Archivio Mensile:settembre 2011

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L’altro giorno entra in farmacia un tizio e chiede una pasticca per dimagrire. La farmacista lo guarda per qualche istante, poi gli chiede se stia seguendo qualche dieta. Lui dice no, che infatti ha chiesto una pasticca.
Un mese fa viene da me un giovane appena laureato in scienze politiche, e dice Ho un’idea della madonna per realizzare un programma tv e fare un mucchio di soldi. L’idea è questa. Che ne dici?

A colazione, l’impiegato della banca che lavora nel mio stesso edificio, disegna su un tovagliolo il piano di riqualificazione urbana del centro cittadino e insiste sulla semplicità (con implicita allusione di genialità) del suo progetto.
Mandrie di anoressiche e anoressici si rivolgono a persone ed istituti che in risposta gli prescrivono diete personalizzate e mettono sotto i loro piedi una bilancia.
Purché si faccia in fretta.
E non si fatichi oltre il necessario.

Qualche giorno fa Marco Lodoli scriveva su La Repubblica le sue proposte per migliorare la scuola e insisteva sull’idea che il sentimento, l’emozione, non sono tutto. Lui, scrittore, giornalista ed insegnante, fa parte di uno sparuto coro che osa ricordare come non si impari tutto giocando, e che sarebbe bene insegnare ai ragazzi lo studio, l’utilizzo della ragione e la fatica che esso comporta.

Oggi, molte persone che studiano non si sentono mai pronte a mettersi in gioco, perché, come accade da millenni, studiando ci si accorge di quanto poco si padroneggi la materia, qualunque essa sia, e c’è bisogno, a quel punto sì, del cuore, del carattere per fare il passo anche se consapevoli della pochezza del proprio sapere. In compenso, c’è un esercito di persone infarinate che si gettano felici nella padella unta della presunzione. Non sappiamo mai niente. Ma soprattutto accettiamo sempre meno che parte considerevole del nostro tempo debba essere speso per sapere qualche cosa.

Quando un paese va a rotoli, mi diceva un amico spagnolo nel 1994, a Siviglia, osservando le file ai baracchini presidiati da personaggi monchi, zoppi ed orbi che distribuivano tagliandi, la lotteria va per la maggiore.
Un principio che si è esteso ad ogni campo del sapere, del fare, dell’agire, del lavorare. E al globo che, infatti, a rotoli sta andando.

Viviamo una corrida continua, in cui consideriamo il tempo per studiare sprecato perché qualcuno ci passerà di certo avanti sul palcoscenico e chissà la gente quanto applaudirà.

Ho parlato con studenti soddisfatti di aver scritto una tesi utilizzando solo Wikipedia: si consideravano bravi, non spostavano di un millimetro l’asse del loro fuoco, il che gli avrebbe permesso di considerare negligenti o imbecilli i loro professori, piuttosto.
Ho parlato con aspiranti registi che non considerano nemmeno lontanamente l’ipotesi di fare da assistenti, di portare caffè a qualcuno. Loro.
Ho parlato con scrittori e pittori che se ne fregano della critica dell’unico competente e ribattono con il plauso svogliato e distratto dei loro contatti sui social.

L’importante è essere visti ora, subito.

Io, nella mia vita non ho mai studiato tanto, lo ammetto. Ho sempre avuto un gran culo come studente. Ma oggi mi spaventa quanto sia declassato ogni genere di sapere, quanto sia vituperato lo studio e si esalti invece un ipotetico talento come deus ex machina, la buona idea di per se stessa. Nel grande pullman che abitiamo abbiamo sostituito il codice della strada con un bignamino – e il pullman corre, corre… cosa dice quel cartello?

Pamarasca

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Durante l’incontro di Narrancona, organizzato presso il Raval alla Mole  da Valerio Cuccaroni e curato da me e Beniamino Cavalli, con la partecipazione straordinaria di Marco Dominici e di una sua bellissima poesia, tra i brani scelti c’era un breve estratto dal mio prossimo romanzo. Lo avevamo scelto perché descriveva, in un certo senso, uno dei tesori del nostro territorio, Mezzavalle. Visto che l’ho letto a tutta la gente che c’era, posso anche postarlo qui, immagino :-) . Almeno non si sente la R moscia…

***

Per scendere a Mezzavalle, un cieco avrebbe bisogno di aiuto. Il sentiero cui si aggrappano i nostri scoli è ripido e sassoso, orlato di piante che in alcuni tratti lo coprono per intero. La staccionata è solida, la controlliamo di frequente perché è pericoloso qui cadere, e il cieco tenuto per la mano da qualcuno che conosca la strada appoggiandosi apprezzerebbe la qualità del legno che Enrico acquista, senza badare a spese, dai migliori fornitori. A scendere potrebbe aiutarlo Anna, la ragazza minuta che assiste i ragazzi down in un angolo di spiaggia, nei giorni pari della settimana. Gli terrebbe il braccio sollevato all’altezza del collo e troverebbe una battuta ad ogni inciampo, perché è questa la sua forza e le vogliono bene tutti per il suo modo di scherzare, ad Anna.
Il cieco scenderebbe i primi tratti senza sapere che ad ogni curva stretta e polverosa si spalanca un po’ di mare in più, per chi ha gli occhi è come respirare con la vista. Ma gli arriverebbe, dalla terza svolta, in faccia il sale delle onde e pian piano, scendendo, il loro rotolare indisturbate. Allora passerebbe dalla lavanda che si trova in cima al viottolo di terra alle alghe lasciate dalla corrente sulla spiaggia e avrebbe probabilmente voglia di lasciarsi scivolare giù, sin dentro al mare.

