Archivio Mensile:novembre 2010

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Non mi era mai capitato. Non avevo mai sperimentato personalmente la morte su facebook. Immagino ci si debba abituare.

La cosa mi è parsa grottesca. Ma ognuno ha la sua reazione di fronte alla fine, e non mi sogno di criticare nessuno. Voglio solo dire due parole.

Il profilo di una persona molto attiva su fb scomparsa all’improvviso è rimasto in piedi. Anzi, due profili. Paradossalmente, il primo gli era stato tolto quando era in vita, ricordo che se ne lamentava. Gli è stato ripristinato ora, che non serve più. “sempre sul pezzo” i ragazzi di fb.

La bacheca è rimasta lì. Ad accogliere i messaggi di amici, conoscenti o visitatori, nel suo caso anche clienti, sbigottiti, addolorati, sconvolti, cupi, comprensivi. Ci sono persino dei “mi piace” sotto le frasi ritenute più toccanti.

C’è un pellegrinaggio virtuale, che ricalca la deposizione tipica di fiori sulle curve delle strade, o i biglietti nei luoghi delle tragedie. Di per sé, quindi, niente di strano.

Eppure, per come è conformato, il profilo di fb finisce per essere una sorta di appendice indistruttibile. Una coda di lucertola. Per questo ho usato il termine grottesco.

Facebook non è una finzione cinematografica: è una realtà filtrata e manipolata da noi stessi che a volte, drammaticamente, finisce per essere più reale della concretezza del nostro corpo nello spazio.Così, si scrive sulla bacheca di Antonello addirittura senza rendersi conto che non leggerà. Né, naturalmente, che risponderà. Niente “mi piace”. Niente. Non si riesce a realizzare appieno questo perché su fb non c’è il corpo.

E la morte, beh, riguarda proprio il corpo.

Cos’è che non esiste, allora, in questa strana dimensione? Il nostro profilo artefatto e virtuale? O la morte stessa? Che potere ha, essa, in assenza di corpo?

Nessuno. La morte non agisce su fb. Perché anche il silenzio, l’assenza di parole, può essere riempito. E comunque non è assenza tout court. Perché a nessuno viene da “eliminare” dagli amici una persona morta. Sarebbe come ucciderla di nuovo. Ucciderla davvero, su facebook. Siamo di fronte a un esorcismo supremo. Ma…

…ma se la morte non ha potere, non significa forse che non c’è la vita?
Non significa forse che tutto quello che scriviamo, inseriamo, fotografiamo, postiamo altro non è se non il ricordo di noi stessi, ancora in vita?

Una rappresentazione di come vorremmo non essere mai assenti. Il che è impossibile: lo siamo già, dato che manca proprio il corpo. Il corpo. Ch’è la vita.

Ad Antonello e ai suoi colossali sconti al ristorante. Riposi in pace

Pamarasca

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Tutto quello che riusciamo a fare è dire che il web è rivoluzionario. Democratico. Persino libertario. Ma le notizie ci sfuggono di mano.

Come si chiamava quella ragazza che ha fatto lo sciopero della fame dopo 7 anni di precariato in un giornale? E quando era la mostra alla quale dicevamo di volere andare (tanto non ci andiamo)? E che mostra era poi? Che titolo aveva il libro del quale ho letto quella bella recensione? Quanto hai detto che guadagna Marchionne? In che comune s’è verificato quell’atto di razzismo? Il terremoto era in Cile o in Polinesia? O in tutti e due? Ma quanto è lungo questo pezzo, non poteva farlo un po’ più corto?

Proviamo a fare un test. Senza copiare. Cosa ricordiamo? Cosa abbiamo dato al nostro cervello da elaborare rispettandone i tempi?

La notizia è diventata un bene di consumo. Un abito, l’equivalente di un vestito da indossare.
Ce le ammiriamo, ce le invidiamo, corriamo ad acquistarle, ce le scambiamo.
Senza nemmeno sapere di che stoffa sono fatte.

Il fatto è che il consumismo ci aveva già mangiato il cervello prima. E Internet non è un neurochirurgo.

Il fatto è che il mondo è complicato, e ci illudiamo di farlo semplice così, diventando scivolosi. E’ più facile consumare una cosa, che provare a capirla.

La strada è giusta. Le scarpe sbagliate.

Pamarasca

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La recensione di Antonio Luccarini a La qualità della vita

