Archivio Mensile:luglio 2011

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A ben vedere stiamo dormendo, e il web è il cuscino che ci permette di bofonchiare nel sonno soddisfatti. Un fucile che lisciamo e puliamo ogni giorno per dormirci accanto, e che non sparerà.

Ogni giorno in questo paese accade qualcosa di tremendo. Più cose tremende. In un giorno solo, ieri, una rappresentante del governo ha detto che, con la fazione opposta al potere, la nazione si sarebbe riempita di tossici. Un europarlamentare, mentre ancora si seppelliscono i morti, ha sostenuto che le idee di un terribile assassino, un Hitler in miniatura, sono condivisibili. I metodi magari no, ma le idee, perbacco! Che è come dire, appunto, che l’eliminazione degli ebrei sarebbe stata una sacrosanta dritta, peccato aver sbagliato qualcosina nel metodo di esecuzione. Nel frattempo, in Parlamento si votavano le pregiudiziali sulla legge che avrebbe protetto gli omosessuali dalle discriminazioni e dalle sempre più frequenti aggressioni. La legge ha perso. La spiegazione di chi l’ha affossata è la stessa che usavamo a 12 anni per farci grossi e non festeggiare l’8 marzo: se io ti difendo più di quanto difenda gli altri, significa che ti considero una minoranza e quindi ti discrimino. Una puttanata mondiale, della quale già a 13 anni ci si rendeva conto. Vanno a letto con le minorenni ma i froci gli stanno bene solo se stilisti di successo.

Ogni giorno, questo paese è più cattivo. E’ governato da un delinquente che di simili suoi s’è circondato. Noi tutti lo pungiamo come zanzare con i nostri insulti, sperando inutilmente si dissangui. In realtà, ormai, aspettiamo che muoia. Come Franco in Spagna. E poi cosa faremo? Scenderemo in piazza a festeggiare, noi che non siamo riusciti a mandarlo in galera nemmeno per uno dei reati che ha commesso? Cosa avremo da festeggiare? L’esistenza della vecchiaia, della morte cui tutti dobbiamo cedere prima o poi e che ci solleva un poco dalla nostra inettitudine?

Il paese è cattivo nelle strade, sul bus, in parlamento come nei consigli di amministrazione, al sindacato, sul luogo di lavoro. In quelli che stanno dalla nostra stessa parte. L’ingiustizia e la cattiveria, come diceva la Arendt del male, si diffondono come funghi sulla superficie della società. Non se ne resta immuni: solo il bene va in profondità in alcuni, il male inquina tutti.

A volte temo che esploda questo paese, se quella cosa che si chiama opposizione continuerà a comportarsi come si comporta. Non so se sia un timore o una speranza – non so, forse non capiterà proprio niente, come è da mesi, da anni ormai, che rimaniamo indifferenti a tutte le aberrazioni che ci vengono raccontate. Ci hanno dato da bere sorsi di egoismo uno dopo l’altro, aumentando la dose, consegnandoci anche un palco dal quale enunciare le nostre convinzioni, il nostro io, senza essere troppo disturbati. Nel frattempo, affamano la povera gente. Oggi che per sfamarla ci vorrebbe tanto poco.

Ogni cosa puzza di ingiustizia.

E il maggiore errore da parte di chi osteggia questo stato di cose è la strenua, disperata e grottesca ricerca di qualcuno che comandi, un re che affronti il re, un condottiero, anche che venisse dall’esterno, che sappia brandire la lancia meglio dello stanco sovrano che ci vessa. Da quando sono cadute le dannate ideologie, come osservava tempo fa su La7 Massimo Recalcati, tutto è andato ad appoggiarsi sull’esistenza (o meno) di un leader, di un punto di riferimento in carne ed ossa che le sostituisse. Bella roba.

Ma non servono persone cui delegare ancora di più le nostre facoltà, le decisioni, l’esistenza. Le persone nascono, crescono e muoiono, e dopo di loro potranno essercene di migliori, ma anche di peggiori, e se costruiamo un sistema che si basa sul potere delle persone, del singolo valoroso condottiero, allora aspettiamoci, prima o poi, un vero dittatore. E’ per questo, anche per questo, che esiste la Costituzione. Non servono persone da seguire, ma idee da perseguire. E prima ancora da creare. Servono laboratori in cui i giovani lavorino. Che non significa che i giovani devono governare: chi l’ha detto, che uno di 30 è meglio di uno di 70? Cazzate, anche queste. Zygmunt Bauman ha 86 anni, ma finché dura, accidenti se farei governare un Paese da lui!
No, significa che i giovani debbano studiare. Le cose si cambiano studiando, lavorando, esplorando fianco a fianco le possibilità.

Non è affatto vero che Twitter è stato un deus ex machina per i giovani egiziani. Quei ragazzi, a leggerne le cronache, hanno studiato, si sono immersi per anni nell’approfondimento delle tecniche di rivolta, sono andati a fare veri e propri stage e master all’estero, in paesi dove la rivoluzione c’era stata, dove la dimestichezza con le nuove comunicazioni era diffusa. Hanno fatto insomma quel che faceva Che Guevara con i suoi rivoluzionari, solo imparando a comunicare, invece che a sparare. E dopo lo studio, dopo la consapevolezza, dopo la forza che solo la conoscenza, l’esperienza e il contatto con chi sa di più di te possono darti, sono tornati in Egitto e Twitter è stato lo strumento della loro rivoluzione, internet ha ospitato il cambiamento. Non lo ha creato. Figurarsi.

