Archivio Mensile:giugno 2010

0 204

Qualche giorno fa parlavo della Fretta e della Furia sul web: nodi proposti dalla rete odierna che affronto, come sempre, con fare amatoriale. Oggi, tocca ai ricordi.

I ricordi sono una faccenda strana. Vengono scelti e selezionati a più livelli, consci e inconsci. Sono diversi per ognuno. Cambiano ad ogni momento e, via via che viviamo, continuano a cambiare. La rotta della memoria è una singolare miscela di bussola, stelle, casualità e desiderio del nocchiero.

Alcuni li teniamo dentro a lungo, finché è il momento giusto di sedersi a fissarli come fossero tv, o di darli in pasto a una cerchia più o meno ristretta di persone.

Nel frattempo, i loro contorni sono mutati: un amore può essere più amore, un abito da bancarella un tailleur di Armani; due ore dieci, o dieci due. Tutto è sottoposto alla lente deformante della memoria personale. Spesso, i sentimenti forti, troppo forti, vengono stemperati e dopo tempo si ripropongono allungati dalla nostalgia, che è un latte di singolare densità utilizzato per scongiurare le tachicardie.

I Ricordi, di fatto, sono materia di poesia. Sono sogni, e desideri. Influenzano il presente prima ancora di essere pensati, con la loro semplice esistenza sotto pelle. Ci compongono, più o meno segreti, come le cellule compongono il nostro organismo. Sono i pigmenti dei colori che utilizziamo per dipingerci.

Oggi, la loro gestione è profondamente mutata. I ricordi vengono gettati nel calderone di un ipotetico presente in rete: siano immagini, testi, racconti, diari, canzoni, sono a disposizione della collettività sin da subito e, di conseguenza, cessano di essere ricordi. Ammantati della presunta oggettività scientifica che, a torto, attribuiamo all’immagine fotografica, vengono staccati da noi stessi dopo nemmeno un minuto, come una cicatrice non ancora secca: li guardiamo da distanti, in una precoce autoscopia. In questo modo, tutti i ricordi diventano validi, omogenei, ugualmente importanti; e tutti i ricordi sono abortiti in quanto tali: si propongono come immagini esterne, non più come elaborazioni interne del nostro sé.

Sono non-ricordi.

Parlo di aborto perché i ricordi, in questa fase, non hanno ancora vita; sono immagini riflesse di qualcosa che vorremmo, un giorno, ricordare. Non sono cresciuti abbastanza dentro di noi; non si sono nutriti con noi, non hanno scalciato dall’interno la nostra pancia, trasformando così il nostro presente. Che, difatti, senza ricordi non esiste.

E cos’è spesso, questa nostra vita in rete, se non un disegno del passato che vorremmo avere? Immagine dopo immagine, filmato dopo filmato, commento dopo post, proponiamo agli altri una biografia in cui la narrazione postuma sostituisce il presente. Non definiamo il nostro passato, non facciamo il nostro presente. Piuttosto, ci impegniamo a colmare il vuoto del nostro futuro, di quando non saremo.

Pamarasca

Le Immagini in questo post:

Kurt Schwitters, Merz 163

Umberto Boccioni, Quelli che vanno

Gipi, da Animals, n. 5, 2009

9 931

Come si sa, sono uno strenuo sostenitore del web. Ottimista impunito, scorgo nello squallore generale qualche esile speranza di miglioramento individuale e sociale grazie alla rete e alla condivisione dei saperi e delle sensazioni. Certo le trasformazioni saranno tante.

Ma visti i casini che abbiamo combinato tutti sino ad oggi, perché non accettarle volentieri?

Del passato, tuttavia, alcuni insegnamenti sono da prendere per buoni: si trovano nei libri, ma anche nei proverbi popolari (ché alla fine, con qualche sfumatura, da millenni diciamo le medesime giustezze).

Ciò che in fretta si fa, presto si rovina

La Fretta sta sostituendo troppo spesso la rapidità. Ci ritroviamo a pensare, camminando, a quel che nel frattempo potrebbe succedere nel nostro network e ci concentriamo sulle ipotetiche occasioni perse anziché su quello che stiamo facendo (e, distraendoci, effettivamente perdendo). Ugualmente, quando ci troviamo in rete, rispondiamo – commentiamo – scriviamo ma soprattutto leggiamo in maniera famelica, come dovessimo ingoiare ogni secondo di conversazione, ogni briciola di immagine, ogni brandello di canzone.

In alcuni casi, anche i nostri messaggi privati vengono contagiati dalla Fretta: come se l’altra persona stesse scappando, come se domani fosse troppo tardi, come se le idee che abbiamo ora potessero fuggirci dalla mente.