Di solito il vizio di fondo delle operazioni di scrittura degli esordienti è costituito dall’ansia di voler esprimere in un’unica prova tutto quello che si sa, tutto quello di cui ci si ritiene capaci, il più delle volte ottenendo proprio un risultato opposto a quello che ci si era prefissi; spesso si cade nell’errore del cuoco che si permette di correggere la ricetta originale, aumentando le dosi e che finisce per caricarla di eccessivo sapore. Paolo Marasca, scrittore anconetano al suo esordio, invece, dà prova di essersi confrontato con il materiale del suo primo libro La qualità della vita (Italic-Pequod, 13 euro prezzo online), innanzitutto, ricorrendo al senso di equilibrio e di misura. Egli confessa a questo proposito di aver avuto a disposizione, prima di arrivare alla pubblicazione, il tempo giusto per poter apprendere ed apprezzare, dalla vita e dalla letteratura, una necessaria lezione di umiltà. E dire che i pregi rintracciabili nel suo romanzo non sono pochi e di poco conto, forse perché il lavoro ha subito più di un controllo prima d’uscire in libreria. E’ il racconto di un ritorno in una Milano che è stata lo sfondo di “sogni e bisogni” lontani, di una sosta forzata in una stazione di provincia, di incontri casuali, della partecipazione ad un funerale, di facce, umori, ricordi, sentimenti che dal passato irrompono a sparigliare un presente già di per sé confuso e senza punti d’appoggio, di amori finiti ed amori perduti appartenenti ad un personaggio che vive scrivendo guide di viaggio di città che, in realtà, non visita. Tutto all’insegna dell’incompiuto: relazioni, scelte, impegni, di una vita quotidiana che, appunto, malgrado si tenti ad ogni modo di ordinarla, non riesce mai a snodarsi per capitoli risolutivi come in romanzo. L’ acquario di cui si prende cura Mirco il protagonista di questa trasferta sentimentale è una delle immagini chiave che compendiano il senso di questa asciutta, delicata, ironica, vibrante, operazione di scrittura. Dentro e fuori l’acquario della vita con l’onestà intellettuale di descrivere solo quello che si muove nell’acqua, fossero riti violenti o nuotate senza senso, ripetitive e monotone. L’altra immagine che integra e corregge la nuda verità dell’acquario è la guida turistica di Parigi, costruita a tavolino, servita al lettore come da indicazioni del capo chef, astratta, asettica, come ogni identità di luoghi inventati ad uso di un immaginario collettivo consumista che si nutre solo di prodotti già confezionati. Senza retoriche, senza struggenti malinconie, ci viene offerto il ritratto per certi versi sommario, ma proprio per questo più suggestivo, di alcuni anni del nostro paese, inquietanti ma ugualmente pieni di desiderio e di commovente disperazione.

Antonio Luccarini

N.B.: Grazie a questa recensione, apparsa sul Messaggero del 16 novembre 2010, potrei detenere un curioso record: ben due recensioni scritte su due quotidiani locali diversi per mano di due miei ex insegnanti del liceo :-) Son soddisfazioni…

Pamarasca

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Non conosco Paola Caruso. E’ una pubblicista del Corriere della Sera che, dopo 7 anni di precariato, ritiene di aver subito l’ennesima ingiustizia. Per questo, sabato 13 novembre ha scelto di attuare uno sciopero della fame. Qui si può seguire la cronaca del suo sciopero. Paola è ironica e diretta. Sincera e tutt’altro che precaria nelle proprie convinzioni.

Qui, invece, un articolo che sintetizza e commenta perfettamente la vicenda, mentre su mediamondo un post importante, che spinge alla solidarietà ma soprattutto all’obiettività, mettendo in guardia di fronte a facili retoriche.

Io Paola non la conosco. Certo sono stato precario, accettando compromessi che a ripensarci mi fanno accapponare la pelle. Ma questo, oggi, potrebbero dirlo in molti.

Non conosco Paola ma lei mi regala una speranza. Perché il suo non è un caso disperato. Il suo è un gesto politico, di una politica quasi d’altri tempi, che di fronte a una diffusa ingiustizia sociale rende partecipe il proprio corpo alla rivolta. E’, anche, un gesto politicamente consapevole dei mezzi di chi lo compie: una giornalista, una blogger, una che può raggiungere molte persone, riecheggiare in rete e poi fuori della rete. Paola sa di poter essere visibile compiendo un gesto che, in passato, aveva bisogno di un estabilishment partitico per ottenere visibilità.

Di fronte a quel che Paola dice di avere subito la gente solitamente fa spallucce. Così va il mondo. L’ho fatto anche io, subendo ingiustizie di fronte alle quali me ne sono andato senza insistere nella battaglia. Ho sbagliato. Perché lì dove lavoravo, di sicuro, si è continuato a vessare persone nella stessa identica maniera.

Paola non accetta le spallucce. Ma nemmeno intende lottare contro i mulini a vento. E’ precisa, circostanziata. Usa uno strumento di lotta estremamente potente, che spesso in era di web 2.0. noi dimentichiamo: il corpo. Senza corpo non ci si mette mai totalmente in gioco.

La sua rivoluzione è anzitutto questo. Introdurre in una lotta gestita on line l’elemento per eccellenza estraneo alla virtualità. Il corpo.

Se ne sta parlando sempre di più. Paola parla di avvenimenti che non conosciamo, sui quali bisogna indagare: non dobbiamo accettare superficialmente la sua versione. Questo no. Ma dobbiamo considerare la sua forza politica, l’urto del suo gesto, la rottura che esso impone. Il passo avanti nello scontro sociale, il passo indietro quindi di una società che ha dimenticato i concetti di rispetto e dignità.

Paola è una per tutti.

