Archivio Mensile:settembre 2010

Solo a settembre sale un po’ di nostalgia. Perché a settembre ci si metteva a sistemare. Si cambiava colore. Si avvitavano lampadine, cercavano porte per i cessi e scartavetrava il palco. Allora a settembre sale un po’ di nostalgia perché, non me ne vogliano le persone, l’affetto perduto è quello per l’angolo di cartongesso sgualcito, la maniglia rovesciata della porta, i cannon cannon avvoltolati come fossero gomitoli di lana. Poi non funzionano, la cassa gracchia. E grazie al cazzo, che gracchia.

Dico non me ne vogliano le persone, se la nostalgia è questa. Ma a settembre sotto le dita resuscitano tutte le schegge di legno del palco, e pizzicano, come punture di zanzare rianimate. Così si pensa alla ventola del bancone che, rotta (cosa non era rotto, lì, a fine stagione?), sostituimmo con quella di una mercedes benz: a momenti non decollavano le spine. Ad ogni foro fatto per i chiodi che sopportavano il peso delle foto, quelle sì delle persone. Ai regali assurdi dei rappresentanti. Al dado da stringere sotto il rubinetto che la gente poi lo prende a calci, povero dado.

Ogni anno, il thermos era un cantiere e tanti amici si improvvisavano artigiani. E fino a tarda sera rimanevo lì, solo, con la luce alogena appoggiata a terra: illuminava le mie mani che, goffe, annodavano fili, incassavano tasselli, nascondevano difetti. Fino a tardi. Fino a che, sempre, inevitabilmente, qualcuno passava, hey come va, allora quando aprite, aspetta, vado a prenderti una birra.

grazie

Pamarasca

2 413

Qualche tempo fa, pubblicando gli eventi su facebook, si era in grado di tirar giù qualche numero: se 50 persone hanno detto che parteciperanno, allora il 10 o il 20% di quelle ci sarà. Ci si può contare.
Non ho mai approfondito la questione, ma so da fonti affidabili che questo genere di calcolo aveva un suo perché.

Con il tempo, le persone hanno acquisito una certa dimestichezza all’interno di facebook. Per quel che riguarda gli eventi, in particolare, ci si è resi conto che dichiarare la propria partecipazione significa in un certo modo fare un favore agli organizzatori: non siamo tutti trend makers, è chiaro, ma cliccando su parteciperò permetto all’evento di apparire sulla home di tutti i miei “amici”.

E’ quindi sembrata una cosa carina a molti, soprattutto a chi ha molti “amici”, partecipare virtualmente alla maggior parte degli eventi.
Con naturalezza e senza premeditazione, si è arrivati ad uno stravolgimento dell’iniziale rapporto tra online e offline.
Chi organizza un evento non può più affidarsi a calcoli come quello citato: di volta in volta, il rapporto tra quanti dichiarano di partecipare e quanti effettivamente partecipano sarà diverso.

Viene quindi da dire che sarebbe meglio sperare che scrivano “parteciperò” solo quelli che effettivamente lo faranno. Anzi, sperare anche che, in caso di cambi di programma, correggano la propria posizione.
E però, la partecipazione virtuale all’evento permette all’organizzatore di avere altre informazioni sul gradimento da parte del pubblico: se qualcuno decide di fare da sponda virtuale alla notizia di un mio concerto, significa che mi giudica positivamente e che vuole partecipare in qualche modo alla diffusione della mia musica.
Pro e contro, quindi, da valutare.

Ma anche qualcosa di più interessante. Perché, forse, continuando a “partecipare virtualmente” all’evento pian piano le persone si sentono come se partecipassero realmente. Questo gesto di complicità e quasi affettuoso nei confronti dell’estensore dell’invito è come li affrancasse da un confronto fisico con l’oggetto della partecipazione. Mi sembra il lato più interessante e, per certi versi, inquietante: è la legittimazione della bugia a fin di bene, in fondo.


