Archivio Mensile:febbraio 2012

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Della qualità del greco sui giornali e in tv si parla poco o niente. Non è facile parlarne.

La qualità del greco è poesia, ed è pensiero. La qualità del greco è l’origine delle parole che usiamo per determinare le nostre qualità e noi stessi.

E’ appunto una qualità, e non si conta. Hai voglia a metterla in banca. A pagarci i debiti.

Ma la qualità del greco c’è, e condannando la scarsa quantità del greco  noi vi rinunciamo.

Infatti, quanto noi possiamo dire di avere sul piano qualitativo, nasce dalla qualità del greco. Mica ci sono arrivati i conti in banca di Pericle, a noi. Mica abbiamo messo nel caveau la corazza di Achille, il cavallo di Ulisse.

E Omero, per dioera cieco, quanto poteva essere capace di produrre?

La qualità del greco è un segno che sta esattamente nel punto in cui si intersecano la poesia, il pensiero e le parole (che in greco sono infatti esatte, si possono toccare con le mani come sassi).  La qualità del greco fa parente con il mito e difatti le storie le hanno scritte tutti i greci. Da allora non si è fatto altro che riscriverle. Se ci fosse il copyright sulle storie, allora altro che debito con la Germania.

Ma non vanno nel Pil, le origini delle storie. Edipo, Antigone, Medea non fanno cassa a monte, solo a valle. La qualità del greco non può trasformarsi in quantità. C’è poco da fare. La terra è secca, arida, fa caldo, ci sono poche bestie, c’è stata la guerra, la dittatura, la corruzione. Il greco è incazzato.

Ma della sua qualità non si parla.

Mi si muove nella pancia, però, questa qualità del greco. La ritrovo in quasi tutte le parole che uso. Negli accenti. Mi cammina dentro e così fa con tutti noi, che ci appassioniamo quando sentiamo storie che inevitabilmente hanno a che fare con la qualità del greco, che ci commuoviamo quando ammiriamo un paesaggio che ci sembra poetico e la nostra idea di poesia viene dalla qualità del greco, che ci innamoriamo perché la qualità del greco ha parlato dell’amore…

Della qualità del greco non si parla.

Ci seppelliamo invece sotto il peso della quantità. Quanto mi devi dare? Quanto mi fai? Quanto mi costi? Quanto sei ricco? Quanto sei povero? A quanto vai? Di quanto sali? Di quanto scendi?

Quanto sei?

La qualità del greco si respira, per quanto mi sforzi non mi viene di descriverla.

La qualità del greco è il pensiero, è la poesia. E’ la parola, al tempo stesso equivoco e rivelazione.

E’ una cosa che abbiamo, ma non possiamo possedere.

Ora dagli altri continenti il virus che abbiamo diffuso per il mondo (affamando, sventrando, scorticando, ammalando milioni di persone e poi rifiutandoci di curarle gratis) torna passando dal Mediterraneo e iniziamo a sentirlo come un corpo sente un reumatismo (“mi fa male la grecia… sarà il freddo”). Siamo un cane che inizia a mangiarsi dalla coda e si avvicina ogni giorno di più al momento in cui divorerà il suo stesso muso.

Da questo potrà salvarci solo la qualità del greco. Se per allora ci sarà.

La qualità del greco è la non-quantità, è il vuoto e la coscienza del vuoto, che si incarna, appunto, nell’incontro tra poesia e pensiero. Che ci dice che è stupido mangiare i propri denti.

La crisi è un sintomo che trattiamo come una malattia.

La qualità del greco è il vaccino per il vero male, ma bisogna ricordare sempre di fare il richiamo, di un vaccino.

Pamarasca

Sulla Grecia e sulla crisi greca i racconti e le idee di Marco

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Era così. All’università il manifesto lo portavano nella tasca posteriore in 10 su 1000. E di quei dieci lo leggeva uno, gli altri lo utilizzavano in vario modo, o non lo utilizzavano affatto. Inutile girarci attorno. Tra l’altro era moscio e non morivano neppure le mosche se ce le acchiappavi.

Ci scriveva tutta gente tosta. Il mio preferito era Pintor, che dal giornale passai ai libri e che Servabo lo lessi in treno e piansi. Gli articoli erano pesantissimi. Non una battuta, non una facezia. Tu stavi nel corridoio dell’istituto di filosofia teoretica aspettando il tuo turno per l’esame e lo leggevi, così poi tutto, anche l’esame, ti sembrava una cazzata. Dopo tre manifesti chiacchierare con Sini o con Giorello era come bere un caffelatte.

