Archivio Mensile:agosto 2010

9 914

Il mio amico del cuore, sempre più brillante nerd, ha da poco dato vita a un sito dedicato alla questione dell’editoria online e, più in generale, al mondo dei libri presenti e futuri.

Una faccenda mica da ridere, sulla quale sarebbe necessario avere conoscenze che non ho. Ma, poiché ho pubblicato un romanzo, mi pavoneggio e dico la mia.

Di tutta la querelle attorno al futuro del libro, quello che mi colpisce maggiormente è la scarsa attenzione tributata alla fantasia del lettore. Si parla di sensi, dell’odore della carta, del fascino della stampa e, di contro, della comodità del digitale; di come sia cambiata la maniera di scrivere, di come cambierà. Dei pixel. Della mobilità.

Ma in fondo, perché un libro è un libro? Voglio dire, perché aver pubblicato un misero romanzo mi fa compiere un balzo in avanti così rispetto al mio vicino di scrivania che ha scritto quattro saggi di sociologia, e ad un amico che gira video da 20 anni? La risposta, suppongo, risiede proprio nella fantasia del lettore: nella particolare forma di condivisione della creazione che caratterizza la letteratura e grazie alla quale un libro è nel contempo un messaggio pubblico e privato.

Qualunque romanzo, anche il più feroce nell’enumerazione di dettagli, pretende dal lettore l’esercizio della fantasia creatrice necessaria alla costruzione di un mondo che esiste solo nello spazio condiviso tra chi scrive e chi legge. E’ una magia.  La parola, si sa, è uno strumento di dubbia utilità e niente affatto preciso: nel momento in cui viene sputata muta forma e contenuto, persino direzione. In un romanzo, questa fragilità si trasforma in forza: chi legge è fruitore e autore, dal momento che immagina alla sua maniera un luogo, un viso, una cadenza dialettale. Certo, entro alcuni limiti posti dallo scrittore: ma con ampio spazio di manovra.

In questo periodo, sto cercando di scrivere un altro romanzo. Quando scrivo, non leggo altro che un’edizione vecchissima di Delitto e Castigo: è una specie di feticcio, lo ammetto. Le manca la copertina e mia madre ci ha scritto a penna una data: 1960. Ora, il romanzo parte letteralmente in quarta e non ci lascia nemmeno il tempo di affidarci ad una descrizione decente. Raskolnikov è un giovane. Il suo appartamento somiglia ad un armadio.
Dobbiamo fare tutto noi, entro il limite geniale messo lì da Dostoevskij, quell’armadio che la dice mille volte meglio rispetto ad una millesimazione del catasto.
Direte voi: che c’entra?, stai andando fuori tema. Non credo.

Perché quel che mi spaventa maggiormente degli ebook è proprio la messa in discussione dell’esercizio fantasioso del lettore. Temo, in altre parole, che in poco tempo un libro creato per il digitale ceda alla comprensibile tentazione di farsi multimediale, di fornire riferimenti precisi, di lasciar meno spazio possibile all’immaginazione di chi legge: perché non mettere la fotografia di un attore per permettere a chi legge di capire come vogliamo sia il protagonista? E soprattutto, che ne dite di una bella mappa, una foto satellitare della strada in cui si svolge la vicenda? E come resistere alla possibilità concreta di far ascoltare al lettore il brano che sta ascoltando un personaggio?
Affascinante, sì. Niente in contrario a questa possibile nuova forma d’arte (vicina, d’altronde, al fumetto o, come si dice ora, alle graphic novels).

Ma se non alleniamo la fantasia quando leggiamo, come potremo usarla poi, scrivendo o compiendo ogni altra azione che profuma di creazione? E’ questo il tarlo che sull’argomento mi ossessiona: la grandezza della parola sta nel vuoto che chi la legge, o ascolta, va a riempire. Nella sua impossibilità d’essere certa e definitiva. Vedere con i miei occhi, in un popup, la ricostruzione dell’appartamento di Raskolnikov: ecco cosa temo.

Va da sé che, in campo educativo e scientifico, si tratta di una risorsa cui attingere in maniera appassionata, come ha raccontato Marco qui. Ma mi piace ricordare, ogni tanto, l’insegnamento di Leonardo Sciascia e riconoscere che il racconto, il romanzo, l’arte in generale sono forme di conoscenza e di esplorazione dignitose tanto quanto la ricerca scientifica. Ma hanno bisogno di una fantasia allenata al vuoto.

Pamarasca

Le immagini del post:

cartello

l’autografo di sensation di Arthur Rimbaud

Lavori per la stazione della metro di Mosca dedicata a Delitto e Castigo

Ora scriverò un post geo-localizzato. Anche crono-localizzato, in effetti.

La mia città a me non piace. Non è colpa sua: non è il mio tipo. A me piacciono i fiumi, e qui c’è il mare, per dirne una. Che mi si potrebbe dire: è una cosa stupida preferire un fiume al mare. Lo so. Anche la mortadella alla bresaola. Che ci posso fare? Ma andiamo avanti.

La mia città a me non piace sin da quando ero bambino, però le voglio bene. Penso a lei spesso.
Ci penso come si fa con il proprio appartamento: “certo che se spostassi il tavolo vicino alla finestra” o “però quel divano dell’ikea da 99 euro qui starebbe bene”. Non è la stessa cosa: una città ha un governo. Bene.

