non mi soffermo troppo su questo punto. Qualche riga fa ho scritto “all’italiana” e con questa espressione intendo dire

senza la capacità di dar vita a qualsivoglia movimento, partito, gruppo, squadra di calcio o calcetto, centro sociale, famiglia che non abbia un leader carismatico forte e predominante

Un movimento che si definisca tale e che creda nel proprio valore rivoluzionario dovrebbe interrogarsi anzitutto su questo. Che poi il leader di tale movimento non si candidi alle elezioni è un’aggravante, poiché egli assume in questo modo le connotazioni del Grande Sacerdote, dello Sciamano, dell’Intoccabile che resta a lato eppure è al centro. Ruolo spesso ricoperto dalle autorità religiose e paterne. Io non credo abbiamo bisogno di tutti questi padri: trovarne sempre di nuovi è un regresso.

2)      la Rete

Qui la trattazione richiesta sarebbe vastissima. Ho studiato la rete meno di molti altri, ma più di alcuni. Sono convinto della sua portata rivoluzionaria e sposo appieno le idee di de Kerchove (eh grazie, lo so), che tuttavia considero un pensatore molto, molto avanti rispetto ai tempi che corrono. La sua intelligenza connettiva – che non è affatto la somma di più intelligenze che si confrontano su una questione attorno a un tavolo virtuale – è nel contempo la partenza e il traguardo di un graduale abbandono del narcisismo odierno che, lo vediamo ogni giorno, si difende a denti stretti proprio dall’interno della stessa rete.

Il momento è epocale, è chiaro, e nessuno può dire con certezza quale sia la direzione. Importante allora sarebbe capire la grandezza della questione, trattarne con umiltà, compiere alcuni passi senza voler saltare il fosso. Si tratta di un problema prima culturale ed educativo che tecnologico. Rheingold, tra i creatori del web odierno, scrive, e lo cito spesso, che la rete richiede un senso civico estremamente sviluppato, poiché oggi possiamo agire con violenza contro qualcuno senza vederne il dolore. Possiamo, cioè, agire senza assistere alle conseguenze del nostro gesto linguistico. Non c’è, in definitiva, un limite ad una libertà che, però, non è un ideale condiviso ma la semplice e violenta libertà di fare quello che ci pare (senza conseguenze che ci tocchino).  Una libertà che è il contrario di ciò che sostiene di essere.

Se la rete permette inverosimili incontri di intelligenze, fa lo stesso per gli scontri e leggerne le potenzialità con semplicismo è un errore spaventoso. Siamo nel mezzo di una svolta, per comprenderne la portata non dobbiamo tanto parlare di quella, ma studiare la storia, le reazioni dell’umanità di fronte alle grandi rivoluzioni, il passato. I filosofi. Cosa che oggi è davvero poco in voga. Quando si parla di rete, la fretta di dire cosa sia è la peggior nemica dell’umanità.

3)      Il rifiuto dei massimi sistemi

In nome della concretezza a tutti i costi mi sembra si stia consumando un vero massacro. Non solo, né tanto, da parte del Movimento 5 stelle, è vero, ma io parlo di questo Movimento perché questo mi interessa. Si predilige un taglio amministrativo tout court che può funzionare perfettamente:

–         nelle amministrazioni locali, in piccoli contesti e su specifiche questioni;

–         quando si tratta di opporsi a una cosa, un progetto, un’idea.

Esistono però problemi che per semplicità ho definito relativi ai massimi sistemi. Si tratta di quei problemi non eminentemente pratici che richiedono anzitutto una riflessione e una presa di posizione, al di là della convenienza materiale (sarebbe conveniente la pena di morte per risolvere l’affollamento delle carceri, ad esempio). La presa di posizione di fronte a tali problemi (l’eutanasia, ad esempio, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la guerra, la tortura etc. etc.) deriva da principi che di solito l’uomo sintetizza in sostantivi. Uguaglianza, Libertà, Solidarietà. Autoritarismo, Potere, Religione. Laicità. E altro ancora. La nascita dei grandi movimenti politici è legata a questi principi (gli ideali) e d’altronde la vita di ognuno di noi lo è: l’Amore, ad esempio, cosa è se non un ideale, un’immagine, un discorso?

