Archivio Mensile:luglio 2010

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Ecco che come al solito mi intrometto dove non dovrei. Certe volte sono proprio un sorcio.
Ho seguito alcuni amici nei loro commenti all’arrivo di 4square e, più in generale, l’amplificarsi della connotazione social della rete. Loro sono molto più addentro di me. Professionali. Io, come ho detto più volte, faccio chiacchiere da bar. In particolare, non avendo mai provato 4square, posso solo esprimere una sostanziale antipatia per un marchingegno simile, antipatia che però non limita la mia curiosità.

Le sintetiche ed essenziali considerazioni di Michele mi hanno particolarmente colpito. So che fa del web il suo lavoro, ho la fortuna di collaborare con lui e conosco la sua capacità di lanciare occhiate a 360 gradi: niente entusiasmi facili, niente crocifissioni avventate. Allargando il discorso da 4square alla rete, Michele sottolinea la capacità di questa di eliminare i confini tra vita privata e vita professionale.

In particolare, 4square, permettendoti di sapere cosa fanno e dove la fanno clienti, amici, network, collaborerebbe alla costruzione della fiducia, attraverso la creazione dei rapporti personali. A questo proposito, vorrei portare il mio modesto contributo alla discussione.

1.    Sull’abbattimento del confine tra vita privata e vita professionale, c’è poco da dire. Alcuni la ritengono una gran cosa. Altri no. Io no. Non a questi livelli perlomeno: il vantaggio che ne deriva piega troppo dalla parte della vita professionale e corrobora l’idea che la crescita economica dovuta al maggior lavoro alimenti la qualità della vita privata. Cosa sulla quale non concordo.

2.    Quello che invece mi attrae di più è il singolare concetto di fiducia di cui si parla sul web. La fiducia è una strana pianta, che necessita di dosi equilibrate d’ombra e di luce. E’ fatta di istinto, complicità e raziocinio: ci sono ragioni sondabili ed altre inevitabili dietro la concessione della fiducia.

Essa nasce in determinate condizioni e richiede la condivisione di alcuni sentimenti più che di idee e pensiero. Da quando impazzano i social, se ne parla molto: la fiducia è la base dei rapporti professionali e personali, sempre più intrecciati tra loro. Ma non capisco: la fiducia esiste quando si sa, o quando non si sa?
La fiducia che si sviluppa grazie alla conoscenza delle attività, degli spostamenti, dei gusti, delle considerazioni di un’altra persona in effetti sembra scaturire dall’esercizio di un controllo – benevolo, ma pur sempre un controllo.

Eppure, in termini assoluti, controllo e fiducia sono chiaramente degli opposti: la fiducia esiste laddove io non ho bisogno di controllare le azioni dell’altro: mi fido.

In realtà, considerando il mondo in cui viviamo, trovo piuttosto affrettato parlare di fiducia. Rovescerei invece il concetto. In alcuni casi, i social :

a)    ci permettono di seguire l’altro in alcune condizioni (linguistiche, ambientali, lavorative): condizioni determinate sia dall’altro (come utilizza un social) sia da noi (possiamo seguirlo su fb e su twitter, o solo su uno, o solo sul blog). Questo, a sua volta, ci permette di inventare l’altro. Far sì che si avvicini il più possibile a come noi vorremmo che fosse. Ma questa è una storia lunga, se ne parlerà.
b)    Non ci permettono di alimentare la fiducia ma, al contrario, ci forniscono i mezzi per organizzare la nostra sfiducia. Siamo cresciuti in un mondo dominato dalla sfiducia. L’intera nostra vita si basa sul non fidarsi. I social ci permettono di gestire questa non-fiducia: di conoscere per prevenire, di sondare i punti in comune e quelli che ci allontanano, di verificare la coincidenza di pensiero. Tutto questo è giusto?

Non saprei. Di certo è inevitabile. Ed è possibile che si tratti di un buon inizio: da qui potrebbe partire l’effettiva costruzione di un mondo in cui ci si fida maggiormente. Una volta si diceva che bisogna passare attraverso una cosa brutta per arrivare ad una bella: secondo Engels, per abolire del tutto lo Stato bisogna prima impadronirsene e rafforzarlo; Dante, per poter avvicinarsi a Dio, viene guidato nei recessi oscuri dell’Inferno; l’Uomo Ragno riuscirà ad essere davvero se stesso solo dopo la cruciale battaglia con quel cazzo di costume nero digrignante.


E’ quindi possibile che, per arrivare ad un mondo di fiducia, sia necessario passare attraverso una fase di controllo che ci permetta di organizzare la sfiducia.

Ma strumenti come 4square, sono funzionali a questo?
Non lo so. A me non piace, ma d’altronde non mi convince nemmeno la necessità di avere un reale rapporto personale con un partner di lavoro cui chiedo, essenzialmente, lealtà e correttezza. In un mondo normale, lealtà e correttezza ci sarebbero anche tra sconosciuti che lavorino assieme. E magari in Svezia era così, fino all’avvento della rete :-).