Delle idee è necessario, e se di uomini c’è bisogno è di uomini umili, che vogliano imparare prima che insegnare. Non di principi di chissà che contea che arrivino armati di tutto punto per sfidare il re, mentre noi assiepati lungo le staccionate gridiamo Vai! Vai! Uccidi! Uccidi!
Delle idee e di cuore, è necessario. Di quel po’ di sentimento e di buon senso che ci rimane, che ci permette di aiutare chi ha bisogno, di difendere chi è aggredito, di rifiutare chi mente e smascherare chi ruba. Delle idee politiche, c’è bisogno.

In Islanda, dopo la grande crisi, stavano decidendo di spalmare il debito con le banche estere sui cittadini. Il popolo ha detto no: perché far pagare a loro le speculazioni di pochi privati? Il popolo ha espresso la propria volontà in un referendum. Tutti si sono incazzati come bestie: il Fondo Monetario Internazionale, l’Inghilterra, l’Olanda. Hanno isolato l’Islanda, hanno tagliato i prestiti considerati necessari per risollevarsi dalla crisi. E loro?
Loro fermi sulle loro posizioni ora riscrivono la costituzione. Come fanno? Hanno eletto 25 cittadini su circa 300 che si sono candidati: questi cittadini si riuniscono in sessioni per la stesura della costituzione. Le sedute vengono trasmesse in streaming, e i cittadini possono commentare attraverso il web, suggerendo o criticando. Da tutto questo esce la nuova costituzione del paese. Ecco, mi direte, l’Islanda sono quattro gatti. Troppo facile per loro. Magari è vero. Ma il federalismo, accidenti, è un’idea di sinistra. Non è una bestemmia della lega.

Ogni giorno in questo paese si consuma un pezzo di libertà, individuale e collettiva. Ci abbiamo fatto l’abitudine, come le popolazioni africane che abbiamo spremuto hanno fatto l’abitudine alla fame. In 20 anni non siamo stati capaci di imprigionare il nostro presidente del consiglio. Non avevamo nessuno cui delegare questo incarico, non avevamo idee.

Ma le idee esistono, basta innaffiarle, come piante. E le idee vengono, basta parlarsi mentre si studia. Ascoltarsi, soprattutto.

pamarasca

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Sono passati molti anni. A metà degli anni Ottanta, con gli amici più cari, girovagavamo ogni estate in Scandinavia. Ci piaceva tutto. Il clima, le persone. La birra. Le polpette e le salse sull’insalata. Le alci che appoggiavano la schiena contro le pareti in legno delle case per scaldarsi. Le ragazze che guardavamo goffamente da lontano.

La nostra base era København. Il giro si somigliava sempre: una sosta a Parigi, per bere un Saint Croix du Mont al Coude fou, piccolo bistrot del Marais dove incontrammo l’attore preferito di Carax. Poi al nord.

A Copenaghen si stava come a casa propria, prima di avventurarsi  in Norvegia – direzione Oslo e Bergen – o in Svezia e Finlandia.

Bobo imprecava per l’aria fredda che gli impediva di rollare decentemente le sigarette. Marco si nascondeva tra le barche per scattare foto. Luca ci svegliava in tuta pronto a fare footing. Ci andai anche con Sebastiano, in un appartamento la cui proprietaria non incontrammo mai. Avevamo le chiavi, un biglietto sul tavolo della cucina ci indicava dove lasciare i soldi prima di partire.

Eravamo innamorati della Scandinavia. Imparammo le differenze tra i Paesi. Visitammo luoghi dove eravamo riconoscibili per il colore dei capelli. Alcuni di noi studiarono la lingua all’università. Danese, ché “se sai il danese capisci anche svedese e norvegese”, si diceva. All’esame Inge-Marie, la mia insegnante, mi chiese di pronunciare fragole con panna: rød grød med fløde, se lo dici bene, sei promosso…

Dopo più di 20 anni sono tornato al nord con Monica. Luoghi nuovi. Foche, isole. Torri medievali. La luce del sole alla notte, botteghe vintage, reti di pescatori e fari. Luoghi anche vecchi, come le capitali: Stoccolma e, appunto, Copenaghen. Ma cambiati, e molto: a fronte del nostro atavico immobilismo, lì si sono sforzati in tutto questo tempo di miscelare l’attaccamento alla tradizione con il dinamismo multiculturale odierno. Non ne faccio un panegirico: a volte sono riusciti bene, a volte male.

Ma sempre con i principi guida della tolleranza, del rapporto di non sfruttamento con la natura. Della civiltà. Dell’ecologia come ideale.

E’ stato strano rivedere luoghi che consideravo miei dopo più di venti anni. Sedere sul molo di Nyhavn. Persino la malinconia mi ha colto. Il tempo – il rimpianto. Quelle cose lì.

Sono ancora innamorato della Scandinavia. E il fatto che il male con la M maiuscola, lucido, banale, per nulla pazzo vi abbia germogliato seminando morte, dimostrando come il fanatismo sia crudele di per sé e non in base alla propria provenienza o al credo cui s’appiglia come una medusa, non cambierà il mio modo di vedere: sono questi i luoghi migliori d’Occidente. Da cui ripartire per vivere serenamente nella natura e tra la gente.

Pamarasca