Archivio Mensile:ottobre 2010

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Qualche tempo fa hanno chiuso i numeri verdi destinati ad aiutare donne e uomini, per lo più stranieri, che si prostituiscono in strada. Non sono call center qualunque: non vendono nulla. I ragazzi vanno in strada e consegnano il numero a persone che, spesso senza permesso di soggiorno, sanno di poter contare solo su di loro. Sapevano, cioè.

Nel frattempo, le risorse delle comunità che si occupano di persone con disagi mentali vengono erose drammaticamente : per via dei tagli pubblici (meno 10 miliardi di euro nei prossimi 24 mesi) e, anche, per colpevoli atteggiamenti privati (siamo in Italia, si è mangiato anche su questo).

Ciò impedisce alle comunità di stipendiare un numero sufficiente di persone che si occupino del reinserimento degli ospiti e facciano qualcosa in più che i cani da guardia, sentinelle armate di pasticche.  Alla faccia di Basaglia.

Non c’è posto per i deboli e gli indifesi. I primi di cui una collettività si dovrebbe occupare: altrimenti, che ci sta a fare, una collettività? Gli animali stanno in branco per assicurarsi una media di vita migliore rispetto a quella che  avrebbero se stessero soli.  Noi, che ci stiamo a fare?

Pamarasca

La prima immagine è tratta da: www.opgaversa.it

La seconda è una pazza

 

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Posto il secondo racconto. Il primo apparso in questo blog, tuttavia, è più recente. Questo è davvero vecchio, quasi come il suo protagonista: è del 1994. Magari non valeva la pena, ma sono affezionato al suo protagonista e mi dispiaceva lasciarlo lì, da solo. Anche se è scritto in una maniera diversa dalla mia, ormai.

ARRIGO TASSI

La mattina del pensionamento, Tassi Arrigo si trascinò fino in cucina come sempre, ma al momento di farsi il caffè si disse che l’avrebbe preso al bar. Così, infilò le braccia nella camicia a righe, evitò la cravatta come spesso gli accadeva, ricoprì il tutto di una giacca verde autunno piuttosto pesante, allacciò le stringhe delle scarpe sedendosi sul letto e uscì.
Bevve il caffè al banco, senza fretta ma senza nemmeno restarvi più del necessario. Il tempo di attesa lo passò osservando i minuscoli granelli di zucchero sparsi sul ripiano di metallo, scintillanti come gemme. Salì sul tram, lasciò il posto alle signore, si resse agli appositi sostegni e scese, al momento giusto, dal tram. Attraversò la strada dopo aver atteso che il semaforo fosse verde, non senza essersi comunque guardato attorno per due volte, sia a sinistra sia a destra, da dove non sarebbe venuto certamente alcun mezzo, essendo la strada a senso unico. Infilò il portone, salutò il portiere con un cenno che quello gli restituì, salì le scale senza affanno, contandole come ogni giorno da trent’anni, come potesse cambiare il numero delle scale di quel palazzo, così, da un giorno all’altro. Quando fu davanti alla porta dell’ufficio, si fermò un istante. Tirò un lungo sospiro, dopo aver trattenuto l’aria come si fa con il singhiozzo. La cosa gli ricordò per un attimo gli esami all’università, quando per calmarsi eseguiva una simile pratica di respirazione prima di sedersi davanti al professore. Poi, entrò.
Sopra il suo tavolo, un grande festone da carnevale rosso e dorato, con due malinconici fiocchi alle estremità. Gli applausi dei colleghi: si erano tutti voltati per vederlo entrare, lasciando i terminali accesi. Ronzavano. Mario gli diede una pacca sulle spalle. Un paio di ragazzi lo guardarono con il sorriso che i ragazzi concedono agli anziani. Arrigo Tassi percorse in silenzio il breve tratto di corridoio che lo divideva dalla scrivania. Al posto della tastiera, trovò un pacchetto. Un bel pacchetto blu, con un fiocco dorato sopra, e un piccolo biglietto infilato di traverso.
– E’ poca cosa – disse Mario.
Estrasse il cartoncino dalla busta. C’era scritto qualcosa di commovente. Lo ripose e aprì l’astuccio con cautela, come temesse di spezzarne il meccanismo elementare. Una penna rossa ed una blu. Sorrise.
– Eravamo indecisi- disse Mario – Poi abbiamo pensato che sono i colori delle correzioni, tutti e due, come le matite dei maestri a scuola. Così, le abbiamo prese entrambe.
– Grazie.
Il direttore si mosse finalmente dalla soglia del proprio ufficio e lo raggiunse. Gli poggiò una mano sulla spalla e prese a dire che Gli si doveva molto, che Senza di lui l’ufficio non sarebbe stato tanto competente. La folla annuì. Qualcuno disse  Bravo, qualcun altro batté la mano sul bordo del tavolo, ottenendo il suono sordo dei giocatori di biliardo.
Ci aveva messo della poesia, Tassi, in quel lavoro. E non era cosa da poco. Questo disse il direttore. Vennero estratti dai cassetti bicchieri di carta bianchi, ancora chiusi nel cilindro di plastica del supermercato. Mario, particolarmente attivo, prese dal frigo marrone due bottiglie di spumante. Qualcuno optò per un caffè dalla macchinetta, perché E’ troppo presto per bere. Brindarono. Dopo qualche minuto, il direttore disse:
– Allora, torniamo al lavoro. E’ Arrigo il primo ad insegnarci che la nostra è una missione, vero Arrigo?

