Archivio Mensile:maggio 2010

6 613

È un casino. Ho scelto di passare 8 giorni di studio, gambe e affetto: non posso certo pretendere di descriverli in un blog. Servirebbe un post per il salone del libro. Un post per gli amici di Verdenero. Uno per le cabine telefoniche di Bologna. Uno per ogni persona presente all’Utopia a Milano. E così via.

Sono stato a Torino. Dormivo a casa di Emiliano e Paola e finalmente ho conosciuto la loro bambina, Elena. Sono salito al museo della montagna per vedere le alpi. Me la sono fatta a piedi fino al Lingotto per tre giorni.
Ho incrociato una signora torinese con un cane preso al canile che si è fatto accarezzare. “Perbacco” ha fatto la signora “non succede mai”. Le signore milanesi, quelle dai sessanta anni in su, sono più eleganti di un Degas. Sarei stato a guardarle tutto il giorno, davanti alle pasticcerie. Ma siccome ho scritto un libro, sono andato al salone del libro.

Qui apro una parentesi: (un inizio di quell’affetto che mi aspettava a Milano l’ho toccato con mano allo stand di Verdenero, collana bella e coraggiosa creata da un amico che si è circondato, manco a dirlo, di poche persone belle e in gamba. Un’alchimia allegra e fruttuosa, la loro. Come quella tra me e Alessandro&Barbara, presenti anche loro per un giorno. )

A Bologna sono andato in albergo. Ho scattato tante fotografie. Ho percorso chilometri per salutare una città con cui ho avuto quel genere di amicizia che si riserva ai compagni di viaggio, destinati a separarsi dopo poco.

(un seguito di quell’affetto che avevo incontrato e mi aspettava l’ho toccato durante una bellissima serata con Mimì, che non ringrazierò mai abbastanza per la vicinanza. Ma anche, prima, in una strana serata anconetana finita davanti a un bancone con Paolo G., incontro imprevisto e naturalmente bello. E, infine, in un incontro con Maila, conterranea d’adozione emiliana che conoscevo solo per le righe scritte)

Ho anche fissato la presentazione del mio romanzo: il 22 settembre, alla libreria/locale Modo Infoshop, presentato proprio da Mimì Clementi. Se a Torino sono passato per il libro che ho scritto, a Bologna camminavo per quello che sto scrivendo. Quindi tutto bene.

Di Milano preferisco non parlare. Mi ero ripromesso di raccontare la presentazione alla Libreria Utopia in ogni dettaglio, amico per amico, viso per viso, frase per frase. Ma più passano i giorni da quello strano incontro, più ogni descrizione dell’evento sembra sciatta, improvvisata, incerta. Non sono ancora uno scrittore così bravo. Posso solo dire che mi sono sentito come una pianta sotto un acquazzone estivo, e non sono stato il solo. E rivedendo qualche foto di quel giorno, noto una luce diversa nei sorrisi di ognuno: grazie.

Ora sono tornato. È arrivato il caldo, pare. Il porto sembra sempre uguale, e invece ci sono passate migliaia di persone in questi giorni. Insomma, come me.

pamarasca

10 865

Prima di tutto grazie. A quelli, tanti, che sono venuti alla presentazione de La qualità della vita e al palpabile affetto che mi ha circondato fino a tarda sera.

Poi, scusate: quelli cui ho scritto dediche sgrammaticate o insensate: la penna si muoveva con largo anticipo rispetto al cervello.

E ancora, scrivete: alla presentazione eravate tutti amici, quindi senza remore, se vi va, scrivetemi quel che ne pensate: mi farà bene in ogni caso. Scrivetemi qui, in forma di commento, o su fb, o dove volete.

Sino ad ora ho ricevuto solo feedback positivi e, come molti di voi sanno, il mio ego non ha esattamente bisogno di essere ingozzato. Quindi, se avete critiche o perplessità, se dopo due pagine l’avete abbandonato, o se rivolete i soldi dell’incauto acquisto, beh, scrivete anche queste cose.

