Archivio Mensile:dicembre 2010

Si avvicina gennaio e in effetti ho il mio da fare. Un eclettico da fare, ok, lo ammetto. Ecco il calendario:

Lunedì 3 gennaio alle 21, alla Sala Melpomene del Teatro delle Muse, presenterò il romanzo di Carlo D’Amicis La battuta perfetta (MinimumFax). Qui c’è una mia recensione a questo libro davvero bello, che racconta la storia del nostro Paese attraverso una famiglia, la televisione, Berlusconi, Pasolini, battone, veline e molto altro ancora. D’Amicis è uno dei redattori di Fahrenheit, il programma sui libri di Radiotre, e giustamente Marco Lodoli su La Repubblica ha scritto che il suo è un romanzo “da non perdere”.

Per quel che riguarda me, non presento libri di solito, anzi non l’ho mai fatto, ma questo qui valeva proprio la pena, me lo hanno chiesto e non potevo dir di no: è un grande onore. Mi piacerebbe riempire quella sala e soprattutto convincere i miei amici a legger questo libro.

Sabato 15 gennaio Thermos Party alla Cupa
Non di soli libri si vive. Anche di amici, musica e long drinks. Sabato 15 gennaio allora ecco la grande festa revival del Thermos alla Cupa: al bancone il sottoscritto & socia Simona + eventuali guest stars del miscelamento approssimativo che fece unico il nostro locale, mentre in consolle alcuni dei djs che animarono le più calde serate del vostro localino preferito. La musica sarà rigorosamente quella che ballavate allora. Per il programma della serata invierò aggiornamenti nel corso della settimana precedente. Yo! e grazie ai ragazzi della Cupa!


Venerdì 28 gennaio alla Libreria Il Mercante di Storie di Osimo alle 18 e 30
presentazione de La qualità della vita. A questo proposito, ho un’idea un pochino astrusa: visto che molti degli amici qui in zona hanno letto il romanzo, perché non evitare una presentazione vera e propria e invece sentire direttamente le loro opinioni? Ci sto lavorando, vi farò sapere. Ad ogni modo, la libreria è deliziosa, Osimo pure, si parla del libro che ho scritto: accorrete numerosi

Ecco, questi sono gli appuntamenti di gennaio che volevo ricordare a chi gravita in zona.

Grazie

Pamarasca

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Nel 1990 c’erano i Mondiali. La partita inaugurale era Argentina- Camerun. Quel giorno, ci fu una grande manifestazione. Contro i Mondiali, in favore dei centri sociali, in spregio a una Milano (un’Italia) che iniziava a vantarsi del proprio putridume. Fu, se non sbaglio, la prima volta in cui apparvero le tute bianche dei leoncavallini.

I leoncavallini, appunto, erano nel mirino del prefetto. Si sapeva. Si parlava, tra di noi, di una presunta lezione che gli si voleva dare.

La manifestazione fu tesissima. Le forze dell’ordine se ne stavano in disparte e, per questo, sembravano più minacciose. Era pieno di studenti inesperti: eravamo nei dintorni delle occupazioni. La pantera. Fu tesissima ma senza scontri. E alla fine ci sciogliemmo.

Molti militanti e studenti, soprattutto dell’accademia, scesero le scale della stazione metropolitana di De Angelis. C’erano i carabinieri accanto alle macchine di distribuzione dei biglietti. Tenevano i fucili in spalla rovesciati.
–    perché tengono i fucili in spalla rovesciati? – chiese qualcuno accanto a me.
Del Ponte della Ghisolfa, il circolo anarchico, eravamo in sei o sette mi pare, in metropolitana.  Ci guardammo e scendemmo le scale in fretta.
Sbagliammo senso: tutti gli altri erano scesi dalla parte opposta, in direzione centro. Per questo, per così dire, ci salvammo.
Tutti gli altri: decine di studenti, e uno sparuto manipolo di leoncavallini ancora nelle tute bianche. Amici.

La prima carica fu immediata e improvvisa. Gli agenti scesero le scale, riempirono di mazzate e calci di fucile in bocca tutti e risalirono: blitzkrieg.
Noi guardavamo dalla parte opposta dei binari. Arrivò il nostro treno. Era pieno di gente. Salimmo e continuammo a guardare attraverso il finestrino, mentre uno di noi ebbe la prontezza di riflessi di staccare la corrente dei binari usando la leva d’emergenza.

Riconoscemmo i ragazzi del Leoncavallo. Erano esperti, per fortuna. Dopo qualche minuto di sgomento riuscirono a radunare gli studenti. Topi terrorizzati che correvano qua e là senza una via di fuga. Con un braccio rotto, il sangue su una tempia, le lacrime. Li circondarono formandogli un quadrato attorno. Gli agenti scesero di nuovo. Picchiarono. La maggior parte dei colpi si infranse sul muro (ma muro non era) delle tute bianche. Qualche studente si impaurì fuggendo dal quadrato e fu colpito al capo. Gli agenti risalirono. Scesero di nuovo. Picchiarono. Risalirono.
Dal treno in cui ci trovavamo le persone “normali” gridavano Basta!! Li ammazzate!! Noi battevamo i pugni contro il finestrino. Piangevamo.

