Archivio Annuale:2012

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lancio

Gentile signor sindaco,

so che lei è una brava persona. Mia madre, che l’ha conosciuta ai tempi in cui insegnava, me lo ha spesso ripetuto. Per questo sono certo che il suo non sia un caso di protervia, ma che si tratti d’altro. Il potere, immagino lo sappia, ha molti modi per risultare infetto.

Io credo che lei sia come un lanciatore di pesi messo per sbaglio nelle liste dei centometristi e costretto, per amor di squadra, a gareggiare su quella disciplina. Per passione e buonafede lo fa comunque con ardore, ce la mette tutta, tanto da risvegliare alcuni muscoletti che non sapeva nemmeno più di avere. Ma la corsa è breve, finisce, gli atleti e gli spettatori se ne vanno e lei non se ne accorge, continua lungo la medesima corsia, a testa bassa, sentendo metro dopo metro che può, lei può, sì, diventare un centometrista. Hanno spento le luci ma lei è lì: non le interessano i riflettori, ma non può rinunciare all’idea di non fare qualcosa di buono nella gara che è stato chiamato a correre per sbaglio.

In Italia siamo pieni di personaggi che non rinunciano al beneficio della poltrona conquistata, tanto che la politica è diventata infine un semplice modo per far dei soldi con fatica moderata. Ma io credo che lei sia di un’altra pasta e che la sua testardaggine derivi dal voler fare, semplicemente, qualcosa di buono, dal desiderio di materializzare una delle idee che la sua testa ha coltivato sin da subito, sin da quando le proposero l’incarico. Ed io sono sicuro che lei ce la potrebbe fare.

Esiste però, signor sindaco, un fattore comune a tutti, che si chiama tempo e che lei sta ignorando, come quei ragazzini che giocano a calcio finché diventa buio, e la squadra che perde insiste a continuare anche quando il pallone non si vede più: “non è buio, non è buio!”. E alla fine qualcuno di quei mocciosi si fa sempre male, andando magari a sbattere contro un palo della porta.

Lei ignora, signor sindaco, anche le ingenerose prese in giro. Ma questo è normale, lei è stato preside di scuola, è per così dire vaccinato agli sfottò. Quante mai gliene potrebbero dire che non ha già sentito dagli studenti beccati a fumare dentro i gabinetti, sospesi, richiamati? O da qualche professore accidioso, iracondo, prepotente? Le prese in giro non la scalfiscono nemmeno, e sinceramente credo che non se le meriti, signor sindaco. Lei è una brava persona.

D’altronde sono convinto che le pene di questa città non abbiano poi molto a che fare con lei e anzi temo che proprio lei stia diventando suo malgrado un capro espiatorio con i fiocchi. I mali di questa città hanno radici ben più profonde, essa ha sempre preso il bene e il male dall’esterno, adattandosi a quel che le arrivava, ma raramente (forse mai) cambiando se stessa dall’interno: è la regola della bottega in fondo. Non è certo colpa sua se ora dall’esterno soffia il vento gelido della crisi, non solo economica, e questa città, adattiva appunto, se lo becca tutto in faccia perché in anni e anni di monocolore non è riuscita a cucirsi nemmeno un cappello che la proteggesse. Ma questo è un altro discorso.

Quello che invece volevo dirle, signor sindaco, e che credo sia nell’animo di molti comuni cittadini come me, è che non c’è niente di male a non saper amministrare una città. Lei è anzi la dimostrazione pratica di come non sia sufficiente, non me ne vogliano certi amici, essere un onesto e virtuoso cittadino per ricoprire certi ruoli. Ma non è colpa sua. Lei non ha agito con l’arroganza di molti, non ha raccattato favori personali, non ha approfittato particolarmente – almeno credo – della sua posizione. Lei ha semplicemente fatto quello che poteva, ma quello che poteva, nei limiti impostici dal tempo, non è stato sufficiente.

