Archivio Mensile:gennaio 2011

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Oggi è il giorno della memoria.

Quando sono stato a Dachau avevo 14 anni. La sorella grande di Marco e il fidanzato ci portarono in Germania.
Ci andammo in macchina.
Chiedemmo informazioni lì dove le strade sembravano rette infinite. Approfittando della nostra terribile pronuncia, i tedeschi scuotevano la testa. Non sapevano. Dov’è che stiamo andando? Che cercate, non capisco.
Dachau. Il campo di concentramento.
Non lo conosciamo.

Alla fine ci arrivammo, aggirando la vergogna scritta sulle loro facce.
Era l’inizio degli anni Ottanta. C’era ancora il muro. La guerra fredda. Le colpe. I vincitori e i vinti.

Il percorso all’interno del campo era semplice. Disarmante. Muto. Fatta eccezione per le voci degli internati che sentivo dentro. Come se la mia testa fosse uno scantinato in cui s’erano nascosti tutti un’altra volta.

C’erano le incisioni sul legno. Nomi, frasi. Sentivo nelle orecchie le assi farsi schegge. Con quale oggetto sono state fatte, quelle scritte? Un cucchiaio? Un tacco di stivale?

Il percorso passava per le camerate.
Poi fuori, poi di nuovo dentro. Nella camera a gas. Cui arrivammo attraverso una specie di vialetto che mi ricordò la casa di mio zio in campagna.

Nella camera a gas non c’era più odore di morto, né sentivo le voci come nelle camerate. Chinammo le teste e guardammo dentro. E’ proprio piccola, dissi. Sì, rispose qualcuno. Troppo piccola per immaginarla. Se si pensa a masse di persone, secche e moribonde ma persone, in una stanza, si immagina una stanza grande. E’ inevitabile.
Questa, invece, è piccola.
Un comodino.
Bisogna vederla per capire.

Vedemmo un forno come quello per le pizze.

Era una giornata umida. C’era uno scarso orizzonte e sembrava di stare dentro una risaia. Recintata.

Vedemmo il cortile dove i nazisti facevano tiro a segno sulla gente.
Le stanze dove facevano esperimenti scientifici sui prigionieri.

Era tutto così piccolo. Così burocratico. Ogni spazio somigliava alla squallida, innocua stanza di un impiegato.

Era tutto così piccolo.
Il male non è quel mostro enorme che ci aspettiamo.
E’ una talpa buffa, che scava buchi e corridoi nella gente, nei popoli e nella storia. Che timbra, riempie scartoffie, compila documenti di trasporto. Fa il suo lavoro.

Alla fine scrissi qualcosa sull’albo dei visitatori. Come quelli degli alberghi. Non ricordo cosa scrissi.

La sola cosa che non ricordo di quel giorno è quel che feci, e scrissi.
Non c’era spazio per me nei miei pensieri.

Pamarasca

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E allora, qualche ultima nota attorno al revival del Thermos

1) mi sono stupito del fatto che, di nuovo dietro un bancone dopo tanti anni, sia io che Simona dopo 2 minuti era come avessimo lasciato quella postazione il giorno prima. Poi ho pensato… beh… lo abbiamo fatto per 10 anni tutte le sere, in effetti… :-)


2) la cosa più bella della serata è stata di gran lunga vedere tutti quei sorrisi sui visi della gente

3) nel momento in cui una serata di questo genere fa capire quanto manchino locali eredi del thermos alla città, sul giornale si legge che vogliono anticipare la chiusura dei locali e vietare la vendita di alcolici ad una certa ora. Incapaci di educare (o di aiutare), si decide di vietare.

4) ragazzi troppo giovani per essere stati al thermos i primi anni, mi hanno chiesto sabato: “riaprilo”. Gli rispondo anche qui: “fatelo voi. Con la vostra musica, le vostre passioni, i vostri amici”

5) al revival del thermos anche fugaci apparizioni di rappresentanti delle istituzioni che, mi auguro, si stiano adoperando come dichiarato per evitare che i ragazzi di questa città rinuncino ad avere possibilità di stare assieme

6) riporto qui il bellissimo commento di Simona apparso su fb:

Stamattina dò il buongiorno speciale a tutti quelli che ho rivisto ieri sera dopo anni,e che erano felici di rivedere me. Che bello lasciare tracce,nella vita…

E, dato che non mi si è sentito troppo l’altra notte, lo ripeto ora:

IL BAR E’ CHIUSOOOOOOOOOOOOOOOOO!