Nello stesso tempo, è la riduzione al minimo dello sforzo. Obiettivo, quest’ultimo, che è ben rappresentato da un’altra notevole applicazione recente di facebook, il “Mi piace” in calce ai messaggi degli altri utenti. Prima, non c’era. Ad esempio, nel giorno del mio compleanno, se qualcuno scriveva sulla mia bacheca “auguri paolo”, potevo ignorarlo o rispondere a mia volta con un “grazie”, “grazie caro” o qualunque altra frase mi venisse il mente. Ora, è sufficiente che io clicchi sul Mi piace sotto i suoi auguri e lui saprà che li ho letti e graditi. Clic. E via. Sembra un’applicazione da niente, ma non lo è: equivale a un punto dove, prima, c’erano dei puntini di sospensione. Non favorisce il prosieguo di un dialogo, anzi, lo esclude. Non favorisce nemmeno lo sforzo di pensare ad una frase carina: mi piace. Che c’è di meglio? Cosa devo mettermi a inventare?

La gestione degli eventi e il Mi piace applicato ai commenti sono, a mio parere, una interessante spia di cambiamento. Chi vivrà vedrà.

Pamarasca

2 398

I protagonisti dell’editoria digitale iniziano a contarsi, compattarsi e muovere decisi verso il mercato.
Una bellissima notizia.
Eppure, ancora una volta, molti di loro mi sembrano dei talebani del digitale e ho l’impressione che non scorgano le reali potenzialità di questo mezzo.
Oggi, sulla mia Home di facebook appare questa frase:
“addio caro vecchio libro. Arriva la ebook lab Italia”
Ieri, dal mio intervento sull’ebookcamp del 18 settembre sono stati estrapolati due concetti: l’odore dei libri non è la mia passione (chi mi ha sintetizzato ha aggiunto che è stantio); chi ama leggere legge comunque. In quel post non faccio esattamente una gran figura, limitandomi a simili considerazioni.
In effetti, parlavo di altro.

Più mi addentro nella questione, insomma, e più mi sembra di scorgere un’aggressività un po’ bigotta. “addio caro vecchio libro” che vorrebbe significare? E’ da intendersi come un “vi sterminiamo tutti”? E a che pro?
Mi ricorda il trend delle pubblicità negative.
Ha senso questa cosa?

Per partorire un nuovo supporto culturale, bisogna presuppore l’eliminazione di un altro? E, anche se questa eliminazione di fatto avvenisse tra 5/10/100/1000 anni per cause naturali, è utile sin da ora aggredire, mordere, spingere lontano?
Perché?

Come ho scritto, deduco da tutto ciò che proprio molti protagonisti dell’editoria digitale siano i primi a temere il fallimento: questo li porta ad un approccio particolarmente aggressivo. Ma se guarderanno a tutte le possibilità del loro prodotto, invece che ai limiti dell’altro, non falliranno.

Buona fortuna, e… peace & love, ragazzi

3 496

Partecipare all’ebookcamp di Portorecanati mi ha permesso di giungere ad alcune considerazioni che potrebbe essere carino condividere.

Partecipavo immodestamente in qualità di autore e il mio intervento, supportato da volumi cartacei, era interamente dedicato non al confronto tra libro ed ebook ma alle prospettive che potrebbero aprirsi grazie alla crescita dell’editoria elettronica. In estrema sintesi, sostenevo che l’editoria elettronica metterà a disposizione presto un nuovo modo di raccontare storie, che affiancherà la letteratura, il cinema, il fumetto né potrà sovrapporsi a nessuno di essi. Sostenevo, e sostengo, che la portata rivoluzionaria dell’ebook non sta nel poter essere come un libro, ma nel poter a breve supportare una narrazione diversa da quella del romanzo tradizionale. Fermo restando che quella che caratterizza il romanzo tradizionale non potrà mai scomparire, poiché è l’unica in cui “la fantasia dell’autore finisce ad un certo punto ed inizia quella del lettore, sì che un libro è uguale per tutti e nello stesso tempo è diverso per ognuno”. Ne parlo qui.