Se invece vi è piaciuto, vi chiedo di essere amici anche nella promozione: una cosa che, con le piccole case editrici, si dovrebbe fare sempre. Una buona abitudine, che nel suo piccolo scardina le regole di un’editoria sempre più in mano ai colossi, padroni di case editrici-distributori-librerie. Come si fa? È semplice: se avete un account su anobii, inserite il libro, se vi va scrivete una recensione, o consigliatelo; su facebook, se siete fan di pagine di lettori, suggeritelo, o trovate altri modi di parlarne. Lo stesso su twitter.

Non vi chiedo certo di mettervi a fare pubblicità per me: solo di favorire il piccolo ma prezioso passaparola che potrebbe nascere sul web. Se vi va. Io, ci metterò del mio.

Infine, grazie a Luigi, amico e poeta dalle qualità umane e letterarie eccezionali: spero di poter presto presentare io la sua raccolta di versi.

Insomma, vabè, vi voglio bene.

pamarasca

Le foto fatte alla presentazione sono di Alessandra 😉

Le foto della splendida micia intellettuale di Michela :-)

Era il 2002. Al Thermos, il mio ex locale di Ancona, facemmo una serata per Emergency. Per l’occasione, assieme all’amico autore e attore Michele Cantarini scrissi un breve testo di teatro comico. Si intitolava A Beautiful Mine e parlava di Berlusconi e di Emergency. Alla responsabile di Emergency, Giovanna, piacque e naturalmente dissi che potevano farne quel che volevano.

Ho chiesto loro di pubblicarlo qui. Non perché sia un capolavoro, ma perché da allora sono passati 8 anni e, beh, potrei averlo scritto ieri… non c’è niente di comico nel riproporlo, insomma.

A BEAUTIFUL MINE

SCENA: Il palco è tempestato da una serie di luci bianche a fascio (par) che simulano, come si vedrà, la presenza di mine. Il protagonista, nel corso del monologo, si muove con esasperata circospezione tra i fasci. Sull’ultima battuta, mette il piede su una luce e esplode.

Ero il capo di un governo. Di un governo occidentale ben nutrito, con una buona vista, dotato di comfort vari. Non un grand hotel del globo, ma un meuble dignitoso, egregiamente piazzato nella scala dei valori dell’occidente industrializzato. Sei mesi dopo le elezioni, ero sereno.

Il protagonista cambia atteggiamento (inizia a parlare al presente).

Sei mesi dalle elezioni: sono sereno. Sto bene. Godo dei vantaggi dei sondaggi pilotati. Delle coccole della stampa controllata. Ogni giorno al mattino mi alzo con questo bel sorriso, che piace tanto al 98% dei miei concittadini. L’altro 2 %, si sa, pilotato dai sindacati, boicotta tutti i dentifrici… ma non importa. Sono superiore. Il sorriso è superiore: un sorriso da ballerino di musica latina       segue parodia del ballerino

Nel MIO paese fila tutto a meraviglia.
Il lavoro – ce l’ho.
La Sicurezza – garantita (sullo sfondo immagine della manifestazione di Genova)
Le pensioni – meglio degli alberghi.
La sanità…
La sanità… ecco… quella non va. La sanità è un problema. Non funziona, la sanità… e non posso mica licenziare i dottori in blocco, demolire gli ospedali e lasciar su le cliniche private – no, quello può funzionare con la scuola, ma con la sanità è diverso.
Ho bisogno di un piano. Un piano che mi permetta di rivoltarla come un guanto: a me i miei fidi collaboratori, li riunisco tutti assieme: ordine del giorno: rinnovare la sanità del MIO paese.

Poiché sono in buonafede, il primo passo del mio piano consiste in un ordine severo impartito ai collaboratori: li sguinzaglio per il mondo alla ricerca dell’apparato sanitario che funzioni meglio. Poi… Poi lo compro e lo trapianto: in fondo si parla di dottori – e il 92% dei miei concittadini è favorevole ai trapianti – l’8% agli espianti… comunisti!