Con il tempo, in passato, le idee si consolidavano; si formavano; maturavano; si definivano. Ora, action-painting concettuale, le buttiamo fuori immantinente convinti sia la forma abbozzata la migliore. Timorosi che vadano perdute nel nostro labirinto neuronale. Per nulla certi di saperle lavorare.

Questa fretta, in certi casi che ho avuto la sorte di conoscere, ha conseguenze paradossali e indicative. Vi ricordate American Psycho? La trovata più geniale del romanzo di Ellis, a mio parere, è l’incapacità da parte del personaggio di riconoscere le persone: confonde continuamente visi e nomi, ma non sbaglia mai la marca di un abito, il drink, il colore di una giacca. Osservando certi comportamenti sul web, mi è tornata in mente quella trovata: perché sempre più chi frequenta i social network ricorda esattamente quel che ha detto, ma non ricorda a chi; ricorda cosa ha sentito, ma non ricorda chi l’ha detto. E non parlo solamente di facezie: ci frequentiamo tutti di più, ci conosciamo tutti di meno.

E non c’è tempo. Non c’è mai tempo.

Impariamo allora a riprendercelo il tempo: viviamo una rete consapevole, incantiamoci davanti a un tramonto senza bisogno di fotografarlo e di postarlo ad ogni costo e, soprattutto, immediatamente. La presenza di ognuno di noi non è indispensabile, e la fine sarà sempre la stessa, web 2.0. o no.

Occhio per occhio, dente per dente

Al contagio della Fretta s’affianca quello della Furia. Come alcuni di voi sanno, il concetto che più mi sta a cuore tra i tanti mutuabili da Rheingold riguarda il dolore: in rete, dice R., non vedi nell’altro il dolore che provochi: è necessario, per questo, un approccio educativo di grande spessore per evitare derive. Bene. Ma intanto che questo approccio non arriva?

Da bravo anarchico, ho sempre pensato che la rete possa autogestire questo genere di problemi. Ne sono ancora convinto, ma forse, prima, bisogna farsi passare la sbronza degli ultimi mesi/anni.

Come capita a molti ubriachi (e sono un esperto) la sbronza diventa aggressiva. Eccoci allora, in rete, ubriachi delle nostre connessioni, capaci di durezze inconsulte, di critiche (non “ragionate” perché, ovviamente, frettolose) feroci, di gesti d’affetto, anche, esagerati se rapportati alla persona cui li destiniamo. Non valutiamo noi stessi, prima di agire; non abbiamo alcun interesse nei confronti delle conseguenze di quello che diremo.

Naturalmente, generalizzo. Ma credo che diverse persone possano riconoscersi in quello che dico che, come sempre, non è particolarmente originale. Il rischio in questo caso? Il male. Quello che si può fare dicendo/scrivendo del male, ma quello che si può fare anche dicendo/scrivendo un bene maggiore di quel che si può dare.

Cautela. Ci vuole cautela, e sobrietà. Una doccia fredda, il mattino dopo la gran bevuta. Una considerazione del prossimo per quel che è, e non per come lo pensiamo noi

pamarasca

Le immagini in questo post:

Facebook Msn

Peter Bruegel, Giochi di fanciulli

Come diventare Pollock con un mouse (…)

108

Questa cosa delle presentazioni del romanzo. Uno ci prende gusto. Perché poi scopre luoghi, getta sguardi, conosce persone che sarebbe stato proprio un peccato non incontrare.

NEI LUOGHI
(che poi proprio il giorno prima mi si è spaccata la macchina fotografica e quindi niente reportage)
A San Lorenzo era tanto che non andavo, ma proprio tanto. L’ultima volta fu per una manifestazione contro la guerra, con riunioni in via dei Volsci e corteo disturbato dai soliti carabinieri – noi anarchici in fondo, come sempre, a prenderle di santa ragione.

Ritrovo un quartiere cui Termini, lunga e liscia, fa da spartiacque. Un luogo di orgoglio e rude gentilezza, misto. Dove puoi rivolgerti al barista: “posso chiedere un’informazione?” e lui torvo: “Dipende”, come in un film con Franco Nero.

Dentro San Lorenzo c’è questa libreria che vorresti nella tua città. Persino il pavimento è rilassante, qualcuno lavora ad un pc, i volumi stanno comodi sugli scaffali. Si rilassano: quasi disinteressati, non si mettono in mostra: la funzione negozio lascia il passo alla funzione spazio. Dopo qualche minuto, la sensazione è di trovarsi a casa di un amico: guardi i titoli sulle coste, sbirci tra le mensole. In fondo c’è un bancone vagamente vintage, da drogheria.