– E’ una missione la nostra – diceva ai nuovi arrivati, con l’aria di un sergente comprensivo. Noi ripuliamo le parole, e le parole sono il sangue di questo mondo che si nutre di esse, sui giornali e in televisione e fra la gente nella strada. Noi facciamo in modo che vi sia qualcosa in cui credere, non concedendo nulla oltre l’esattezza della grammatica italiana. Noi lottiamo contro quanto si insinua fra una vocale e un’altra, contro le z che sono di troppo e le T che vanno a capo dopo le S, per capirci.  Siamo un esercito, senza di noi sarebbe il caos, come senza gli spazzini la città morirebbe sommersa dai rifiuti, e senza i chirurghi non vi sarebbe speranza di riportare alla vita un organismo malato. Noi operiamo sulla struttura, e non sul concetto: ma non per questo siamo meno importanti di chi valuta le idee. Perché, senza di noi, le idee sarebbero nulla.
In effetti, ci metteva della poesia.
– Non avevo mai pensato che il correttore di bozze fosse un lavoro tanto lirico – commentavano gli allievi. E poi giù, ad infilare gli occhi nello schermo del videoterminale.
Spiegata la storia della missione, Arrigo Tassi passava al metodo. Con la pazienza e la durezza di un insegnante di educazione fisica.
Primo: non cercare di capire né l’argomento di quel che si corregge, né lo stile. Non siamo né restauratori, né falsari, né opinionisti. Secondo: sillabare. Sillabare sempre, tutto. Anche padre, anche madre. Pa-dre. Ma-dre. So che potrebbe sembrare assurdo, ragazzi, ma datemi retta. Sillabando ogni parola, si raggiunge il nocciolo del problema, si seguono i meccanismi strutturali e non i significati delle parole, si seziona il corpo prima di operare. E’ chiaro? Si tratta, innanzitutto, di una ginnastica mentale. All’inizio è difficile, lo so. Siamo abituati a leggere i significati, e non la forma delle parole. Ma via via vi abituerete. Voi, intanto, sillabate. Sil-la-ba-te. Capito?