Non è però importante quel che penso io. Importante, mi sembra, è la necessità di utilizzare toni meno enfatici di fronte allo sviluppo della rete social. Parole come sentimento, fiducia, amicizia sono palazzi a dieci piani, e noi ci troviamo nel seminterrato.
La fiducia è una strana pianta, alimentata in via verticale e orizzontale. Che ama il sole, ma anche l’ombra. E’ sufficiente una dose eccessiva di controllo, per annegarla. Una dose troppo striminzita di attenzione, per farla appassire.

La fiducia non è dire, ma tacere.

Pamarasca

Le immagini di questo post:

Para-sorcio, di Banksy

Insula Felix di Valeriano Trubbiani

Una ricostruzione del Panopticon benthamiano

Il cazzo di costume nero dell’Uomo ragno

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Ero ad una festa. La festa era di un amico e come spesso capitava in quegli anni avevo dato una mano con l’impianto, le casse, i cavi. Accanto alla consolle, c’era una tv.
–    Tu ci vai a Genova? – qualche giorno prima
–    Mi piacerebbe, ma sai… e poi… mica si può fare tutto
–    Già
Avevo dato. I cordoni, i cortei, le fughe, le notti da attacchino con la colla fatta a mano, le riunioni. I pestaggi nella metro ordinati dal prefetto.

Ero a una festa. Bevevo vino bianco, c’erano le cozze.
E una tv. Chissà perché.
La notizia della morte di Carlo Giuliani passò proprio di lì. Dalla tv: silenzio, commenti a bassa voce. Incertezza del dj. Mi venne da vomitare, ma non lo feci. Faccio raramente quel che sento. Poi, però, salì.
La rabbia giusta.
Uscii.

Arrivai a Genova di prima mattina. Mi feci a piedi, solo, il lungomare verso lo stadio in cui ci si riuniva. Scogli piatti, costumi, poliziotti. Sale. Incontrai un amico che mi prestò dei soldi: ero partito senza, dalla festa.

L’architettura di Genova era sorvegliata da fucili, elmetti, droghe sintetiche in pupille strette. L’avevano truccata da cattiva, mentre i suoi abitanti cercavano di toglierle quel ghigno dimostrandosi ospitali e solidali. Ma era tardi.

L’aria della morte aveva cristallizzato gli edifici. Tutti i palazzi di tutte le strade e delle piazze trattenevano il respiro: quello di Genova era un petto gonfio e immobile, un teatro di ghiaccio.
Vidi con i miei occhi i finti manifestanti scendere dai cellulari della polizia, mentre una parte del corteo cercava di cantare via la morte del ragazzo dalla strada.
Vidi una città armata, costretta ad avere paura di se stessa.
Sentii la rabbia giusta.

Successero cose.

Alla stazione c’erano controlli. Salii sul primo treno che vidi: era diretto a Milano.

–    Pronto
Monica mi risponde stupita. Non ci sentiamo da anni. Le spiego che vengo da Genova. Che sono salito sul primo treno per Milano.
–    Aspettare qui in stazione non mi sembrava il caso
Mi dice che Certo, posso dormire da loro.
Mangiamo pizza al taglio in via Farini. Mi rimbocca le coperte. Monica era al Ponte con me. La chiamavano la bell’anarchica: che strazio, poveretta.
Nel frattempo, la Diaz.

Seppi più tardi che altri come me, amici della mia generazione, avevano rinunciato ad andare a Genova ma poi, saputa la notizia della morte del ragazzo, erano partiti all’improvviso, senza spegnere le luci di casa, lasciando a bocca asciutta il gatto.

Penso spesso ad un palazzo di Genova in particolare. Era alto, marrone, con balconi stile impero. Era un bel palazzo, con tante finestre, e sembrava voler espandersi, inspirare e allargare le braccia, contenere tutta la città in un disperato tentativo di proteggerla dal male.

Penso spesso a quel ragazzo morto.

Pamarasca

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Molti anni fa, ero a Madrid. Avevo 5 ore a disposizione prima di salire sull’AVE per Siviglia e decisi di passarle al Museo del Prado.

Erano anni che non visitavo una Galleria: sarei potuto andar per gradi. Riabituarmi. Invece decisi di iniziare dalla più bella galleria del mondo.
Lasciai all’ingresso la valigia, un trolley verde che ancora oggi mi tiene compagnia nei pochi (purtroppo) spostamenti che faccio, pagai il biglietto e entrai. Che sarà mai, giusto un po’ di quadri.

Davanti a Las Meninas di Velazquez, piansi.
Perché era bello. E per il tempo, gli anni, che avevo passato senza visitare gallerie.

Mi ero da poco separato (diciamo così) dalla mia ragazza di allora. Ma nessuna delle mie lacrime discrete aveva a che fare con lei. La mia commozione non aveva a che fare con nessuno.
Avevo visto e rivisto quel quadro riprodotto un migliaio di volte.
Naturalmente, era diverso.
Non avevo intenzione di condividerlo con nessuno. Ero felicemente in lacrime, serenamente solo.

Quello che avrei voluto condividere, anni dopo, era il me stesso cambiato dalla vista di quel quadro.
Non l’oggetto, ma il suo effetto.

La condivisione ha mille facce. Non è mai pacifica, né lineare.

Pamarasca