Archivio Mensile:dicembre 2011

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Non sono molti gli animali che ho avuto. Molti quelli cui sono stato vicino. Il primo è Tom, il dalmata fuori taglia di nostro nonno. Uscivamo sotto la pioggia assieme per mangiarci i lumaconi grigi e viscidi. Rincorsi da mia madre. E’ morto anziano, con i sintomi uguali a quelli del padrone già scomparso.

Poi Milly. La cocker che i miei ci fecero trovare nella camera da letto che dividevo con mia sorella. Quando eravamo piccoli noi, i cocker andavano di moda. Oggi sarebbe un labrador, o un bulldog francese. O, dio mio no, un carlino. Si ammalò ad una certa età, fu una convalescenza difficile. Aveva l’otite, il che, a guardare le orecchie dei cocker, non è poi così strano.

Morgana era la gatta che avevamo nella casa di Milano, in gb9. Poveretta. Sempre in mezzo a ogni genere di schioppati, alla fine faceva solo agguati e nessuno poteva accarezzarla. Rubava le bistecche dalle padelle ardenti. La presero i genitori di Luca, non so che fine abbia fatto.

Gonzo non era mio ma era un po’ il cane del thermos. Lo conoscevano tutti qui. Aspettava il verde per attraversare. Non ho mai conosciuto un cane tanto intelligente. Gli altri cani lo odiavano.

Laika l’ho trovata in strada, di notte, tornando dal thermos. Vive ancora con i miei. Mi è grata. Ora che è anziana gira con il cappottino per via dei reumatismi.

Nemmeno Drogo era mia, ma lo diventò. E’ una gatta schiva e sfuggente, ma bisognosa di affetto. Vive ora in una casa di campagna con Livio e Silvana e pare stia molto bene.

Alien è mio. Però quando l’ho portato nella casa di campagna con sua madre, Drogo appunto, non ho fatto in tempo a presentarlo alla sua nuova famiglia. Ora non so dove sia. Dopo la fuga non è più tornato e so che è colpa mia, perché dovevo dire di tenerlo chiuso in una stanza per un po’, due o tre giorni, perché si abituasse al nuovo luogo. Che è un paradiso per un gatto. Ma non se n’è accorto.

Io adesso che è natale spero che lui sia da qualche parte, randagio per la vallesina che è dolce e dove i randagi non sono proprio messi male, oppure preso da qualcuno che si sia accorto del bel pelo lucido e delle dimensioni e si sia detto che è un gatto adatto ai propri figli. Spero che non sia finito male.

Io penso a lui tutti i giorni e quando lo faccio devo respirare forte. Lo so che i gatti se la cavano sempre e,  fatta eccezione per quelli che finiscono sotto le auto, non si sente spesso di gatti che muoiono per inedia o di freddo. Io ad esempio cammino molto e non ne ho mai trovato uno morto così. Insomma, sono tosti. E lui pure. Mi dico queste cose, come un mantra. Lì a Mazzangrugno poi è vero che le auto corrono, ma c’è una strada sola. Insomma. Bisogna proprio essere cretini. E poi nessuno ha trovato felini investiti.

Ci sono diversi gatti in zona, anche cuccioli, e la gente li nutre. Lui era abituato al divano e al letto. Però è curioso, e non ha paura di niente, quindi magari ha scoperto la vita del girandolone.

Ecco. Volevo pensare un po’ a lui. Spero stia bene. E passi un inverno riparato.

Se qualcuno di voi smette di tenere un gatto, ricordatevi di chiuderlo per qualche giorno nella nuova casa impedendogli di uscire, per farlo abituare. Perlomeno la mia cazzata sarà servita a qualche cosa.

Divertiti, ciccione.

Pamarasca

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Quando a piazza Vetra, Milano, misero le recinzioni, fu un colpo. Dissero che era per la sicurezza. C’erano troppi spacciatori, troppa gente losca. Ficcarono sbarre come lance nel terreno tutt’attorno le isole di verde che carezzano la schiena delle basiliche di San Lorenzo e Sant’Eustorgio. Da allora, per passare da un parco all’altro, non si può andare dritti, ma arrivare al cancello più vicino.
Una limitazione alla libertà di movimento, giustificata dalla necessità di sicurezza.

