Archivio Mensile:febbraio 2011

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… perché ci sono cose che sono state dette nel migliore dei modi.

Proprio in quel tempo Drogo si accorse che gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

(Dino Buzzati)

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Il problema è anzitutto la parola. Il sostantivo. Amicizia.
Diciamoci la verità. Dopo un primo invaghimento, ci accorgiamo che facebook ha fatto come berlusconi: si è appropriato di una parola splendida, ricca di significati, che amiamo, e l’ha inflazionata come De Chirico faceva con i suoi cavalli dipinti.

– Ho un de Chirico – c’era chi diceva, e non si rendeva conto che di cavalli imbizzarriti, in calore o al pascolo il pittore ne aveva dipinti a milioni e sparsi in ogni galleria.
– Non vale un cazzo, tipo, mi spiace – era la risposta dopo qualche anno.

Io ogni mattina mi scambio sorrisi grazie a facebook con alcune persone care/carissime/infinitamente care con le quali altrimenti non avrei rapporti da tempo; e mi scambio idee e sensazioni con alcune persone che conosco così poco da non averci mai preso un averna assieme – ma ora sì, ce lo prenderei. Grazie di tutto questo, social! :-)

E però mi ferisce questa cosa della parola. Perché se ci tolgono le parole, comunque noi la pensiamo, smettiamo di pensare.

Io quando sento dire Libertà penso non dico subito ma quasi al polo della libertà.
Quando sento Amico penso non dico subito ma quasi a facebook.

(“ma tu sei suo amico?”)

Non è per questo che c’è la rete. Non è per questo che c’è la condivisione.
Non è per questo che ci sono i poli (nord e sud). E le libertà. Una per una, piccole e grandi, conquistate.
Non è per questo che c’è l’amore©.

Questo sarebbe un buon motivo, per andarsene.

Per restare, i poke dei veri amici. I sorrisi dei conoscenti.
Palla a voi.

Pamarasca 

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Sono convinto che una parte della produzione artistica di questo nefasto periodo storico debba dedicarsi, se è nelle sue corde, a tematiche forti, pesanti, sociali, politiche, scontrose, scomode.

Come i morti nelle carceri.

Venerdì 4 febbraio al Soppalco di Castelfidardo (via Aldo Moro 6), alle 22 la compagnia teatrale di Roma Hoboteatro presenta lo spettacolo La ricetta della verità – studio sulla follia d’una madre

Attraverso la messa in scena dell’attesa di una madre che mescola passato, presente e futuro pur di riavere un figlio mai tornato perché ucciso nelle patrie galere, lo spettacolo ci ricorda un angolo buio della nostra storia, che ha ingiottito tanti giovani figli di qualcuno.

Voglio bene a chi fa questi spettacoli. Voci e gesti che parlando del dramma confermano l’esistenza di una speranza.

LA RICETTA DELLA VERITA’ – Studio sulla follia di una madre
Con: Chiara D’Ostuni
Regia: Manuela Rossetti
Tecnico del suono : Maria Elena Fusacchia
Collaborazione all’allestimento : Alessio Pala
Progettazione tecnica scene : Antonio D’Amato – Studio Design Juice

Per una volta, faccio pubblicità, nel mio piccolo spero di farlo sapere a tutti

Pamarasca

 

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Ieri è uscito sul Corriere Adriatico il resoconto di una lunga intervista telefonica che mi è stata fatta sulla cultura (giovanile) ad Ancona. La cosa ha suscitato qualche piccolo dibattito, corroborato dall’impossibilità di sintetizzare tutto quel che io e la simpatica Cecilia, intervistatrice, ci siamo detti.

Qui e qui ho già detto quel che penso della situazione della mia città, che non amo ma le voglio bene. Qui ho parlato anche troppo del Thermos, che ultimamente pare fosse chissà cosa a giudicare da articoli e interventi. Potere dei (mini)media.

Il mio pensiero, per quel che conta, a proposito delle chiacchiere su locali e cultura si sintetizza bene però come segue:

nel 1994 e 1995 alcuni ragazzi sotto i 30 anni  (Fahrenheit) poterono iniziare una serie di attività che si rivelarono importanti per Ancona per due essenziali ragioni:

1) il comune non chiedeva soldi per l’utilizzo di spazi, ma li dava (pochi, ma li dava) a fronte di una proposta culturale;

2) l’Arci della vecchia guardia si fidava dei giovanissimi che aprivano un circolo e gli affidava persino la gestione di importanti situazioni

Fu per questo che, su idea dell’attuale assessore alla cultura (in effetti gli dicemmo tutti “tu sei matto” al principio), riuscimmo a organizzare la mostra di Andrea Pazienza, per dirne una, e a gestire il bar del Lazzaretto.

Eravamo pieni di buona volontà, e anche bravini a organizzare cose. Ma senza i due citati presupposti non avremmo combinato niente.

Oggi, mi sembra semplicemente che questi presupposti non ci siano. A proposito del primo, non credo sia una valida alternativa mettere in piedi “contenitori unici“, che significherebbe in qualche modo indirizzare eccessivamente i ragazzi che hanno già le loro idee.

A proposito del secondo, non voglio assolutamente sminuire il ruolo fondamentale dell’arci ad Ancona negli ultimi anni, ma semplicemente esprimo un’opinione sulla politica dell’associazione che, da molto tempo, investe direttamente e non attraverso i circoli su alcuni grandi eventi perdendo un po’ il contatto con la propria base, specie giovanile (una cosa che mi pare faccia anche  il Pd, per capirci). Ma si tratta di scelte, non di crimini.

Infine, quando nell’intervista ho parlato di atteggiamenti clientelari non mi rivolgevo nello specifico all’arci, ma a tutto un sistema culturale che nel corso degli anni mi sembra si sia sviluppato attraverso un do ut des continuo a scapito di nuove forze provenienti dall’esterno. Anche questa è una semplice opinione…

Pamarasca