Archivio Mensile:maggio 2011

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MOSTRE: PASSIONE E COLLEZIONISMO, ECCO IL '900 ITALIANO

Siamo tutti le persone che abbiamo conosciuto. Gli amici, i parenti, le spose, i fidanzati. Uno sguardo, la piega di una bocca, la curiosa flessione d’una ruga. Un naso che s’arriccia, il modo di tenere unite le mani sul retro della schiena, sopra l’osso sacro, martoriare le dita di nascosto.
Le parole.
Siamo tutti le persone con cui siamo stati. Con cui abbiamo vissuto, mangiato, scherzato, giocato e litigato. Ci sono le parole di ognuno in questo enorme lago che noi siamo. Rivoli, fiumi, ruscelli, cascate: ogni parola, ogni espressione, ogni singolare modo di dire vi si riversa a modo suo. Chi riceve come una cascata di sillabe una remota fidanzata, chi come un docile corso d’acqua tra le pietre una sorella preoccupata. Un amico è un fiume che ci riempie d’improvviso con la frase più scherzosa. Un genitore la costanza metodica delle onde d’acqua dolce.

L’uomo è un contenitore vuoto fabbricato per i gesti e le parole, via via si riempie nel corso di una vita altrimenti vacua. E’ uno specchio che deve riflettere. Dite: quante parole sono davvero vostre, quante espressioni? Il modo di dire che più amate, da dove viene?
Come acqua in un continente arido il linguaggio scende, bagna, irriga, è più o meno presente. Senza di esso niente.
Siamo tutti le persone del nostro passato e per questo abbiamo un futuro, mentre incerto è il presente, così umido, bagnato, mollo, stinto. Per vederlo, bisogna tenerlo ad asciugare.

E forse sono le parole, le espressioni e i gesti i veri esseri viventi del pianeta, e ci usano alla maniera in cui noi crediamo di utilizzare un vaso, od un bicchiere. Che bello sarebbe essere strumenti per questi esseri sapienti.

Sono stato al Salone del Libro anche quest’anno. Sarò sintetico e, soprattutto, poco originale.

Tre cose mi hanno colpito.

1.    gli editori indipendenti sono stati sparpagliati come meteoriti per lasciare spazio a un’esposizione di strumenti musicali. Pianoforti e, soprattutto, batterie tracciavano una grande crepa nel padiglione uno. A me piacciono le esposizioni di strumenti, ma che gli organizzatori del Salone del libro pensino di estendere ad altri oggetti la fiera è davvero una bestialità. In tutto il mondo stanno vincendo le esposizioni specializzate e loro pensano Va là, mettiamoci uno stand di batterie e magari quattro o cinque pianoforti, per vivacizzare il tutto

2.    oggi che la letteratura vive un momento di grande innovazione e, naturalmente, di tensione con l’avvento del digitale e del fenomeno ebook (lo si spiega bene qui), non si è fatto altro che parlare del risorgimento italiano, rendendo il salone provinciale e addirittura grottesco laddove si sono voluti rintracciare i libri più importanti dell’Italia Unita. Le classifiche sono arrivate anche qui, sospinte, diciamolo, dalle tiritere di Via con me. Retorica di una nazione a un salone internazionale.

3.    C’era pochissima poesia. Ora che ci penso, ho visto davvero pochi volumi di scritti in versi. La poesia sta scomparendo, sta annaspando in questo mondo che vuole sostituirla a tutti i costi con sia pure affascinanti geometrie. Tutti raccontano storie, elaborano trame, pontificano su vari argomenti, trattano acutamente di individuo e società, twittano… eppure la poesia, che è la parola, che è la letteratura, che è l’uomo, si spegne come la fiamma di una candela. Questa è la cosa che mi ha dato più pena.

Non facciamoci spaventare dalla poesia e ogni tanto compriamo un libro di versi: durano più a lungo, spesso scavano più a fondo, parlano di noi.