Pamarasca

 

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Ci sono bloggers, molto più letti di me, che ricevono a casa oggetti d’uso quotidiano. Elettrodomestici. Rasoi. Telefoni. Possono non parlarne. Possono parlarne obiettivamente. Possono diventarne testimonial. Tra l’altro, questo è un problema nel mondo dell’advertising. Mica è facile capire.

Se fossi un blogger molto più letto di me, anzi, se fossi un blogger, vorrei essere testimonial di questa cosa qua:

Da alcuni anni la Fondazione Teatro delle Muse di Ancona lavora all’interno della casa circondariale di Montacuto per portare ai detenuti l’opera lirica. Ogni anno, con un gruppo di detenuti, provenienti dalle varie sezioni del carcere, si ascolta l’opera, si riscrivono le scene e si prova a recitare una versione originale (qualcuno se la sente anche di intonare qualche motivetto)…Lo spettacolo purtroppo può essere messo in scena solo in carcere e quindi quest’anno si è deciso di scrivere un blog per dare un pò di voce all’esperienza che tutti, regista e “attori”, stanno vivendo.

Me la ha suggerita un’amica. C’è una ragazza, si chiama Simona, ha 32 anni, che si aggira nel carcere di Montacuto gestendo questa cosa della lirica tra i detenuti. Racconta tutto qui. Con una prosa originale, efficace. Curiosa.

Una volta che c’è qualcosa di buono. Ho iniziato a perdermi nei suoi post, tra i corridoi, le celle, i cancelli, le storie abbozzate dei detenuti.

Immagino sia importante seguirlo. Oltre che bello. Perché il carcere non dovrebbe essere vendetta, o emarginazione. E farsi accompagnare lì dentro da chi ci va per costruire un’opera lirica, per far recitare i detenuti, ci permette di comprendere meglio certe cose.

Vorrei essere un testimonial di questa cosa. Chissà se mi prendono.

Pamarasca

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Prima di assistere al concerto di Ferrara, pensavo di scrivere qualcosa di aneddotico e un po’ nostalgico sui Massimo Volume. Le bottiglie di vino a casa di mio padre, quella volta che…, quell’altra che però…: cose così. Poi, ho visto il concerto e mi sono reso conto che i MV non sono tornati: sono andati avanti, unendo le forze e le esperienze che ognuno di loro aveva nel frattempo maturato. Altro che nostalgia!

Certo c’è un po’ di tono celebrativo in questa giornata ferrarese, e in qualche passo dei testi recenti di Emidio e della bellissima storia del gruppo a più voci pensata da Pomini (“Tutto qui, ed. Arcana, merita davvero). E’ inevitabile. Ma quello che conta e si respira nel corso del concerto è il desiderio di dare vita, insieme, a qualcosa di nuovo:

i MV vogliono ancora essere una voce per tante persone silenziose.

Ne nasce un equilibrio di rara potenza: alla giovinezza sfacciata subentrano una maturità tenera e un disincanto però non depressivo, sentimenti che appartengono ad ognuno di essi, e che per esprimere al meglio dovevano narrare assieme.

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Vittoria suona una batteria elegante lasciando trapelare l’amore per gli arrangiamenti, la passione per le sedute in studio, la presenza e soluzione dei conflitti: la sua consapevolezza, in definitiva, di essere la forza motrice dei Massimo Volume. Riesce a suonarla e a renderla simile a se stessa: delicata ma presente, giocosa ma profonda, capace di sterzate emotive da brivido ma sempre in grado di radunare l’equilibrio necessario. Per arrivare a tanto, è stato necessario staccarsi e raggiungere una consapevolezza umana e musicale al di fuori delle mura dei MV.

La chitarra di Egle, anche, somiglia a chi la suona. E chi la suona è un essere magro e ironicamente silenzioso, una versione musicale di Edward mani di forbice, che quasi senza accorgersene definisce il profilo e il taglio di tutti paesaggi musicali del gruppo. Un musicista tanto maturo da avere al fianco non un subalterno, oggi,ma un’altra chitarra dalla personalità fortissima: Stefano che, assieme alla Vittoria reduce dai Franklin Delano, porta nel gruppo un’atmosfera desertica e visionaria e la cui presenza sul palco assieme ad Egle è quasi dirompente per il contrasto tra i rispettivi movimenti e la concordia/frizione tra le note.

Infine Mimì, da sempre frontman e catalizzatore dell’attenzione del pubblico. Anche le sue parole somigliano sempre più a lui: si avvicina al canto non nel senso di vocalizzo, ma nel senso leopardiano del termine. I suoi testi si fanno maggiormente fluidi e l’asciuttezza non coincide con durezza, ma con la semplicità della poesia. Paradossalmente, nel periodo di maggior grandezza dei MV i testi di Emidio cercavano la dimensione del racconto in prosa; ora, cercano la lineare brevità della poesia. Con successo perché, a mio parere, anzitutto poeta è Emidio.

Quello che voglio dire è che i MV non sono quelli di prima. Somigliano sempre più a se stessi, e questo risultato è enorme.
Non bentornati, allora, ma bentrovati, ragazzi.