Archivio Mensile:aprile 2010

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I social media hanno alcune controindicazioni. Ad esempio, a me capita una cosa fastidiosa: aumenta in maniera esponenziale il numero di quelli che mi dicono, tra un post e l’altro, che se non ho intenzione di parlare con chi si definisce fascista significa che non sono democratico. “il fascista sei tu”, sostengono. Uhm.

Scrivo quindi questo post per avere sempre a disposizione un link da postare in replica a simili affermazioni. Piacendovi, potrete utilizzarlo anche voi.

Due premesse: la prima: non ho intenzione di filosofeggiare sull’essenza del fascismo, né di assecondare quegli speciosi paragoni che di solito si portano avanti tra fascismo e comunismo. Mi limito a dire che no, non sono comunista. Ma che comunque c’è una certa differenza.

La seconda, doverosa: non negherò mai di avere amicizie decennali con persone di destra. Non è che ci parli molto :-), ma gli voglio bene e se capita di farsi una birra o una partita a biliardino, ok. Non sono così bigotto, e prevedo ovviamente le eccezioni al quel che sto per dire.

Ed ecco quel che sto per dire:

La democrazia è un sistema, non un ideale: nasce ed esiste per tutelare le società dal potere di uno o di pochi (si pensi, esempio classico, all’ostracismo degli ateniesi). A ben vedere, essa diviene un ideale in contrapposizione ai totalitarismi, poiché è l’arma migliore per combatterli o addirittura prevenirli. Il fascismo, al contrario, prevede potere ai  forti,  sopraffazione dei deboli, utilizzo della violenza, presunzione di categorie razziali. Insomma, è un totalitarismo. Le due cose non possono convivere, è chiaro.

Per questo, come accade con le lingue, che si parlano entro i confini in cui sono comprese, mi esprimo in maniera democratica entro i confini della democrazia. E il fascismo è ben al di fuori di questi confini. Esso non partecipa per definizione alla democrazia ed è dunque paradossale che un fascista mi accusi di “anti-democrazia”: è come uno che pretenda di giocare a polo cavalcando un cingolato.

Mi è stato anche detto che quando smetto di parlare con chi esibisce celtiche o altri ameni simboletti non mi dimostro “aperto al dialogo”. Mi si è chiesto: “perché non cerchi di convincermi?”.

Fermo restando che è caratteristica delle fedi religiose quella di convertire tutti i passanti al proprio dio (brrrr), e che così dicendo si considera l’idea politica alla stregua di una fede (brrrr), alla seconda domanda rispondo facile: non provo a convincere uno che si dichiara fascista perché la vita è breve e ho di meglio da fare.

A proposito dell’apertura al dialogo, invece, ecco cosa penso:

il fascista non dialoga. Non sa cosa sia il dialogo, che concepisce come un banale gioco di attacco e difesa. Egli nutre invece una morbosa passione per lo scontro che, per sua disgrazia, nella nostra società è sempre meno fisico. Il suo scontro verbale si esplica nella volgarità da un lato e nel citazionismo dotto dall’altro, dove le citazioni hanno più o meno la valenza che il ju jitsu avrebbe nello scontro fisico (ma un esperto di ju-jitsu vi dirà che lo usa male chi lo usa per far male, si sa, e lo stesso vale per la cultura, si sa). A volte, il gioco di attacco e difesa su facebook è particolarmente divertente; ma, alla lunga, uno si accorge che il dialogo è anche quello, ma è soprattutto un’altra cosa.

Vi state annoiando? Ho quasi finito.

Il fascismo è violento. Per definizione. Non dico che tutti gli individui che si dichiarano fascisti siano dei violenti, ma che al fascismo è connaturato l’esercizio della violenza, previsto ideologicamente. Per quel che mi riguarda, sono amico di molti non-violenti, ma non appartengo a questa nobile schiera. Tuttavia, sono chiaramente un anti-violento, il che è leggermente (mica tanto) diverso. Odio con tutto il cuore la violenza di qualunque genere: dalle lettere maiuscole quando si scrive su facebook alle risse, da ogni guerra a quel che accade entro troppe mura domestiche.

Il fascista, quando discute, utilizza inconsciamente la violenza, perché è implicita alla sua ideologia. Egli, cioè, partendo dal presupposto che esistono razze superiori e persone elette, popoli migliori, nemici a priori, nazioni da sconquassare (e non parliamo di robe alla madame Blavatsky e suoi sequel esoterici) esclude il dialogo e ne impedisce lo sviluppo se non in una logica di vittoria e di sconfitta: in una logica di violenza. Nella migliore delle ipotesi, ritenendo di essere superiore, avrà la pretesa di addomesticarmi. Dovrei dunque comportarmi come un animale del suo circo privato?

No.

Rifiutarsi di parlare con un fascista (fatte le debite eccezioni, d’accordo, ci sono sempre eccezioni nella vita) è un atto che appartiene alla mia più intima morale. E chi mi conosce sa che adoro il confronto e le discussioni (anche troppo, ok): rinunciarvi mi costa molto.

Nel mio piccolo, vi consiglio di fare lo stesso, di essere sempre consapevoli che non si tratta di vigliaccheria né di timore di essere nel torto, ma si tratta semplicemente di dare alle cose il giusto valore.

