Archivio Mensile:luglio 2012

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Venti anni fa si ammazzava Rita Atria. La sua storia è tra quelle raccontate in questo bellissimo ed esemplare libro che scandaglia l’universo femminile della mafia.

Rita Atria era una giovane appartenente a una famiglia mafiosa. Quando il fratello (mafioso) viene ucciso e la cognata decide di collaborare con la giustizia anti-mafia, sceglie anche lei, a soli 17 anni, questa strada. Ne sapeva molte, il fratello si confidava con lui.  Viene accolta da Paolo Borsellino, e gli si lega come è normale faccia una adolescente che compie una simile scelta.

I suoi racconti permettono arresti importanti. Intanto lei cresce. Scrive un diario in cui parla di se stessa, della famiglia, di Borsellino, dell’adolescenza comune a tutte le ragazze. Poi Borsellino viene ucciso. Una settimana dopo Rita si uccide. Non c’è più nessuno che si occupi di lei. In un paese come il nostro, è già tanto che ne abbia trovato uno – e per poco.

Qualcuno ha detto che il diario di Rita dovrebbe essere letto nelle scuole, come quello di Anna Frank. Allora sì che avrebbe un senso la tragedia di questa ragazza. Fatelo, professori, presidi, ministri. Adottate questo testo!

Ai funerali di Rita non si presentarono rappresentanti dello stato.

Pamarasca

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I fatti. Hanno inaugurato, a Firenze, un parco poetico (le foto qui). Un tizio che scrive poesie ha proposto la cosa e siccome non era previsto che il comune dovesse sborsare dei soldi gli è stato detto sì. Un commento sulla qualità dell’operazione è qui, lo condivido appieno e non c’è molto da aggiungere. Prendo spunto però dalla vicenda per sollevare alcune questioni.

1) se fosse ancora riconosciuta un’autorevolezza critica a personaggi che la meritano questo non sarebbe potuto succedere. Un’amministrazione avrebbe detto: “esimio poeta/professore, che ne dice?”. E il poeta/professore avrebbe detto: “che siete matti? Ma andate via va, voi e queste puttanate.” Invece, ora che siamo tutti artisti – e poeti, e astronauti e, ahimé, amministratori – questo può succedere ovunque. La vostra città, ricordate, potrebbe essere la prossima.

2) Se uno ha soldi da spendere e si è messo in testa di essere un poeta lo è. Non solo, può anche costruirsi un monumento a sue spese in un luogo pubblico, obbligando la cittadinanza a leggere le sue cose e a sbucciarsi le ginocchia contro la pietra delle sue simil-lapidi. Come se lo spazio comune fosse la sua bacheca di facebook. Questo accade perché, soprattutto, le amministrazioni se ne fregano della cultura e stanno solo lì  a contare i soldi. Attendiamo che si facciano furbe e propongano ettari di piazze a facoltosi cittadini che vogliono il proprio ritratto scolpito il sella ad un destriero.

3) se c’è un modo per allontanare le persone dalla poesia, è costringerle a leggere certe cose, su certi supporti, mentre passeggiano tranquillamente.

4) Dallo spazio virtuale in cui ognuno, nel suo angolino, può credersi Dante Alighieri e scrivere le sue poesie che poi qualcuno, tanti o nessuno leggerà, senza che ce ne accorgessimo siamo passati allo spazio reale, dove queste poesie vanno a spezzare le corse dei bambini (reali, pochi ma reali).

5) Qualcuno – chi? – ha deciso che le opere di writers più o meno famosi sono legalmente perseguibili, da cancellare o immondezza e queste cose qui sono invece da inaugurare in pompa magna. Con quale autorità critica? Nomi, cognomi e curriculum, per favore.