Mi si dice che questi ideali hanno stufato perché non si raggiungono mai (e difatti, l’Amore, per rimanere sul piano individuale e non collettivo, come lo immaginiamo non esiste affatto, per fortuna, è solo un desiderio che ci muove e spinge a negoziare, ad ottenerne uno reale, tangibile, una mediazione). Che bisogna essere concreti.

Ma la non fattibilità di determinati ideali non può e non deve impedirci di desiderarli, perché è il desiderio quello che ci muove e ci permette di vivere l’umanità. Porre gli oggetti di questo desiderio al centro di progetti politici non è utopia, è amore per l’uomo, per il futuro, per i figli, per la terra. Altrimenti, costruiremo bellissimi e funzionalissimi ponti per andare da nessuna parte o, nella peggiore delle ipotesi, quella che si sta avverando, scambieremo il consumo con l’ideale, l’oggetto da far nostro con il sogno.

Di un Movimento politico io voglio sapere cosa pensa dei massimi sistemi. Non mi basta che mi si dica: “quando si porrà il problema vedremo”. Io voglio sapere se immagina una società laica o religiosa, maschilista o paritaria, xenofoba o multiculturale, libertaria o autoritaria. Voglio conoscere i limiti che pone, perché la libertà è fatta di limiti anzitutto. Non sono problemi concreti? Accidenti se lo sono!

4)      Cultura

Si giunge così alla terrificante assenza di un discorso culturale, laddove la questione educativa e culturale dovrebbe essere al primo posto, non fosse altro che per la presenza della rete, immenso e propositivo motore culturale appunto. E’ un paradosso che non riesco a capire perché è proprio l’emarginazione della cultura l’effetto della politica degli ultimi decenni, votata al consumo, alla “crescita”, alla produzione a tutti i costi, alla quantità.

Chi si oppone al diktat del mondo odierno e critica il Pil come metro di giudizio di una società, chi si scaglia contro il potere finanziario e le multinazionali non può che fondare un discorso sensato sul piano culturale. E’ proprio la cultura l’arma in grado di affossare l’economia dominante, di riempire il nostro tempo qualitativamente, di avversare il consumo del quale siamo schiavi, di farci decrescere felicemente. Eppure, di cultura non v’è traccia. Soldi, conti. In questo modo mi sembra ci si metta alla pari di quanti cercano soluzioni quantitative a un problema che è qualitativo. Mi sembra, per dirla tutta, che alla pari di altri sostantivi (politica, ideologia, sinistra, destra) anche “cultura” stia pagando un dazio davvero alto sull’altare dei presunti innovatori. Certo, mi si dirà, è normale: in assenza di ideali, la cultura trova una difficile collocazione, ed è per questo che, ad esempio, una cultura di destra di fatto non esiste. Ma bisogna fare uno sforzo, credo, perché se non lo dice un Movimento giovane ed onesto che la cultura è importante, che serve come e più del consumismo, chi lo deve dire?