Lo so, lo so: ha tante idee in testa che è convinto di poter ancora realizzare. Lo so, lo so, ci sono cose che ora ha capito e sulle quali può finalmente intervenire. Lo so, la capisco, sono sentimenti forti, ma si risolvono solo in una cieca testardaggine, quella del lanciatore di pesi, appunto, di fronte ai 100 metri. Esca dallo stadio, signor sindaco, ora che il custode non lo ha ancora chiuso, lo faccia con la soddisfazione di aver provato a fare qualche cosa, non con la tristezza di non esservi riuscito.

Cordiali saluti

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Ultimamente mio padre non è stato molto bene. Per questo, avendo a che fare con lui quotidianamente, mi sono sforzato di pensarlo in condizioni diverse da quelle attuali. Non che quelle attuali siano disastrose, ma ho cercato di individuare alcuni frammenti in qualche modo significativi nella mia memoria.

Purtroppo non era facile. L’evidenza delle sue condizioni attuali, la frequenza degli incontri ma anche il tempo che mi divideva da quei ricordi erano un mare nel quale a malapena riuscivo a fare un paio di bracciate e che mi separava dai momenti dei quali avevo ancora sentore. Momenti dei quali riuscivo a parlare ma che i miei sensi non riuscivano a recuperare.

Poi un mattino mi è venuto in mente di scriverli e via via che le mie dita battevano sui tasti – batto sempre troppo forte sui tasti, specie considerando che si tratta del mac di Monica – i miei sensi si aggrappavano sempre più certi al ricordo che mi ero messo in testa di raccontare. A richiamarlo così vivido, quasi presente, erano le sillabe infilate una dopo l’altra. Non cercavo la bellezza dell’espressione, ma solo la tangibilità del ricordo. Volevo toccarlo, sentire l’aria, le voci, i suoni e abbagliarmi della luce di campagna di quello specifico frammento.

E la cosa veniva facile. In un attimo sono finito lì, come un bambino delle fiabe. Tanto ne godevo che ho avuto la tentazione di allungare le descrizioni, indugiare sul foglio ma mi sono immediatamente reso conto che non avrebbe funzionato. I sensi si possono ingannare solo al presente. Così ho finito il mio frammento, e ne sono uscito pieno, i sensi sazi e una strana, allegra nostalgia sotto la pelle.

In questo modo ho capito che prima di tutto le parole non servono per dire le cose, ma per farle esistere. E che se con le parole si può ingannare, le parole non si possono ingannare.

E che sei hai le parole, hai tutto. Anche ciò che non puoi avere più.

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Aleggiava una paura nera ai tempi in cui Kerouac scrisse On the road. Era l’atomica che premeva come un coperchio troppo stretto sulla pentola del consumismo. La prima, reale, concreta prova che l’uomo era in grado di cancellare l’umanità. Non di uccidere un altro uomo. Non di sterminare un esercito. Di distruggere l’intera specie presente sul pianeta. La fine della prosecuzione. La fine e basta. Dell’uomo, e della parola.
Nella terra che Thoreau aveva definito una nuova possibilità, il Nord America, grande, ricca, popolata da animali raramente feroci, dai paesaggi ampi e illimitati, resisteva ancora, dopo Hiroshima, un disperato senso di speranza. L’idea che andare potesse significare qualcosa. Che il moto di per sé potesse costruire un’alternativa alla deflagrazione prossima dell’umanità. Il mito dell’Ovest!