Il mio vecchio mestiere di barista mi induce a guardare con tenerezza e simpatia i proprietari, appassionati di scrittura, mentre versano vino e martini nei bicchieri con eccessiva delicatezza, l’occhio attento al livello, la mano concentrata sullo stelo. Sorrido quando noto l’incertezza nel depositare la bottiglia tra le altre, sulla mensola affollata. E i calici tenuti così, come si tiene la testa di un bambino.

Loro sono di libri, e di disegno. Lo si capisce da come parlano, da come guardano le cose e le persone. Da come disegnano con gli occhi. Non sono di frigo e di bancone, di fette d’arancia, o gin. Ma lo fanno come padroni di casa, e l’assenza di mestiere è, al tempo stesso, la conferma della loro grazia. Non è un caso se i bicchieri sono troppo pieni: è maggiore il timore di essere inospitali, che quello di perdere guadagno.

NELLE PERSONE

Chiara che mi presenta ha portato un suo brano bellissimo, che ben si addice al mio romanzo: lo vorrebbe leggere all’inizio, ma poi la cosa le sfugge di mano, continua a parlare del mio libro e non lo legge più. Eccolo qui, allora. Leggetelo voi. Chiara ha setacciato con attenzione le pagine che ho scritto e naturalmente dice cose cui non avevo mai pensato: quando qualcuno parla di quel che fai tu, allora ti accorgi di quanto sia importante la relatività. Chiara, preziosa e competente, è stata chiamata da Giusi, la vera artefice della presentazione.

A lei, che fino ad oggi non avevo mai incontrato se non in rete, ho scaricato l’incombenza e per un attimo, prima di iniziare, mi accorgo che non le ho mai nemmeno chiesto se il mio libro le sia poi piaciuto.

Dal canto suo, Giusi ha raccolto un plotone creativo e battagliero: il genere di persone che sulla spiaggia resta con la maglia addosso, che si stupisce dell’aggressività delle persone, che disegna (e si vedrà) sui tovaglioli, sui fazzoletti, sul dorso delle mani. Le persone che piacciono a me.

C’è anche qualcun altro, che merita menzione. Una affettuosa delegazione della mia famiglia; Monica; e Raffaella, che è la prima persona che incontro nella libreria:
–    Scusa…
–    Si, mi sposto subito
–    Ma… ti conosco
–    Ma… sei…
–    Venivi al Thermos ad Ancona
–    Ma sì! Che ci fai qui?
–    Presento il mio romanzo
–    Il tuo romanzo???
–    Sì, e tu?
–    Vivo a Roma
–    Vivi a Roma???
–    Sì. Ho una bambina…

E via dicendo. Che bella coincidenza, e buffa. Come, in fondo, quella che vede Marco, rappresentanza anconetana in libreria, e Giusi nella stessa casa solo due giorni prima. Vabè: l’ottimista direbbe che conosce tante persone in gamba. Il pessimista che le persone in gamba sono così poche che le conosce tutte. Andiamo avanti.

I ragazzi mi fanno domande cui cerco di rispondere: è stimolante, pensavo tutto si risolvesse con il canonico silenzio finale e invece chiedono, e via via che chiedono mi accorgo, ancora una volta, del mio egocentrismo e del mio desiderio d’essere scoperto.

Sono un bimbo che gioca a nascondino, e non vede l’ora che gli si faccia tana.

FUORI
Roma è piena di sole. Dalle finestre i mondiali di calcio, ai bar chinotto o vino bianco. Dopo la presentazione andiamo a cena da Marcello: qui scatto le poche fotografie di questa giornata, grazie alla macchina di Giusi. Checché se ne dica, la nostra tavolata è una specie di All Stars della timidezza. Se ci fosse un premio per questo, lo vinceremmo. Ma, naturalmente, non andremmo a ritirarlo :-)

Ecco che, infatti, le tovaglie si riempiono magicamente di scritte e di disegni, i bicchieri di vino e amari, il marciapiede di cicche di sigarette (non le mie: lo sanno tutti: ho smesso). E però anche la serata di sorrisi abbozzati, sguardi da fumetto, parole che pian piano ci definiscono l’un l’altro. Profili che si osservano. Confidenze tra le righe. Avrei voluto chiedere di più a chi era con me della sua vita, ma va bene così, capiterà; ho passato una bellissima serata: grazie ai Caltariani & Compagnia, quindi. Grazie di cuore.

Si, uno ci prende gusto. Ad essere se stesso, ogni giorno un po’ di più.

(e per finire in bellezza, il giorno dopo passo la serata qui)

2 407

Le prime fascette per il romanzo. Grazie a Voi.

Scrivono del romanzo a modo loro, ovvero con molta poesia, anche Anna e Rossella, il cui romanzo, a sua volta, è proprio in questi giorni in uscita con Mondadori.

