Archivio Mensile:novembre 2011

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A 79 anni Lucio Magri, fondatore del Manifesto, è andato in Svizzera a suicidarsi, come prevedono le leggi di quel paese, assistito da un amico medico mentre altri amici e compagni attendevano nella sua abitazione romana la notizia della sua morte.

Era un uomo bellissimo, un grande intellettuale e , con Pintor, un esempio di quelle menti che rinunciano ad accartocciarsi in se stesse per scegliere di trasformare il mondo.

Con il suo studiato e pacato allontanamento dalla vita ha dato un’ultima lezione a un mondo che invece va sempre peggio, in cui la morte si esorcizza con orge e potere, puttane e barzellette, soldi bruciati e btp, in cui i politici bestemmiano e sputano, i faccendieri sono testimonial pubblicitari, un continente muore perché non può permettersi le medicine.

Non era suo il gesto eclatante del colpo in testa, non era suo il nevrotico consumarsi nel piacere fino allo sfinimento, e nemmeno quel restare attaccati al nulla che ci spinge a vedere un senso in cose che un senso non lo hanno.

Era invece sua la civiltà di andarsene. Parlarne alle persone care. Organizzare il suo dopo, distribuendo compiti amorevoli agli amici e compagni di sempre.

La vita gli era semplicemente insopportabile.

Anche questa lezione di civiltà cadrà nel vuoto, ma chi può la tenga cara, perché uomini così non ce ne sono più.

Pamarasca

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Leggo sulla stampa locale di un ammirevole intervento dell’assessore alla cultura della mia città, Ancona. Dice più o meno: “che ci sto a fare io qui, se l’amministrazione non ha intenzione di trovare i fondi per riaprire la Pinacoteca e la Biblioteca cittadine?”. Sacrosanto: chiusi per una serie di lavori, i due siti culturali non hanno al momento prospettive di riapertura.
Arte e letteratura non hanno mai avuto un buon rapporto con il potere: bandite, bruciate, messe all’indice, vietate, le opere letterarie e figurative vengono oggi più volentieri e discretamente ignorate, mentre proprio da loro bisognerebbe ripartire per rincorrere la difficile ma necessaria costruzione di una società civile.

Dice bene l’assessore: “se non ci sono soldi per il mobilio della biblioteca, andiamo a comperare tavoli e sedie all’Ikea”. I libri si leggono in autobus, per strada, sui gradini, proprio ad Ancona c’è un signore per il corso pedonale, davanti ad una nota farmacia, che chiede monetine e nel frattempo legge romanzi d’ogni tipo. Affanculo gli arredi, qui c’è bisogno di letture. Purtroppo, non è così semplice.

Nella città in cui vivo governa da anni (e anni e anni) il centrosinistra. Non è una città facile, la gente preferisce imbellettarsi per lo shopping che andare ad una mostra, ma è anche vero che i membri del potere locale hanno pian piano fatto terra bruciata giungendo infine ad uno stato di immobilità imbarazzante. La certezza del potere ha anzi risvolti paradossali: come a destra sono convinti che sia sufficiente dirigere un’azienda per governare un paese, così a sinistra si pensa che basti dirigere una scuola per governare una città e in una cosiddetta roccaforte dell’opposizione si sceglie un preside, brav’uomo per carità, ma chi di noi ai tempi del liceo non ha mai preso per il naso questa imbalsamata autorità? Ed è proprio un preside, colmo dei colmi, ad accettare che una città venga privata del proprio fabbisogno culturale e a ripararsi dietro la solita ragione, mantra dei nostri tempi: non ci sono soldi.

Ma i soldi non ci sono proprio, e da nessuna parte. Eppure chi vuole leggere legge anche mentre chiede monetine per la strada e chi non ha mai pensato di farlo forse lo farebbe, se si trovasse circondato da libri, così come imparerebbe ad ammirare una tela del Lilli o un sacco di Burri, se solo potesse vederli, conoscerli, frequentarli.

La città in cui vivo è una triste ammissione di sconfitta. Come possiamo pretendere che il capo del governo se ne vada, se nemmeno in un centro di 100.000 abitanti noi, che lo avversiamo da sempre, siamo capaci di ammettere la nostra incapacità, il nostro fallimento? Come possiamo prendercela con chi rimane attaccato ai privilegi del potere, se noi, nella nostra amena sede locale, ci comportiamo nella medesima maniera?
Non ci sono soldi per la biblioteca. Non ci sono soldi per la pinacoteca.
È questa la più grande disfatta di una sinistra che ha appreso che l’ignoranza è il miglior conservante di potere al mondo, e ne miete a volontà.