Oggi altri recinti.
Quando ho iniziato a lavorare, andavo ad incassare i soldi che mi spettavano nella banca del datore di lavoro. A giudicare dagli assembramenti davanti alla Banca Popolare, ancora ieri era prassi per molti operai delle ditte in sub-sub-subappalto che lavorano nel porto della mia città. In ogni caso, io andavo allo sportello e quelli mi pagavano quanto mi spettava.
Non avevo un conto corrente, e non l’ho avuto per un bel pezzo. Credo che non avere le cose sia un sacrosanto diritto, mai abbastanza tutelato. Posso non volere un’arma, una casa, un’auto, un abito buono o meno buono, persino un lavoro. E’ mio diritto. Anche non avere un conto in banca.

Oggi no.
Se guadagno 1000 euro e non ho un conto in banca, non ho modo di prendere quello che mi spetta. E’ per la sicurezza. Ci sono troppi malfattori, evasori.
Non solo.
A quanto ho capito, se tutto andasse a ramengo (scusate ma adoro questa espressione e ne abuso appena posso) e l’Italia improvvisamente rischiasse la fine dell’Argentina, le nuove regole mi impedirebbero di andare in banca a ritirare tutto quel che ho, a meno che non sia una cifra inferiore ai 1000 euro. Tipo: in banca ho 5000 euro, sta crollando l’intero sistema economico nazionale e temo che la mia banca dichiari fallimento, colto dal panico vado allo sportello e mi dicono che posso ritirare solo 999,99 euro. Però posso sempre usare il bancomat.
Ah beh, allora. Mi sento più tranquillo.

(magari non è esattamente così che funzionerebbe, ma il senso non cambia)

Non è colpa di questo governo, si è insediato tardi, molto tardi, quando il valore aggiunto dell’Europa, che è l’attenzione ai diritti delle persone faticosamente conquistati nel corso della storia, era già andato a farsi benedire. Oggi questo è un continente che si mette a competere con società in cui quei diritti sono ignorati, ed è dunque perdente in ogni caso. Prova a contare sulle banche, l’anello più infame della catena.

Non è colpa di questo governo, magari. Però mi viene da pensare alle parole del primo ministro norvegese all’indomani della strage di Breivik.
“Risponderemo con più democrazia” ha detto.
Non
“Metteremo sbarre attorno ai fiordi”.

Pamarasca

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Siamo stati alla Sala del Commiato del cimitero di Ancona. E’ una grande sala chiara, piena di finestre. Vi entra tanta luce dall’esterno. C’è l’eco quando si parla, non ci sono croci né altri simboli religiosi.

E’ un luogo importante. Dovrebbe esistere in ogni città. E’ messo a disposizione di quanti non vogliono essere salutati da chi rimane attraverso il rito cristiano, siano essi cristiani o no. Atei, musulmani…

E’ un luogo speciale. Chi era con noi alla presentazione di Vixi, il numero di Argo dedicato appunto alla morte, ha detto persino: “mi ha ridato speranza”. Che significa? Di che speranza si parla, dato che è una sala dedicata all’ultimo saluto?

Ci ho pensato, ed è vero. La sensazione è quella di una rinnovata speranza. Perché di norma, tranne che in rarissime occasioni, appena morti veniamo portati in casa d’altri, in chiesa, e le persone a noi care, i parenti, gli amici, ci onorano della loro presenza ma devono attenersi alle direttive del padrone di casa, il nuovo proprietario del nostro corpo. Veniamo salutati secondo un rito estraneo a quelli che eravamo abituati a consumare. Poi, magari, ricordati in un bar, o a casa di un amico, clandestinamente, nei giorni successivi. Immediatamente, non ci apparteniamo più e, quel che è peggio, veniamo scippati alle persone care. Era anche il senso, credo, del bell’intervento che sabato ha fatto il rappresentante dell’Uarr di Ancona.

Questa, allora, è una sala di speranza perché ci restituisce, morti, alle persone cui siamo più vicini. A chi amiamo, a chi ci ama, e anche a chi ci pare. Ci permette di consigliarle sul modo di piangerci, e non al ristorante o in un luogo altro, ma proprio dove ufficialmente ci si accomiaterà da noi. Possiamo dare indicazioni su cosa leggere, cosa suonare, cosa dire, chi deve sbrigare le faccende. Possiamo anche non dare indicazioni e più semplicemente affidare la cosa a un amico fidato, a una compagna, a un cugino… sapere che ci penserà.

Sapere che non verremo immediatamente portati via da un’istituzione, qualunque essa sia.

Ricordiamo allora, mi rivolgo a chi vive nella mia stessa città, che questa sala c’è,  possiamo anche apparecchiarla in anticipo, o semplicemente dirlo ad un amico. Così, ci sentiremo immediatamente più tranquilli.

Pamarasca