Era un buon piano. Qualcosa non è andato, visto che mi trovo in questa situazione ora, ma era un piano ottimo. Perfetto. E tutto sembrava proprio andare per il meglio.

Torna al presente.

I collaboratori tornano, coperti di scartoffie diapositive video grafici statistiche SONDAGGI e la cosa si fa semplice, perché concordano tutti sul risultato delle indagini – unanimi: l’apparato medico che funziona meglio d’ogni altro sulla terra è quello di Emergency. Emergency…
–    Emergency… Emergency, devo aver visto qualcosa… è per caso l’ospedale di Chicago, con quel pediatra belloccio e quel chirurgo nero?
–    No signore, è un’associazione di volontari.
–    Volontari?
–    Sono persone che fanno le cose perché vogliono farle, signore.
–    Come me. Dunque sono un volontario, io. Ah, ogni giorno se ne impara una nuova.
–    Il fatto è loro non prendono soldi, signore. Non per sé.
–    Ah
(la cosa, come si intuisce dalla mia espressione, mi sorprende)
Risulta che quest’affare, Emergency, è una specie di serpentello strisciante che s’insinua tra monti, grotte, dossi e valli e mette su in quattro e quattr’otto ospedali da campo, centri di emergenza, campi di primo intervento.

E i medici, pare, viaggiano persino in groppa ai muli, a cavallo, a piedi, in skateboard pur di raggiungere i malati, e restano lontani da casa, distanti dalla propria famiglia, per curare bambini con i quali spesso non spartiscono nemmeno il colore della pelle. No. Non li capisco. Ma mi piace.

Emergency mi piace perché:
a)    litiga spesso con l’Unione europea e con l’Onu, cosa che volentieri faccio anch’io.
b)    Preferisce i fatti alle parole, cosa che spesso dico anch’io.
c)    Non vuole i soldi, e non è male, essendo i soldi miei.

Ma se non vogliono soldi, come cazzo faccio a portarli qui nel MIO paese?
La riunione si fa agitata. Fioccano le proposte dei collaboratori. Potremmo offrire loro un forfait di bambini malati. Un contratto con i dottori, che so, promettergli 1.200.000 nuovi bambini malati per l’anno che verrà. Potremmo mutilarli noi: anche per riportare ad un attivo ragionevole l’industria dei machetes nel paese, che al momento è sotto del 9.000% rispetto a quella del Ruanda. Non possiamo mica farci superare dal Ruanda. Sono medici: non potranno rifiutare offerte del genere.
… Sono buone proposte, è vero. Ma non bastano. Non sono abituato a trattare con chi non vuole soldi (l’ultima, mi pare, fu mia madre).
Ma è un bel mattino. Il sole splende sul mio sorriso – sono di buon umore – i sondaggi mi danno al massimo della forma e dunque SONO al massimo della forma. Devo solo concentrarmi. Concentrarmi e pensare – come un uomo d’azione, trovare il nocciolo della questione:
Cos’è che muove questi uomini? Cosa li porta in certi luoghi? Perché vanno proprio lì?
Cosa c’è di tanto prezioso in quei paesi oscuri, dimenticati da dio e dal turismo organizzato?

LE MINE.

Le mine! Sbotto, erompo, i collaboratori trasaliscono – m’impongo: Le mine! Improvvisa come un’illuminazione biblica, la rivelazione sul monte, o nell’orto, una cosa insomma che scende dal cielo con la precisione d’un aiuto umanitario americano per finire dentro la mia testa: Diamogli le mine, e verranno da noi. Le mine è ciò che vogliono, e noi gliele daremo. Andate, ora, e portatemi le mine. Migliaia, milioni di mine. Che vengano a me, le mine!