Pamarasca

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Due studiosi poco conosciuti tra gli esperti in un solo giorno hanno detto di aver trovato 100 disegni da attribuire a Caravaggio in un fondo milanese e hanno messo in vendita su Amazon l’ebook con le riproduzioni. Siccome sono poco conosciuti e anche giovani, e non fanno parte della casta baronale degli esperti, si è per un po’ parlato di loro come piccoli eroi e si è detto anche che chi li critica e solleva dubbi lo fa solo perché, appunto, sono giovani e privi di un curriculum pomposo. Sul web si è diffusa la notizia. 100 disegni di Caravaggio! Minchia! E messi così, a disposizione di tutti, su Amazon! Viva la democrazia. L’autorevole Vittorio Sgarbi ha difeso i due contro l’establishment polveroso della storia dell’arte.

Alcune cose colpiscono della vicenda, sulla quale si sono espressi i maggiori esperti di Caravaggio tra i quali Bora e Maurizio Calvesi  ed è uscito, tra gli altri, un interessante brano di Davide Dotti:

1) un entusiasmo irrefrenabile si è levato all’idea di due giovani ricercatori (largo ai giovani!) non invischiati nell’estabilishment (la casta!) e capaci di trovare grazie al proprio spirito d’iniziativa (?) 100 disegni di Caravaggio.

2) come sottolinea Maurizio Calvesi, la notizia è stata data da organi di stampa che, sino a poco tempo fa, annoveravano tra i propri collaboratori autorevoli studiosi appunto per sottoporre loro certe informazioni. Anche gli autorevoli studiosi sbagliano, è chiaro. Ma sbagliano meno.

3) l’entusiasmo è rimbalzato sul web e la notizia, un po’ come quella sui superpoteri di Hollande, ha raggiunto in poco tempo tutti i consumatori medi di arte, specie di Caravaggio, che per i più sta alla storia dell’arte come Maradona al calcio.

4) degli esimi studiosi che hanno, anche discretamente ed educatamente, sollevato dubbi si è letto il curriculum, come se fossero loro a dove provare di essere esperti, e non i sedicenti ritrovatori.

5) l’appartenenza degli stessi esimi studiosi ad una élité di storici dell’arte è stata interpretata – non da tutti, è chiaro – come appartenenza ad un clan, un gruppo chiuso che non si capisce quali ragioni possa avere nel tenere nascosti i disegni di Caravaggio.

La storia dell’arte è una disciplina magica, e complessa. Allo storico dell’arte sono richieste passione e dedizione, ma anche intuito, esperienza diretta, accuratezza nello studio delle fonti. E coraggio. Gli occhi sono importanti quasi quanto le nuove tecnologie e vanno allenati giorno dopo giorno. Quello che vedono va collegato a quello che si sa o si legge. Se la storia dell’arte in quanto passione vince su una rivale, ad esempio la scrittura, è capace di piegarla ed ecco che quelli che sarebbero stati grandiosi romanzieri – Longhi, Brandi, Gombrich – passeranno la vita a scrivere di quadri. Certo, come tutte le discipline la storia dell’arte ha in seno le sue odiose consorterie. Ma non è questo il discorso.

La storia dell’arte vuole l’autorevolezza – non l’autorità -. L’autorevolezza vuole lo studio. Lo studio vuole il suo tempo e il suo spazio dedicato. Tempo e spazio che oggi sembrano mancare.

Oggi bisogna difendersi per aver studiato, scusarsi per essere persone preparate e, in certi casi, costrette alla pedanteria. Se si usa una terminologia troppo appropriata bisogna aspettarsi insulti, e attacchi (parla come mangi!). Se si è passata una certa età meglio abbassarsela artificialmente, perché improvvisamente ad esser saggi sono solo gli under 50.

I disegni di Caravaggio, con ogni probabilità, sono una bufala. Ma il guaio non è questo. Il guaio è che alla gente che li guarda non gliene frega niente, come al buon Daccò del gusto dei suoi vini da 300.000 euro. E’ il prezzo sull’etichetta che conta, non il gusto, non la bellezza. Figurarsi poi la storia. Tra una ventina d’anni, ognuno avrà il suo Caravaggio in casa, garantito da una tweet-perizia eseguita direttamente sull’album facebook di un esperto sedicenne.