I numerosi interventi che hanno seguito il mio speech mi hanno confortato sul desiderio di conoscere l’aspetto paradossalmente meno coinvolto nella discussione: quello degli autori.

L’iniziativa mi è piaciuta molto, anche se, per le caratteristiche della maggior parte dei simpaticissimi convenuti, ero un pochino un pesce fuor d’acqua. Non ho potuto ascoltare gli interventi del giorno successivo, quindi mi limito a dire che mi sono trovato benissimo (per la grazia degli organizzatori, alcuni visi amici come Delia, Federico, Luca, Adriano e per l’attenzione che mi è stata tributata)

Detto questo, vorrei puntare il dito su alcune cose che mi hanno colpito:

1)    si parla spesso della resistenza da parte degli appassionati del cartaceo. Che esista, non ho dubbi. Ma non sottovaluterei la protervia che si scorge in alcuni appassionati del digitale, protervia che li porta a dire in una sorta di cantilena fine a se stessa che “l’ebook è identico anzi è meglio per questo questo e questo motivo”. Ho ben capito che si possono portare con sé più volumi, che in un monolocale possono stare 30.000 testi, che si può leggere camminando etc. etc. ma non vorremo fermarci a questo esercizio di puro marketing, spero. Altrimenti mettiamogli anche un beccuccio per il caffè ed è fatta…

2)    Chi sostiene la forza dell’ebook punta, a mio parere, eccessivamente sulla sua capacità di essere identico al libro. E perché non dovrebbe essere diverso? E perché non dovrebbe aprire prospettive nuove per chi scrive storie (non romanzi, ma storie) e per chi le legge? Siamo sicuri sia una buona strategia quella di vendersi come un oggetto identico ad un altro che già funziona perfettamente? E soprattutto, siamo sicuri che siano i difensori del cartaceo ad essere preoccupati?
3)    No. Non ne siamo sicuri. Chi ama i libri tanto da partecipare a discussioni del genere è, tendenzialmente, una persona abbastanza aperta mentalmente, del tutto in grado di comprendere che gli e-book siano delle cosette comode. Non ha paura degli ebook. Il mio caro amico Marco è l’esempio lampante di quel che sto dicendo: non conosco nessuno tanto innamorato, anche fisicamente, dei libri e della letteratura, della cultura e del sapere… eppure è un entusiasta scopritore degli ebook. Perché dovrebbe temerli? La foga avvolge invece chi tenta di imporre la novità, limitandosi ad un inutile confronto dal quale rischia di uscire perdente.

4)    In altre parole, e da profano, sono convinto che gli ebook siano estremamente funzionali e comodissimi. Ma che questa sia solo una fase: se cercheranno di rimanere semplicemente comodissimi e funzionali, identici ai libri cartacei ma senza carta, perderanno una sfida che non ha motivo di esistere. Il tutto si ridurrà a poco più di una chiavetta usb. Se, invece, chi si occupa di editoria elettronica sperimenterà nuovi modi di narrare e spiegare, e avrà il coraggio di mettere in discussione alcuni cardini del diritto d’autore nostrano; se chi si occupa di scrittura e sceneggiatura capirà di avere un ulteriore strumento per raccontare storie; se chi ama leggere potrà continuare a leggere su entrambi i supporti, a seconda della comodità, ma potrà anche vivere l’esperienza di una storia diversa da un romanzo o da un film perché scritta per un editore digitale. Allora sì, l’ebook cambierà qualcosa, e non sarà solo un comodo strumento. Un romanzo resterà un romanzo. Su carta e sul digitale. Una storia per ebook sarà un’altra cosa. Ecco la novità.