Altre fascette:

Pamarasca

3 491

Avete presente quelle fascette che si aggiungono ai libri in commercio, sulle quali campeggiano gli elogi del New York Times, di Nick Hornby o di un critico famoso? Ecco, ho pensato di prepararne qualcuna fai da te. In fondo, sebbene si tratti di un romanzo tradizionale, siamo in era di social network: il rapporto tra autore e lettore cambia, l’anarchia di giudizio rappresenta un criterio.

Da quando il mio romanzo è uscito, mi ha scritto tanta gente. Amiche e amici, per lo più, ma anche conoscenti, persone che non ho mai visto ma frequento sporadicamente sul web e, infine, sconosciuti. E’ una figata, tranne che per quelli malati di biografismo che magari, dopo aver apprezzato la mia breve fatica, scopriranno che sono un deficiente come gli altri. Succede.

Non sono bravo a darmi un tono.

Il mio sogno, comunque, è che siano queste parole che mi arrivano ad essere incluse nell’immaginaria fascetta che circonda il mio romanzo, i miei pescetti. Perciò, posterò qui alcune delle righe che mi hanno toccato, commosso, fatto pensare, turbato, spinto ad un sorriso autocompiaciuto.

Farò le mie fascette. Sebbene virtuali. Ecco la prima.

Pamarasca

0 191

Scrivo spesso di dubbi: sono più interessanti delle certezze, e quando scrivo di web 2.0. divampano. Guardo dai bastioni e attorno solo marketing e vendita; lavoro 24h su 24h, con la solita scusa: mi piace il mio lavoro (e grazie, fai solo quello)

Ieri, però, ho scelto di vedere la cosa da una diversa prospettiva e di considerare la nuova rete come produttrice di qualcosa cui da tempo non pensavo. Le utopie. Non i progetti, i percorsi, le idee, le ideologie. Ma proprio le utopie. Quelle che non si realizzeranno, ma che ti senti realizzato tu, pensandole.

Mi spiego. Anzi, ci provo, ché il terreno è impervio. Ed io, come sempre, sono profano: chiacchiero nei bar.

Le grandi novità tecnologiche del nostro mondo ci hanno abituato al primato della scienza, tanto che, oggi, i film sui matematici fanno mangiare polvere a quelli sui poeti e i programmi cult della tv ti spiegano come è fatto il tubo di un lavello. Un percorso iniziato tempo fa e sul quale non è il caso qui di soffermarsi [basta leggere La scomparsa di Majorana di Sciascia e Il Visconte dimezzato di Calvino, per capirci]

Quel che conta è che nel corso degli anni sono esplosi i fatti. Fatti ovunque. Ce ne siamo circondati come il bimbo di giochi, il consumista  di acquisti, il maniaco di feticci.  Concreti o mediatici che fossero: non stiamo qui a sottilizzare. Inventati o reali, sempre di fatti si trattava.

Tutti questi fatti ci hanno spinto a porre una presunta Verità sopra ogni cosa: ma una verità verificabile, misurabile, effettiva. Una cosa esiste. Un’altra non esiste. Punto. Paradossalmente, una scienza sempre più proiettata verso l’infinito ha chiuso il recinto dei nostri pensieri, che hanno finito per prendersi carezze sul muso dai bambini senza ribellarsi.

Da un lato, il Web odierno corrobora questo stato di cose. Insomma, diciamocelo, è appena arrivato e lo abbiamo riempito di mercato, ingozzato di marketing e strategie, letteralmente abitato di spot che pubblicizzano marchi e persone, di vendite porta a porta e esperti di commercio che, dopo il fallimento della new economy, non possono credere alla possibilità di riciclaggio che si trovano davanti.

Però

Però ecco che dall’altro il Web si lancia in un terreno dimenticato. Un mare che si era ritirato, un deserto di navi arenate fotografato da McCurry. Il mare delle utopie. Che non sono fatti, e non sono sogni, né fedi, né speranze. Ma utopie, parola che non conosce eguali, o traduzioni.
E non è che alimenti le utopie, il web: le crea.

Lo fa attraverso la straordinaria positività di molti suoi frequentatori e la possibilità, innata, di inanellare risultati inaspettati grazie alla condivisione permanente. In questo modo, spinge le persone a immaginare: a confrontarsi non solo con i risultati ottenuti, ma con quel che non esiste. Con i pensieri e le parole, più che con i fatti.

Da bambino, amavo disegnare. Mia madre mi spingeva a fare un gioco: tracciava una linea, una curva o una forma sul foglio e mi metteva la matita in mano: continua tu, diceva.

Questi pensieri, lo ammetto, mi hanno fatto andare a letto più sereno.

ciao

Pamarasca

Le immagini in questo Post:

La Trota di Gustave Courbet

Composition VIII di Vassily Kandinsky

Un pensiero rinchiuso