Archivio Mensile:febbraio 2010

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Sono stato a Milano qualche tempo fa e ho chiamato qualche vecchio amico dell’università. Così, una sera mi sono ritrovato a casa di Alberto e  Olga e della loro dolcissima figlia Lara (e della sua amata Lulù), a bere vino e chiacchierare fino a tardi, come si vede fare nei film di Ozpetek, tra una cucina hi-tech e un libro dell’Ottantatré.

Il bello di vedere certi amici è che non si passano ore a parlare del passato, che pure ci sta tanto a cuore. Si sta lì, dopo 15 anni di lontananza, ed è come se il giorno prima si fosse fatto colazione assieme.

Molto tempo prima

Con Alberto è sempre stato un parlare di massimi sistemi, in effetti (figurarsi, un comunista e un anarchico :-)), e non abbiamo tradito la consuetudine inaugurata 21 anni fa. Parlando, è emersa tutta la fragilità della nostra generazione, ora più che quarantenne; con quella, tutto un immotivato senso di inferiorità.

Una generazione che non ha contato le guerre e i caduti, e nemmeno, tranne in rari e sporadici casi, le manganellate e le fughe nei vicoli rincorsi, gli uccisi in strada, le violenze; non abbiamo contato le rivoluzioni politiche, culturali, tecnologiche, di costume. E come ci dovremmo porre, e come ci dovremmo raccontare? Perché, questo era l’assunto mentre stappavamo l’ennesima bottiglia, si tratta di una generazione sottovalutata, che sarebbe bello riuscire a raccontare. Che può essere utile, se se ne leggono i messaggi decriptati. Siamo andati in cerca di aggettivi, quindi, mentre la piccola Lara se la dormiva allegramente.

Lara & Alberto oggi

E’ una Generazione Intima. Che nell’ombra delle proprie palpebre conta le sue vittime, cadute non in strada, non in guerra, non per difendersi né per attaccare, ma da un terrazzo, su una coppia di binari, con lo stomaco colmo di pasticche, con il terrore dentro gli occhi. Contiamo le nostre vittime, le più silenziose che mai ci siano state, nelle foibe della depressione e dell’inadeguatezza, nelle stragi dell’anoressia, nell’alzheimer precoce del qualunquismo. Difficile diventare istituzionali: non abbiamo cimiteri collettivi come i militari, né date commemorative come i manifestanti di una volta. Solo uno stillicidio di intimi disastri. A conferma di ciò, posando il bicchiere ho chiesto:

– se solo ognuno di noi contasse i suoi, di caduti, non è vero?

Il silenzio di tutti e tre ha risposto da solo.

Oltre che intima, è una generazione di Nomadi dell’affetto e del pensiero. Ci incontriamo, noi, non ci raduniamo. Non facciamo gruppo, ma ci ritroviamo come certi pellegrini del medioevo a distanza di decenni o di migliaia di chilometri, sparsi nel tempo e nello spazio, come quei personaggi della Yourcenar. Come beduini.

Eppure, proprio per queste caratteristiche, abbiamo anche noi i nostri tesori: come i beduini abbiamo imparato a dissetarci a vicenda, siamo altruisti e disinteressati, sebbene a volte ci sforziamo di non sembrarlo; e abbiamo imparato a condividere l’affetto, a volerci bene come fratelli senza per questo pensarci una famiglia.

Privati dei fatti, abbiamo imparato il peso delle parole. Ecco perché le nostre solitudini sono molto popolate: siamo un arcipelago.

Sono convinto sia una generazione di eccellenti genitori. E scusateci se è poco.

pamarasca

Le immagini di questo post:

Il video, beh, sono gli Who

La prima foto siamo io e il citato Alberto verso la metà dei Novanta

La seconda foto sono la piccola Lara e suo padre

La quarta è un’opera La Mierenda di Rosalìa Banet

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Ieri era l’anniversario della nascita di Fabrizio De André. Non so niente del Sanremo che si sta svolgendo, quindi non so se sia stato ricordato. Spero di no.