Mi si dirà a questo punto che soluzioni posso proporre. Boh. Le soluzioni pensate trenta anni fa (trenta!) da alcuni esponenti del pensiero libertario americano possono essere riviste senza essere snaturate, poiché parlavano di federazioni con territori e popolazioni ridotti nella quali grazie alla tecnologia si potesse esercitare una forma di democrazia il più diretta possibile, così come il discorso di Latouche contiene risvolti pratici importanti, e anche quello di molti altri che conosco troppo poco per citarli. E però, ognuna di queste soluzioni è vincolata alla rinuncia da parte nostra di qualcosa che è molto più importante del 30, del 50 o del 90{718b7fa3b2b592516a932a52f1b28acf350d11f5677499f5852074ec020c39e0} di stipendio. E’ la rinuncia al narcisismo, alla competizione, all’esercizio del potere, la rinuncia all’illusione del possesso della ragione. Soprattutto la rinuncia alla logica del consumo che ci fa sentire liberi quando facciamo qualcosa che nuoce agli altri – direttamente o indirettamente. Le federazioni di cui si parla sarebbero infatti fondate sulla solidarietà e su reciproci rapporti di scambio e di conoscenza. Niente di più lontano dall’aggressività odierna, dalla competizione a tutti i costi, dallo sbandamento che porta molti a una deriva violenta, volgare, gretta, meschina, vuota.

Si potrebbe iniziare con lo studio della storia, per capire meglio quali potrebbero essere i nostri futuri, perché tutte le epoche si sono trovate di fronte a grandi cambiamenti, non solo la nostra; e con lo studio della letteratura, con l’esercizio della musica e della poesia, perché nell’arte spesso si sono trovate risposte ai mali della società. Con la lettura delle teorie libertarie di Bookchin, delle critiche di Pasolini, con la rinuncia a gridare, urlare, parlare sopra, anche quando sembrerebbe la sola soluzione.

La rete ce lo permette, perché in rete non è chi grida che viene più ascoltato. Per ora, è chi paga. E profumatamente.

Ma chissà, tra qualche tempo…

Pamarasca

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Con la crisi, saremo più grassi. Leggevo un articolo che parlava di questo, qualche giorno fa. Il discorso era (è) semplice: con meno soldi in tasca, andremo alla ricerca dei prodotti più economici che spesso, non sempre ma spesso, sono quelli più grassi, meno sostenibili dal nostro organismo, meno salubri, più chimici, meno naturali. Le merendine dei nostri figli saranno della Konder, gli spaghetti della Di Ciccio, i prodotti biologici di Alce Opaco. D’altronde, le grandi marche risparmieranno su tutto per venderci merci a minor prezzo (prova questa di ricarichi impazziti, ma è un’altra storia).

È dunque, questa crisi, del capitalismo e non del consumismo. Bellamente continueremo a ingozzarci di schifezze inutili, solo più schifose, senza cambiare una virgola della nostra attitudine al consumo senza limite di ciò che non abbisognamo. Anzi. La corsa al risparmio procura una sorta di spasmodica corsa al consumo performante: “sai, ho trovato questi biscotti a due euro in meno di quegli altri e ne ho presi 5 pacchi scadono domenica ma riusciremo di sicuro a terminarli” “sai, ho trovato le carote giganti a metà di quelle medie” “che bravo, ma come fai a risparmiare così?”.

La gara è la seguente: comprare il più possibile spendendo il meno possibile. Il risparmio è diventato un business e l’acquisto è salvo, così come il desiderio inappagato di qualcosa, qualunque cosa, purché non sia appagante per davvero ma rimandi a nuova merce più costosa.

Così, meno soldi avremo più saremo grassi. Naturalmente questo avrà una ricaduta sulla nostra salute e sulla nostra sanità pubblica, ovvero sulle nostre tasse, ovvero sulle nostre tasche, sulla nostra società. Ma ci sarà sempre una merendina alla nostra portata.

E così via, pieni da far schifo, ubriachi di Havanna 5 anni e ½ e birra Porroni, diabetici d’aspartame e caramello, pronti a pagare rate e rate e rate per la nostra fiammante Mercades Bonz cupé.

Grassi di carne rossa, bianca, rosé, violacea, surgelata, calda, schiacciata, deprivata sensorialmente dalla nascita, nervosa, pronti, sempre pronti, a risparmiare sul gelato, non a fare a meno del gelato.

