Archivio Mensile:aprile 2011

2 314

Ieri sono stato alla serata per i 40 anni del Manifesto. E’ successo un po’ per caso, ma sono felice di esserci andato. E non ho potuto fare a meno di notare che

non c’era uno, e dico uno, di quei tanti miei coetanei che ai tempi dell’università e anche dopo tenevano il Manifesto bene in vista nella tasca posteriore dei jeans, o sotto il braccio, o che sbucava fuori dallo zaino.

pamarasca

2 460

Sul ricco, competente e bel blog del mio amicissimo Marco Dominici mi è stata chiesta un’opinione sul self-publishing… e io l’ho data :-)

Dice Marco: Parlando di contenuti, è indispensabile dare quindi la parola a chi il contenuto lo crea, ovvero l’autore, il demiurgo del testo e primo motore immobile di tutta la filiera editoriale.
A tale proposito ho coinvolto nel dibattito il mio più caro amico Paolo Marasca, che guarda caso è uno scrittore: il suo primo romanzo, La qualità della vita, ha avuto quella che si dice un’ottima accoglienza da critica e pubblico e già sta lavorando al secondo, che posso dirvi per certo, avendo lette le bozze quasi definitive, è ancora più bello.

A Paolo chiedo come vede, da autore, la prospettiva del self publishing, che sembra sia la grande opportunità  e risorsa del digitale per chi scrive, e cosa pensa del social reading.

Scrivo io: “Cercherò di essere sintetico e, quindi, perderò per strada le sfumature di questioni estremamente complesse. Non me ne vogliano i lettori di questo blog. Non sono contrario al self publishing di per sé, ma non nego di essere piuttosto scettico al riguardo, per le ragioni che sintetizzo qui di seguito:

1) Da anni l’arte contemporanea e la musica hanno dimostrato tutti i limiti dell’autoproduzione, sia pure a fronte della scoperta di una minoranza di veri talenti (poi comunque rientrati nei ranghi del mercato tradizionale). Non credo che per la letteratura sarà diverso.
2) Il mercato editoriale è letteralmente strozzato dalla grande distribuzione, così come lo sono le librerie indipendenti. Un editore, specie se talent scout, non ha i mezzi per svolgere un lavoro di qualità. Un libraio, specie se bravo e attento, non ha i mezzi per confrontarsi con le grandi catene e dare visibilità ad una certa letteratura. Risolvere questo nodo sarebbe la vera rivoluzione, mentre credere che il self publishing possa bypassarlo mi sembra una chimera.
3) Lo spreco di talento è dietro l’angolo. Un autore, magari giovane, dovrebbe avere la possibilità di confrontarsi con un editore, vedere la propria opera da un diverso e professionale punto di vista, imparare a gestire le proprie capacità. Sono assai rari gli esempi di atleti privi di allenatori e non credo che vengano su campioni che apprendono le impugnature del tennis da Youtube. Per la scrittura, non è poi tanto diverso: il bravo editore è un patrimonio, non un fastidioso intermediario.
4) Il mercato non è democratico. Esso si muove secondo sottili equilibri relazionali e favorisce il detentore di un capitale economico, umano e soprattutto, oggi, sociale. Il talento eccezionale ma povero di risorse ha sempre meno possibilità di essere scoperto, perlomeno parlando di grandi numeri. Che possa capitare, è chiaro, ma che sia più probabile rispetto al vecchio mercato editoriale, non lo credo affatto.
5) La tecnologia odierna potrebbe essere utilizzata per supportare l’editoria di qualità e il lavoro di editori e addetti, prima che per proporre edizioni fai-da-te di opere che magari avrebbero potuto essere migliori. Credo sia necessario aiutare editori e librai, non i già troppi autori pieni di sé e delle proprie parole.
6) D’altro canto, la tecnologia e il fai-da-te sono ottimi per le opere minori o secondarie, gli scritti marginali degli autori, i lavori collettivi e sperimentali etc. etc.. La tecnologia, infine, grazie agli e-book, è uno strumento imprescindibile che potrà dare vita a nuove forme di creazione e cambierà di certo l’editoria contemporanea.

Ma dio salvi l’editore in un mondo dove scrivono tutti e leggono pochi.

A proposito del social reading, solo due parole. Non amo particolarmente i vecchi gruppi di lettura (questione di gusto, li apprezzo ma non mi ci trovo), quindi non ho molti riferimenti al riguardo. Vedo il buono di una forma di vera e propria “riscrittura” collettiva del testo che, grazie ad annotazioni, citazioni, sottolineature, diventa altro da se stesso. Niente di male, anzi. Vedo invece il danno nella perdita di quel che di meglio hanno i gruppi di lettura tout court: le relazioni umane che si intessono grazie ad un libro galeotto, i flirt intellettuali e non solo, l’amicizia che è più importante del testo su cui ci si confronta.

Ma dio salvi i lettori in un mondo dove tutti scrivono e poi rileggono solo se stessi.”

4 468

Giusto perché non mi faccio i fatti miei, dico la mia sulla questione della censura alla mostra di Federico Solmi, di cui si legge qui.

