Archivio Mensile:ottobre 2011

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Che volete? Ma che volete, voi che siete del tutto esagerati?
Il migliore di voi paga in nero i dipendenti. Il peggiore è al governo.
Avreste potuto rubare miliardi agendo come topolini nascosti tra i mobili di una cucina. Avreste potuto farlo per l’eternità, in un paese dove i ladri non sono disprezzati.
Ma no, voi esagerati, privi di un qualunque limite: morale, etico, fisico, psichico. Dovevate rubare tutto, come elefanti convinti di non lasciare crepe. Il capo della banca più grande; il capo della Protezione Civile; il capo dell’industria più grande; il capo del Governo. Conservate soldi e li rubate; edificate case e si sgretolano con la gente dentro; ricattate operai senza levarvi il ghigno dalla bocca; promettete stelle e relegate in stalle generazioni di italiani.

Siete ingrati, ignobili, e fate persino pena, perché non avete coscienza di un futuro, dovete avere per voi tutto subito, ve ne fregate persino dei vostri figli, dei vostri nipoti, che vivranno un mondo sempre più cattivo a causa vostra. Siete ciechi, siete cattivi, rognosi, dovreste essere cacciati lontano dalle case, dalla gente.

E ora, che volete? Ma che volete che a nessuno venga in mente di spaccare le vetrine delle vostre banche, di sputarvi, di arrabbiarsi per davvero? Ma della vostra stessa violenza vi siete mai resi conto?
Probabilmente no, perché la cosa più aberrante è che voi non sapete di fare del male, non vi rendete conto di essere dei pervertiti, di incarnare il peggio del potere. Siete convinti della vostra bellezza, della vostra linea, della vostra intelligenza, della giustezza di quel che dite e fate.  Siete dei mostri, e non dovreste osar parlare di violenza, voi che affogate le persone moralmente, intellettualmente e fisicamente tutti i giorni, le ore, i minuti.

Ringraziate il vostro dio che a nessun risparmiatore truffato venga in mente di pestarvi, che a nessun cassa integrato passi per la mente di venire a casa vostra a farvela vedere, che a nessuna madre di terremotato salga tanto la rabbia da venirvi a cercare. Ringraziate il vostro dio che ancora qui c’è gente che considera la civiltà un valore e non vuole, non vuole diventare barbara sebbene sia tentata, sebbene la tentiate sempre più.

Pamarasca

Frisanco è un pugno di paese friulano appoggiato alle alpi. Case in pietra, piazze della misura giusta, grappe fatte in casa. La scorsa estate ho conosciuto alcuni amici di Monica: Daniele, Paola e Zoe. Siamo andati a cena assieme e mi hanno raccontato di un festival di artigianato artistico che organizzano lì, a Frisanco, l’ART-TU festival. Mi hanno invitato a presentare il mio romanzo, La qualità della vita, nell’ambito del festival: due presentazioni alle 18, sabato 1 e domenica 2 ottobre.
Perché no?
Ora che sono tornato, posso dire che è stata una bella boccata d’ossigeno, e spunto per alcune riflessioni. Non solo grazie alla splendida e disinvolta ospitalità dei nostri amici, che vivono in una specie di sagrada familia alpina in perenne costruzione, incastonata nel verde di una frazione che solo dopo il terremoto ha sostituito le mulattiere con le strade. Ma per tutto l’insieme.

Il festival di Frisanco è una faccenda piuttosto ricercata, alla cui organizzazione pochi amici dedicano enorme energia. Ci sono artigiani di altissimo livello, ognuno a rappresentare il suo settore, e pochi artisti scelti che espongono opere (menzione speciale ai quadri di Sara Colautti). Chi dipinge ceramiche, chi crea lampade e quaderni, gli argenti di Daniele, i manufatti in pelle di Erik, le meridiane, i saponi, gli album, le lampade… Poco più di 20 banchi in un clima rilassato: molto dialogo con i visitatori, sole dappertutto, cani mansueti, scene da incorniciare. Il vecchio del paese, a stento retto da un bastone liso, si avvicina ad Erik intimandogli in friulano di fare un buco a misura in una cinta. Ragazzetti con i capelli rasta visitano le (incredibili) casette in miniatura create dal quali centenario (classe 1912) Carlin. Un giovane fisarmonicista che sembra uscito da un fumetto di Manara improvvisa duetti con l’anziano collega arrivato strumento in braccio dalla propria casa.

Ma a parte le impressioni, i momenti, i movimenti delle mani artigiane sulla materia scelta, i centrifugati di verdure biodinamiche e il clima dell’alpe friulana, mi piace sottolineare alcune cose:
1)    gli organizzatori di questa iniziativa, appartenenti alla mia generazione, hanno scelto una vita nella natura e un proprio ritmo.  Non si accontentano, però, e si impegnano a comunicare – senza voler convincere -, ad aggregare e a condividere, ovvero a svolgere un’attività politica nel senso migliore e più puro del termine. Bello.

2)    ci sono più curiosità e interesse, e ho venduto più copie del mio romanzo sotto le alpi del Friuli che a Bologna o Roma: forse la vivacità intellettuale si sta spostando geograficamente in cerca di aria pura, mentre i vecchi centri del potere iniziano ad essere ingolfati.

3)    Gira gira, incontro un contadino biodinamico che regala mele e suonava in un gruppo musicale, gli Arbe Garbe, del quale mi presenta il batterista. I ragazzi poi, mi regalano il loro bel disco; incontro un ragazzo che gestisce un locale e indossa la maglia dei Langhorne slim, e i ragazzi di Hybrida che hanno realizzato una compilation che sembra quella del vecchio Thermos e Pigi (come stai, Pigi?) che conosce i miei amici anarchici di Fano… una serie di incontri che confermano la mia idea che la nostra sia una generazione di nomadi sentimentali ed ideologici, avvezzi a raccontarsi nelle rare oasi in cui abbeverarsi e ristorarsi.

4)    Tra i più giovani, incontro e chiacchiero dopo la presentazione con i ragazzi di Brocante (e guarda caso uno di loro scrive su A rivista anarchica, mia vecchia collaborazione dei tempi milanesi). Durante la presentazione, parlando, mi attaccavo alla complicità dei loro sguardi. Sono ottimisti, convinti che in qualche modo ci stiamo liberando, che stia nascendo una nuova maniera di ribellarsi. Loro sono giovani, nel mio cuore spero che la mia generazione nomade gli abbia fornito qualche coordinata, qualche volta celeste da scrutare nel deserto. So che li incontrerò in una delle prossime oasi, e magari mi insegneranno che una certa pianta, colta al momento giusto, è ancor più buona di quello che pensavo.

Ecco quindi che ringrazio gli amici Paola, Daniele, Erik e la piccola ma mica tanto Alice Zoe per l’ospitalità che ci hanno riservato e torno con alcuni sguardi di rara intensità colti qua e là, un piacevole retrogusto di grappa barricata fatta in casa, i regali che i nostri ospiti hanno voluto farci e l’idea sempre più fondata che i diversi dialetti dei nomadi che siamo siano sempre meno incomprensibili l’uno per l’altro.

Un abbraccio e a presto a tutti e un grazie particolare anche a: i ragazzi di brocante per la gentilezza e il baratto libro per t-shirt, l’Assessore alla Cultura di Frisanco per l’ospitalità e la presenza, Mara per gli gnocchi, Pablo per le fotografie, Federica e Simone (e Aldo) per esserci venuti a trovare sin dalla lontana Aurisina – insomma, come capita nei tour, grazie a tutti, tecnici, staff e spettatori 😉

Pamarasca