Non si meritava il futuro che non lo ha aspettato

ciao

pamarasca

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In Italia, non ci si dimette facilmente. Pensiamo a Fazio, della Banca d’Italia. A ¾ dei partiti italiani. A Berlusconi stesso, che rimarrebbe lì anche se smascherato da Horatio Caine sulla scena di un delitto. Pensiamo a Ferrara, l’allenatore della Juventus, squadra che è un po’ un’Italia in miniatura, con le sue tangenti, gli scandali, i vecchi senatori e gran parte del popolo fascista.

In Italia, all’inizio del Novecento, alle grandi aziende era impedito fallire: per pagarne i lavoratori, lo Stato batteva moneta. Quanti stipendi bisogna pagare sto mese? Bene, fai le banconote…abbiamo una lunga, interessante storia che ci spiega perché siamo così.

In Italia non è nemmeno una questione di soldi. E’ una questione di potere. Sbaviamo letteralmente per il potere: potere territoriale; potere sulle persone; potere sulle donne; potere mafioso; potere razzista. Non ci accorgiamo che le sole persone capaci di sostenere il potere sono quelle che si disinteressano del potere in sé. Diventiamo goffi, ridicoli, circensi. Violenti, arroganti, felliniani.

Il signor Bertolaso, che con una spocchia mai vista aveva fatto incazzare tutta l’Onu per i suoi giudizi sugli aiuti ad Haiti, non si dimette. Mi pare giusto, perché dovrebbe? Se è stato al centro di corruzione ed ha palesemente usufruito di favori sessuali a pagamento (altrui), ha come precedente addirittura il presidente del consiglio. Io, pur nella impossibilità di essere sentito da lui, vorrei dirgli due cose lo stesso.

La prima, riguarda questa faccenda del sesso a pagamento. Il problema non è che sia fatto per alimentare la corruzione. Il problema è che sia fatto. Il problema è che, oggi, usufruendo delle prestazioni sessuali di una Escort (che, beninteso, solo perché ha un appellativo straniero non ha nulla a che fare con una geisha) non si fa torto a lei, ma a tutte le donne, ragazze e ragazzine che vendono per due spiccioli il proprio corpo sulle strade del nostro paese. Che vengono private, nell’ordine: dei documenti, dei diritti, della speranza, della resistenza. Se un assassino è un assassino, e un ladro è un ladro, un puttaniere è un puttaniere. La sua offesa va oltre la singola persona che ha davanti. E’ rivolta a tutte le donne. Almeno finché la situazione sarà quella odierna. Come ha ben spiegato qui la scrittrice albanese Elvira Dones.

La seconda, la faccio dire a Pino Arlacchi o, meglio, a uno dei pentiti di mafia che egli ha intervistato per scrivere La mafia imprenditrice. Per descrivere i nuovi mafiosi, quelli divenuti poi gli odierni, usa queste parole:

“Questa gente è dotata di una vitalità straordinaria. Non stanno mai fermi, in ozio. Adesso trattano un affare, più tardi sono a pranzo, poi trattano un altro affare, poi vanno da un amante. Poi passano a controllare la situazione […] Mangiano, bevono, si divertono, uccidono. Tutto fatto intensamente, disordinatamente, senza spazi vuoti e senza tempi morti” (1a ed., 1983, p. 154)

Ecco, il potere. Il potere che ti fa credere di essere un superuomo, ti rigira i globi oculari verso l’interno sì che ogni cosa si specchi in te. Eppure, signori potenti, questo non è un dono, ma una malattia, per sopportare la quale è necessaria una forza che voi non avete. Sono necessari anticorpi che, evidentemente, in Italia non esistono (e d’altronde sono rari in tutto il mondo). In voi è sviluppato il ceppo peggiore di questo virus: il potere ignorante. Voi non sapete perché siete potenti. Non ne avete idea. Nessuno ne ha idea. Non vi interessa conoscere, non vi interessa studiare le cose e il loro senso. Vi interessa solo stare lì, seduti, malati, fino alla fine dei vostri giorni.

E’ una scena penosa, che nemmeno Lars Von Trier riuscirebbe a girare, e forse Shakespeare si rifiuterebbe di scrivere, perché i suoi malati di potere, i suoi re e mercanti, avevano perlomeno uno spessore. Crudele, deforme, ributtante. Ma uno spessore.