Se siete d’accordo con questo umile e lacunoso post, potete usarlo come link ogni qualvolta qualcuno vi dirà: “ma scusa, dici di essere democratico e poi non parli coi fascisti?”
E no, cazzo, proprio per questo non ci parlo + link.

pamarasca

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Strategia è una parola che non mi mette di buonumore. Sarà per le guerre, o per il fatto che, di solito, presuppone l’esistenza di un nemico. Ultimamente, gli esperti di social media e di marketing affrontano un dilemma che, in certi casi, riguarda la sopravvivenza dei loro posti di lavoro. Quindi è normale che vadano all’attacco.

Il dilemma è il seguente: è facile accedere e frequentare i social media, utilizzandoli come meglio si crede anche a fini commerciali. Tuttavia, questa facilità di accesso ha spinto molti individui, gruppi, aziende etc. a sottovalutare le modalità. A trascurare un approccio strategico.

Insomma, si tuffano sperando di saper nuotare.

Vero. Non c’è dubbio. Anzi, sacrosanto.

E però…

Però porre il dilemma in questi termini malcela una pretesa di controllo della situazione che mi sembra decisamente “vecchia maniera”, e non tiene in considerazione proprio l’essenza della socialità e dell’interazione tra individui e gruppi.

Quel che voglio dire è che la socialità comporta, fortunatamente, una serie di variabili imprevedibili e una massiccia dose di casualità: adottare una strategia significa in qualche modo voler incanalare lo scorrere di un fiume sperando che ogni singola roccia ed ogni sassolino e granello di sabbia rimangano al loro posto mentre quello scorre.

Non si fa. E anche se si potesse fare, non bisogna farlo.

E’ la parola strategia, a mio parere, che non va. In effetti, non va nemmeno l’idea di controllo che è sottesa a molte discussioni sull’argomento: con tutto il rispetto per Eric Schmidt, l’assunto “We know where you are, and we know everything about you, so we know where you’re going”, oltre che essere difficile da digerire è anche una colossale fandonia. Perché, per fortuna, il caso, l’istinto e la contraddizione sono parte integrante dell’essere umano, molto più che la ragione. E maggiore è il dialogo, maggiore è l’imprevedibilità.

Più persone incontriamo, anche senza conoscerle mai, meno saremo prevedibili.

Certo, il mercato è importante. Ma perché non ammettere che, lasciato senza briglie, il web premierà i prodotti migliori ed impedirà ai pubblicitari di vendere aria fritta come accade con gli spot tradizionali? Perché non riconoscere la grandezza di un dialogo sul web che potrebbe svolgersi più o meno così:

–    Hey Antonio, hai visto che bello il video virale di XXX? Ho scritto sulla loro pagina di FB e mi ha risposto un tizio simpaticissimo. Certo che loro sono un pezzo avanti.
–    Sì Marco, l’ho visto. E’ davvero notevole. Però ho comprato il loro XXX ed è una vera schifezza.
–    Davvero?
–    Sì. Dai un’occhiata anche qui …. Ne parlano gli utenti
–    Oh Cazzo!

Insomma, perché non occuparsi dell’orto, prima che del mercato delle erbe? Ma… c’è qualcuno che si sta occupando dell’orto?

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Ieri prima dello spettacolo sono andato a trovare la piccola Thea. Mentre sua madre sbrigava faccende lei si è stesa sul divano e le ho fatto il solletico. Per un po’ ha riso, poi si è ravveduta e mi ha rimproverato:
“guarda che non sono una bambina”
E si è messa ad imitare i passi di Duffy Duck, impegnato in un tip tap televisivo. “Mi pare giusto”.

Poi era la sera dei Momix. Non so come, ma teatro e danza, mondi a me lontani, finiscono per impigliarsi alla mia vita quotidiana periodicamente. Quando organizzammo il Living Theatre a Milano, per un mese i ragazzi abitarono da me e lo spettacolo assunse una valenza unica. Ora, non avevo nemmeno i biglietti dei Momix e alla fine capita che un ballerino dorma in casa mia, così, alla fine, vado allo spettacolo cui non pensavo di andare. E, si sa, le cose migliori capitano per caso.

Naturalmente lo spettacolo è bellissimo. Qui c’è una appassionata recensione, che suggerisco di leggersi con calma. La sensazione è quella di avventurarsi in un bosco, infilarsi dentro un albero e rimanere lì, nascosto, a guardare quel che accade fuori: odore di corteccia, presenze animali, umido del tronco. Nascosti per secoli dentro l’albero, a guardare e ad incantarsi.

Alla fine Sara, l’amica che era con me, si è commossa di tanta bellezza. Abbiamo chiacchierato un po’ e siamo andati a casa.

Ieri prima dello spettacolo sono andato a salutare una bambina, e poi mi sono disegnato un po’ bambino anche io, nel tronco, per spalancare la bocca e commuovermi davanti ai quadri viventi dei Momix.

E alla fine, grazie ai Momix, ho pensato stamattina: vaffanculo Berlusconi, Bossi e il papa. Ieri sono stato proprio bene.

E forse è stare bene, vedere e fare le cose belle, senza concentrarsi solo sulle brutte come stiamo rischiando di fare, che ci permetterà di uscire vincitori contro tale e tanta volgarità che ci sommerge.

Perché siamo bravi a riconoscere e fare le cose belle, molto più bravi di quegli altri. E certe cose, se le sconfiggi, le sconfiggi solo grazie alla poesia.

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Pamarasca