Ci fecero uscire. Chiusero la stazione.
Dissi a una amica del Ponte:
–    Adesso ci massacrano di botte

Uscimmo. Fuori dalla metro pareva il Cile. Le forche caudine: un imbuto di agenti armati di manganelli dentro il quale ci facevano passare. Erano pronti a spaccarci le teste. Senza dubbio.
Ma erano usciti anche i passeggeri del treno: vecchiette con le buste della spesa, coppie a passeggio. Dissero:
–    Cosa volete fare?
–    Li avete massacrati
Dissero:
–    Basta
–    Lasciateli andare

Ci fu un ordine. L’imbuto si aprì. Un compagno del Ponte che era con me si sfogò:
–    Nemmeno nei Settanta ho visto questa premeditazione!

La mattina dopo scendo al bar. Prendo un caffè e cerco le notizie su Milano nel Corriere della Sera.
C’è una colonna di trenta righe. Parla di “tafferugli tra gli estremisti del corteo e le forze dell’ordine alla fine della manifestazione, in metropolitana”. Torno a casa.
Vomito.

Ora, è tutto diverso. Ci sono i video, le fotocamere, i cellulari, twitter, facebook, i blog, i siti: quello che successe sotto la stazione della metropolitana in qualche modo verrebbe fuori. Si saprebbe. Si vedrebbe.
Che razza di arma hanno questi ragazzi oggi. Sanno usare il web meglio del potere. Meglio delle forze dell’ordine. Meglio di tutti. Possono avvertirsi, comunicare, filmare, fotografare, denunciare.
Ma non è così semplice.

Sembra che un video significhi così tanto. Ma è vero? All’indomani della manifestazione romana, il video dei poliziotti che pestano ragazzi inermi a terra ha girato eccome sul web.
Eppure tutti i media parlano di un ragazzo che ha aggredito con il casco un altro manifestante. Robe che succedono una sera sì e una no fuori da un locale.

Tanta strada c’è da fare perché questa comunicazione random diventi parte di una strategia di lotta. Non sia manipolata, ma utilizzata a fondo. Rimanga random, ma non risulti isolata.

E però, che razza di arma.
Questa sì, concede una speranza a tutti noi sfigati che vomitavamo la mattina perché nessuno, nessuno sapeva (né poteva sapere, né avrebbe saputo) quel che era successo veramente.
Imparando pian piano ad usarla, questi ragazzi, questi nuovi movimenti possono fare davvero sfracelli, trovare un sentiero di protesta nuovo. Essere la strada di se stessi. Arrivare a costruire le fondamenta di una nuova forma di vivere sociale che sostituisca la democrazia rappresentativa e agonizzante del palazzo.

Riuscire, insomma, ad avere un sogno, e non solo una bestiale, sacrosanta incazzatura.

Pamarasca

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Mi hanno portato in carcere. A vedere il Don Giovanni recitato dai detenuti per un pubblico di detenuti. Ho pensato, nelle ore successive, alla maniera di raccontare quell’esperienza: le mura, i cancelli, i girasole dipinti sul muro, il pubblico che scherza e si commuove, la concentrazione degli attori (bravissimi), i coriandoli di giornale, gli origami fatti dai detenuti in isolamento.Mille altre cose che mi piacerebbe tutti leggessero qui.

Non posso aggiungere molto altro al racconto di Simona, cuore del progetto, apparsa sul palco alla fine dello spettacolo e letteralmente abbracciata dalle voci dei presenti.

Alla fine, però, una cosa più di tutte mi ha colpito, in quella stanza stretta eppure enorme in cui si mescolavano le vite di fuori (nostre) e quelle di dentro (loro), le storie vere (davanti al palco) e quelle di fantasia (sul palco).

Questa cosa è lo sguardo degli attori al termine dello spettacolo. Non è facile spiegarlo. Dalla mia seggiolina marrone, le gambe a sbattere contro il margine del palco stesso, li ho guardati ed erano felici: lo spettacolo era andato bene, c’erano applausi, fischi, grida di incoraggiamento. La concentrazione svaporava e con essa l’adrenalina che in dosi massicce avevano consumato durante la recitazione. E in tutta quella soddisfazione di attori consumati, si intravedeva qualcosa d’altro (in uno più, in uno meno). C’era malinconia. Una malinconia profonda negli angoli del loro sguardi, e nel rilassamento dei nervi. Nel riprendere a respirare normalmente dopo il batticuore dovuto alla recitazione.

Ho pensato che lì fosse il segreto della giornata. La bellezza, e nel contempo la tristezza, del lavoro terminato, e fatto bene.

Era nei loro sguardi la malinconia di chi, dentro le mura di un carcere, per giorni e giorni è stato libero, o perlomeno più libero degli altri. La malinconia di chi, grazie ad una storia di fantasia, in qualche modo ha sublimato la carcerazione.

Quegli uomini erano nel contempo felici dello spettacolo appena terminato e tristi per la sua fine, per la conclusione di una magia. Faticosa, sofferta, tesa, ma pur sempre una magia.

Le storie danno libertà. Questo è quello che hanno provato sulla propria pelle, giorno dopo giorno, imparando e trasformando le battute, mettendo farina del proprio sacco nel copione del regista.

Le storie danno libertà dentro. E molto più liberi di tanti di noi sono stati loro, sul palco basso che sega le ginocchia della prima fila, per un lasso di tempo determinato che, però, potranno ricordare, estendere, allungare.

Nello sguardo finale e solitario di ognuno degli attori, c’era tutta la magia del teatro.

Grazie

pamarasca