Pamarasca

(il disegno riportato è preso in prestito da http://www.comprensivoturbigo.it/ ed è opera di Ilenia. A prima vista mi pareva un Raffaello)

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E’ morto sabato, a soli 65 anni, Nazareno Re. La notizia mi sconvolge, così come mi sconvolgeva, lui in vita, il fatto che nessuno qui lo ringraziasse abbastanza per quello che era stato. Era un uomo buono e paterno. Gli occhi erano curiosi e aveva una gran voglia di fare prima che di chiacchierare.

Qui ad Ancona tanti gli devono molto, e parlo della mia generazione. I ricordi mi si affastellano nella mente. Ci siamo noi, poco più che ventenni, nel suo ufficio all’arci di corso mazzini, scartoffie ovunque, caldo, Francesca – l’amata Francesca con me così materna, e cara -, penne che non scrivono e progetti. Ci accoglie in un abbraccio e ci spinge avanti: siamo giovani, pieni di speranze e di idee bislacche, senza la famosa “esperienza precedente”, con un’associazione – Fahrenheit 451 – di dilettanti. Non era tempo di grandi chiacchiere, riunioni esasperate, giochetti: ci affida lo spazio della mole, appena ottenuto dall’arci di cui è presidente. Nessuno di noi ha fatto mai il barista, nessuno ha curato mostre importanti, nessuno ha steso programmi di cineforum così lunghi.

Ma a lui bastiamo noi. Non vuole dipendenti, ma persone. Giovani. Entusiaste.

Che ci ingegniamo attorno a lui, corriamo, inventiamo, inciampiamo e ci raccoglie, ci rassicura e sgrida, talvolta urlando proprio forte, ci lascia l’ufficio, il tavolo, finge di incuriosirsi per la macchinetta del caffè che sceglieremo. Nazareno. Qualche mese fa lo incontrai alla Casa delle culture, vivace come sempre, impegnato  a gestire sms come un ragazzino, lo guardai con una grande tenerezza perché avrei voluto dirgli: Non ti ho mai ringraziato abbastanza, Nazareno, per l’esempio, per la fiducia, per quel modo di fare che oggi non esiste più. E “ecco, tieni, questo è il mio libro, una piccola cosa ma è stata la tua fiducia, anche, a convincermi a mettere mano a un sogno, com’era quella volta la gestione della mole, un bar, la mostra di Pazienza e poi per me il thermos, dove venivi a bere quando non c’era nessuno, rinfrancandomi con la tua presenza”.

Entrambi giocherelloni se capita l’occasione, ma riservati nei sentimenti, invece, non sono riuscito a dirgli queste cose. Poi, come accade tutti i giorni, si muore. Così ecco. Qua. Che palle.

E’ pieno di gente che si riempie la bocca di frasi fatte. Spazio ai giovani, spazio ai giovani, basta con la politica!. Beh, Nazareno era un politico, accidenti se lo era, e lui lo dava lo spazio ai giovani, forte dell’intuito, del coraggio, della fantasia. Non sono i giovani che mancano, ma la gente come lui.

Questa città, che non era la sua, gli deve molto. Io gli devo molto, che sono arrivato da Milano senza rete sotto il culo, e lui non me l’ha messa, mi ha solo detto: aggrappati come si deve a quel trapezio!