Le braccia grasse e rosacee infilate nell’ingranaggio che ci tritura come ciccioni senza speranza alle prese con la macchina distributrice di coca-cola light. Light, rispetto a cosa poi? A un’altra coca-cola.

I cervelli intasati di informazioni vuote, gli occhi di jpeg, pronti a divorare le parole che leggiamo senza masticarle, come facciamo con il filetto di turno, o si trattava di tonno, magari era maiale?

Siamo nel pieno (è il caso di dirlo) della crisi abbondante, le merci ci sommergeranno più di prima, solo più nocive, ma che importa? Costano meno, e delle conseguenze importa poco, perché noi non abbiamo figli o, se li abbiamo, non riusciamo a guardare oltre il loro naso, dove dovrebbe trovarsi il futuro che li aspetta, forse, se non ce lo mangiamo prima.

Pamarasca

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quando è uscito il mio libro ti sei fatta spazio alla presentazione, hai allungato la mano e mi hai stretto il polso, mi hai guardato negli occhi e hai detto “Bravo!” – come fossi stata una mia insegnante, tu che  insegnavi a tanti una diversa arte. Eri fiera di me che conoscevi appena, quel gesto si è inciso nel mio cuore. Lieve ti sia la terra, la memoria consoli i tuoi cari.

 

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Caro professore del consiglio,

so che non leggerà mai questa lettera ma la mando lo stesso, come si faceva da giovincelli con le missive per le innamorate.

Lei ha recentemente pronunciato la frase se il paese non è pronto me ne vado. Mi permetta qualche appunto.

1)      lei dice il paese. Quale paese, professore? Quello del nord e delle grandi fabbriche che delocalizzano, quello del centro e dei distretti industriali delocalizzati, quello del sud e della mafia e ndrangheta delocalizzate? C’è una bella differenza, come nelle sue classi, professore, mica tutti son secchioni o bulli.

2)      lei dice pronto. Pronto a cosa, professore? Ad avere ingressi facilitati a lavori che non ci sono? O a perdere con più facilità quei pochi che ancora esistono? In fondo lei sa che pronta l’Italia non è stata mai (alla guerra, al fascismo, alle stragi di stato, alla lotta armata, a tangentopoli, a Berlusconi), perché se lo fosse stata avrebbe evitato davvero tanti guai. Ma questo non l’autorizza mica a parlare come D’Annunzio, o come un mio vecchio amico che dopo aver ottenuto una decina di voti alle elezioni comunali disse: “questa città non mi merita”. Eh già, siam tutti bravi così…

3)      lei dice me ne vado. Eh no, caro professore. Glielo concedo: lei è un meccanico chiamato ad aggiustare un cavallo, in assenza di veterinari. Ma se il cavallo è disposto a farsi toccare da lei, anche lei deve fare la sua parte, rinunciando agli attrezzi più pericolosi. Ci poteva pensare prima, non faccia le bizze come i ragazzini e usi la parola più della bacchetta, credo estromessa anche per legge dalle nostre scuole.

Caro professore, nella sua carica i sostantivi sono due, presidente e consiglio. Lasci un po’ di spazio anche alla seconda.

Suo ossequioso

Pamarasca

11 1377

Prima di tutto il luogo, e la luce.
In fondo a sinistra, simile all’effetto creato dal pittore sui lavori ad olio, barbaglia una luce simile a un cespuglio. Proviene, quell’angolo giallognolo e malaticcio, probabilmente da una lampadina di quelle di una volta, dalla forma attorcigliata a la Borromini, lampadine che si svitano dalle abatjour degli appartamenti della nonna morta. Gioca tiepida su tele appese alle pareti alla vecchia maniera, cioè rivolte verso il basso: quadri di una certa – ma non troppa – importanza, che tradiscono la funzione di salottino dell’angolo itterico e puntano verso una poltroncina questa volta non di nonna, ma di una vecchia zia, una che si va a trovare di rado e ci offre i pasticcini solertemente preparati dalla badante russa.

