Archivio Mensile:agosto 2011

2 460

Ho iniziato a scrivere tardi. Scrivere per la pubblicazione, almeno. Non è un rimpianto, ma una semplice constatazione. Una volta iniziato, vorrei farlo sempre. Di più. E’ come se tante storie vivessero compresse in un contenitore che mi portavo dietro.

Lavoro, anche, sui social network. Soprattutto facebook. Ho avvicinato questo social in un periodo particolare della mia vita e mi ha permesso di ritrovare trame di amicizie che si erano spezzate, sfilacciate o scolorite. Poi, nel tempo, di conoscere persone nuove anche, e condividere un mucchio di cose belle, importanti, divertenti, impegnate, sciocche.
Dovendo monitorare facebook per lavoro, finisce che ci passo diverso tempo anche con il mio profilo personale.

Considero facebook (e i social in genere) una gran cosa. Ne sono entusiasta. Per i vecchi e cari amici, per i nuovi, per le informazioni e qualche volta per le discussioni. Considero i social un’arma rivoluzionaria potentissima. Fb ha un mucchio di limiti che non è il caso di approfondire qui, certo, e sta diventando sempre più una sequela di inserzioni pubblicitarie, però mi piace ancora e nutro fiducia in questo mezzo.

Ma ho iniziato a scrivere tardi e mi accorgo ogni giorno di più delle mie debolezze.

Chi mi conosce, sa delle mie debolezze. Ad esempio, mi capita di passare al bar, incontrare qualche amico, dire “mi fermo due minuti, il tempo di un bicchiere” e dopo tre ore e non esattamente un bicchiere solo sono ancora lì. Non c’è niente di male.
Mi accade lo stesso su facebook. Sono troppo curioso, troppo interessato alla maggior parte dei link. Troppo polemico, anche, chiacchierone, e mi entusiasmo appena vedo una grafica ben fatta, un’idea particolare. Clic dopo clic – parola dopo parola – mi passano le ore che non devo dedicare al mio lavoro. Che sono esattamente quelle che devo dedicare alla scrittura. Che ho iniziato tardi.

I personaggi delle storie che mi abitano hanno iniziato a rimproverarmi.
Certo, lavoro sui social, quindi non posso (né voglio, in definitiva) evitare i social anche solo per un po’. Ma non sono in grado di evitare le distrazioni, non è nel mio carattere. Quindi d’ora in poi cercherò di frequentare il minimo indispensabile il mio account, che è sempre stato particolarmente attivo. Chi se ne frega, direte voi.

In effetti, non scrivo questo perché credo interessi a molti se il mio account sarà meno attivo. Lo scrivo per condividere una riflessione che, ne sono certo, non sono il solo a fare. La condivisione e la comunità non sono tutto, e a volte il tempo va utilizzato con misura. Specie se si nutre un desiderio.

Citando un vecchio articolo di Bartezzaghi: in rete “ci stiamo tutti allenando per una partita che non si giocherà”. Ma, prima che mi cedano le gambe, voglio provare a calpestare l’erba di quel match.

Pamarasca

2 297

Come bestie che non esistono in natura dentro le stanze della borsa ci scagliamo sui corpi dei milioni di moribondi che popolano il mondo, azzannandoli furiosi con denti di finanza. Ignoriamo i mali, ignoriamo i feriti. Predatori in suv ci aggiriamo nella disgrazia che ci permette di giocare con miliardi evanescenti.

Come bestie che non esistono in natura soccorriamo feriti per derubarli.

Come bestie che non esistono in natura invadiamo le strade facendo a pezzi le vetrine del vicino di casa, negoziante come i nostri padri o cugini, strappando con le unghie tv inutili dalle pareti, portando via quello che possiamo.

Il declino non è un lento progredire ma una serie di esplosioni.
Non c’è nemmeno più bisogno di analisi economiche, analisi sociologiche, analisi psicanalitiche.
Non c’è nessuna profondità da scandagliare per cercare una qualche motivazione al nostro essere il peggio degli animali in circolazione.
Nemmeno c’è bisogno di una guerra, che la portiamo dentro. L’Occidente è una rovina, un crollo, un’implosione. La natura prima o poi ci afferrerà, riprenderà, disegnerà come l’edera quando s’avvinghia ai ruderi di monumenti. Nell’attesa ci comportiamo da bestie che non esistono in natura. Buon appetito.

pamarasca

0 167

Fai qualcosa che parla di te – un libro, un disco –, riscontri del gradimento e ti confondi. Stanno apprezzando te, ti dici, ma non è così. E’ quel che è nelle parole che hai messo in fila, o negli accordi che sei riuscito a combinare. E’ qualcosa che fai, non quello che sei. Non la totalità delle tue idee ma le sensazioni che nascono dalla tua piccola creazione.
Non sei migliore degli altri. Mai.

E’ una differenza che sfugge, a volte, quella tra il tuo prodotto e te. Ma è fondamentale, perché continuando a guardare se stessi si finisce per perdere la strada.

Mi sono ripetuto come un mantra queste parole perché anche a un nessuno come me viene facile la presunzione, specie se – questo vale per tutti – alimentata dai social network, da fb, da mille altre forme di narcisismo più o meno esasperato.

Così, spesso mi ripeto le cose che non so fare, che sono la maggior parte; quelle che ho rinunciato a fare; quelle che dico “ma come fa questo?”. E soprattutto quelle che vorrei fare. Mi ripeto i fallimenti, che sono le cose che amo di più.

Ma soprattutto guardo gli altri. uomini, cose, animali. Perché amo gli altri, e perché quello che mi piacerebbe raccontare sono loro – attraverso loro poi me, ma si tratta di un effetto, non di un’esigenza.
Le storie, anche quelle inventate, sono conseguenze degli sguardi che chi scrive posa attorno a sé.
C’è sempre gente lì.

Chi scrive storie dovrebbe essere il più umile degli uomini, perché per le sue storie spesso rinuncia alla propria, e il suo vero sogno è di essere nessuno.

p.s.: è lampante che pubblicando questo post dimostro di avere anche molta strada da fare sulla via dell’umiltà :-)

pamarasca