Un grazie di cuore agli organizzatori dell’evento

Pamarasca

0 214

Il mio romanzo ha impegni fitti nelle prossime settimane. Cerco di riassumerli, casomai a qualcuno stesse a cuore :-)

Sabato 18 settembre, alle 18.30, l’autore del romanzo (io) parteciperà all’ebookcamp organizzato da Simplicissimus con un intervento sul rapporto tra ebook e libro cartaceo visto con gli occhi dell’autore. Il camp si svolge in spiaggia a Portorecanati, presso lo stabilimento Carlo e Domenico (lungomare Lepanto 36). Ne approfitto per segnalare l’eccellente blog che tratta dell’argomento del mio amico Marco

Mercoledì 22 settembre registrerò una brevissima intervista per la rubrica Leggere del tg regionale. Andrà in onda non so quando.

Sabato 25 settembre il romanzo ed io siamo a Chiaravalle, alla libreria Il grillo parlante (via verdi 68, alle 18 e 30): ci presenta e chiacchiera con noi Riccardo Gigli, autore tra l’altro della bella recensione apparsa su L’Urlo Magazine. Per l’occasione registreremo un pezzo anche per la radio, ma su questo arriveranno altre indicazioni

Sabato 2 ottobre, ma  è da confermare, dovremmo spostarci a Firenze, in questa bellissima libreria, per la presentazione che sta organizzando l’amica saggia Sabrina Carollo ( :-* )

Lunedì 11 ottobre, invece, ci sposteremo a Recanati per la rassegna Piovono Libri. La data è confermata ma stiamo aspettando direttive su orario e luogo.

Per chiudere in bellezza, giovedì 14 ottobre anziché, come annunciato in precedenza, giovedì 23 settembre, la presentazione bolognese: alle 21 e 30, presso la Libreria Modo Infoshop di Bologna, in via Mascarella 24b. Presenterà il romanzo e ne leggerà alcuni brani nientemeno che Mimì Clementi, grande romanziere e voce dei Massimo Volume. La cosa mi emoziona non poco. Se non lo avete mai sentito leggere… beh…

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=nGYT0vUrPfc]

Ecco tutto, per ora. Un grazie speciale a tutti quelli che vogliono bene a La qualità della vita

pamarasca

11 1246

Leggo un articolo di ieri in cui l’assessore alla cultura di Ancona si pronuncia sulla scomparsa graduale di tutte le realtà giovanili e culturali che hanno riempito le serate non estive della città negli ultimi anni.
Quello che sostiene l’assessore è sacrosanto: la scomparsa di locali come Hangar e Thermos (e, prima, Ilye Aye) rappresenta una perdita culturale, dato che i locali garantivano attività artistiche, musicali e teatrali, oltre che di svago, alternative a quelle istituzionali. Per molti versi lo stesso può dirsi de Lascensore, se non altro perché il buon Maccarone ha cercato in tutti i modi di farne un polo concertistico di rilievo.

L’assessore continua ipotizzando un aiuto da parte della pubblica amministrazione nei confronti di quelle situazioni che propongano, oltre ad un’attività commerciale, una programmazione di rilievo culturale. Ottimo, direi.
Né si può incolpare l’attuale amministrazione (non del tutto, almeno) del fatto che tali prese di posizione sarebbe stato bello sentirle prima, quando i buoi non erano ancora scappati dalla stalla.


Dell’articolo non discuto nemmeno una parola. E però, perché le parole dell’assessore portino a vere strategie di cambiamento, ritengo si debbano fare alcune precisazioni.

1)    nella maggior parte dei casi, i locali che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato una valida alternativa musicale, culturale e di divertimento sono stati circoli Arci. Ne consegue che l’Arci di Ancona, sotto moltissimi punti di vista meritorio in città, ha una sua chiara responsabilità per non essere riuscito ad aiutare in prima battuta i suoi stessi circoli. Questo ha rappresentato una grave sconfitta per una associazione che in pochi anni immagino abbia visto ridursi drasticamente il numero dei propri soci. Di fatto, l’Arci ha scelto di concentrarsi su grandi (e belli) eventi rinunciando ad una diffusione capillare di cultura alternativa. Si è trattato di una scelta strategica legata ad una concezione verticale di distribuzione della cultura: manifestazioni roboanti calate dall’alto anziché creazione di un sostrato cittadino fertile e orizzontale. Scelte. Sarebbe bene imparare da questo.