(per inciso, la mia città a me non piace anche perché è la prova tangibile che chiunque, di destra o di sinistra, nel momento in cui beve troppo alla sorgente del potere affoga. Ma non è di questo che voglio parlare)

Voglio parlare bene della mia città.
Perché credo che parlando delle cose belle e buone se ne fanno di migliori, mentre difficile è partire dalle brutte e impossibile dalle cattive.
Ecco quindi una mia breve

Apologia della città che non mi piace

Siamo 100.000 abitanti. Non sono tanti. Anzi, proprio pochini. Eppure, la caparbietà di alcuni ragazzi negli ultimi anni ha dato vita ad una vera rivoltura culturale della quale solo gli anconetani non si avvedono. Questa rivoltura è legata a persone con nomi e cognomi e ha indicato una strada percorribile per migliorare la vita della città e influenzarne persino l’economia.

Se in una grande città è più probabile, ma non scontato, avere a che fare con i bravi artisti e i movimenti culturali, lo è meno in una città italiana di 100.000 abitanti famosa per sua la riottosità. E se in questa cittadina l’hobby più diffuso è quello di lamentarsi di qualunque cosa, allora sembra impossibile che alcune persone siano capaci di portare avanti progetti positivi. Invece accade: perché, oltre alla riottosità, c’è anche, evidentemente, la caparbietà.

Così, se io venissi da fuori rimarrei incantato dagli effetti che la manifestazione Popup ha avuto sulla città: vedrei pescherecci dipinti, edifici affrescati, silos orribili utilizzati come tele per splendidi dipinti. Un monumento come Porta Pia finalmente destinato a nuovo uso. Installazioni temporanee (purtroppo). Popup è, a mio modesto parere, il caso più significativo ed eclatante. Il più bello insomma. Il più da coltivare. Ma non il solo.

La caparbietà di pochissimi ha permesso alla città di svilupparsi in maniera sorprendente sul piano musicale: che si guardi all’attività post-rock (o come volete chiamarla) o a quella elettronica (o come volete chiamarla), gli eventi di qualità altissima si sono moltiplicati anno dopo anno, sono nate etichette coraggiose e artisti che si stanno guadagnando un loro meritato spazio. Questo senza citare il Festival Acusmatiq, che per raffinatezza e qualità metto al livello di popup.

C’è poi, ovviamente, il Festival Adriatico Mediterraneo che, per quanto bellissimo, a me sembra ancora un bocciolo: talmente alte sono le sue potenzialità e profondi i suoi contenuti e significati che spero si svilupperà sul piano della qualità artistica offerta.

E c’è un’attività teatrale istituzionale e off impressionante, per non parlare della danza.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_klK5F7LFl0]

Senza voler elencare altre manifestazioni e iniziative degnissime di nota (come soprattutto questa), quello di cui parlo è una città in cui convivono spiriti “organizzativi” e spiriti “creativi”. I primi sono ragazzi che vogliono fare e hanno idee talvolta strabilianti: lo dico con cognizione di causa perché molti di loro me le illustrano. I secondi sono artisti, attori e attrici, registi, musicisti: un mucchio di gente in gamba.

A questo punto, cosa volete me ne freghi dell’anima bottegaia della città? Dirò di più: cosa volete che me ne freghi di tutti gli anconetani  (e sono tanti) che, sollecitati da anni, non hanno dato alcun segno di interessarsi a quel che di innovativo, creativo e artistico accade nella loro città?
Niente. Proprio niente.

La compresenza in città di persone in grado di organizzare a di altre in grado di agire artisticamente è sufficiente per saltare l’ostacolo della ricezione cittadina. Non solo, è anche in grado di liquidare le vecchie figure ultra-decisionali della politica tradizionale, quelle che, investite di potere amministrativo, decidevano e decidono sulla qualità di opere e manifestazioni senza capirci niente.

Un sogno, d’accordo: ma Ancona, per la vitalità di molti e le piccole dimensioni potrebbe persino diventare un esempio di autogestione culturale.

Naturalmente non ho i titoli per dire cosa si potrebbe fare, partendo da queste cose belle anziché dalle più brutte. Né vorrei finire a far l’allenatore da bar. E però, un paio di cose me le auguro:

1)    mi auguro che i ragazzi che si danno così tanto da fare decidano di realizzare meno locandine e manifesti per gli anconetani e di far di tutto, invece, per dare respiro alle loro iniziative, che se lo meritano. Si superino tutti i confini della comunicazione: la gente arriverà in numero sempre maggiore finché la qualità sarà questa. E la città dovrà adeguarsi.

2)    mi auguro che prima o poi ci sia un’amministrazione in grado di capire l’arte e la musica, non solo di assecondare le persone. Sul piano amministrativo e politico, inutile dirlo, questa città è uno scempio. Nonostante ciò, i ragazzi fanno, organizzano, riescono ad ottenere le briciole di cui hanno bisogno, si dannano l’anima aiutandosi a vicenda. Chissà se ci fosse una politica adeguata e competente nei vari settori.

3)    Mi auguro sinceramente, infine, e senza cattiveria di sorta, che qualche negozio vada in pensione e passi la mano ai giovani, magari aiutati dalla politica di cui sopra, capaci di proporre una mentalità diversa da quella di bottega che, oggi, non porta da nessuna parte.

Infine, mi si obietterà che il mio ottimismo è applicabile solo alla stagione estiva, e che quella invernale è molto meno intrigante. Verissimo. Ma, come ho detto, iniziamo dalle cose buone, non dalle cattive: un passo alla volta :-) .

Pamarasca

Le immagini:

Valeriano Trubbiani (uno dei maggiori scultori europei contemporanei, che vive ad Ancona, ndr.) per Ancona

Pescherecci Popup

Ericailcane a Portapia

Le prove dell’Amleto diretto da Valentina Rosati

Il logo dell’etichetta anconetana HotViruz