Al primo incontro con questa fotografia, l’occhio cade proprio su quell’angolo, per via della luce, della prospettiva dell’immagine, del destino. Si trattasse di un pittore, diremmo che ha fatto apposta a farci iniziare da lì, dal piccolo riquadro che ci dà la misura della polvere, della malattia, della consunzione, della flebile tenuta di una luce d’altri tempi, dell’obslolescenza. Guardiamo lì per un po’, finché qualcosa non ci dice che la scena è più in là, a destra, dove l’occhio nostro inciampa nell’attesa che accada qualche cosa. E’ come a certi spettacoli teatrali in cui dalla platea fissiamo il palco e gli attori  iniziano a recitare invece dai corridoi, dalle sedie degli spettatori, sovvertendo le nostre aspettative. Ecco, allo stesso modo, TAC, un movimento repentino ci avverte che i protagonisti sono lì, un po’ a destra rispetto a quel cespuglio esanime ed illuminato.

Per arrivarci dobbiamo far scivolare distrattamente gli occhi su una parete giallo oro decorata in rilievo e ci sembra di passarci sopra la mano, ricordiamo quando da bambini ci è capitato durante una visita ad una reggia o a un palazzo nobiliare, dove c’era scritto non toccare. Si tratta di stoffe da pareti eleganti e costose che non capiamo bene, toccandole, se siano fastidiose o solo spelacchiate, come ci succede con i barboncini. Se ne trovano spesso in certi alberghi,gli stessi nei cui frigo bar troviamo  il mignon di stock84.

Spunta, al termine del cammino lungo la parete, un altro quadro, stavolta più grande, del quale intravediamo solo l’angolo. Sta sopra un caminetto, probabilmente chiuso, la cui centralità è ribadita da un orologio rococò che in questa foto ha la funzione, si direbbe, di un memento mori: cristallizza, la sentinella del tempo, l’immagine fotografica in un attimo preciso e poi riprende a percorrere il giro di guardia avanti e avanti ancora sino alla morte che ci tocca tutti.
Finalmente siamo sui regnanti. E qui, nemmeno Goya. Ma anche nemmeno Bacon, viene da dire. Ma anche, viene da dire, nemmeno vivi: l’orologio alle loro spalle ci indica forse l’ora della loro morte? Per questo hanno l’aspetto di cadaveri appoggiati (i tre seduti) o sorretti da qualche palo o stratagemma di teatro (quello in piedi)? Non è che forse, come accadeva a certi terroristi, li hanno uccisi e poi fotografati per farci credere che siano vivi?
Fingiamo di non pensarlo e concludiamo il giro nel luogo con una domanda decisiva:
Ma dove cazzo vi è venuto in mente di farvi fotografare?

Andiamo avanti con i personaggi

Da sinistra a destra.
Bersani ammicca come certi vecchietti grifagni dei dipinti fiamminghi, leggermente staccato dagli altri e con un imponente block notes (non note book, block note, è diverso) nella mano, che sta lì a dire: io sono venuto a lavorare, qui ci sono scritte le domande e le risposte. E’ arricciato in viso, le rughe sono tese e contraddicono l’aspetto forzatamente rilassato, dando vita a un ghigno da sparviero. In più sta storto, non perché a disagio ma perché concentrato nel tentativo di tenere la posa migliore, di riuscire nella foto come desidererebbe (cosa che la fotografia, impietosa, quasi mai concede all’osservato). Si sposta da un lato verso i compagni attuali e tiene però ben lontani i piedi, che puntano per non avvicinarsi troppo. In questa lotta del proprio corpo – che tradisce bene quella tra la base ed il partito – inserisce qualcosa su cui crede di poter contare, quella manina piccola e beffarda sotto il mento, da “uomo che pensa”. Peccato che la manina sia proprio una manina leggera, non tradisce alcun peso, non è segno di nervosismo, di riflessione faticosa, non sostiene niente, anzi sta lì davanti al mento e un po’ alla bocca quasi come un vezzo da ballerina di can can.