Per inciso, anche i cattivi della Marvel ne hanno di più dei nostri, di spessore

Ciao

pamarasca

Le immagini:
Andrea Pazienza
Lo Sceicco Bianco di Fellini
Hyeronimus Bosch
Francis Bacon
Per i fallimenti italiani salvati, la storia è in: Amatori F., Colli A., Impresa e industria in Italia dall’Unità a oggi, Venezia, 1999.

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Se usiamo solo una percentuale ridotta del nostro cervello, sarà anche normale che usiamo una percentuale ridotta dei nostri strumenti. Un po’ come un tizio che, potendo correre o volare, si limita a camminare mentre pensa alla giusta alternativa.

Qualche tempo fa, le nuove frontiere del Web attirarono ipotesi, utopie, critiche e riflessioni di grande profondità: basti pensare a Rheingold, all’intelligenza connettiva di De Kerckhove, ai dubbi sollevati, non a torto, da Rifkin. A Murray Bookchin, che ebbi la fortuna di intervistare nel ’90 e gli brillavano gli occhi pensando a Internet come veicolo di democrazia diretta e libertà. Quell’epoca sembra finita: ha lasciato spazio ad una (presunta) maggiore consapevolezza dello strumento. Come ci fosse sempre meno bisogno di interrogarsi. Ma è così? O non è, forse, che abbiamo deciso di ridurne la percentuale di utilizzo?

I Social Media, ad esempio. Una faccenda strepitosa. Sotto ogni punto di vista. Eppure, qualcosa non torna… Voglio dire, non è che i social media siano stati invasi dal mercato; non è che il mercato abbia affilato i propri artigli, spalancato le fauci e stia cercando di divorarsi questa inimmaginabile, fino a poco tempo fa, oasi di comunicazione e libertà. No. I Social Media, più che altro, si sono tuffati in quelle fauci come mio nipote dodicenne farebbe nella piscina di una beauty-farm. Perché sono perfetti.

Poiché il mercato è sempre più scambio di persone, conoscenze e competenze anziché di merci e prodotti, i social media sono il grimaldello adatto; poiché una generazione intera scalpita per trovare il proprio segno distintivo, i social media sono l’abito perfetto. Non solo, sono anche un buon antidoto per le crisi di coscienza: i social media corroborano quel (a mio parere) tremendo ossimoro che passa sotto il nome di Marketing etico o, addirittura, libertario.

[Da profano, ammiro ogni tentativo di avvicinare l’etica e la sostenibilità al marketing, da Grant a blog di grande interesse. Ma resto dell’idea (sarà l’età) che se il mio scopo è vendere qualcosa di inutile a qualcun altro si tratta di un’azione antietica a priori. Niente di troppo criticabile: ma almeno ammettiamo che si tratta di rendere il re seminudo, non proprio di vestirlo]

Io adoro i social media. Per questo, mi colpisce (e ferisce) che si rifletta sempre meno sulle loro implicazioni e sempre più sulle loro applicazioni.

Se è vero che possono cambiare la nostra maniera di organizzare e persino creare il sapere, attraverso la condivisione, è anche vero che, pian piano, si stanno accontentando di cambiare la nostra maniera di vendere e trasmettere le qualità di un servizio o di un prodotto.

Questi media sono come la ragazzina che, avendo deciso di essere una punk, si va a comprare i jeans da Stussy con i soldi del papà. Con la differenza che il punk, prima di essere inglobato, codificato e remunerato, visse un momento parricida di grande intensità; i social media, come molti dei loro frequentatori, si fanno le canne con i propri genitori: Mercato ed Opulenza.

Resta, allora, l’insegnamento di Rheingold, e non solo suo, il quale invita a riflettere sul bisogno di un sistema educativo adatto a supportare (e sopportare) i nuovi, strabilianti, potenzialmente grandiosi, mezzi di socializzazione e conoscenza. Serve quella che, letteralmente, si direbbe ironia: la capacità critica di guardare se stessi e il proprio mondo dall’esterno. Da qualche parte dovrà pur esserci: guardiamo nei cassetti.

Pamarasca

(le sculture in questo post sono di Valeriano Trubbiani; il dipinto è lo Studio sul ritratto di Innocenzo X di Bacon)