Grazie

Pamarasca

Quando abbiamo aperto il thermos non c’era il multisala. E non c’era il bingo che, essendo fallito, non c’è nemmeno adesso. Davanti, c’era il cantiere dell’ex cinema Goldoni, con le pentegane: Gonzo la notte le puntava, ma da lontano. Se tiravano fuori il muso tornava dentro a rintanarsi.

Non c’era la galleria san martino e per andare ad aprire la sera attraversavo il corso, che non era pedonale. Le città sono come i bambini, che ti crescono in casa e nemmeno ti accorgi, poi certe volte li guardi e fai: Ma pensa te! Ma come ti sei fatto grande!

Davanti al thermos, tra le lamiere del cantiere, la polizia parcheggiava a volte i cellulari, che rimanevano a puntarci come Gonzo con le pentegane. Il thermos non se l’erano aspettato, gli era scappato fuori come un fungo e lo fissavano, per capire se fosse velenoso.

Per anni, hanno detto che piazza pertini era diventata un casino, con il thermos. Ma quando lo abbiamo aperto la strada era buia e popolata di siringhe, e dopo che lo abbiamo chiuso la piazza è nera e dicono pericolosa, con un bar che sembra una scialuppa di salvataggio lasciata alla deriva da chi vuole accumulare lì i guai umani del centro storico della città. Polvere su uno zerbino di cemento.

Sono successe tante cose che non sto qui a raccontare. Il natale a casa con i clienti. Ragazzi che portano i genitori a conoscerci. Il padre, ora scomparso, di un caro amico che lo viene a trovare al bancone. Un amico che telefona da un ospedale lontano per scusarsi della reiterata assenza.

Non c’era il management che si riscontra oggi in giro per locali, ma c’era parecchio gentlemen’s agreement (“te pago domà” “vabè” / “me guardi il bar per un’oretta?” “E come no!”).

La musica, questo lo posso dire, era indipendente per davvero: gli Yuppie Flu portavano i loro strumenti per far suonare i primi gruppi stranieri, i Giant Sand facevano la doccia uno in fila all’altro a casa mia. Gli Ulan Bator colazione con mia madre. Manuel Agnelli si metteva a spinare birre per evitare la calca al di là del bancone.

Nessuno contava i soldi a fine concerto.

Nessuno ha mai aiutato il thermos, fatte salve decine e decine di persone [grazie!]. Per le istituzioni, che finanziavano festival di coverbands qua e là e sagre altisonanti, il thermos è sempre stato un imbarazzo. Faceva cose buone, sì, ma quanto casino! Per l’arci (in altri casi però, va detto, più che presente) nei primi anni era escluso che il thermos approdasse alla gestione del lazzabaretto, nonostante le promesse. Ci volle tanto tempo, e la amorevole dedizione di un amico, per far sì che questa normalissima consequenzialità divenisse una realtà. Nel frattempo, d’estate non si lavorava, scavando una lunga crepa nelle fondamenta del locale.

Ma non importa.

Dopo di noi, alcuni amici (Michele, Lele, Bruno e Carlo e, dopo, la gestione Johnatan) hanno messo il cuore e le proprie risorse personali per portare avanti il thermos. Sono stati grandi, e ancora oggi sopportano quel loro appassionato sforzo. Non c’eravamo accorti che l’atmosfera era cambiata.

La musica indipendente smetteva di essere indipendente: ridde di tour managers, versamenti in banca pre-concerti, cachet gonfiati. Nessuno che ti prestasse un jack. Anche le feste erano cambiate. Avanzava aria di crisi, i baristi si piegavano per non sbagliare la misura del tuo rum. I buttafuori fissavano l’orologio. Tutto si divideva, di nuovo: da una parte i locali, dall’altra gli spazi sociali. Nel mezzo niente.

La scarsa lungimiranza dell’arci – o semplicemente i suoi bisogni – faceva chiudere uno dopo l’altro i circoli che funzionavano meglio. Ci si privava della base e si calavano gli assi dall’alto. Pessima scelta, a mio parere.

La scarsa lungimiranza delle istituzioni – o semplicemente i loro bisogni – concentrava ogni sforzo nell’imbuto della programmazione estiva.

In città, come lucciole che saltano nel buio, una serie di personaggi che tutti conosciamo (come Macca, come Pescia) continuavano e continuano a darsi da fare per sollevare dal torpore un capoluogo di provincia che in questi giorni, come a darmi ragione, è avvolto nella nebbia.