Proseguiamo.
C’è quello in piedi. Monti.
Vestito dalla moglie da capo a piedi (“vedrai che metteranno tutti la cravatta rossa, mettila celeste così si vedrà che sei diverso”) adotta la posa del pendolo, un peso, un filo a piombo. Il sorriso cerca di sembrare di convenienza, ma è un sorriso vero, si trova a suo agio l’uomo nel potere e lì è il palazzo del potere. Si direbbe in effetti, se si trattasse di un dipinto, realizzato da una mano diversa da quella del maestro. Probabilmente un pittore di bottega ha completato l’opera, solo abbozzata, rendendo la figura più tagliata con l’accetta, meno erosa, consumata, interiormente tratteggiata come le altre tre. L’effetto finale è un po’ un collage col photoshop: il corazziere non c’è, il corazziere c’è. Il capolavoro è in quella mano che spunta dall’abito senza tradire nemmeno un movimento, così, raccolta, nemmeno pronta, se cadesse non farebbe in tempo ad aprirla per attutire il colpo. Ma non cade. L’artista ci regala il ritratto di un uomo che ha sempre saputo stare dove sta il potere e non ha bisogno di adattarsi. Una nota stonata in un concerto per sordi.

Al suo fianco, Alfano e Casini sono slabbrati, lisi, i contorni dei loro visi sono rigonfi e deformi, molli, sembrano tirati da invisibili fili da pesca e in attesa di strapparsi. Somigliano a quei corpi di morti che si trovano dopo qualche giorno in acqua e condividono in qualche modo l’essenza del fluido che li accoglie, la sua inafferrabilità. Alfano, il primo, non si capisce dove sieda, se condivida un divanetto con Casini, o su una sedia a sé. Abbozza un atteggiamento composto, reclinando un po’ la testa, ma il sorriso gli espande la guancia destra come stesse mangiando una pallina da golf, gli occhi sono pieni d’acqua e quel giocare con la penna come uno scolaretto tradisce un senso di inferiorità palese che il titolo di segretario di partito non compenserà mai. E’ il ritratto di un pesce che non capisce come faccia a camminare sulla terra, una figura di Bosch che chissà come è scampata ai girotondi fiamminghi della morte e ci guarda con stupore e inettitudine, non riesce nemmeno lontanamente a farci credere che sa quello che pensa. Si incontrano ogni tanto padri di famiglia così al ristorante, li guardi e ti dispiaci per loro, per questo loro giocherellare senza capo né coda con la forchetta o rispondere niente alla domanda dei bambini, almeno fino a che arriva il caffè. Un altissimo livello artistico per rappresentare quest’uomo a cavallo tra potere e ignavia, possibilità e incapacità, luogo delle decisioni e assenza di pensiero. Nella sua mente c’è qualcosa di completamente inutile, in questo momento, per lui, per la sua famiglia, per tutti quelli che conosce e non conosce. Un colpo di fortuna, quello del fotografo, o un tocco del genio, non si sa. Forse solo una buona probabilità.

Ultimo arriva Casini, ed è la più grande prova dell’artista inconsapevole che ci dona questo capolavoro. In una foto riesce a sputtanare tutte le parole decise, le enunciazioni secche, le dichiarazioni di coerenza, le indignazioni, le offese, tutto, proprio tutto. L’uomo che appare qui è il ritratto deforme, appiccicoso e triste del potere politico italiano, con il ghigno sguaiato, la carne del viso che sembra svolazzare allegramente attorno agli occhi, l’aria lasciva (lascereste solo questo uomo con vostro figlio?), quella mano quasi offensiva ma soprattutto senza senso, come non sapesse dove mettere le sue stesse mani, nelle tasche sue o di altri, dietro la schiena, sulle palle, una nell’altra. Trova un posto alla tua grande mano, magari usala per recuperare quell’altra, che sta scappando giù dalla tua sedia. Il tocco della bretella da dopolavoro che spunta fuori per l’incapacità di un contegno è sublime, un dettaglio alla Velazquez, che non ci fa sembrare più umano il mostro, bensì più mostruoso l’uomo. E’, Casini, un’opera degna del più grande Bacon, uno specchio impietoso di quello che siamo: tocca proprio a chi vuole rappresentare il centro mostrare il vero volto del potere.

