Archivio Mensile:marzo 2012

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Caro professore del consiglio,

so che non leggerà mai questa lettera ma la mando lo stesso, come si faceva da giovincelli con le missive per le innamorate.

Lei ha recentemente pronunciato la frase se il paese non è pronto me ne vado. Mi permetta qualche appunto.

1)      lei dice il paese. Quale paese, professore? Quello del nord e delle grandi fabbriche che delocalizzano, quello del centro e dei distretti industriali delocalizzati, quello del sud e della mafia e ndrangheta delocalizzate? C’è una bella differenza, come nelle sue classi, professore, mica tutti son secchioni o bulli.

2)      lei dice pronto. Pronto a cosa, professore? Ad avere ingressi facilitati a lavori che non ci sono? O a perdere con più facilità quei pochi che ancora esistono? In fondo lei sa che pronta l’Italia non è stata mai (alla guerra, al fascismo, alle stragi di stato, alla lotta armata, a tangentopoli, a Berlusconi), perché se lo fosse stata avrebbe evitato davvero tanti guai. Ma questo non l’autorizza mica a parlare come D’Annunzio, o come un mio vecchio amico che dopo aver ottenuto una decina di voti alle elezioni comunali disse: “questa città non mi merita”. Eh già, siam tutti bravi così…

3)      lei dice me ne vado. Eh no, caro professore. Glielo concedo: lei è un meccanico chiamato ad aggiustare un cavallo, in assenza di veterinari. Ma se il cavallo è disposto a farsi toccare da lei, anche lei deve fare la sua parte, rinunciando agli attrezzi più pericolosi. Ci poteva pensare prima, non faccia le bizze come i ragazzini e usi la parola più della bacchetta, credo estromessa anche per legge dalle nostre scuole.

Caro professore, nella sua carica i sostantivi sono due, presidente e consiglio. Lasci un po’ di spazio anche alla seconda.

Suo ossequioso

Pamarasca

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Prima di tutto il luogo, e la luce.
In fondo a sinistra, simile all’effetto creato dal pittore sui lavori ad olio, barbaglia una luce simile a un cespuglio. Proviene, quell’angolo giallognolo e malaticcio, probabilmente da una lampadina di quelle di una volta, dalla forma attorcigliata a la Borromini, lampadine che si svitano dalle abatjour degli appartamenti della nonna morta. Gioca tiepida su tele appese alle pareti alla vecchia maniera, cioè rivolte verso il basso: quadri di una certa – ma non troppa – importanza, che tradiscono la funzione di salottino dell’angolo itterico e puntano verso una poltroncina questa volta non di nonna, ma di una vecchia zia, una che si va a trovare di rado e ci offre i pasticcini solertemente preparati dalla badante russa.

Al primo incontro con questa fotografia, l’occhio cade proprio su quell’angolo, per via della luce, della prospettiva dell’immagine, del destino. Si trattasse di un pittore, diremmo che ha fatto apposta a farci iniziare da lì, dal piccolo riquadro che ci dà la misura della polvere, della malattia, della consunzione, della flebile tenuta di una luce d’altri tempi, dell’obslolescenza. Guardiamo lì per un po’, finché qualcosa non ci dice che la scena è più in là, a destra, dove l’occhio nostro inciampa nell’attesa che accada qualche cosa. E’ come a certi spettacoli teatrali in cui dalla platea fissiamo il palco e gli attori  iniziano a recitare invece dai corridoi, dalle sedie degli spettatori, sovvertendo le nostre aspettative. Ecco, allo stesso modo, TAC, un movimento repentino ci avverte che i protagonisti sono lì, un po’ a destra rispetto a quel cespuglio esanime ed illuminato.

Per arrivarci dobbiamo far scivolare distrattamente gli occhi su una parete giallo oro decorata in rilievo e ci sembra di passarci sopra la mano, ricordiamo quando da bambini ci è capitato durante una visita ad una reggia o a un palazzo nobiliare, dove c’era scritto non toccare. Si tratta di stoffe da pareti eleganti e costose che non capiamo bene, toccandole, se siano fastidiose o solo spelacchiate, come ci succede con i barboncini. Se ne trovano spesso in certi alberghi,gli stessi nei cui frigo bar troviamo  il mignon di stock84.