Ma la scoperta in Kerouac aveva un senso interiore e quasi religioso, in ogni caso venato dall’influenza della madre. In On the road il viaggio raccontato è quello di un ritorno dalla zia – il simbolo della famiglia e dell’infanzia. Nella vita di Kerouac i continui vagabondaggi lo portarono a ritroso, fino a Lowell, la sua città natale, dove il terzo matrimonio pare il disperato atto di chi desidera ricostituire quel che s’è da sempre perso.
Quello che resta del pellegrinaggio del vagabondo sono le epifanie di paesaggi splendidi ed orrendi, di musiche e figure umane, e sopra ogni cosa l’amicizia. Il segno tangibile, solido, incarnato dell’umanità messo di fronte, come esorcismo, alla minaccia altrettanto concreta – più concreta – dell’atomica come autodistruzione del genere umano. Kerouac veniva da una famiglia di fortissime tradizioni cristiane. Il fratello, che ricorda in quello che ritengo il suo libro più bello, Visioni di Gerard, era morto ancora bambino. Il legame era la sua ossessione. L’amicizia la sua salvezza. Il mondo qualcosa da e dentro cui fuggire nello stesso tempo.

Oggi la prima pagina de La Repubblica è una serie di titoli sui mali dei nostri tempi. Con anni di ritardo rispetto al libro di Giulio Cavalli che denunciava infiltrazioni della ndrangheta in Regione Lombardia viene fuori che, cavolo!, c’è la ndrangheta in Regione Lombardia. La crisi, ma soprattutto una corruzione malata e insensata, messa in atto da chi nemmeno sa godersi quel che ruba, la corsa al denaro che viene baciato negli spogliatoi di una squadra di calcio quasi segno divino, l’indifferenza delle persone impegnate in un consumo affrettato e scriteriato di fronte a tali vergognosi esempi: cammino sfogliando ed è un voltastomaco. Poco più sotto, un’inserzione pubblicitaria.

In uscita il 13 ottobre.
On the Road.
Il film.

Una manovra commerciale, una produzione colossale. Attori di gomma. Ma anche un segno. L’uscita di un film tratto dal romanzo di Kerouac è la – patinata e debole, perché noi siamo patinati e deboli – risposta ad un nuovo nulla atomico meno devastante ma altrettanto armato di sterminio. Ancora una volta, in una pulsione autodistruttiva irrefrenabile, l’umanità sta distruggendo se stessa colpendo duro sulle proprie fondamenta. La voragine consumistica ha ridotto l’esistenza collettiva a un margine, un orlo. In mezzo il vuoto.

E allora andate. Saltate su una macchina, andate. Non troverete nuove terre, ma forse troverete nuovi amici, insieme ai quali innescare valori nuovi e inesplorati – in fretta partite, vivete del viaggio, dentro e fuori di voi. Non c’è bisogno nemmeno di droghe, drogato com’è il mondo. Ma di frontiere. Paesaggi. Domani.
Il sogno di Kerouac era il Grande romanzo americano. Voleva essere il Proust d’oltreoceano. Un sogno, certo. Quello che serviva.

Pamarasca

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Quella della società che invecchia non deve essere una preoccupazione. Una fortunata congiuntura ha fatto sì che gli straordinari progressi della scienza medica degli ultimi decenni si incontrassero con anziani dalla formidabile tempra: quelli che furono partigiani, conobbero miserie e guerre, avevano 10 figli e vivevano senza acqua calda, lottavano per i diritti, sgobbavano e si incazzavano.

Grazie a Dio noi siamo molto più mosci di loro. Non dobbiamo preoccuparci di una società di vecchi: è solo un periodo.

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Dopo essere stati in Svezia lo scorso anno, quest’anno è toccato alla Cornovaglia. Insomma, io e Monica ce le cerchiamo: andiamo come dei beoti a passare le vacanze in località dove la gente è cortese e gentile – incredibilmente in Cornovaglia – i servizi eccellenti – incredibilmente in Svezia – la natura rispettata, la cultura alimentata, e soprattutto se ci sono le strisce sull’asfalto tutte le auto si fermano per farti attraversare.

Sì, ce la cerchiamo proprio. Ogni volta così il ritorno è più duro. E io arrivo dieci minuti in ritardo al lavoro perché avevo dimenticato l’opzione “impalato sulle strisce attendendo che l’Alonso di turno, mentre telefona, ti faccia passare”.