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È morto Elio Pagliarani. Le librerie non si affanneranno ad esporre i suoi libri, come fanno di solito quando muore uno scrittore: le librerie per lo più non li hanno, i suoi libri. Immagino già i direttori di succursale della Mondadori, della Feltrinelli: “abbiamo qualcosa di Pagliarani?” “Chi?” “Pagliarani, quello che è morto” “Boh. Ora guardo. Come hai detto che si chiama?”.

La poesia, l’arte di temprare le parole e calibrarle su ragione e sentimento, di osservare con occhi differentemente ciechi, di cercare l’aldilà della normale comunicazione, non ha spazio al giorno d’oggi. I grandi poeti italiani cadono come massi da un monte direttamente in mare, senza far rumore. Elio Filippo Accrocca, Sanguineti, Zanzotto. Pagliarani.

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

Ad Ancona venne invitato da Luigi Socci e Marco Dominici per una delle prime edizioni de La punta delle lingua, festival di poesia che oggi gode di autorevolezza. Mangiammo assieme a lui da Anna la zozza, a Portonovo, le tagliatelle. Guardò il mare, il molo, il monte, le forme della cameriera.

La sua poesia era greve e leggera, somigliava alle operaie di fabbrica che sporche d’unto e nel frastuono delle macchine riescono comunque a rimanere donne.

Il volume con tutte le sue poesie non costa molto: acquistarlo e leggerlo è un atto di resistenza a un mondo che crede di poter fare a meno della poesia quando invece è il contrario esatto.

Pamarasca

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Della qualità del greco sui giornali e in tv si parla poco o niente. Non è facile parlarne.

La qualità del greco è poesia, ed è pensiero. La qualità del greco è l’origine delle parole che usiamo per determinare le nostre qualità e noi stessi.

E’ appunto una qualità, e non si conta. Hai voglia a metterla in banca. A pagarci i debiti.

Ma la qualità del greco c’è, e condannando la scarsa quantità del greco  noi vi rinunciamo.

Infatti, quanto noi possiamo dire di avere sul piano qualitativo, nasce dalla qualità del greco. Mica ci sono arrivati i conti in banca di Pericle, a noi. Mica abbiamo messo nel caveau la corazza di Achille, il cavallo di Ulisse.

E Omero, per dioera cieco, quanto poteva essere capace di produrre?

La qualità del greco è un segno che sta esattamente nel punto in cui si intersecano la poesia, il pensiero e le parole (che in greco sono infatti esatte, si possono toccare con le mani come sassi).  La qualità del greco fa parente con il mito e difatti le storie le hanno scritte tutti i greci. Da allora non si è fatto altro che riscriverle. Se ci fosse il copyright sulle storie, allora altro che debito con la Germania.

Ma non vanno nel Pil, le origini delle storie. Edipo, Antigone, Medea non fanno cassa a monte, solo a valle. La qualità del greco non può trasformarsi in quantità. C’è poco da fare. La terra è secca, arida, fa caldo, ci sono poche bestie, c’è stata la guerra, la dittatura, la corruzione. Il greco è incazzato.

Ma della sua qualità non si parla.

Mi si muove nella pancia, però, questa qualità del greco. La ritrovo in quasi tutte le parole che uso. Negli accenti. Mi cammina dentro e così fa con tutti noi, che ci appassioniamo quando sentiamo storie che inevitabilmente hanno a che fare con la qualità del greco, che ci commuoviamo quando ammiriamo un paesaggio che ci sembra poetico e la nostra idea di poesia viene dalla qualità del greco, che ci innamoriamo perché la qualità del greco ha parlato dell’amore…

Della qualità del greco non si parla.