2)    La scomparsa di realtà alternative è grave, ma non va negata la responsabilità dei gestori. Fatta eccezione per l’Hangar, che rappresenta una perdita enorme visto quel che stava combinando nell’ambito del teatro off e che non ho seguito abbastanza da potermi pronunciare, nessun promotore/gestore/organizzatore si è dimostrato allaltezza. Me compreso, anzi, me in primis. Una cultura dell’approssimazione ha impedito per molto tempo la crescita professionale di persone capaci sia di inventare e creare che di amministrare e far fruttare. Per non parlare delle situazioni extra-associative: basti citare gli avvenimenti che hanno coinvolto Lascensore e dei quali si è parlato a sufficienza nei mesi scorsi. Ciò significa una cosa: non sono le idee a mancare, ma una certa concretezza di base nel settore. Meglio un corso di gestione che una commissione di creativi, insomma, come d’altronde si ripete da decenni in ogni contesto economico italiano.
3)    La scomparsa di realtà alternative, però, è legata ad una città che ha dimostrato di fregarsene abbastanza degli eventi musicali e culturali. La maggior parte delle realtà “invernali” sono nate sulla scia dei successi di iniziative estive: successi che giustificavano aspettative poi regolarmente deluse. Per quel che mi riguarda, ho organizzato decine di concerti e spettacoli e, come tutti sanno, era più facile incontrare ragazzi di Bari durante un live che amici della porta accanto. Ho dovuto sempre combattere con chi non voleva pagare il biglietto, nonostante il massimo richiesto in 11 anni di gestione sia stato di 7 euro per i Giardinidimirò e per i Giant Sand (!). So che i medesimi problemi hanno avuto tutti, e sono convinto che sia possibile creare un terreno fertile, destare l’attenzione, coltivare l’audience. Ma parliamoci chiaro: i locali si riempivano e riempiono quando c’è casino, niente tessere e niente biglietto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=OObfT8uXsHg]

Qui ho scritto di avere fiducia, di essere ottimista e di vedere molta gente in gamba. Gente che, oggi, sa organizzare, ha buone idee, sa creare. Molto meglio di noi. Sono convinto che, per una città di 100.000 abitanti, ci sia davvero una grande energia creativa ad Ancona. I ragazzi del Mac, 400 mq, La punta della Lingua, di Nie View, della Hot Viruz, della musica elettronica. Per non parlare della Cupa che, di fatto, sta riempiendo come può tutte le lacune che si sono aperte. Accidenti se ce n’è.

Ma bisogna pur ammettere che il bacino d’utenza ad Ancona è estremamente ridotto. Gli amici vanno a vedere gli amici (e non sempre)…

Eco allora, nel mio piccolo, cosa mi sento di dire in calce all’articolo che ho citato in precedenza.

a)    Evitiamo i grandi cappelli. Proprio l’eccessivo corporativismo ha creato approssimazione, e proprio una gestione burocratica e verticale ha messo i bastoni tra le ruote a ragazzi giovani, poco esperti, affidatisi erroneamente a strutture di cartapesta.
b)    Può, se non lo fa (a me non risulta, ma potrei sbagliare) l’amministrazione fornire un elenco dei locali che ha a disposizione, sì da facilitare la stesura di progetti da parte dei giovani che vogliano creare realtà di cultura alternativa e di socializzazione?
c)    E’ possibile studiare una strategia che permetta ad Ancona di attirare pubblico interessato da fuori, invece che contare su un pubblico indigeno di fatto pressoché inesistente? Non mi sembra così difficile, concertando i tempi e i modi della comunicazione.
d)    E’ possibile fornire una consulenza su eventuali finanziamenti pubblici per iniziative culturali a giovani magari intenzionati benissimo, ma che non hanno gli strumenti né il tempo per sapere che potrebbero ricevere soldi comunitari per organizzare concerti o spettacoli teatrali? Sono fermamente convinto che un lavoro del genere costituirebbe già una base solidia per nuove e proficue attività.
e)    E’ possibile superare alcuni contrasti ridicoli, consorterie e clientelismi, che non fanno che danneggiare se stessi e il pubblico? Non fornisco esempi, ma ne ho a bizzeffe.
f)    E’ possibile far sì che dai grandi eventi si sviluppino iniziative piccole e concrete tutto l’anno, che attingano ai finanziamenti destinati all’evento? Ad esempio laboratori legati alla musica popolare o ad altro collegati ad Adriatico Mediterraneo, spettacoli e situazioni che confluirebbero nel grande evento estivo.
g)    E’ possibile, infine, che sia concessa la libertà di movimento necessaria a chi si dà da fare, senza per questo pretendere di controllare o dire sempre la propria? Gli amministratori sono amministratori per questo, in fondo: a un certo punto della filiera devono delegare a chi crea e organizza la creazione e l’organizzazione.