Francesca – siamo qui

Pamarasca

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Mi ha colpito tempo fa questo articolo di Carlo Galli sull’anarchia. Così tanto che ho mandato una lettera al quotidiano, pur sapendo che, subissati di commenti e lettere come sono, difficilmente sarebbe stata pubblicata. Lo stesso commento ho mandato poi ad A rivista anarchica che lo ha pubblicato nel numero attuale, estivo. Dicevo così:

L’articolo di Galli mi stupisce. Si tratta di una lezione scolastica sull’idea anarchica o, meglio, sul comportamento anarchico, che non manca di citare i classici e i mistici del pensiero libertario, a partire da Proudhon e da Tolstoj. Quello che mi sorprende non è l’approccio storico-divulgativo, ma la superficialità con cui Galli liquida una sorta di buonismo anarchico e, soprattutto, il fatto che egli limiti la sua esposizione ad un passato remoto, come se il pensiero libertario e anarchico non si fosse mosso di lì, non abbia vissuto trasformazioni né abbia partecipato all’esistenza politica dell’occidente sino ad oggi.

Il pensiero anarchico non è buonista, ma è faticoso. Esso pretende che l’uomo, individualmente e collettivamente, sia capace di liberarsi dalle dinamiche del potere. In tutte le sue sfaccettature, il pensiero anarchico richiede un lavoro duro, doloroso, difficile, privo di garanzie per il presente e per il prossimo futuro. Una cosa inconcepibile per un’età moderna che pretende la rapidità del gioco causa-effetto ed esilia in lussuose località turistiche ogni riflessione che abbia a che fare con coscienza, inconscio, verità. Non a caso, mi sembra, esso condivide la medesima sorte dell’altra grande reietta della contemporaneità, la psicoanalisi che, sul versante clinico, richiede ugualmente un lavoro difficile, lungo, periglioso e di sicuro senza garanzie di un prossimo futuro.

Ma soprattutto, il pensiero anarchico ha continuato a vivere e a svilupparsi ben oltre i limiti di tempo in cui Galli lo rinchiude, dipingendolo alla stregua di un felino inquieto e perennemente indeciso tra le fusa e un colpo d’artiglio. Oggi esso è anzi più attuale che mai, fatta eccezione per le persone che, in nome di un’anarchismo antico e insensato, rabbioso e narcisista, usano le armi inneggiando all’A cerchiata.

Da pensatori ascrivibili alla sfera libertaria statunitense nasce buona parte dell’idea tecnologica odierna (si pensi a Jennings, o Rheingold e all’esperienza di The Well del 1985) e ben 40 anni fa gli anarchici statunitensi parlavano di un utilizzo del web in chiave di democrazia diretta, strada che conduce dritta all’anarchia intesa come organizzazione che si eserciti senza potere.

Le grandi menti che si stanno occupando delle trasformazioni legate allo sviluppo tecnologico parlano di anarchia e non d’altro quando ventilano la possibilità di uno scivolare dell’individuo nella collettività e viceversa senza strappi né ferite, della possibilità di vivere un’intelligenza ampliata dalla cooperazione delle nostre menti e di una cooperazione che per funzionare abbia bisogno non di limitare l’Altro, ma di permettergli la maggiore libertà possibile di studio, immaginazione e riflessione.

Di anarchia parla anche chi si occupa marginalmente del web, ma lo concepisce come strumento di collaborazione tra piccole realtà autogestite, società che seguono pensieri di decrescita anziché di produzione e consumismo. E di anarchia parlano quanti discutono oggi sulle forme familiari della nostra società, sui loro cambiamenti, sulle prospettive di nuove aggregazioni.

L’anarchia non è mai stata così viva, e alternativa, e possibile. Certo, in chiave globale essa deve misurarsi con società che hanno ben poco a che fare con quelle del principio del XX secolo, anche se continuano ad esistere i Bava Beccaris e i Trotskij, così come d’altronde, i Savonarola. Ma non c’è dubbio che il pensiero anarchico sia oggi pertinente. Non perfetto, non ideale, non condivisibile da tutti, ma pertinente.

Ecco perché stupisce una lezione, sia pure ben fatta, su Proudhon, Bakunin e Tolstoj, pace all’anima loro.