Pamarasca

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Quindi sei uno scrittore. Bravo!

Saprai da te che abbiamo fatto fuori i critici, gli storici e soprattutto gli autorevoli.

Sì, esattamente. Come è capitato già nell’arte figurativa. Insomma, che palle no? O una cosa piace, o no. Un po’ dappertutto è successo a dire il vero. Vogliamo parlare della politica? Ora che tutti sono Scalfari, vedi che Scalfari non è più nessuno.

Il nuovo Sapegno sarà scritto dagli utenti! E dagli scrittori stessi, naturalmente. Cosa c’è di più democratico del parlare di se stessi?

Siamo qui perciò, come da prassi, per inviarti il decalogo.

Tutto ciò che devi sapere, e fare, per autorizzarti ad essere quello che sei, e non importa che tu lo sia davvero.

1) Se hai altri scrittori come amici sui social procurati – o fingi di procurarti – il loro libro.

2) Sii sempre gentile con gli altri scrittori. Condividi qualche status. Ricorda che se metti il loro libro su anobii, anche se ti fa schifo, loro metteranno il tuo, anche se gli fa schifo. Non essere avaro di stelline.

3) Fai lo stesso con artisti di vario genere. Meglio se architetti – gli architetti tirano oggi come gli antropologi e i sociologi negli anni Settanta. Pubblica e condividi le loro riflessioni, foto dei loro lavori, naturalmente dopo aver decurtato dalla lista quelli con meno di 300 amici (inutili).

4) Metti molti mi piace. Controlla soprattutto gli status poetici di quei lettori-aspiranti scrittori e non mancare di elargire apprezzamenti. Metti molti mi piace anche agli editori indipendenti, fa tanto fico. Metti molti mi piace alle pagine alternative e culturali senza aspettare che te lo chiedano, dimostrando così una reale attenzione nei loro confronti.

5) Commenta almeno cinque volte al mese il blog di Giulio Mozzi.

6) Ringrazia chi pubblica o condivide tuoi lavori, ma lasciando passare del tempo, come tu fossi troppo occupato a scrivere il prossimo capolavoro.

7) Fai in modo che gli eventi legati alle presentazioni del tuo libro siano organizzati da altri, magari fakes, purché non abbiano il tuo stesso nome. Non organizzare eventi in prima persona, a meno che tu non sia certo di ottenere min. 300 conferme di partecipazione.

8) Non dimenticare il lavoro sporco off line: scandisci gli aperitivi con attenzione e accetta di partecipare a presentazioni di scrittori vari, purché abbiano più di 500 followers su twitter e non meno di 300 amici su facebook. Frequenta le mostre e i concerti folk. Fatti vedere mentre leggi la Gazzetta dello Sport.

9) Aggiorna il tuo diario facebook con almeno tre particolari intimi alla settimana. Ricorda che non è il libro a tirare, ma l’autore.

10) Litiga molto on line, con battute sagaci, anche con altri scrittori dei quali però non mancherai mai di elogiare l’opera (vedi ai punti 1 e 2 del presente decalogo).

Buona fortuna.

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Il fatto è che non si vedono spesso persone felici per la soddisfazione altrui. Ad esempio un commerciante che sia riuscito a trovare una merce speciale – non importa se economica o cara – per un cliente che da anni la cercava. Ma anche solo la rivista giusta, il pantalone della taglia esatta. Un vino, un cibo, un sigaro, un disco, un libro. L’attenzione, invece, è rivolta da entrambe le parti all’oggetto-merce. Su di esso il venditore si concentra. Quello il cliente crede di desiderare. Il primo considera il guadagno che farà dalla vendita dell’oggetto. Il secondo il consumo che ne farà.

Il negoziante, il barista, il ristoratore contano cassa ancora prima di verificare la soddisfazione del cliente. Il dipendente continua, dopo anni, a pensare che si tratti di un lavoro temporaneo – oppure svolge davvero un lavoro temporaneo, uno stage, un co.co.co. e non nutre particolare desiderio di imparare quel lavoro. Che poi, ogni lavoro è lo stesso: vendere una cosa.