Naturalmente, si fa per chiacchierare…

Pamarasca

6 802
Da oggi, una volta al mese circa, pubblicherò su questo blog alcuni racconti brevi. Li ho scritti negli ultimi 10 anni. Li posto qui così in ordine sparso. Magari non interessa a nessuno. Ma se a qualcuno sì, potete stamparveli, postarli a vostra volta etc. Il primo è questo. Si intitola Proprietà privata, l’ho scritto nel 2002, mi pare.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=9CB0bO8hcQU&feature=watch_response]

Le case in campagna sono così, crescono senza appoggiarsi l’una all’altra. Come le persone di campagna. Sono dolmen più che appartamenti.
Il bambino mi osserva curioso.
Sta sul cancello in legno, bionda sentinella, i jeans sporchi di fango.
–    Ciao
Ho parcheggiato sul ciglio della strada. Lui mi fissava mentre incerto rimanevo dentro, sullo schienale ritto, la mano attaccata alla chiave d’accensione.
–    Ciao
Sono arrivato da lontano. Ai suoi occhi, sono l’uomo che arriva da lontano: non sa ancora se porti bene o male. Non lo so nemmeno io. Probabilmente odio quel bambino.
Ma sono molto stanco.
La casa enorme poggia su un declivio d’erba e ghiaia. Segnata dal vento, nasconde i propri acciacchi sotto un manto d’edera ordinata.
Non avevo bisogno di venire qui. Non avevo voglia né bisogno. Ho guidato tutta la notte, 650 chilometri d’inferno e di autogrill. Sono arrivato sudato e sporco, confuso dalle chiacchiere dell’autoradio, dai bollettini meteo, reportage sul traffico e notiziari sempre uguali. Meriterei un bel sonno.
Prima di venire ho chiamato Giulia.
–    Come va?
–    Va
–    Ricordati di riposare
–    Sì
–    Ma… tutto bene? Cioè, volevo dire…
–    Sì
–    Vorrei essere lì con te… io…
–    Lo so. Già. Non importa.
Deve aver giudicato la telefonata insufficiente. Deve aver pensato di aver messo qualche parola nella casella sbagliata, così poco dopo mi ha scritto un sms.
Ti amo tanto amore mio.

Oh beh, anch’io.

Il bambino è guardingo. Mi avvicino: non devo avere un bell’aspetto, non mi sono rasato né cambiato. Ma ho un abito decente, e la solita aria da tizio di cui ci si può fidare.
–    Sei un amico di papà? Perché hai lasciato la macchina fuori?
Non sono un amico di suo padre. Non conosco suo padre: lo odio, sì, ma non lo conosco.
–    Vuoi entrare?
Ecco cosa hanno i bambini: ti spiazzano. Prendono le decisioni al posto tuo. Volevo entrare? O rimanere fuori? Sostare qualche minuto sul ciglio della strada e poi partire sentendomi un idiota? O sfondare il cancello di legno con la mia saxò e fare irruzione armata nella casa?
Lui ha deciso, sa che voglio entrare. Sa che sono stanco, che alla fine sarò buono. Che quello che mi ci vuole è lui: un bambino.