Ci seppelliamo invece sotto il peso della quantità. Quanto mi devi dare? Quanto mi fai? Quanto mi costi? Quanto sei ricco? Quanto sei povero? A quanto vai? Di quanto sali? Di quanto scendi?

Quanto sei?

La qualità del greco si respira, per quanto mi sforzi non mi viene di descriverla.

La qualità del greco è il pensiero, è la poesia. E’ la parola, al tempo stesso equivoco e rivelazione.

E’ una cosa che abbiamo, ma non possiamo possedere.

Ora dagli altri continenti il virus che abbiamo diffuso per il mondo (affamando, sventrando, scorticando, ammalando milioni di persone e poi rifiutandoci di curarle gratis) torna passando dal Mediterraneo e iniziamo a sentirlo come un corpo sente un reumatismo (“mi fa male la grecia… sarà il freddo”). Siamo un cane che inizia a mangiarsi dalla coda e si avvicina ogni giorno di più al momento in cui divorerà il suo stesso muso.

Da questo potrà salvarci solo la qualità del greco. Se per allora ci sarà.

La qualità del greco è la non-quantità, è il vuoto e la coscienza del vuoto, che si incarna, appunto, nell’incontro tra poesia e pensiero. Che ci dice che è stupido mangiare i propri denti.

La crisi è un sintomo che trattiamo come una malattia.

La qualità del greco è il vaccino per il vero male, ma bisogna ricordare sempre di fare il richiamo, di un vaccino.

Pamarasca

Sulla Grecia e sulla crisi greca i racconti e le idee di Marco

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Era così. All’università il manifesto lo portavano nella tasca posteriore in 10 su 1000. E di quei dieci lo leggeva uno, gli altri lo utilizzavano in vario modo, o non lo utilizzavano affatto. Inutile girarci attorno. Tra l’altro era moscio e non morivano neppure le mosche se ce le acchiappavi.

Ci scriveva tutta gente tosta. Il mio preferito era Pintor, che dal giornale passai ai libri e che Servabo lo lessi in treno e piansi. Gli articoli erano pesantissimi. Non una battuta, non una facezia. Tu stavi nel corridoio dell’istituto di filosofia teoretica aspettando il tuo turno per l’esame e lo leggevi, così poi tutto, anche l’esame, ti sembrava una cazzata. Dopo tre manifesti chiacchierare con Sini o con Giorello era come bere un caffelatte.

Io lo leggevo, in quegli anni, anche se militavo da anarchico al ponte della ghisolfa  e i comunisti, tranne Alberto Ibba, Luigi Pestalozza e pochi altri, mi stavano un po’ sulle palle. Ebbi anche come professore Alessandro Conti, che ci scriveva d’arte e morì presto, agli esami faceva piangere le ragazzine bestemmiando in toscano e urlandoci in faccia, a ragione, l’ignoranza nostra.

Non è che lo leggessi proprio tutto. Ad esempio, Lucio lo leggeva dalla prima all’ultima riga, e Cesare ci faceva colazione come si trattasse di tv sorrisi. Avevo amicizie sovradimensionate, evidentemente.

Però lo leggevo. E poi, anche se non lo avessi letto allora, non riesco a immaginare l’Italia senza il manifesto. Non ha senso.

Da un pugno di mesi se n’è andato Luciano Magri e nel mio piccolo ne ho scritto qui.

Mo rischia di volare via dal finestrino del trabiccolo sul quale ci muoviamo pure il suo giornale. Per salvarlo, non bisogna essere suoi lettori, basta un poco d’amor proprio. Se non vi va di leggerlo, compratelo e incartateci del pesce.

Pamarasca