Così, non sono le persone a parlare delle cose, ma è il contrario. L’oggetto venduto/pagato/acquistato è il linguaggio che viene utilizzato. Diviene idioma comune tra due persone che pensano di comprendersi grazie ad esso. Tutto si riduce al minimo. Il lavoro non conta altro che il denaro che riesce a procurare per comprare merce.

L’oggetto è la bottiglia che si passa di mano in mano un gruppo di ubriachi. Credono di dialogare, di parlare, ma è l’alcol a dire quel che devono pensare.

L’essere legati esclusivamente alla propria capacità di incasso e di consumo ci scioglie dal vincolo – e dal piacere – della soddisfazione altrui. Chi vende non è interessato al compratore, se non per una fidelizzazione futura. Chi acquista non ha bisogno d’altro che della merce. Il resto è una perdita di tempo. Il tempo è denaro o, meglio, il tempo è uno spazio più o meno ampio all’interno del quale è possibile consumare qualche altra cosa. Il tempo è consumo.

Ogni trasformazione sociale è impossibile, a meno che non si tratti di una trasformazione economica nel senso della libertà maggiore di consumo. Essa è impossibile perché l’altro – il cui giudizio paradossalmente si teme sempre più, poiché siam diventati merce e non vogliamo essere deprezzati – non interessa a noi né noi a lui. Il rimanere società è una semplice conseguenza della continua necessità di scambiarsi merci. Le merci sono come esseri senzienti e parlanti che edificano all’interno dei nostri spazi urbani e occupano le nostre case. Il piacere dell’altro non conta nulla e di conseguenza un ideale teorico (uguaglianza, libertà, fraternità) non ha senso. L’uguaglianza è desiderata da chi può leggerne l’effetto sul viso dell’altro. E così la libertà. Per non parlare della fraternità. Ogni cosa si riduce a possesso. Persino l’amore. Persino la filiazione è possesso. Il figlio è sempre più “mio” e sempre meno di se stesso. Tanto meno appartiene a una società non riconosciuta. Così consumiamo le persone, non solo quelle lontane, ma quelle più vicine.

Al di là del sistema politico ed economico utilizzato, la convinzione di poter essere felici individualmente e la pretesa di dover stare bene anzitutto con noi stessi – strana mescolanza di qualunquismo, pensiero hippie, psicoterapia, totalitarismo, individualismo, religione etc. – ci rende immuni da un cambiamento reale. La letteratura diceva di non chiedersi per chi suonava la campana, ma la letteratura è un bene di consumo e come tale trasmette verità opinabili, alla pari delle altre arti. Di breve durata. Così, le splendide parole di John Donne contano meno di niente, valgono sì e no per un post su facebook quando ci si sente buoni:

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Gli altri finiscono per essere funzioni della nostra soddisfazione. Ma è un paradosso, poiché non possiamo nel profondo essere soddisfatti senza che lo siano gli altri. E’ questa la premessa essenziale ad un vero cambiamento, la capacità di godere della felicità altrui e di riconoscere doloroso l’altrui male. E poiché la felicità resta una chimera, la crescita della società e la sua trasformazione sono indissolubilmente legate alla sua ricerca collettiva. Questa si chiama politica.

Sarebbe già un inizio incontrare un venditore che sia felice della gioia del cliente, oltre che del proprio incasso. O che si rifiuti di vendergli in eccesso. Questa si direbbe un’utopia.

Pamarasca

Le meravigliose fotografie sono di Lee Materazzi

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Venti anni fa si ammazzava Rita Atria. La sua storia è tra quelle raccontate in questo bellissimo ed esemplare libro che scandaglia l’universo femminile della mafia.