A me Federico Solmi non piace. E nemmeno A.B.O. Sono un vecchio studente del rimpianto Alessandro Conti e di Franco Barbieri, mi sono fatto le ossa su Belting e Wind, Gombrich e Brandi. Antico, insomma.

Non conosco i limiti temporali della querelle, quindi non so dire se i ragazzi del MAC, che letteralmente adoro per quello che fanno nella città in cui vivo, abbiano forzato un po’ la mano per sfruttare il volano pubblicitario della polemica. Non credo, ma non posso dirlo.
Sono inoltre convinto che organizzare una mostra di Solmi nella stessa Mole che ospita la grande mostra sull’eucarestia non sia una buona scelta: sarebbe utile organizzare in un anno mostre compatibili, magari da visitare con un solo biglietto, e funzionali a far conoscere i quasi nuovi spazi espositivi della mole al pubblico dell’arte. Almeno per ora.

Detto questo, impedire a Solmi di esporre le proprie opere – persino dopo le assicurazioni dell’artista sulla non-presenza di alcuni lavori incriminati – costituisce un pericoloso precedente di censura preventiva. Se è vero, infatti, che l’assessorato preposto alla decisione, poverello, si è trovato una bella patata bollente in mano, è altrettanto chiaro che una simile decisione sancisce la legittimità dell’atto censorio.

Una decisione del genere è quindi provinciale e bigotta. Essa costringe l’arte contemporanea entro gli stretti confini del significante e mette così sullo stesso piano una offensiva bestemmia strillata in strada e un’opera d’arte. Di fatto, essa svilisce l’intera sfera dell’arte contemporanea e della critica e, quel che è peggio, crea un precedente pericoloso, pur senza volerlo: quello di un potere politico che si erge di diritto a giudice della qualità e della convenienza dell’arte sulla base di principi che con l’arte niente hanno a che fare.

Io capisco il sogno di mediazione di chi ha meditato su questa decisione. Ma l’arte e la cultura quasi sempre, per fortuna, sono strappi, non cerotti.

Pamarasca

p.s.: Certo che tutti quanti ci potevano pensare prima, bastava una telefonata, vi conoscete tutti  :-)

3 418

Fatta eccezione per un breve periodo post-adolescenziale, la mia sola militanza politica è stata quella al circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano e da allora le mie idee non sono cambiate più di tanto.
Con il tempo ho tuttavia compreso e subìto il senso del compromesso, in fondo quel che maggiormente ci distingue dagli altri esseri viventi del pianeta. In meglio o in peggio, non so ancora.

Compro-mettendomi ho persino frequentato le urne elettorali. E’ come quando mi preparavo la colazione alla svedese: ti fa bene, ti fa bene, mi ripetevo , ma agognavo solamente il mio caffè extra-dry.
Oggi, mi auguro che sempre più giovani frequentino il pensiero libertario e anarchico, perché la tecnologia odierna non mi sembra tanto, come dicono in molti, una grande possibilità democratica quanto una grande speranza libertaria di riduzione progressiva del potere. Mai come oggi è necessario coltivare questa idea tra i giovani in possesso di una tecnologia tanto evoluta.
Se non altro per evitare l’idea opposta.

Questo per dire che non sono l’esempio di cittadino modello sul piano elettorale.


I Referendum, dal canto loro, sono una faccenda diversa. Sono il massimo esempio, in regime di democrazia rappresentativa, di limitazione del potere da parte del popolo. Chi detiene il potere decide una cosa, il popolo gli dice no, non la vogliamo, grazie.
Una figata.
Specie in periodi bui in cui il palazzo del potere sembra una mostarda di frutti diversi avvolti nel medesimo sapore.

Il 12 giugno ci sono dei referendum cui bisogna andare, anarchici compresi. Lo so anch’io. I motivi sono lapalissiani. Vediamo.

La privatizzazione dell’acqua bisogna votare Sì al referendum, che significa No alla privatizzazione perché
se l’uomo è fatto del 73,2% di acqua che deve spesso rinnovare, privatizzare questo bene significherebbe privatizzare definitivamente ognuno di noi. E’ come se la Prometeo (nel caso della città in cui vivo) diventasse azionista di maggioranza assoluta della mia vita.
Inoltre, l’acqua è del pianeta, che difatti ce lo ricorda a modo suo, ogni tanto.

Il nuclearebisogna votare Sì al referendum, che significa No al nucleare perché
ogni tanto i disastri succedono, così come gli errori, e se succedono con il nucleare di mezzo è mille volte peggio. E anche perché non bisogna mica credere a questa cosa dello sviluppo perenne, del bisogno di crescere, produrre, crescere, consumare così tanto che ci vuole il nucleare. Dire no al nucleare (sì al referendum) è dire no anche ad uno stile di vita che ci ha portato sull’orlo del baratro.

Il legittimo impedimento bisogna votare Sì al referendum, cioè No al legittimo impedimento perché
Perché, beh, che ve lo dico a fare. Perché altrimenti si spenderebbero un sacco di quattrini di imbianchini per cancellare quella scritta lì nei tribunali: La legge è uguale per tutti…

Pamarasca