Io lo leggevo, in quegli anni, anche se militavo da anarchico al ponte della ghisolfa  e i comunisti, tranne Alberto Ibba, Luigi Pestalozza e pochi altri, mi stavano un po’ sulle palle. Ebbi anche come professore Alessandro Conti, che ci scriveva d’arte e morì presto, agli esami faceva piangere le ragazzine bestemmiando in toscano e urlandoci in faccia, a ragione, l’ignoranza nostra.

Non è che lo leggessi proprio tutto. Ad esempio, Lucio lo leggeva dalla prima all’ultima riga, e Cesare ci faceva colazione come si trattasse di tv sorrisi. Avevo amicizie sovradimensionate, evidentemente.

Però lo leggevo. E poi, anche se non lo avessi letto allora, non riesco a immaginare l’Italia senza il manifesto. Non ha senso.

Da un pugno di mesi se n’è andato Luciano Magri e nel mio piccolo ne ho scritto qui.

Mo rischia di volare via dal finestrino del trabiccolo sul quale ci muoviamo pure il suo giornale. Per salvarlo, non bisogna essere suoi lettori, basta un poco d’amor proprio. Se non vi va di leggerlo, compratelo e incartateci del pesce.

Pamarasca

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La classe operaia va in paradiso:  abbiamo scelto questo film, ieri sera. Ha un impatto, oggi, ancora più tremendo.

Anzitutto, al confronto i film di Ken Loach sono commediole e la SignorinaEffe, il film sulla fiat con Filippo Timi, pare una soap da quattro soldi, nonostante Timi ce la metta tutta a sembrare Volontè.

Poi, c’è la questione del cottimo e ti accorgi che se non ci sono più certi tipi di fabbriche (qui) il cottimo è tutt’altro che scomparso. La logica della super-produzione ha anzi stravinto, solo che la produzione “maleducata”, quella che monca le dita, è relegata per lo più nei lontani paesi asiatici e a noi ne resta la versione più subdola, edulcorata, che ti succhia ogni giorno un pezzo di cervello. Diventiamo matti lo stesso, ma meno furiosi e quindi socialmente più accettabili. Ci teniamo le cose tra i denti, non ci facciamo rossi in viso e non urliamo sempre, sempre, sempre. O magari sì, ma su facebook, scrivendo in stampatello.

Quel lavoro della fabbrica dove “entri quando è ancora notte ed esci che è già notte”, dove la media della produzione necessaria è il rendimento dell’operaio più veloce,  dove ci si scanna tra lavoratori favorendo la logica del cottimo, del pagamento in base ai pezzi fatti, che alla fine ti vengon via le dita… beh, è il lavoro di oggi. Oggi che gira sul web l’idiozia secondo cui “se ti piace il tuo lavoro non lavorerai mai un giorno della tua vita”, che siamo connessi 24 ore su 24, che deleghiamo spesso la fatica fisica a paesi lontani, ai coreani massacrati nei cantieri, ai cinesi contaminati dai nostri resti di computer, oppure qui, nelle fabbriche rimaste, a giovanotti senza alcuna esperienza o preparazione che cadono come frutti dai pontili dei cantieri.

Corriamo per non perdere un lavoro come allora si infilavano dita nei meccanismi in movimento per non perdere secondi. Siamo più educati, meno “materiali”. Anzi, il corpo che nel film si eleva alla massima potenza tanto nell’azione quanto nel controllo, ed è paragonato sempre a una macchina, una fabbrica, un meccanismo, oggi vola via, etereo, frazionato nei bit, selezionato per il web, senza odore, senza suoni. Il corpo, questa cosaccia, non c’è quasi più.

Ma siamo sempre noi, l’operaio Lulù, che di notte si sogna il lavoro, che ricorre a stratagemmi per esser più veloce, che ha ragione e torto su ogni cosa, come tutti gli altri personaggi di questo bellissimo film che invito a rivedere, che non riesce ad avere una vita con la sua famiglia, che viene tirato di qua e di là e sa, nel proprio cuore, che ormai il suo posto è al manicomio. Guardatelo e non fatevi scoraggiare dalla data: ha un ritmo tale che al confronto i film odierni della Marvel sembrano girati “al rallentì”.