Ora, il problema è: come minare il territorio del proprio paese senza destare sospetti?
Varie soluzioni:
a)    Lanciare le mine sul mercato. Un buon lancio pubblicitario fa miracoli: spot in tv, manifesti a grandezza naturale, uno slogan. Trovare uno slogan, una canzone, ce n’era una che parlava delle mine, quella… A beautiful MINE, mi pare, sì… uno slogan adatto: ESPLODIAMO DI SALUTE… si dice esplodiamo di salute, mica implodiamo di salute, ci sarà un motivo: prendi una mina ed esplodi di salute…
b)    Dichiarare una guerra civile. Ho certi amici a Campobasso che potrebbero occupare il municipio. Così, mi devono un favore, gli trovo un lavoro: occupano il municipio con i parenti e dichiarano uno stato indipendente. Così, sono costretto a dichiarare una guerra contro quella secessione e, si sa, una cosa tira l’altra.
c)    Legiferare. Mi piace legiferare. In fondo, perché sforzarsi troppo, mi basta fare una legge. Chi governa fa le leggi… ed io governo. Si tratta semplicemente di far capire al paese l’utilità sociale di mine piazzate da tecnici competenti. E non può certo essere messa in discussione: addio problemi di traffico: parcheggi minati anziché riservati, un po’ di tecnologia a basso costo e BUM, il non autorizzato si trova dritto in aria e sfracellato per aver maldestramente parcheggiato (notare la rima: poesia sublime delle mine). Addio alle manifestazioni sediziose: percorso minato e non ai margini blindato, niente più sprechi per la polizia di Stato, il manifestante distratto esce dal corteo per prendere un gelato e anziché venir manganellato finisce dalla mina stritolato. E al cinema, posto prenotato e subito minato. Allo stadio, nelle piazze…
Legiferare è l’idea migliore. Sì.

E io legifero. Come dubitare delle mine? In poco tempo i parcheggi minati vanno a ruba. Si mina la linea delle porte di calcio: se il pallone supera completamente la linea BUM, la porta esplode e è gol: eliminato il problema dei gol fantasma in campionato (l’unico fantasma, al limite, sarà il portiere).

Cambia atteggiamento e passa all’imperfetto.

E’ chiaro che si trattava di un ottimo piano. Ma se sono in questa situazione ora, qualcosa non era andato liscio. Non come doveva almeno. Ed io devo capire, devo ricordare e poi capire. Perché il piano, quello era perfetto.

Di nuovo al presente.

L’incremento delle mine è immediato. Forse mi sfugge un po’ di mano: l’idea delle mine nelle scuole no, quella è  buona: Emergency si preoccupa molto dei bambini, perciò via ai tornei di mina avvelenata nei cortili, al gioco del quarto cantone minato, a nascondimina

Anche la scelta delle mine sembra quella adatta: tutte le prendiamo, a pappagallo, a palla, a gioco, ufo, stroboscopiche, millimetriche, minimali, d’autore, d’alta moda: Emergency s’intende di mine, le conoscono, verranno ad apprezzare la nostra varietà.

E la politica estera. Un tocco degno del miglior Richelieu per cancellare ogni tipo di concorrenza. Il mio fiore all’occhiello: faccio così, smino tutti  quei paesi afflitti dalle mine inesplose, mando torme di artificieri e bonifico quelle zone di deserto piene di bombe che non si capisce poi che ci vanno a fare, nel deserto, a passeggiare? Faccio una bella figura a sminare tutti i territori, e intanto annichilisco la concorrenza: grazie a me, nessun paese ormai può vantare il nostro numero di mine.

Ma non sono venuti. Ecco cosa manca: Emergency non è venuta. Il mio ottimo programma di risanamento sanitario è saltato (letteralmente) perché quegli snob di dottorini non si sono fatti mai vedere. Da una settimana sono qui nel giardino minato della mia villa di campagna, ed ogni giorno ripercorro la storia per capire il motivo della loro assenza, senza trovare una risposta. Il piano era perfetto.

E loro? Loro mandano solo questa busta, con su la loro strana E, resta sulla mia scrivania minata finché la apro – un primo passo, un contatto, apro la busta e dentro trovo solamente questa scatola, la scatola d’un gioco di battaglia navale. Un codice, un messaggio cifrato. Vengo in giardino per aprirla e dentro non c’è il gioco, ma solo un bigliettino:
P2: Affondato.