Rita Atria era una giovane appartenente a una famiglia mafiosa. Quando il fratello (mafioso) viene ucciso e la cognata decide di collaborare con la giustizia anti-mafia, sceglie anche lei, a soli 17 anni, questa strada. Ne sapeva molte, il fratello si confidava con lui.  Viene accolta da Paolo Borsellino, e gli si lega come è normale faccia una adolescente che compie una simile scelta.

I suoi racconti permettono arresti importanti. Intanto lei cresce. Scrive un diario in cui parla di se stessa, della famiglia, di Borsellino, dell’adolescenza comune a tutte le ragazze. Poi Borsellino viene ucciso. Una settimana dopo Rita si uccide. Non c’è più nessuno che si occupi di lei. In un paese come il nostro, è già tanto che ne abbia trovato uno – e per poco.

Qualcuno ha detto che il diario di Rita dovrebbe essere letto nelle scuole, come quello di Anna Frank. Allora sì che avrebbe un senso la tragedia di questa ragazza. Fatelo, professori, presidi, ministri. Adottate questo testo!

Ai funerali di Rita non si presentarono rappresentanti dello stato.

Pamarasca

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I fatti. Hanno inaugurato, a Firenze, un parco poetico (le foto qui). Un tizio che scrive poesie ha proposto la cosa e siccome non era previsto che il comune dovesse sborsare dei soldi gli è stato detto sì. Un commento sulla qualità dell’operazione è qui, lo condivido appieno e non c’è molto da aggiungere. Prendo spunto però dalla vicenda per sollevare alcune questioni.

1) se fosse ancora riconosciuta un’autorevolezza critica a personaggi che la meritano questo non sarebbe potuto succedere. Un’amministrazione avrebbe detto: “esimio poeta/professore, che ne dice?”. E il poeta/professore avrebbe detto: “che siete matti? Ma andate via va, voi e queste puttanate.” Invece, ora che siamo tutti artisti – e poeti, e astronauti e, ahimé, amministratori – questo può succedere ovunque. La vostra città, ricordate, potrebbe essere la prossima.

2) Se uno ha soldi da spendere e si è messo in testa di essere un poeta lo è. Non solo, può anche costruirsi un monumento a sue spese in un luogo pubblico, obbligando la cittadinanza a leggere le sue cose e a sbucciarsi le ginocchia contro la pietra delle sue simil-lapidi. Come se lo spazio comune fosse la sua bacheca di facebook. Questo accade perché, soprattutto, le amministrazioni se ne fregano della cultura e stanno solo lì  a contare i soldi. Attendiamo che si facciano furbe e propongano ettari di piazze a facoltosi cittadini che vogliono il proprio ritratto scolpito il sella ad un destriero.

3) se c’è un modo per allontanare le persone dalla poesia, è costringerle a leggere certe cose, su certi supporti, mentre passeggiano tranquillamente.

4) Dallo spazio virtuale in cui ognuno, nel suo angolino, può credersi Dante Alighieri e scrivere le sue poesie che poi qualcuno, tanti o nessuno leggerà, senza che ce ne accorgessimo siamo passati allo spazio reale, dove queste poesie vanno a spezzare le corse dei bambini (reali, pochi ma reali).

5) Qualcuno – chi? – ha deciso che le opere di writers più o meno famosi sono legalmente perseguibili, da cancellare o immondezza e queste cose qui sono invece da inaugurare in pompa magna. Con quale autorità critica? Nomi, cognomi e curriculum, per favore.

Pamarasca

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Due studiosi poco conosciuti tra gli esperti in un solo giorno hanno detto di aver trovato 100 disegni da attribuire a Caravaggio in un fondo milanese e hanno messo in vendita su Amazon l’ebook con le riproduzioni. Siccome sono poco conosciuti e anche giovani, e non fanno parte della casta baronale degli esperti, si è per un po’ parlato di loro come piccoli eroi e si è detto anche che chi li critica e solleva dubbi lo fa solo perché, appunto, sono giovani e privi di un curriculum pomposo. Sul web si è diffusa la notizia. 100 disegni di Caravaggio! Minchia! E messi così, a disposizione di tutti, su Amazon! Viva la democrazia. L’autorevole Vittorio Sgarbi ha difeso i due contro l’establishment polveroso della storia dell’arte.