Sono arrivato all’ospedale alle sette del mattino. Molto lentamente ho cercato posto nel parcheggio, tra centinaia di auto di centinaia di parenti di centinaia di malati. Attraverso il finestrino, sono rimasto imbambolato a fissare l’elicottero sulla piazzola, finché non mi ha destato dal torpore il tizio del parcheggio.
–    Si ferma molto?
–    Dipende
–    Dovrebbe tenere questo
–    Cos’è?
Un biglietto. C’è scritto Sosta per parenti.
–    La prima ora è gratis
–    Ah
Vado dentro.
Mia sorella piange. Mia madre ordina. Mi cugino lacrima. Mio zio tace. Mio padre galleggia.
Galleggia in uno stagno di tubi intricati e piegati come canne dal vento, sul fondo giallognolo del coprimaterasso, acchiappato dalla lenza di una flebo. Un rospo.
D’accordo.
Quanto hai atteso questo istante? Hai sempre detto: quando arriverà dirò la cosa giusta, saprò toccargli il cuore. Troverò una maledetta strada di comunicazione, scaverò un tunnel capace di allacciarci l’uno all’altro e spazzare via i silenzi di decenni.
Mi appoggio al muro, le mani dietro la schiena: come mio zio, e come avrebbe fatto lui.
Ricorro a frasi assurde. Cosa ha detto il medico? Come è successo esattamente? E quando, esattamente? Come se precisare il prima affievolisca il poi.
–    Come stai?
–    Bene
–    Sei stanco?
–    Un po’
Non è un singolo caso il mio: nessun figlio, a paragone, ha fatto niente per il padre. E’ una battaglia persa. Ti attacchi per un po’ al discorso che Sidney Poitier fa in Indovina chi viene a cena, ma dura poco: a Sidney Poitier non può dar torto nessuno, mai. A te, sì.
Vado in apnea. Scrivo un romanzo intero nella mente negli otto minuti in cui resto nella stanza. Un brutto romanzo. Lo fisso, lo guardo, ma sono nel mio pessimo romanzo a ricontare i personaggi. Alex, Claudia, Mario. Alex, Claudia, Mario, Sasha. Lo sfioro con le pupille, non credo se ne accorga. Poi, la scusa.
–    Devo andare a pagare il parcheggio
Vivo di scuse. Di decine di scuse al giorno: potrei aprire una fabbrica di scuse. Scuse per ogni occasione, dalla bocciatura ad un esame al letto fatto male, dal colpevole ritardo a un omicidio. Andrebbero a ruba.
Mia sorella mi abbraccia. Delle poche volte che ci siamo abbracciati, questa è l’unica in cui siamo sobri.
–    Devo andare a pagare il parcheggio – le ripeto.
Annuisce piccola: quasi quasi me la metto in tasca. Esco. Dalla stanza; dalla corsia; dall’atrio, dall’ospedale. Dal parcheggio.