Enrico mi mise a Mezzavalle per un po’. Dovevo svuotare i cestini e raccogliere i resti trascinati qui dal mare. Mi portai a casa il pupetto di un biliardino jugoslavo con la maglia della stella rossa.
Per pulire la spiaggia la percorrevo in lunghezza, due chilometri di corridoio tra le pendici del monte e il mare che lo cancella ad ogni mareggiata, certi giorni non sai dove camminare. Lunga così, Mezzavalle sembra sempre vuota, le persone si confondono coi tronchi e nessuno si permette di piantare un ombrellone.
Nei giorni pari mi fermavo un po’ con Anna e i suoi ragazzi. Li faceva passeggiare a piedi nudi poi li convinceva con delicatezza a fare gli esercizi: inspirare, espirare, braccia in alto, petto in fuori, lo sentite il mare, e tutto questo sale?
Accennavano passi di danza. Ridevano.
Li guardavo piroettare goffi ma eleganti sullo sfondo dell’orizzonte tutt’altro che infinito: imitavano la loro piccola istruttrice che, ballerina per davvero, scavava invano con la punta dei piedi cercando appigli tra la sabbia e i sassolini.
–    Buongiorno Anna, buongiorno ragazzi – dicevo.
–    Buongiorno – loro in coro – ciao.
Stavo impalato per un po’ così, nella mano un grande sacco nero aperto dal quale ciondolavano schifezze, soprattutto alghe, gusci di cozze, bottiglie mangiucchiate dai pesci e lattine corrose dalle onde. Il vento è più forte che nel resto della baia, i capelli di tutti sono sempre spettinati. I ragazzi di Anna li portavano corti, qualcuno con la riga in mezzo, guardavano la maestra di danza con concentrazione assoluta: ogni suo passo, la piega del polso, gli scarti del sorriso si infilavano nei loro occhi sghembi, troppo vicini o troppo lontani, troppo grandi o troppo stretti. Anormali. Così preso dalla lezione di ballo sulla spiaggia, qualche volta uno di loro non si accorgeva delle onde basse che lambivano la sabbia e finiva dentro il mare con un piede.
– Iiik! – lanciava un gridolino e saltava in avanti come l’avesse punto uno scorpione ma poi, nei minuti successivi, guardava indietro e fingeva di essere costretto ad arretrare, cercando di farsi di nuovo sorprendere dal mare.
–    Buongiorno – ripetevo e me ne andavo, chinandomi a raccogliere una lattina  o un ramo.
Di rami ce n’erano molti, a Mezzavalle. In primavera, anticipando la stagione, Enrico faceva scendere una ruspa piccola abbastanza da passare attraverso lo stradello irto e con quella caricava tutti i tronchi che popolavano la spiaggia. Il mare gli aveva leccato via la corteccia, erano bianchi e ricurvi, modellati, non avevano opposto resistenza: lavorando il corpo ai tronchi il mare li conserva.
Spezzarne i rami è doloroso: gettati sulla terraferma dalle mareggiate dopo mesi o decenni di sospensione in acqua, sono corpi abbandonati da trattare con riguardo e ti sembra possano scappare fuori tendini, muscoli ed organi vitali. Ad ogni crac Fausto rabbrividiva un po’.
–    Odio fare questo. – mi diceva.
Chiedono solo d’essere lasciati in pace ad asciugare, incenerire, sgretolarsi e poi volare via. Non gliene diamo il tempo.
–    Ma sono secchi non vedi? – lo tranquillizzavo.
–    Secchi, sì. Sai cosa mi ricordano dopo le mareggiate?
–    Cosa?
–    Quei video sui lager, sui campi di concentramento. Le fosse e i soldati che ci buttano la gente pelle e ossa, i cadaveri gassati. Secchi.
–    Grazie tanto – gli rispondevo mollando la presa dal tronco che stavo facendo a pezzi.
Oltre Anna e i suoi ragazzi andavo avanti, dopo aver spostato verso la falesia pezzi di tronco troppo grandi, che non avrei potuto portare via senza la motosega appesa al rimorchio del trattore. Continuavo a raccogliere robaccia. La carta, la plastica, le cicche di sigarette ovunque, bottiglie d’acqua piene d’alghe. Qua e là minuscoli granchi scappavano via dalle mie dita. Alle mie spalle sentivo ancora Anna:
–    Eeee Ssssuuuu!! Bravo Gioacchino, vedi che ci riesci, Eeeee Sssssuuuu, solleva quel ginocchio Susi, dai.
Il vento si portava via la voce e i risolini timidi degli allievi che roteavano grassi lì sulla battigia. Il vento si portava via i bicchieri di plastica lacerati che il mare recapitava qui da chissà dove, un aperitivo in terrazza ad Istanbul, una festa di famiglia sulla lunga diamantina costa di Sarande.