Per conto nostro, oggi scegliere di fare una festa dedicata al thermos alla cupa significa scegliere un luogo dove il desiderio di stare assieme facendo qualcosa che non sia necessariamente commerciale continua ad essere una priorità.

Per conto mio, sono contento della mia vita, del mio libro e del prossimo che sto scrivendo, di ritmi nuovi rispetto a quei dieci anni di delirio. Inizio ad avere una certa età :-)

Ma è con grande cruccio che  mi guardo indietro e vedo una serie di occasioni sprecate non tanto da me, da noi, quanto da chi avrebbe avuto il dovere di dare acqua a un prato che stava fiorendo, in minima parte anche grazie al thermos.

Venite dunque, fiorellini tutti, a divertirvi una thermosera ancora! :-) Alla faccia di chi ci vuole mal!

Il primo thermos, nella gestione Simona & Paolo, è stato fondato da Franco, Giordano, Massimo, Simona, Paolo, Lorenza

Nel pieno della crisi, si sono assunti il compito oneroso di tenere in vita il thermos Michele, Gabriele, Bruno, Carlo.

Successivamente ha tentato l’avventura Johnatan, con l’arrivo poi, credo, di altri

Grazie a tutti

Pamarasca

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La mia amica Giusi se ne va da facebook. Altre persone in gamba meditano di farlo.

Perché uno se ne va da uno spazio di socialità, all’interno del quale può, in teoria, comunque gestire la propria presenza?

Le risposte possono essere tante. Dalla più ovvia (non sono su facebook perché mi toglierebbe tempo per la scrittura, disse tempo fa in un’intervista Ammanniti) alle più articolate.

Ho pensato di affrontare sinteticamente alcune delle ragioni per cui me ne andrei. E alcune delle ragioni per cui resterei. I post che se ne occuperanno: 1) Il rumore [marketing] 2) Gli amici [amore] 3) Il corpo [sicurezza] 4) La poesia [parole] 5) La speranza [speranza]

chiunque volesse aggiungere argomenti e punti è benvenuto

1 – Il rumore (dei soldi)

Facebook ha concentrato su di sé la maggior parte delle nostre aspettative concernenti il web. Per molti è stato il web, il sinonimo di socializzazione e condivisione, l’incarnazione di una nuova maniera di comunicare. Abbiamo dato a un bisturi compiti da chirurgo: ci siamo stesi sul lettino volontariamente e abbiamo aspettato che ci aprisse, ci studiasse, ci riparasse, ci migliorasse e richiudesse.

Ma facebook è uno strumento e come tale ci ha risposto picche: come nei giochi da bambini (specchio riflesso) ci ha rimandato indietro la nostra immagine di sempre: venditori, consumisti, profittatori, narcisisti. Certo su facebook ci sono ampie nicchie di ben altra statura rispetto a quella media. Ma sono sempre più oppresse dal rumore della maggioranza.

Il rumore è anche l’effetto di un marketing selvaggio e importuno, grottesco, portato avanti da una ridda di sedicenti professionisti (ce ne sono di eccellenti, ovvio, non parlo di loro), i quali hanno trovato la maniera di convincere facile le aziende che hanno bisogno di una strategia su facebook. Strategia che di solito è articolata in punti tipo: “essere gentili con le persone”, “non rispondere male”, “dire cose interessanti”, “partecipare”… Con il risultato che partecipano tutte le aziende e i loro rappresentanti e se ne scivolano via i consumatori, abbattuti da tutti i post di Buongiorno, Benvenuti, Come state Oggi, Che bella giornata, Vogliamo sapere di più da voi etc. etc.

La deriva di questo facebook-vetrina è legata, anche, al periodo di crisi economica: le imprese sognano di investire relativamente poco e avere enorme visibilità; i privati si inventano ruoli di community manager, social gestori, social esperti o similari. Chi sa usare correttamente gli accenti ha ampie possibilità di svangarla. Chi sa usare i congiuntivi è un guru.

Tutto questo rumore sta annichilendo molti utenti che, pur ammettendo di trovare spunti, notizie, informazioni e contatti importanti sono costretti a rinchiudersi in “ghetti” condivisi per evitare il bombardamento di facezie ed inutilità. Tanto vale allora costruirsi un quartiere proprio altrove, forse. Anche perché, diciamocelo, sapere di chi fidarsi inizia ad essere un’impresa…

continua a presto con il punto 2: Amici

Pamarasca

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Il mio Romanzo March 2010
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