Il bambino mi precede oltre il cancello. Cammina lentamente, attendendomi con discrezione. Fa un freddo cane, il cielo è limpido, il sole carezza i pini e i fili d’erba. E’ un bel bambino, dopotutto. Si muove certo, padroneggia il territorio.
–    Ti piace la mia casa?
Uh. Qui avrei qualcosa da ridire. Siediti un attimo, piccino, che ti spiego. Alla metà degli anni Settanta avere una fabbrica di jeans era come possedere il monopolio dei santini al Vaticano. Mio padre l’ebbe: una piccola, produttiva fabbrica di jeans. Ed ecco cosa fece con i soldi guadagnati: costruì una casa. Una grande casa a due piani in cima a un colle di campagna, con sentieri in ghiaia e prati incolti, una rimessa, alberi assicurati a terra dal fil di ferro un recinto basso e il caminetto. C’era lo stereo con quattro casse: due sopra e due sotto. E un cane.
Ci trasferimmo qui.
Poi i jeans diventano una cosa complicata, le grandi fabbriche si mangiano le piccole, la gente se ne va, il fisco arriva disinteressandosi delle congiunture e della storia e insomma, le solite cose. Fino all’asta.
Ci battemmo, ma il padre del bambino la voleva a tutti i costi. E aveva molti, molti più soldi di mio zio. La casa fu sopravvalutata: da un certo punto di vista andò bene per mio padre. Ma ora che muore, non saprei.
Il bambino mi conduce lungo il prato. Nessuna traccia di adulti. Potrei afferrarlo per la gola, stringerlo a me e rapirlo. Chiedere la casa in riscatto: se volete rivedere vostro figlio voglio quella casa perdio! Ottenerla, vincere la trattativa, forse non ammazzare il bimbo e portare la casa al capezzale di mio padre: ecco, guarda. Guarda cosa ti ho portato.
A cosa servono le parole quando si ha una casa in mano?
– Vuoi giocare?
Il bambino è a due passi da un pallone. Di cuoio.
Sono almeno quindici anni che non tocco un pallone di cuoio.
Ero bravo, una volta. Giocavo portiere nei pulcini, poi nei giovanissimi. E in serie A nel campionato di calcio a 5, prima che cambiassero le regole: si potevano ancora fare i tackle e mi spezzai la tibia. Smisi di giocare.
–    Tirami un rigore – dico
Il bambino fa un’aria soddisfatta. Mette il broncio, arriccia il naso, digrigna i denti e tira.
Alla mia destra. Forte. Molto forte. Che gli danno da mangiare, ai bambini d’oggi?
Mi tuffo.
Mordo l’erba. Mordo la terra. L’erba che è cresciuta sulla terra che mio padre ha comprato per me. Per noi. Minuscoli sassetti schizzano via, mi ricadono sul capo. La terra profuma, una minestra fresca. Sale l’odore. Rotolo.
Il sorcio ha segnato. Non sono riuscito a parare.
–    Un altro – dico mentre vado a rincorrere la palla.
Ora vedo la madre. Il bimbo no: è troppo preso dall’idea di avere un portiere da trafiggere.
La donna esce sulla veranda con le mani avvolte in uno strofinaccio. Come mia nonna. Come mia madre, come un paradigma di tutte le madri del mondo che si affacciano verso i loro figli con milioni di strofinacci nelle mani. Leggo incertezza e paura nei suoi occhi.
Sono uno sconosciuto, gioco con suo figlio. Sono l’uomo che viene da lontano, e di questi tempi non vado molto di moda. Raccolgo il pallone e la guardo. Le faccio un cenno con la mano, sperando di rassicurarla. Salve, sono il fantasma del bambino che giocava qui! Mi riconosce?
Inaspettatamente, mi sorride.
Così mi avvicino, lungo il sentiero di ghiaia che divide la casa dal prato disegnato da mio padre. E impiego molto tempo, un’eternità per raggiungerla. Vorrei essere educato: studio la parte. Dirò: Scusi, sa, non volevo spaventarla, è che una volta io vivevo qui. E’ che questa casa la costruì mio padre, per i suoi figli, che i padri fanno le cose per i figli, anche le case. E ora mio padre è un rospo sul letto d’ospedale. Non immagina i tubi che gli stanno addosso.
Il bambino biondo attende paziente, sa come vanno le cose fra gli adulti: perdono tanto tempo a presentarsi che poi è già ora di scappare.
Finita la ghiaia ci sono le scale. Tre. Le salgo. La donna è immobile, mi guarda. Allora accade.
Ritta davanti a me, nel grembiule azzurro da cucina, le scarpe da casa e lo strofinaccio una sola cosa con le mani, questa sconosciuta è la madre delle madri. La madre del mondo. La mamma del mondo.
E non posso fare a meno, con un pallone di vero cuoio nelle mani, di lasciar andare il capo sul suo corpo, tra la spalla e il collo, nel lieve odore di soffritto, contro il delicato sudore di cucina, cui mescolo le lacrime che non mi aspettavo.