Spunta, al termine del cammino lungo la parete, un altro quadro, stavolta più grande, del quale intravediamo solo l’angolo. Sta sopra un caminetto, probabilmente chiuso, la cui centralità è ribadita da un orologio rococò che in questa foto ha la funzione, si direbbe, di un memento mori: cristallizza, la sentinella del tempo, l’immagine fotografica in un attimo preciso e poi riprende a percorrere il giro di guardia avanti e avanti ancora sino alla morte che ci tocca tutti.
Finalmente siamo sui regnanti. E qui, nemmeno Goya. Ma anche nemmeno Bacon, viene da dire. Ma anche, viene da dire, nemmeno vivi: l’orologio alle loro spalle ci indica forse l’ora della loro morte? Per questo hanno l’aspetto di cadaveri appoggiati (i tre seduti) o sorretti da qualche palo o stratagemma di teatro (quello in piedi)? Non è che forse, come accadeva a certi terroristi, li hanno uccisi e poi fotografati per farci credere che siano vivi?
Fingiamo di non pensarlo e concludiamo il giro nel luogo con una domanda decisiva:
Ma dove cazzo vi è venuto in mente di farvi fotografare?

Andiamo avanti con i personaggi

Da sinistra a destra.
Bersani ammicca come certi vecchietti grifagni dei dipinti fiamminghi, leggermente staccato dagli altri e con un imponente block notes (non note book, block note, è diverso) nella mano, che sta lì a dire: io sono venuto a lavorare, qui ci sono scritte le domande e le risposte. E’ arricciato in viso, le rughe sono tese e contraddicono l’aspetto forzatamente rilassato, dando vita a un ghigno da sparviero. In più sta storto, non perché a disagio ma perché concentrato nel tentativo di tenere la posa migliore, di riuscire nella foto come desidererebbe (cosa che la fotografia, impietosa, quasi mai concede all’osservato). Si sposta da un lato verso i compagni attuali e tiene però ben lontani i piedi, che puntano per non avvicinarsi troppo. In questa lotta del proprio corpo – che tradisce bene quella tra la base ed il partito – inserisce qualcosa su cui crede di poter contare, quella manina piccola e beffarda sotto il mento, da “uomo che pensa”. Peccato che la manina sia proprio una manina leggera, non tradisce alcun peso, non è segno di nervosismo, di riflessione faticosa, non sostiene niente, anzi sta lì davanti al mento e un po’ alla bocca quasi come un vezzo da ballerina di can can.

Proseguiamo.
C’è quello in piedi. Monti.
Vestito dalla moglie da capo a piedi (“vedrai che metteranno tutti la cravatta rossa, mettila celeste così si vedrà che sei diverso”) adotta la posa del pendolo, un peso, un filo a piombo. Il sorriso cerca di sembrare di convenienza, ma è un sorriso vero, si trova a suo agio l’uomo nel potere e lì è il palazzo del potere. Si direbbe in effetti, se si trattasse di un dipinto, realizzato da una mano diversa da quella del maestro. Probabilmente un pittore di bottega ha completato l’opera, solo abbozzata, rendendo la figura più tagliata con l’accetta, meno erosa, consumata, interiormente tratteggiata come le altre tre. L’effetto finale è un po’ un collage col photoshop: il corazziere non c’è, il corazziere c’è. Il capolavoro è in quella mano che spunta dall’abito senza tradire nemmeno un movimento, così, raccolta, nemmeno pronta, se cadesse non farebbe in tempo ad aprirla per attutire il colpo. Ma non cade. L’artista ci regala il ritratto di un uomo che ha sempre saputo stare dove sta il potere e non ha bisogno di adattarsi. Una nota stonata in un concerto per sordi.