Senza disturbare il lavoro dei colleghi, Arrigo Tassi raccolse le proprie cose dalla scrivania. In un barattolo di latta c’erano due penne e tre matite, una gomma per cancellare, due temperini. Tassi li strinse insieme nel pugno, osservandoli in silenzio. Così, aveva iniziato. Quando nemmeno aveva la televisione, figurarsi i computer a far tutto sullo schermo. Aveva dovuto abituarsi, Tassi, ai tasti del computer, ai segnali convenzionali sullo schermo. Alla correzione immediata, in tempo reale. Alla copia stampata da controllare ancora, se si trattava di un testo importante. All’ultima stesura sul video terminale. E si era abituato, Tassi. Dalle nove alle cinque di ogni giorno. Tremilacinquecento articoli corretti. E tre refusi, dei quali ricordava il come, ed il perché. Non uno di più. Un record. Cinque anni prima, gli diedero addirittura una targa. Dorata, con una grossa gomma per cancellare in bassorilievo, ed il suo nome sotto. I colleghi, per lo più, lo guardavano con una certa tenerezza. Si trattava di giovani che iniziavano dalla gavetta, per così dire. Ambivano alla direzione di qualche casa di edizioni, o di un giornale addirittura. Erano scrittori in erba, rampanti della letteratura, piccoli Henry Miller.  Lui no. Non si era mai mosso da quella sedia. Aveva visto passare romanzieri, narratori, direttori, redattori, persone qualunque che tornarono a fare le persone qualunque ma da un’altra parte. E non si era mosso. Inoltre, non aveva scritto mai una riga. In vita sua, mai una riga: fatta eccezione per il biglietto di addio alla propria moglie, “spero che starai bene, tuo Arrigo”. Lei era andata a stare bene con un tal Gilberto. Il suo refuso più grande, e non ci furono targhe sufficienti né gomme per cancellare, quella volta. Una lettera, un verso di poesia, l’inizio di un racconto: nulla. Non aveva nemmeno mai pensato di avere talento, né di non averlo: semplicemente, non ci aveva mai pensato. Fino all’ultimo giorno di lavoro.
Quando, brillo per lo spumante e leggermente euforico, uscì dall’ufficio fra gli applausi, con il suo pacco sotto il braccio ed un mazzo di matite e penne a sbucargli dalla tasca, come fiori. Mario gli disse che lo avrebbe chiamato. Accennò un si, scese le scale e si fermò un momento a salutare il portiere del palazzo.
– Così se ne va, dottore.
– Pare proprio di si.
– Beh, auguri. Finalmente si potrà riposare.
– Già.
Quella sera, seguì il telegiornale con un bicchiere in mano. Aveva mangiato qualche pezzo di pane, né aveva voglia di cucinare. Ora, in poltrona e senza scarpe, sorseggiava l’amaro che un cugino gli mandava dalla Puglia. Era buono. Il telegiornale inanellava i malesseri planetari. Tassi pensò che i potenti avevano semplicemente trasgredito la regola primaria del correttore di bozze: non sia mai l’autore della pagine a correggere gli errori. Ed ora era troppo tardi per mandare il mondo all’ufficio universale correttori di bozze: nemmeno lì vi avrebbero capito qualcosa. I ritocchi degli autori sono sempre, inevitabilmente confusi: tutto fila liscio per due o tre righe, poi gli viene immancabilmente l’idea di togliere o aggiungere una parola, e un’altra, e un’altra e così via. Finché si occupano dello stile, e non dei refusi. Che restano immobili e spietati. Dopo il telegiornale, e un secondo bicchiere di amaro, Tassi scelse un film dei canali nazionali, per via della pubblicità. Non era un granché, ma lo guardò fino alla fine, con una certa inerzia. Si alzò ancora due volte per andare in cucina a riempirsi il bicchiere. Lo faceva comunque nel corso di certi momenti morti del film, dove non accadeva altro che un passeggiare per le strade di San Francisco, o del sesso.
Infine, verso mezzanotte, la bocca impastata dal liquore, si alzò con decisione, spense la televisione e andò nella sua stanza. Estrasse una chiave dal cassetto del comò. La rigirò un poco fra le dita, come la vedesse per la prima volta. In un certo senso era così: la utilizzava ogni giorno, da venti anni, per aprire la porta della stanza accanto alla sua, e serrarla poi immediatamente. Ma quella sera, era diverso. L’avrebbe aperta una volta per tutte. Giocherellò ancora un po’ con la chiave, poi uscì dalla camera e si diresse verso l’altra porta: aveva negli occhi un che di epico. Oddio, pensò, non vado mica a fare niente di eccezionale, ma si trovò stupito a mettere in ordine la vestaglia attorno al collo. Rise di se stesso: Beh, pare proprio che abbia un appuntamento. Infilò la chiave nella toppa. Questa, avvezza ad essere aperta e richiusa quotidianamente, non oppose resistenza. La chiave girò una, due, tre volte.
E fu così che Arrigo Tassi fu sommerso dai fogli che aveva corretto.
Centinaia di chili di carta stampata, fogli usciti dalle stampanti del suo ufficio anno dopo anno, gli si rovesciarono addosso appena fu entrato. Pareva cosa viva, quella carta. Non c’era mobilio: solo fogli struscianti, disgregati alcuni dal tempo, scricchiolanti come le foglie in autunno, morbidi, attaccati l’uno all’altro senza criterio, come innamorati.
– Beh, ci siamo
Trascinò una sedia nella selva di fogli, vi si sedette e prese in mano un primo foglio, che pareva abbastanza vecchio, ingiallito, con un angolo in decomposizione. Decise di cominciare da quello.
Già alla prima riga trovò una doppia zeta. Resistette all’impulso di correggere l’errore e andò avanti. Sillabava ancora, naturalmente, e questo faceva risaltare ogni refuso. Ma più procedeva, meno vi faceva caso. Era un vecchio articolo di uno storico dell’arte, che parlava degli affreschi al Palazzo Comunale di Siena. Li descriveva con passione, e con dovizia di particolari. Via via che leggeva li immaginava, e dimenticava di cercare i refusi, le doppie zeta, gli accapo azzardati. In una ventina di minuti, forse più, lo terminò e ne prese un altro.
– Vediamo questo cosa dice…
Poi un altro. E ancora uno. E via il prossimo. Segnava i passi interessanti con le penne rosse e blu.
I passi interessanti, segnava.