Alcune cose colpiscono della vicenda, sulla quale si sono espressi i maggiori esperti di Caravaggio tra i quali Bora e Maurizio Calvesi  ed è uscito, tra gli altri, un interessante brano di Davide Dotti:

1) un entusiasmo irrefrenabile si è levato all’idea di due giovani ricercatori (largo ai giovani!) non invischiati nell’estabilishment (la casta!) e capaci di trovare grazie al proprio spirito d’iniziativa (?) 100 disegni di Caravaggio.

2) come sottolinea Maurizio Calvesi, la notizia è stata data da organi di stampa che, sino a poco tempo fa, annoveravano tra i propri collaboratori autorevoli studiosi appunto per sottoporre loro certe informazioni. Anche gli autorevoli studiosi sbagliano, è chiaro. Ma sbagliano meno.

3) l’entusiasmo è rimbalzato sul web e la notizia, un po’ come quella sui superpoteri di Hollande, ha raggiunto in poco tempo tutti i consumatori medi di arte, specie di Caravaggio, che per i più sta alla storia dell’arte come Maradona al calcio.

4) degli esimi studiosi che hanno, anche discretamente ed educatamente, sollevato dubbi si è letto il curriculum, come se fossero loro a dove provare di essere esperti, e non i sedicenti ritrovatori.

5) l’appartenenza degli stessi esimi studiosi ad una élité di storici dell’arte è stata interpretata – non da tutti, è chiaro – come appartenenza ad un clan, un gruppo chiuso che non si capisce quali ragioni possa avere nel tenere nascosti i disegni di Caravaggio.

La storia dell’arte è una disciplina magica, e complessa. Allo storico dell’arte sono richieste passione e dedizione, ma anche intuito, esperienza diretta, accuratezza nello studio delle fonti. E coraggio. Gli occhi sono importanti quasi quanto le nuove tecnologie e vanno allenati giorno dopo giorno. Quello che vedono va collegato a quello che si sa o si legge. Se la storia dell’arte in quanto passione vince su una rivale, ad esempio la scrittura, è capace di piegarla ed ecco che quelli che sarebbero stati grandiosi romanzieri – Longhi, Brandi, Gombrich – passeranno la vita a scrivere di quadri. Certo, come tutte le discipline la storia dell’arte ha in seno le sue odiose consorterie. Ma non è questo il discorso.

La storia dell’arte vuole l’autorevolezza – non l’autorità -. L’autorevolezza vuole lo studio. Lo studio vuole il suo tempo e il suo spazio dedicato. Tempo e spazio che oggi sembrano mancare.

Oggi bisogna difendersi per aver studiato, scusarsi per essere persone preparate e, in certi casi, costrette alla pedanteria. Se si usa una terminologia troppo appropriata bisogna aspettarsi insulti, e attacchi (parla come mangi!). Se si è passata una certa età meglio abbassarsela artificialmente, perché improvvisamente ad esser saggi sono solo gli under 50.

I disegni di Caravaggio, con ogni probabilità, sono una bufala. Ma il guaio non è questo. Il guaio è che alla gente che li guarda non gliene frega niente, come al buon Daccò del gusto dei suoi vini da 300.000 euro. E’ il prezzo sull’etichetta che conta, non il gusto, non la bellezza. Figurarsi poi la storia. Tra una ventina d’anni, ognuno avrà il suo Caravaggio in casa, garantito da una tweet-perizia eseguita direttamente sull’album facebook di un esperto sedicenne.

Pamarasca

(il disegno riportato è preso in prestito da http://www.comprensivoturbigo.it/ ed è opera di Ilenia. A prima vista mi pareva un Raffaello)