Al suo fianco, Alfano e Casini sono slabbrati, lisi, i contorni dei loro visi sono rigonfi e deformi, molli, sembrano tirati da invisibili fili da pesca e in attesa di strapparsi. Somigliano a quei corpi di morti che si trovano dopo qualche giorno in acqua e condividono in qualche modo l’essenza del fluido che li accoglie, la sua inafferrabilità. Alfano, il primo, non si capisce dove sieda, se condivida un divanetto con Casini, o su una sedia a sé. Abbozza un atteggiamento composto, reclinando un po’ la testa, ma il sorriso gli espande la guancia destra come stesse mangiando una pallina da golf, gli occhi sono pieni d’acqua e quel giocare con la penna come uno scolaretto tradisce un senso di inferiorità palese che il titolo di segretario di partito non compenserà mai. E’ il ritratto di un pesce che non capisce come faccia a camminare sulla terra, una figura di Bosch che chissà come è scampata ai girotondi fiamminghi della morte e ci guarda con stupore e inettitudine, non riesce nemmeno lontanamente a farci credere che sa quello che pensa. Si incontrano ogni tanto padri di famiglia così al ristorante, li guardi e ti dispiaci per loro, per questo loro giocherellare senza capo né coda con la forchetta o rispondere niente alla domanda dei bambini, almeno fino a che arriva il caffè. Un altissimo livello artistico per rappresentare quest’uomo a cavallo tra potere e ignavia, possibilità e incapacità, luogo delle decisioni e assenza di pensiero. Nella sua mente c’è qualcosa di completamente inutile, in questo momento, per lui, per la sua famiglia, per tutti quelli che conosce e non conosce. Un colpo di fortuna, quello del fotografo, o un tocco del genio, non si sa. Forse solo una buona probabilità.

Ultimo arriva Casini, ed è la più grande prova dell’artista inconsapevole che ci dona questo capolavoro. In una foto riesce a sputtanare tutte le parole decise, le enunciazioni secche, le dichiarazioni di coerenza, le indignazioni, le offese, tutto, proprio tutto. L’uomo che appare qui è il ritratto deforme, appiccicoso e triste del potere politico italiano, con il ghigno sguaiato, la carne del viso che sembra svolazzare allegramente attorno agli occhi, l’aria lasciva (lascereste solo questo uomo con vostro figlio?), quella mano quasi offensiva ma soprattutto senza senso, come non sapesse dove mettere le sue stesse mani, nelle tasche sue o di altri, dietro la schiena, sulle palle, una nell’altra. Trova un posto alla tua grande mano, magari usala per recuperare quell’altra, che sta scappando giù dalla tua sedia. Il tocco della bretella da dopolavoro che spunta fuori per l’incapacità di un contegno è sublime, un dettaglio alla Velazquez, che non ci fa sembrare più umano il mostro, bensì più mostruoso l’uomo. E’, Casini, un’opera degna del più grande Bacon, uno specchio impietoso di quello che siamo: tocca proprio a chi vuole rappresentare il centro mostrare il vero volto del potere.

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È morto Elio Pagliarani. Le librerie non si affanneranno ad esporre i suoi libri, come fanno di solito quando muore uno scrittore: le librerie per lo più non li hanno, i suoi libri. Immagino già i direttori di succursale della Mondadori, della Feltrinelli: “abbiamo qualcosa di Pagliarani?” “Chi?” “Pagliarani, quello che è morto” “Boh. Ora guardo. Come hai detto che si chiama?”.

La poesia, l’arte di temprare le parole e calibrarle su ragione e sentimento, di osservare con occhi differentemente ciechi, di cercare l’aldilà della normale comunicazione, non ha spazio al giorno d’oggi. I grandi poeti italiani cadono come massi da un monte direttamente in mare, senza far rumore. Elio Filippo Accrocca, Sanguineti, Zanzotto. Pagliarani.

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

Ad Ancona venne invitato da Luigi Socci e Marco Dominici per una delle prime edizioni de La punta delle lingua, festival di poesia che oggi gode di autorevolezza. Mangiammo assieme a lui da Anna la zozza, a Portonovo, le tagliatelle. Guardò il mare, il molo, il monte, le forme della cameriera.

La sua poesia era greve e leggera, somigliava alle operaie di fabbrica che sporche d’unto e nel frastuono delle macchine riescono comunque a rimanere donne.

Il volume con tutte le sue poesie non costa molto: acquistarlo e leggerlo è un atto di resistenza a un mondo che crede di poter fare a meno della poesia quando invece è il contrario esatto.

Pamarasca