Vi lascio con una grande poetessa dei giorni nostri

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa,
il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire
(Mariangela Gualtieri)

Le immagini di questo post:
Paul Klee, Parnas (1932)
I versi di Mariangela Gualtieri

Pamarasca

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Non che sia importante, ma da domani sarò al Salone del Libro. Una grande occasione, soprattutto, per passare un po’ di tempo con gli amici di Verdenero.

Il mio romanzo La qualità della vita sarà allo stand x38, y37 padiglione OVAL. Per buona parte del venerdì pomeriggio e del sabato anche io sarò presso quello stand, assieme ai rappresentanti di alcune case editrici provenienti dalle Marche. Per inciso, pubblicano ottimi volumi e vale la pena darci un’occhiata. La regione dalla quale provengo sta diventando una piccola fucina di autori.

Casomai qualcuno delle migliaia di fans capitasse allo stand e non mi trovasse, lascerò un recapito telefonico cui contattarmi e, pur di evitare che vi strappiate tutti i capelli, correrò da voi. Oppure, provate dagli amici Verdenero: Stand E36.

Il mio secondo romanzo non ci sarà ancora, ma se ne può parlare :-)

Grazie a tutti da parte mia e de La qualità della vita

Pamarasca

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Ieri sera, durante la pausa del toccante concerto di Angus & Julia Stone (i due niente male che vedete nella foto), il superiore di un ragazzo che stava lavorando lo ha ripreso platealmente, mettendo in piedi una ramanzina di almeno dieci minuti, gridata e condita da sonore bestemmie, tanto da costringere l’intera platea a voltarsi per vedere cosa stesse succedendo.

Sabato l’ad della Thyssen Krupp, condannato a 16 anni per la morte dei 7 operai arsi nella sua fabbrica fatiscente, è stato applaudito dai membri della confindustria. La Marcegaglia ha detto che non esiste altro paese in Europa dove si condanni per omicidio colposo un industriale negligente. Non lo ha detto però con il tono di fierezza che, ad esempio, avrei adottato io.

Il concerto in questione era toccante, lieve e bello. Piccole luci come stelle sopra la band. Voce strepitosa e schizofrenica lei, di vetro quella di lui, svagato quanto necessario. Seguendo le loro strofe sussurrate, non potevo non ripensare alla volgarità di quel “capo”, alla bestemmia urlata davanti a 200 spettatori, alla bocca chiusa del giovane subalterno che, per non si sa quale diritto, doveva subire quella umiliazione.

D’un tratto, nella fila davanti alla mia, un tizio sui 50 anni ha lanciato un aeroplanino di carta.

C’è un collegamento tra ogni cosa.

Siamo sommersi ad ogni angolo di strada dalla protervia di chi sta un gradino sopra, di solito per puro caso. Siamo travolti dalla volgarità. Dall’arroganza. Dal potere divenuto sempre più requisito necessario alla sopravvivenza. Soprattutto, non si danno più opinioni: solo giudizi.
Ci opponiamo come si riesce.

Qualcuno dall’Australia arriva con canzoni d’amore, tenerezza, inchini dolci e palmi aperti delle mani.
Qualcuno (io stesso, anche) non si è alzato per dire al tizio sbraitante e bestemmiante qualche cosa. Anche solo “peace and love”. Ed è rimasto con questo groppo in gola.

Qualche coglione, infine, fa finta di niente e lancia aeroplanini.

Se la gente brucia viva in fabbriche governate da delinquenti, è perché ovunque si diffonde la regola di urlare, comandare, umiliare, fregarsene del resto del mondo perché il centro del mondo siamo noi. Apprezzare la prepotenza. Ammirare la superbia.

Usciranno comunque presto manuali per fabbricare aeroplanini sempre più sofisticati. Quel che ci serve è solo ancora un po’ di distrazione. Ma poca, ormai.

Pamarasca