Alla bellissima libreria Modo Infoshop di via Mascarella, Bologna, Emidio Clementi ha presentato il mio romanzo. Da Milano è sceso Alessandro Lentati, che ha filmato il nostro incontro. E’ stata una splendida serata della quale scriverò più avanti. Per ora estraggo le due letture di Emidio, del quale non lo ringrazierò mai abbastanza. Amo la sua voce:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=J4qQYzQI4A8]

Ne approfitto per ricordare l’uscita di Cattive Abitudini, il nuovo disco dei Massimo Volume. Non lo avete ancora preso?

pamarasca

La sera prima della presentazione del mio romanzo a Firenze, ero a cena da Sabrina e Giacomo. La loro figlia maggiore, Bianca, seguiva  i miei movimenti in casa sua con curiosità mista a diffidenza. Alla fine, presa un po’ di confidenza, mi chiedeva:
–    Ma lo hai fatto tutto tutto te questo libro?

Il libro stava sul tavolo, consumato dalla madre che il giorno dopo mi avrebbe presentato. Stava a testa in giù accanto al formidabile risotto ai funghi di Giacomo.
–    La carta no – ho risposto – però le parole le ho fatte tutte io, una per una.

In questo scambio di battute tra un adulto e una bambina sta alla fine la differenza semantica tra libro e e-book: il libro è un oggetto fisico. Non solo si scrive: si fa. L’e-book è un testo e l’oggetto, semmai, è il supporto utilizzato per leggerlo. Non dovrebbe chiamarsi “book”. Tutto qui.

Per il resto, tutto bene. Viva le novità che ci permetteranno di leggere meglio, ovunque, di più.

Ma, certo, non ci sarà un bambino pronto a stupirsi perché tu hai “fatto” quella cosa che vede riposta sul tavolo e che occupa una specifica porzione dello spazio che state dividendo.

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A Firenze hanno un modo schietto di proporti le cose: te le sbattono in faccia e se hai sufficiente resistenza procedi, altrimenti meglio che tu ti rivolga a città più accomodanti. Funziona così anche con le opere d’arte: gli Uffizi si aprono con l’opera più bella, la Madonna di Ognissanti di Giotto. Non fai in tempo a mettere in tasca il biglietto d’ingresso che ci sbatti contro. Al centro della sala. Rivolta verso la porta.

La tecnica si ripete in Santa Maria Novella, dove la visita inizia da un’entrata laterale e appena la oltrepassi, proprio in fronte a te, sta nel pallore della parete la Trinità di Masaccio. Firenze non si risparmia e le piace vantarsi. Il colore della squadra di calcio è il viola, tanto per non farsi notare.


Agli uffizi arrivo alle otto del mattino, le stanze sono quasi vuote. Ci sono capannelli di custodi che chiacchierano delle notizie di cronaca. Mentre giro attorno a Piero della Francesca vengo a sapere di uno scandalo di malasanità. Penso che bello sarebbe se i custodi fossero studenti. D’arte.

Nel corridoio degli Uffizi che inizia a popolarsi penso che per tanti anni non riesci a comprendere cosa ci sia nell’arte medievale e in quella del primo Quattrocento. Poi accade qualcosa, o semplicemente cresci e continui a crescere e finisce che proprio l’arte medievale è quella che preferisci, e proprio per la stessa ragione per la quale non la amavi: la distanza eccessiva tra il tuo tempo e il suo.
Lo spirito, la pulizia. L’essenza. Il non-raggiungibile-nemmeno-per-idea.


Fosse per me, quindi, lo farei al contrario questo museo. Inizierei dall’Ottocento e poi via via, stanza dopo stanza, toglierei il superfuo. Una visita esfoliante, dai rave settecenteschi in cui si ride per non piangere attraverso il rock teatrale e progressivo del Seicento fino al sangue malato dei grandi manieristi che forse s’accorsero per primi di quanto fosse atroce quel Rinascimento- di morti ammazzati, streghe roghi tradimenti e  quadri celestiali, e ancora più giù, attraverso il rinascimento come lungo una strada di campagna fino alla casa colonica che mi ospiterà, la Madonna appunto di Giotto, le curve diafane di Ambrogio Lorenzetti la forza compressa di Cimabue, le istantanee di Gentile da Fabriano. L’essenziale. Il sostantivo senza l’aggettivo. Lo spirito dell’uomo.

Sì, fosse per me lo farei al contrario questo museo.

Esco. Vado da Masaccio.

Pamarasca

Le Immagini:

Giotto, Madonna di Ognissanti

Masaccio, Trinità

Masaccio, Madonna del solletico