Non c’è più biblioteca, non c’è più pinacoteca perché anche la cosiddetta sinistra ammette che di loro non c’è poi così bisogno.

Ha ragione l’assessore alla cultura a dire “che ci faccio io qui?”. Niente. Ma allora proviamo a prendere tutti i libri della biblioteca, e i quadri della pinacoteca, e portiamoli alla città, nelle strade, nei locali, nelle piazze. Qualcuno se ne perderà, qualcun altro si rovinerà. Qualcuno verrà rubato. Che importa? In un’epoca tanto buia, la luce non è nelle casseforti delle banche, ma nello spirito di solidarietà che solo l’arte e la letteratura sanno ricreare. L’opera d’arte non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. La cultura non è un salotto, ma il mattone grezzo delle fondamenta.

Pamarasca

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Il pd è un gruppo di strombati che si fanno canne dalla mattina alla sera, tanto non dà dipendenza, parlando ognuno delle sue menate finché passa il loro treno e tutti insieme allampanati stupiscono: “di già?” (e un altro: “ma sììì daiii, tanto ne passa un altrooo”)

Renzi  si cala chicche in discoteca e salta a ritmo drum’n’bass nel centro della pista senza accorgersi che se ne sono andati tutti dal locale, tranne quei tre ragazzini lì, riversi sul divano, con gli occhi chiusi come dice Castelvecchi

Vendola lsd classico, vecchio stile, visioni, utopie e ghirigori sul futuro, ma con stile, tanto stile

Udc ancora più sul classico, la religione e l’ordine, droghe che non muoiono mai (ma uccidono, accidenti se uccidono)

Cinquestelle religione idem, ma pagana

I finiani niente droghe, per questo non ci capiscono più un cazzo

La cocaina se l’è presa tutta la maggioranza, sentirai che down, tra poco

Pamarasca

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Ho sempre cercato di mettere pace, rattoppare pezzi. Sin da piccolo.
Una volta, alle superiori, due miei compagni litigarono e si diedero appuntamento a Pietralacroce, in cima a un dosso polveroso dal quale si scorgeva il mare. Andai anche io, con altri. Godevo, ai tempi, di una certa inspiegabile autorità, o perlomeno non c’era nessuno che ignorasse le mie opinioni. Uno dei ragazzi aveva un tirapugni di ferro. L’altro inscenava colpi di taekwondo. Ero lì per far sì che non si pestassero. Mettermi in mezzo. Fare pace.

Più che di eccesso di altruismo, si trattava di una mia esigenza ben precisa.
Nel tempo, affinai le tecniche. Nell’ampio consesso di amici del periodo milanese riuscivo quasi sempre a ricomporre le fratture prima che diventassero scomposte, si trattasse di liti tra amici, interne a coppie, tra famiglie, squadre di calcio, centri sociali, gruppi studenteschi. Continuai così, scegliendo una dopo l’altra le occupazioni che meglio si addicevano a questo mio bisogno: la politica, prima, e un locale da gestire, poi. Furono entrambi fallimenti, perlomeno secondo i criteri standard di valutazione.

Nel caso della politica, scoprii presto che il solo pensiero che mi si addicesse era quello anarchico, interessato a una forma d’ordine in un certo senso superiore e, ahimé, decisamente fuori moda; nel caso del locale, era evidente che le mie doti di pacificatore non avrebbero mai attecchito su banche, istituti di credito, fornitori. Continuai in privato, clandestino e per pochi intimi, nella mia certosina attività di riduttore di crepe, stuccatore, incollatore. Ma il tempo cambia molte cose nelle prospettive di una persona e via via che le informazioni, le conoscenze e le esperienze aumentavano, e persino le forme di comunicazione si moltiplicavano, ero costretto a capitolare di fronte all’impossibilità di pacificare tutto questo ben di dio. Si tratta, però, di una capitolazione dolorosa, per quanto consapevole, né potevo accettarla con tanto fatalismo.

Come un viandante che si trovi la strada spezzata in centinaia di tronconi ho scelto allora, d’istinto, grazie a quanto i miei genitori mi insegnarono sulla fantasia, il sentiero sottile che però ai miei occhi appare più che resistente, più degli altri, il filo dal quale potrei sì cadere ma che non si spezzerà.

Scrivere storie è rimasto il mio solo modo di mettere pace. Nella speranza che anche in una sola persona che le leggerà si incollerà qualcosa, si cucirà una crepa.

[Al momento, in attesa dell’uscita del mio secondo romanzo, scrivo in giro e soprattutto qui ]

pamarasca